Cosa succede nella tollerante Stoccolma

  • Giovedì, 06 Giugno 2013 08:16 ,
  • Pubblicato in Flash news

La Rassegna
06 06 2013

I recenti scontri nelle periferie più disagiate hanno catapultato Stoccolma sulle prime pagine di tutti i giornali mondiali. L’episodio scatenante è stato un omicidio: un emigrato portoghese, che brandiva un coltello in casa, viene ucciso dalla polizia nel quartiere periferico di Husby. Non è chiaro il perché la polizia sia dovuta intervenire e sparare. Per parecchi giorni successivi a Husby si susseguono episodi di vandalismo, auto bruciate, lanci di pietre. Questi scontri e questa violenza, apparentemente inspiegabile, hanno colto di sorpresa anche gli stoccolmesi che vivono in altri quartieri della capitale svedese.

LA SCUOLA
Loredana C., che attualmente insegna inglese in una scuola di Tensta (un sobborgo di Stoccolma), mi racconta che i suoi studenti (dai 13-18 anni) provenienti da Tensta stessa e dai quartieri limitrofi (come Kista e Hysby) sono in quasi totalità immigranti di prima o seconda generazione, che spesso non hanno piena padronanza della lingua svedese. Tutti questi giovani sembrano condividere un senso di profonda frustrazione e di abbandono da parte delle autorità. Sono ragazzi che non si sentono protetti dalla polizia. Ce l’hanno con le istituzioni che sono assenti, ce l’hanno anche con i loro genitori, che non sono riusciti a integrarsi e giacciono inerti, senza fare niente o ciondolano in strada con i connazionali.

Gli studenti di Tensta sembrano vivere un presente pesante e sentono di non avere un futuro verso cui convogliare le loro energie. Una delle studentesse di Loredana abita proprio a Husby, il focolaio. La ragazza racconta che lei, la sua e altre famiglie che abitano nello stesso stabile sono state fatte evacuare durante uno degli scontri per il pericolo di incendio provocato da un’auto che ha preso fuoco proprio vicinissimo all’edificio. Quando gli evacuati sono stati fatti spostare in un posto più sicuro, è iniziato il lancio delle pietre. La studentessa testimonia paura e sorpresa. Ma, allo stesso tempo, sembra condividere le motivazioni degli insorti.

LA SOCIETA' SVEDESE
Che succede dunque nella tollerante Stoccolma, uno degli emblemi più luminosi di moderna società multi-culturale e multi-etnica? La personale impressione, maturata nel corso degli otto anni (2005-2013) vissuti a Södermalm, la più grande e più popolosa delle 14 isole che appartengono al centro città, è che i problemi di integrazione etnico-sociale non esistono. Ma gli episodi di Husby mi fanno capire che questa impressione non è, a quanto pare, generalizzabile a tutto il territorio cittadino.

La società svedese è profondamente multi-etnica e multiculturale, il senso di esclusione dovuto a origini extra-svedesi non sembra esistere. Negli uffici dei servizi pubblici, nelle scuole, nei negozi, nelle palestre, nelle piscine ci sono persone di tutti i colori (circa il 20 per cento della popolazione svedese ha origini in altri paesi). Le famiglie nucleari e allargate sono intensamente miste. I bambini sono spesso plurilingua, spesso con due genitori di nazionalità extra-svedesi, che usano lo svedese a scuola e spesso una quarta lingua per la comunicazione familiare. Ad esempio, conosco un padre italiano, una madre finlandese, che parlano la rispettiva lingua quando comunicano individualmente con i loro figli. Questi parlano svedese a scuola e con i loro amici, mentre genitori e figli parlano inglese quando stanno tutti insieme. Ma è anche comune il caso di famiglie miste e allofone che preferiscono adottare solo lo svedese per ogni tipo di comunicazione.

In ogni caso il multi-linguismo è considerato un investimento prezioso dallo Stato, che fornisce a tutti i bambini che parlano una lingua diversa dallo svedese con uno dei loro genitori un ulteriore supporto a scuola (un’ora a settimana) con un insegnante madrelingua che rinforza la padronanza nella lingua parentale. Insomma, questo mondo così rispettoso della variazione culturale, convinto che la diversità etnica, culturale e linguistica sia un valore aggiunto, sembra si limiti al centro e ai quartieri periferici residenziali.

