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Il Fatto Quotidiano
06 11 2014

Profanato con 200 simboli celtici il sacrario dei caduti della battaglia partigiana del Monte San Martino. E’ successo lo scorso fine settimana, alla vigilia dell’anniversario di una battaglia combattuta tra il 13 e il 15 novembre del 1943 sulle Prealpi dell’alto varesotto. In quel luogo persero la vita 42 dei 150 partigiani del Cln che stavano tentando di arginare l’inevitabile occupazione tedesca dopo la firma dell’armistizio. 150 uomini arroccati su un monte, contro cui si scagliò la furia di 2mila tra soldati nazisti e repubblichini. Oggi la storia racconta che quella battaglia fu persa ma che il sacrificio non fu vano. Un tributo di sangue che viene commemorato ogni anno, proprio sul luogo di quella battaglia, dove nel dopoguerra è stata ricostruita la chiesetta abbattuta dai nazifascisti.

Ed è lì, in quel luogo dall’alto valore simbolico, che alcuni simpatizzanti neonazisti e neofascisti hanno piantato 200 rune di algiz rovesciate (simboli usati sulle tombe delle SS accanto alla data della morte) ed hanno affisso uno striscione con la scritta “Guerriero d’Europa risorgi”. L’azione è stata rivendicata, con tanto di foto di gruppo e deposizione di corone celebrative, dal Manipolo d’avanguardia di Bergamo. Sulla pagina Facebook dell’associazione è stato postato, assieme alla documentazione fotografica della commemorazione, un lungo comunicato in cui si contesta la storiografia ufficiale. Assieme ai bergamaschi c’erano anche le teste rasate della Comunità militante dei Dodici Raggi (Do.ra.), un gruppo di estrema destra che non ha mai fatto mistero delle proprie nostalgiche simpatie per l’ideologia nazionalsocialista. Gli stessi che il 20 aprile dello scorso anno erano passati agli onori delle cronache nazionali per aver organizzato un maxi raduno di nazi-skin nei dintorni di Varese (leggi), in una data cara a chi si ispira agli ideali nazisti, quella in cui ricorre l’anniversario della nascita di Adolf Hitler.

Non è la prima volta che i nostalgici commemorano a modo loro la battaglia del San Martino. Ma non erano mai andati oltre qualche corona e un paio di striscioni. L’azione messa in atto quest’anno segna l’ennesimo spostamento dell’asticella verso una presenza sempre più visibile e chiassosa, che si richiama in modo sempre più aperto a temi e simbologie cari ai regimi totalitari che in passato hanno già trascinato l’Europa nel baratro. L’Osservatorio democratico sulle nuove destre rileva come “al posizionamento delle rune vanno aggiunte la svastica e il fascio littorio, incisi sulla runa e tracciati sul manifesto divulgato: un continuo uso di simboli che la dice lunga sul percorso intrapreso da questi gruppi, che stanno lavorando alla costituzione di un fronte nazional socialista”.

Il fatto ha scatenato le reazioni politiche, di partiti, sindacati e delle associazioni partigiane, non solo a Varese, ma in tutta la Lombardia. Il presidente provinciale dell’Anpi Varese Angelo Chiesa ha parlato di un “grave fatto infamante”. Chiesa, nel commentare l’episodio, ha ricordato come quella del San Martino “fu la prima battaglia partigiana e nonostante la disfatta inevitabile per la disparità di forze, rimase un esempio seguito da molti”. Poi continua: “Sono trascorsi settantuno anni da allora, tanti partigiani sono morti per cercare di far tornare democrazia e libertà in questo nostro paese. Malgrado questo, dobbiamo ancora vedere rigurgiti fascisti e nazifascisti. La nostalgia verso quella dittatura è di per sé vergognosa”, invitando infine le istituzioni a vigilare “affinché atti infamanti di questo stampo fascista non debbano più accadere”.