L'IMMIGRAZIONE 'STORICA'
Un quadro storico dei flussi immigratori degli ultimi 60 anni lo fornisce Carlo F., un professore attualmente in pensione, attivamente impegnato nella Società Dante Alighieri (che ha il compito di “tutelare e diffondere la lingua e la cultura italiane nel mondo, ravvivando i legami spirituali dei connazionali all’estero con la madre patria e alimentando tra gli stranieri l’amore e il culto per la civiltà italiana”). Carlo è nato a Roma, si è stabilito a Stoccolma nel 1958, ma ritorna frequentemente in Italia dove ha famiglia e affetti.

Alla fine degli anni cinquanta, Carlo e i suoi amici intraprendono un viaggio-vacanza in macchina verso i paesi scandinavi. Rimane affascinato dall’atmosfera e dai paesaggi scandinavi, così decide di provare a stabilirsi nella capitale svedese. Quello che Carlo vede tra la fine degli anni cinquanta e gli anni sessanta è un paese dove il lavoro abbonda e l’immigrazione è incoraggiata, ma in modo mirato. In quel periodo i governi svedesi supportavano una migrazione temporanea proveniente dall’interno dell’Europa, erano in cerca di una manodopera specializzata per la grande industria. Gli Italiani erano i favoriti. C’era addirittura un ufficio specifico (Milano-Konturet) che reclutava personale specializzato (ad esempio ex lavoratori della Caproni, un’azienda aeronautica chiusa in Italia dopo la guerra) con contratti temporanei, in modo da assecondare i flussi di produzione. Molti di quegli immigrati, tutti uomini provenienti dal Nord della penisola, non sono mai tornati a lavorare in Italia. Molto si sono sposati con donne svedesi e ora le seconde e terze generazioni costituiscono, insieme a tante altre nazionalità, il tessuto sociale svedese.

Masse di manodopera vengono dalla vicina Finlandia. Numerosi sono i liberi professionisti che arrivano dell’Ungheria (circa 20 mila tra architetti, ingegneri, medici ecc.), fuoriusciti da un foro della “cortina di ferro”. E poi ancora tanti operai dalla Grecia, dalla Spagna e da altri paesi mediterranei. Tutte queste ondate di immigrazione sono l’ordito dell’attuale società svedese.

GLI ALLOGGI
Un programma edilizio per fornire alloggi dignitosi a una popolazione inserita in un’economia ricca e dinamica viene lanciato nel 1965: il Miljonprogrammet. Il governo promette un milione di alloggi moderni e a prezzi abbordabili a svedesi e immigrati. Operai, impiegati, insegnanti, piccoli imprenditori, possono finalmente avere una casa “moderna”. Gli edifici e i quartieri creati dal Miljonprogrammet sono caratterizzati da un’architettura austera di geometrie in cemento. Gli architetti di questi edifici, spesso grandi nomi dell’architettura svedese, spostano l’enfasi dall’estetica delle forme esterne alla funzionalità dei servizi, all’ambiente e alle strutture interne. In poche parole, adattano e serializzano le idee che propugnavano la bontà della città giardino o del “torget” (la piazza), realizzate in altre zone di Stoccolma nel decennio precedente al Miljonprogrammet (in particolare a Vallingby e a Farsta). Un diretto antecedente dell’architettura serializzata e funzionale in cemento è il Wenner-Gren Center, inaugurato nel 1962, sede della fondazione che fornisce appartamenti in affitto a ricercatori stranieri in visita negli istituti universitari di Stoccolma.


Gli edifici del Miljonprogrammet sono circondati da grandi aree verdi. Tutti gli appartamenti hanno bagni e acqua corrente (molti degli alloggi di Stoccolma di quell’epoca mancavano di questi servizi fondamentali), hanno cucine funzionanti e installate in loco da falegnami specializzati, hanno lavanderia e asciugatoi condominiali, riscaldamento compreso nel prezzo di affitto, ambienti per la raccolta differenziata dei rifiuti. Paradossalmente, però, questi grossi edifici funzionali sono spesso additati come una delle cause dell’attuale ghettizzazione delle ultime ondate di immigrati.

VERSO LA GHETTIZZAZIONE
Alla fine degli anni sessanta le cose cominciano a cambiare. Il lavoro non è più così abbondante e la fisionomia dell’immigrazione svedese cambia. La Svezia decide di aprire le braccia all’immigrazione di tipo umanitario, diventando uno dei più generosi sostenitori dell’asilo politico e membro attivo della Commissione Onu per i rifugiati. Centinaia di migliaia di persone in fuga da paesi in guerra e rifugiati politici di ogni genere si riversano in Svezia per iniziare una nuova vita. La Svezia conosce una massiccia emigrazione dai paesi sudamericani a causa delle dittature; ingenti flussi di iracheni trasferitisi in Svezia a causa di Saddam Hussein; kurdi e siriani arricchiscono il numero delle nazionalità che compongono la società svedese. Il paese assorbe questi flussi migratori fino alla fine degli anni ottanta e l’integrazione dei nuovi arrivati nella società svedese è profonda. Agli inizi degli anni novanta, il sistema comincia a scricchiolare.

MARGINALIZZAZIONE SOCIALE E GEOGRAFICA
Mentre gli edifici e i quartieri del Miljonprogrammet costruiti nella parte interna di Stoccolma sono diventati abitazioni ambite da tutte le classi sociali, in periferia i grandi edifici in cemento sono diventati il simbolo della ghettizzazione dell’immigrazione più recente. Improvvisamente ci si accorge che gli immigrati/rifugiati, per una specie di naturale forza centripeta, si raggruppano nei quartieri periferici che il Miljonprogrammet aveva costruito per favorire equità e integrazione (Kista, Husby, Tensta, Renkeby), ricreando lì le loro comunità o continuando le loro faide religiose. Le donne e i bambini restano in casa e interagiscono solo con i membri della propria comunità etnica di origine, non imparano lo svedese, non hanno modo di integrarsi.

Agli immigrati di questi ultimi decenni vengono dati sussidi per assicurare la sopravvivenza, abitazioni in quartieri diventati ormai ghetti, corsi di svedese gratuiti (che però molti disertano), più tutti i servizi di base come scuole e sanità. Ma trovare un lavoro che li aiuti a comprendere una società a loro estranea è diventato difficilissimo.

La crisi mondiale colpisce anche la Svezia, e il lavoro diminuisce. Tutti sono a rischio, sia gli svedesi sia gli immigrati di prima e seconda generazione. Per gli immigrati recenti non ci sono molte possibilità. Saab, Volvo e molte altre grandi industrie licenziano in massa. Anche le banche e le aziende di servizi tremano, e molti impiegati sono lasciati a casa. Grazie a un welfare solidissimo la Svezia ancora sopravvive molto bene, ma la popolazione si trova a competere per pochi posti di lavoro. Gli immigrati dei quartieri periferici si sentono emarginati e svantaggiati nella competizione, e cominciano a dimostrare pesantemente la loro frustrazione (specialmente nel Sud della Svezia, intorno a Malmö, il getaway verso la Svezia dall’Europa continentale). Le recenti statistiche ci dicono che la disoccupazione a Stoccolma è in aumento. Ad aprile 2013 è salita all’8,7 per cento, la disoccupazione affligge soprattutto i giovani tra i 15 e 24 anni, soprattutto coloro che sono nati all’estero.

I PROBLEMI DELL'INTEGRAZIONE
Cecilia Obermuller, esponente dei Verdi, attualmente a capo di una delle circoscrizioni stoccolmesi, che lavora come ambientalista negli uffici della regione, mi dice che le due legislature di centro-destra al Comune di Stoccolma (dal 2006 a oggi) hanno creato enormi divari nei redditi. La riduzione delle tasse voluta strenuamente dalla coalizione di centro-destra Alliansen ha giovato ai benestanti, che sono diventati ancora più benestanti, ma non ha portato grandi vantaggi ai meno abbienti. Inoltre, la politica degli alloggi imposta da Sten Nordin (il sindaco di Stoccolma) sotto lo slogan “Stockholm växer” (Stoccolma cresce), ha creato e sta creando solo abitazioni nuove per redditi medio-alti, mentre non sono pianificati nuovi alloggi in affitto per i redditi bassi e medio-bassi. Questo significa che, da un lato, si stanno riproponendo le classi sociali basate sul censo, dall’altro, la segregazione e la divisione sociale ed etnica diventa sempre più accentuata. Secondo Obermuller, è assolutamente prioritario ridurre i divari nel reddito, aumentare l’uguaglianza sociale (uno dei cavalli di battaglia dei governi socialdemocratici), dare alloggi ad affitti moderati a coloro che dalle periferie si vogliono trasferire in centro, in modo da favorire il contatto fisico e la comunicazione con un ambiente eterogeneo e non solo appartenente all’etnia di origine.