Una “ferma condanna per l’oltraggio e la grave provocazione di chiara matrice neo-fascista” è arrivata anche dalla Cgil di Varese e dall’Anpi di Milano. Il 4 novembre al coro dello sdegno si è aggiunta anche la voce del Pd lombardo, con il segretario Alessandro Alfieri che sul punto ha interpellato il governatore leghista Roberto Maroni per chiedere “quali iniziative intenda intraprendere per contrastare e prevenire il ripetersi di simili vergognosi episodi nella Provincia di Varese e su tutto il territorio lombardo”.

Da Maroni, al momento, non sono arrivate risposte. Più tempestiva la reazione dall’associazione culturale Manipolo d’avanguardia di Bergamo, che già nella serata del 4 novembre ha pubblicato un comunicato indirizzato proprio al segretario dem lombardo: “La politica è dialettica e confronto, mai repressione altrimenti, per onestà intellettuale, si dichiari, una volta per tutte, che la democrazia non è altro che una dittatura mal mascherata”. Parole che precedono una citazione di Benito Mussolini, che non lascia spazio ad interpretazioni: “Dichiariamo infine agli avversari che le nostre polemiche e le nostre critiche avranno per base la sincerità, il rispetto di tutte le idee onestamente professate. Cercheremo di tenerci immuni da quello spirito settario, fanatico e giacobino che sembra preludere a una moderna intolleranza rossa. Ma non avremo remissione per i ciarlatani, a qualunque partito si dichiarino inscritti, tutte le volte che andranno tra le folle operaie a cercare applausi, voti, stipendi e clienti”.

Alessandro Madron

Mille candele per Stefano Cucchi

  • Giovedì, 06 Novembre 2014 09:57 ,
  • Pubblicato in Flash news

Globalist
06 11 2014

"C'è bisogno di fare luce su una delle pagine più cupe della democrazia italiana. E ognuno deve farsi carico del proprio bagliore": dopo la sentenza in appello sul caso Cucchi, l'Associazione contro gli abusi in divisa onlus (Acad) e la famiglia di Stefano lanciano l'idea '1000 candele per Stefano Cucchi per accendere la verità' davanti al Consiglio Superiore della Magistratura in piazza Indipendenza sabato 8 novembre alle 18.30.

"Contro le bugie, contro l'impunità e contro la tortura, perchè non accada più", spiega Luca Blasi di Acad, che continua: "Stefano è stato ucciso ancora e ancora. La lista delle persone uccise dagli abusi di potere è già troppo lunga, è già insopportabile. Insopportabile come l'impunità che copre, istiga, assolve gli autori di quelle violenze". Una grande luce collettiva, che faccia sentire meno sole tutte queste famiglie:

"Abbiamo scelto di illuminare il Csm e non, per esempio, la caserma di Torpignattara perche' non vogliamo denunciare qualche mela marcia, ma un sistema di violenza radicato in una serie di apparati in divisa, dai Carabinieri alla Polizia". Acad denuncia un problema di democrazia che coinvolge la magistratura: "E' accettabile che degli agenti alzino il dito medio contro la famiglia della vittima alla lettura della sentenza che li assolve? Sono accettabili gli applausi agli agenti condannati per la morte di Federico Aldrovandi?". Quello che l'associazione chiede, in primis, e' la riapertura delle indagini.

"L'ha detto anche il presidente del Senato Grasso: non è possibile che nessuno sappia niente. C'è omertà, qualcuno sta coprendo gli autori della morte di Stefano". Sul profilo Facebook dell'evento '1000 candele per Stefano Cucchi' sono gia' indicati oltre 2 mila partecipanti (per aderire Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.), tra chi sarà materialmente a Roma, chi accenderà una candela da lontano e chi suggerisce di portare l'iniziativa in tutte le piazze italiane. In nome di Stefano e di molti altri ragazzi:

"Il nostro numero verde riceve decine di telefonate al giorno: vengono denunciati abusi meno gravi e altri gravissimi. Di molti veniamo a conoscenza dopo anni. E in tutto quel tempo, le famiglie delle vittime si trovano a combattere da sole un'enorme battaglia". Proprio per evitare questo isolamento, Acad lavora molto sulla messa in rete, oltre che sul sostegno legale ed economico: "Mettiamo in rete tutti loro per farli sentire parte di un'unica, grande famiglia.