Tomas Rudin, un politico socialdemocratico che sta all’opposizione nella giunta del Comune di Stoccolma, attualmente a guida centro-destra, mi dice che la distribuzione della disoccupazione non è uniforme. Mentre nelle zone centrali della città i valori sono intorno al 5 per cento, nelle periferie disagiate le cifre schizzano al 50. Secondo Rudin, la prima cosa da fare per scompaginare la segregazione è dare immediatamente lavori municipali ai giovani dei quartieri disagiati, in modo da accelerare l’integrazione nelle strutture della società.

Sulla comprensione del background culturale dei nuovi immigrati puntano invece Mariana Moreira e Daniel Hellden. Moreira, insegnante part-time e consigliere comunale per i Verdi, è di origine sudamericana e ha insegnato a lungo nelle scuole dei quartieri oggi a rischio di sommossa sociale. Secondo lei bisogna anzitutto comprendere che i nuovi immigrati sono spesso analfabeti, vengono da zone rurali di paesi in guerra (come la Somalia), e devono essere messi in grado di capire come funzionano la società e le leggi svedesi. Ad esempio, sostiene Moreira, la struttura della famiglia e l’obbligatorietà della scolarizzazione minima sono elementi culturali che talvolta non trovano riscontro nelle realtà da cui provengono molti gruppi di immigrati. Una posizione condivisa anche da Daniel Hellden, rappresentante dei Verdi nella giunta di Stoccolma (attualmente all’opposizione), che suggerisce di favorire la piccola imprenditoria straniera, visto che molti degli immigrati avevano nei loro paesi di origine negozi e piccole imprese, un patrimonio che può essere facilmente condiviso e che gioverebbe non solo agli immigrati, ma all’intera Svezia.

LE POLITICHE DI CENTRO-DESTRA
L’azione intrapresa dalla maggioranza governativa per favorire l’integrazione, in seguito ai recenti scontri nelle periferie, è stata un po’ sconcertante. La misura proposta è quella di dislocare gli impiegati comunali nelle zone a rischio. Una proposta non nuova, e del tutto inefficace: in anni passati, molti degli uffici pubblici erano stati delocalizzati precisamente in quelle aree. Ogni mattina frotte di impiegati si spostavano con la metropolitana per raggiungere i sobborghi e mescolarsi con i residenti. A un certo punto la delocalizzazione è stata interrota e tutti gli impiegati sono rientrati in centro. Ora la misura viene rispolverata per un riutilizzo, e non si attendono esiti diversi da allora.

Il punto è che la coalizione di centro-destra al governo, in termini di integrazione, in questi sette anni ha fatto poco o niente. Anzi, tutt’altro. È infatti difficile considerare una “politica di integrazione” la cosiddetta operazione Reva (Rättssäkerhet och Effektivt Verkställighetsarbete), adottata pochi giorni prima degli eventi di Husby dalla ministra della Giustizia Beatrice Ask, consistente nel fermo di tutte le persone di colore “non perfettamente bianco” nelle stazioni della metropolitana di Stoccolma. L’operazione ha suscitato grandi polemiche ed è stata apertamente giudicata di stampo razzista.

Un’ultima considerazione. I due governi di centro-destra che si sono succeduti dal 2006 a oggi hanno fatto due grandi promesse: aumento dell’occupazione e riduzione fiscale. Le statistiche ci dicono che la prima promessa è stata disattesa, poiché la disoccupazione è in aumento. Per cercare di mantenere la seconda promessa, invece, sono stati fatti fortissimi tagli ai servizi pubblici e al welfare, incluse scuole, sanità, sussidi, facilitazioni. In questa situazione, “probabilmente” non è rimasta alcuna risorsa da investire nei programmi di integrazione.

* Linguista computazionale presso il Swedish Institute of Computer Science (SICS)

Il paese dei papi 2.0

  • Giovedì, 06 Giugno 2013 08:12 ,
  • Pubblicato in Flash news

GiULiA
06 06 2013

"Da che mondo è mondo le giovani donne hanno sempre cercato la compagnia di uomini maturi e abbienti per differenti motivi: stabilità economica, sicurezza e maturità; per questo motivo nasce in Italia SugarDaddy.it, un portale di dating grazie al quale ragazze in cerca di fortuna, esperienze e magari successo, potranno entrare in contatto con maturi gentiluomini pronti a prendersi cura di loro".

Inizia con queste parole il professionale comunicato stampa con cui il sito Sugar daddy, comparso sul web da pochi giorni, si presenta agli utenti italiani. Ancora più esplicito è il titolo del comunicato: L'Italia è il Paese dei "papi": trova il tuo con SugarDaddy.it.

Nei giorni in cui si celebra il processo Ruby non può non risultare ancora più fastidioso questo richiamo al papi nazionale, all'uomo politico più potente d'Italia diventato per molti uomini e per molte donne, ahimé, oggetto di un culto della personalità che sfiora l'idolatria. Ed è così che il sistema di potere che aveva al centro le famose olgettine viene reso "smart" e reso accessibile da chiunque via web.

Il comunicato prosegue fornendo anche delle spiegazioni che vorrebbero scomodare la sociologia: "Ma cosa cercano le giovani ragazze in un uomo facoltoso più grande di loro? Alex Fantini, fondatore di Sugar Daddy fornisce delle delucidazioni al riguardo: "Ci sono diversi modi per dimostrare la propria generosità; non si tratta di svilire il concetto di amore, semplicemente ci proponiamo di agevolare incontri che possono portare giovamento a entrambe le parti: alle giovani donne che cercano la propria strada, che magari hanno bisogno di una figura matura che le aiuti a trovare se stesse e renda più agevole la strada per la propria realizzazione; e agli uomini di una certa età, occupanti ruoli sociali di livello alto perciò benestanti e in cerca di compagnia e orgogliosi di poter conoscere ragazze giovani da trattare come principesse".

Da redattrice di un piccolo giornale locale e da donna mi chiedo come sia possibile che questo tipo di iniziative possano avere legittimità di esistere e quale insegnamento diamo alle giovani donne che si affacciano alla vita se facciamo in modo che esistano queste operazioni.

“Quando tutte le donne del mondo ….” : seconda tappa

  • Giovedì, 23 Maggio 2013 07:33 ,
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Il Paese delle donne
23 05 2013

l documento con cui la Lista "Donne nella crisi" illustra gli scopi solidaristici e politici della campagna sul diritto alla salute delle donne greche, le più colpite dalle politiche di austerità messe in atto in Grecia.


Le politiche di austerità, lungi dal risolvere gli enormi problemi determinati dalla crisi economica e sociale in cui siamo immerse, colpiscono soprattutto i servizi pubblici alla persona ed in particolare i sistemi sanitari nazionali che vengono tagliati con la scure con il risultato di svuotare di significato il diritto universale alla salute mettendo in discussione nello stesso tempo anche ciò che rimane dei diritti del lavoro (le numerose vertenze di lotta in diversi ospedali del nostro Paese ne sono un esempio concreto).

L’Italia rischia molto, sotto questo profilo, anche perché, rispondendo supinamente ai diktat della “troika” europea, ha introdotto in Costituzione il pareggio di bilancio (che in soldoni significa sborsare circa 45 miliardi di euro all’anno per i prossimi tre per pagare il “debito” accumulato). Una spada di Damocle che ci fa temere non poco.
I risultati delle politiche “austere” si possono ben vedere in Grecia : in pochi mesi, dopo l’emanazione del primo memorandum, l’assistenza sanitaria pubblica è divenuta un miraggio per oltre un terzo della popolazione costretta a pagarsi a cifre insopportabili ogni prestazione sanitaria.

Se si guarda alla situazione greca con un’ottica di genere si scopre che le più colpite ( soprattutto perché più povere e con meno garanzie economiche e/o sociali) sono le donne. Per un terzo di loro, incredibilmente, il parto in ospedale è divenuto un lusso perché il suo costo (800 euro per un parto normale e 1200 per un cesareo) è insostenibile. Se poi ad una donna capita un parto precoce i costi di mantenimento della o del neonato in incubatrice sono folli (circa 200 euro al giorno!!).

Per queste ragioni in Italia la lista “donne nella crisi”, nata durante il forum sociale di “Firenze 10+10”, ha dato il via ad una campagna di solidarietà con le donne greche che si è , per il momento concretizzata in una raccolta di fondi a favore di un gruppo di MEDICI VOLONTARI che agisce in una caserma occupata di Elleniko, un Comune alle porte di Atene e offre aiuto a persone che hanno perso l’assistenza pubblica e non possono pagarsi la privata.

La campagna ha un risvolto solidaristico ed anche, forse soprattutto, politico perché nel fare conoscere la situazione greca si vorrebbe attivare un protagonismo sociale capace di riaffermare l’universalità del diritto alla salute e l’importanza dei sistemi sanitari pubblici che rendono esigibile questo diritto. In questa direzione abbiamo sostenuto la lotta delle lavoratrici del San Raffaele di Milano.

Abbiamo dato vita, in collaborazione con Sonia Mitralia attraverso la quale siamo venuti in contatto con Elleniko, ad una serie di incontri in differenti città italiane per presentare l’iniziativa e iniziare la raccolta di fondi. Abbiamo aperto un conto postale dedicato e stiamo procedendo con la raccolta.

Il nostro obiettivo è quello di provare ad aprire dentro Elleniko uno spazio a sostegno della salute riproduttiva delle donne (contraccezione, gravidanza, parto, counseling, ….) Per questo incontreremo le ed i medici di Elleniko e valuteremo con loro la fattibilità di tale obiettivo e le necessità materiali per la sua realizzazione.
La nostra proposta operativa è quella di organizzare, una volta stabilite queste necessità materiali, un camper itinerante che toccando città differenti (quelle dove vi sono già state iniziative ed anche altre) raggiunga Atene per portare ad Elleniko quanto raccolto. Nelle città toccate dal camper verranno organizzate iniziative che intreccino la solidarietà con le donne greche con la presa di coscienza della situazione sanitaria in Italia.

Abbiamo presentato la nostra proposta ad altre associazioni, reti, movimenti italiane ed europee. Siamo in contatto in Europa con altre reti femministe e parteciperemo all’incontro dell’ALTERSUMMIT ad Atene, dal 7 al 9 giugno 2013, per presentare la campagna ed inserirla, se possibile, in un quadro europeo di iniziative e lotte sul diritto alla salute.

Ci sostiene la convinzione che proprio perché la vita delle donne è resa più difficile dalle politiche di austerità che tagliano diritti, tutele, servizi e reti di protezione sociale, sono proprio le donne, obiettivamente, ad essere presenti più che mai nel conflitto e forse ad essere maggiormente interessate alla trasformazione dell’esistente, anche grazie al femminismo che le ha rese meno pazienti ed adeguate alla lotta.

Lista “Donne nella crisi”

Il Fatto Quotidiano
16 05 2013

Uno sfratto ogni 15 minuti. A Madrid la fine della bolla immobiliare solo nel 2012 ha segnato un record di pignoramenti: quasi 40mila appartamenti, secondo i dati diffusi per la prima volta dalla Banca di Spagna. L’83 per cento delle case erano abitate da famiglie che non sono state più in grado di far fronte alle rate del mutuo, a causa della crisi economica e di un tasso di disoccupazione pari al 26,5 per cento, che significa circa sei milioni di senza lavoro, con punte al 57% tra i giovani.

Su un numero complessivo di 39.167 abitazioni, 32.490 rappresentavano l’unica residenza di proprietà. Oltre la metà delle riconsegne (20.972) sono avvenute spontaneamente e di queste il 75 per cento (15.826) sono state catalogate come dación en pago, procedura che porta alla estinzione del debito al momento della consegna della casa alla banca di riferimento. Almeno 2.405 famiglie sono state invece sfrattate con la forza e in 355 casi è stato necessario l’intervento della polizia per eseguire i provvedimenti. In ogni caso la Banca centrale iberica ha sottolineato che il dato va preso con margine di cautela, visto che riguarda circa l’85 per cento del credito ipotecario che gli istituti finanziari gestiscono. Insomma non “riflette la totalità del settore bancario spagnolo”.

Intanto però tra il 2008 il 2012 in Spagna sono state sfrattate per morosità oltre 400mila famiglie. Una cifra che continua a crescere e ha portato il Paese a una serie di suicidi senza tregua: a gennaio del 2012 si sono registrati almeno quindici casi. L’ultimo in ordine di tempo lunedì scorso a Barcellona. Un uomo di 40 anni è stato trovato impiccato nella sua abitazione dagli agenti della polizia, che quella stessa mattina erano andati a notificargli l’ingiunzione.

In risposta il Parlamento ha approvato una nuova legge per frenare gli sgomberi esecutivi, ma non l’articolo più importante, secondo gli attivisti della Pah, la Piattaforma per le vittime dell’ipoteca. Il decreto legge, entrato in vigore il 10 marzo e approvato solo coi voti del Partito popolare, con maggioranza assoluta alla Camera, paralizza per due anni gli sfratti delle famiglie più deboli, limita gli interessi di mora e permette ai giudici di sospendere uno sgombero, previa il riscontro di qualche clausola abusiva.

Il punto però, contestato dagli attivisti, sta tutto in un articolo della normativa che è arrivato sul tavolo del Consiglio dei ministri grazie ad un’iniziativa legislativa popolare con 1,4 milioni di firme: la possibilità di saldare il debito con la banca attraverso la sola restituzione dell’immobile. Secondo la legge iberica infatti, non basta consegnare l’abitazione all’istituto di credito per estinguere il mutuo. La casa viene rivalutata, quasi sempre al ribasso in base all’attuale stato del mercato immobiliare, costringendo le famiglie a restituire anche una quantità di denaro, spesso non indifferente.

Alcune regioni come l’Andalusia, le isole Canarie e la Catalogna hanno preso delle misure urgenti per contenere il fenomeno, con l’espropriazione temporanea delle abitazioni per evitare gli sfratti e la creazione di una tassa sugli immobili vuoti nel Paese – quasi 1 milione -, la maggior parte appartenenti agli istituti di credito. Intanto la Pah è riuscita a fermare 654 sgomberi forzosi in tutta la Spagna e offre un appoggio alle famiglie a rischio.

Secondo un’indagine realizzata dalla Piattaforma su 6mila deshauciados (sfrattati) nel 2012 e pubblicata nel libro Vidas hipotecadas di Ada Colau e Andriá Alemany, le banche che hanno realizzato più pignoramenti sono Bankia (16 per cento), Bbva (12 per cento), Banco Santander (10 per cento), Caixabank (8 per cento), Cam (7 per cento), Catalunyacaixa (6 per cento), Banca Cívica, Banesto, Caixa Penedés e Unnim.

Lo studio dell’associazione aveva segnalato pure che nell’82 per cento dei casi nelle abitazioni pignorate viveva un minorenne. La maggior parte degli sfratti riguardavano una cifra inferiore ai 200mila euro, con mutui firmati prima del 2006. L’89 per cento delle vittime aveva chiesto, senza esito, una rinegoziazione, mentre la metà di loro hanno perso il lavoro. In totale poi il 65 per cento degli sfrattati sono spagnoli, mentre il 35 stranieri.

Un welfare per donne e bambini?

  • Mercoledì, 08 Maggio 2013 07:26 ,
  • Pubblicato in INGENERE

Ingenere
08 05 2013

di Elena Granaglia


Interventi selettivi contro la povertà possono portare buoni frutti, ma anche molti rischi. Il ri-orientamento del welfare va fatto, ma nella prospettiva di un accentuato impegno alla riduzione delle disuguaglianze nelle condizioni di vita e di un universalismo attento alle differenze

Donne e bambini (poveri) sono sempre più invocati come i soggetti principali del nuovo welfare. Basti pensare al recente discorso del presidente Letta alle camere oppure alla prospettiva cosiddetta del social investment state1. Il nuovo welfare dovrebbe caratterizzarsi come welfare delle opportunità e donne e bambini sarebbero esattamente i grandi dimenticati dalle politiche sociali tradizionali centrate sul maschio adulto lavoratore. Le opportunità da realizzare, più precisamente, concernerebbero il diritto al lavoro per donne, oggi oberate dalle responsabilità di cura, e il diritto per minori di formarsi e perseguire il proprio piano di vita a prescindere dai condizionamenti della lotteria sociale.

Il richiamo ad un welfare per donne e bambini ha certamente molto di condivisibile. Nel 2011, il tasso di occupazione delle donne italiane era pari al 46,5% contro una media Eu-27 del 58,5% (in Danimarca, Francia, Germania, Svezia e Gran Bretagna, i valori erano rispettivamente 70%, 59,7%, 67,7% ,71,8% e 64, 5%). Il differenziale di occupazione a danno degli uomini italiani era, invece, solo 2,5 punti. Il dato è ben lungi dal riflettere una preferenza delle donne: la stragrande maggioranza dei non occupati disponibili a lavorare è, infatti, costituita da donne (anche 2/3 dei sotto-occupati part time è formata da donne)2.

Al contempo, sempre nel 2011, il tasso di povertà o esclusione sociale dei minori era pari a 32% (5 punti superiore alla media europea, circa 13 punti superiore al dato di Germania e Francia e ben 16 punti superiore al dato danese). Non si tratta di condizioni transitorie: l’elasticità intergenerazionale dei redditi supera, in Italia, il 50%: ossia, un figlio su due si colloca nella medesima classe di reddito del padre. Seppure ad essere maggiormente penalizzati dalla povertà siano i minori con almeno due fratelli e i figli di genitori single (i rischi di povertà/esclusione sociale per le coppie con tre o più figli minori e per le famiglie monoparentali si aggirano attorno rispettivamente al 46% e al 50%), neppure i minori figli unici di famiglie che vivono in coppia sono immuni dalle difficoltà. Al contrario, esattamente in questo gruppo, è più aumentato il rischio il rischio di povertà nel 2011 (salito al 29%).

Ben venga, dunque, la richiesta di un ri-orientamento del welfare. Peraltro, contro la logica dei trade off, l’uguaglianza di opportunità per donne e bambini avrebbe vantaggi anche economici, migliorando l’occupazione e il capitale umano. L’occupazione delle donne potrebbe poi limitare la povertà dei figli, sia che le donne vivano in coppia sia che vivano da sole, attivando, al tempo stesso, un’ulteriore domanda di lavoro.

Le modalità attraverso cui realizzare il ri-orientamento sono, tuttavia, dirimenti. Si considerino gli antidoti tipicamente proposti dai sostenitori di un welfare per donne e bambini: sostegno alle responsabilità di cura, un reddito minimo di inserimento per le famiglie con minori (in primis, per le famiglie numerose) e istruzione. Ebbene, in assenza di qualificazioni opportune, tali misure potrebbero implicare cambiamenti ulteriori che appaiono ben più problematici.

Un primo rischio investe la rimozione, dall’agenda politica, del tema della disuguaglianza di condizioni nonostante quest’ultima sia una delle cause principali della disuguaglianza stessa di opportunità. Basti pensare ai divari territoriali esistenti nel nostro paese. A fronte di un tasso di occupazione femminile del 60% al Nord, al Sud il valore si arresta attorno al 33%: il divario è di 27 punti. Similmente, Il rischio di povertà per coppie con almeno tre figli minori al Nord è 12,4%, mentre al Sud è 50,6%: il divario supera i 37 punti. In presenza di tali divari, appare difficile garantire uguaglianza di opportunità a donne e bambini senza investire nella creazione di una maggiore uguaglianza nelle condizioni economiche. Il richiede, oltre a sostegno alla cura, reddito minimo e istruzione, una seria politica di sviluppo del Mezzogiorno. Sempre con riferimento ai divari, più della metà dei figli di migranti è povero: il che richiede anche esigenti politiche di integrazione.

Inoltre, a prescindere dai divari territoriali, le evidenze disponibili sono concordi nel rimarcare una forte correlazione fra uguaglianza statica (nel ciclo di vita) ed uguaglianza intergenerazionale. Detto in altre parole, contro sterili opposizioni fra uguaglianza di opportunità ed uguaglianza di condizioni, la stessa uguaglianza di opportunità non può fiorire a meno di una qualche uguaglianza di condizioni. Da un lato, più aumentano le disuguaglianze economiche più aumentano anche le distanze da colmare. Dall’altro lato, istruzione e reddito minimo sono solo uno dei fattori che influenzano le opportunità dei minori: contano, ad esempio, quartieri decenti, connessioni sociali adeguate, bassa volatilità dei redditi familiari…..

Un secondo rischio, sebbene forse meno pressante, concerne l’allontanamento dall’universalismo. Un welfare per le donne potrebbe, ad esempio, rafforzare una concezione della cura come attività specificamente femminile. Certamente, i benefici del sostegno alla cura per le donne sono evidenti e le donne sanno molto di cura. Ma, al pari del lavoro, la cura è pure un’attività umana fondamentale, come tale da garantire a tutti. In ogni caso, non concepire la cura come “funzionamento” fondamentale rischia di favorire il permanere di disuguaglianze nei profili di carriera a seconda degli obblighi familiari. Un welfare indirizzato a gruppi particolari si espone, altresì, al problema degli esclusi: gli svantaggiati che non appartengono ai gruppi considerati. Un esempio potrebbe essere quello di un reddito minimo a favore solo di un sotto-insieme di famiglie di poveri, quelle con minori, e non dei poveri nel complesso.

In sintesi, un conto è un ri-orientamento del welfare a favore di donne e bambini nella prospettiva di un accentuato impegno alla riduzione delle più complessive disuguaglianze nelle condizioni di vita e di un universalismo attento alle differenze. Un altro è un ri-orientamento nella prospettiva di una sostanziale fuoriuscita della questione dell’uguaglianza socio-economica dal discorso del welfare e di un potenziamento di politiche per categorie di cittadini. Sebbene il punto appaia sottovalutato nel dibattito pubblico, le qualificazioni contano.

1 Cfr. anche Maurizio Ferrera, Il Corriere della Sera, 30 aprile 2012.

2 Cfr. Villa, www.ingenere.it n.83.

Articolo pubblicato anche su www.sbilanciamoci.info

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