La nostra associazione partecipa a tutti i processi al loro fianco. La mamma di Aldrovandi è presente ai processi Cucchi e viceversa". Acad si dice d'accordo con le recenti dichiarazioni di Arci per la reintroduzione del reato di tortura: "Lo chiediamo dai tempi del G8: è una misura urgente". Dopo la morte di Stefano, qual è stato il momento piu' triste? "Sono state tante le coltellate che i famigliari di Stefano sono stati costretti a subire: dagli atteggiamenti del sindacato di polizia, alle dichiarazioni di Giovanardi, che ha detto che Cucchi era uno spacciatore e un drogato.

Terribile è stato quando, per farsi credere, hanno dovuto mostrare le immagini di Stefano all'obitorio: e terribile è tutte le volte che sono chiamati a rifarlo". "Una cosa, pero', ci tengo a sottolinearla - conclude Blasi -: quello di sabato deve essere una manifestazione di massa ma assolutamente civile, un grande abbraccio collettivo alla famiglia Cucchi e a tutte le persone nelle loro condizioni".

Cucchi: tutti assolti in Appello, anche i medici

  • Venerdì, 31 Ottobre 2014 15:05 ,
  • Pubblicato in Flash news

Ansa
31 10 2014

Tutti assolti, anche i medici. Questa la sentenza della corte d'appello di Roma per la morte di Stefano Cucchi, il geometra romano arrestato il 15 ottobre 2009 per droga e deceduto una settimana dopo nell'ospedale 'Sandro Pertini'. In primo grado furono condannati solo i medici per omicidio colposo.

"Insieme con i miei colleghi sono stato accusato di barbarie, di aver bastonato Stefano Cucchi, di averlo picchiato. Paragonati a nazisti spietati, non auguro a nessuno di subire quello che abbiamo subito noi. Ma io, noi siamo innocenti". Così Nicola Minichini, uno degli imputati nel processo d'appello per la morte di Stefano Cucchi nel corso di dichiarazioni spontanee che hanno concluso il dibattimento.

"Sono una persona onesta - ha detto Minichini, aiutandosi con un testo scritto - non ho fatto nulla, ho solo avuto la sventura di trovarmi quel giorno in quel posto. Di Cucchi ricordo solo di averlo visto dopo l'udienza di convalida, da quel momento che è entrato nella mia competenza prima provvedevano i carabinieri. Lo ricordo, molto magro, chiedeva medicine e io ho telefonato al medico del tribunale: il medico lo visitò e, quando gli domandò di quei segni sul viso, lui rispose che era caduto dalle scale. Poi, giunse la scorta, lo portarono a Regina Coeli e di lui più nessuna notizia".

"Tutti hanno espresso solidarietà alla famiglia Cucchi ma per noi nessuna parola solo un uragano di fango. Io provo rispetto per la famiglia Cucchi. Io sono innocente, ve la siete presa con la persona sbagliata".

Dichiarazioni spontanee anche da un altro degli imputati. "Ci siamo sentiti accusati di crimini mai commessi, nonostante una sentenza di assoluzione di primo grado - ha detto l'agente Antonio Domenici - Unica colpa è stata quella di esserci trovati in servizio quel giorno. E' da quasi 30 anni che sono in servizio; tutti mi riconoscono come mite e diligente ma sono stato definito un delinquente, un picchiatore. Ribadisco la mia innocenza. Non ho fatto nulla, nessuna azione violenta nei confronti di Cucchi, non rientra nel mio carattere, nella mia indole. Io l'ho solo aiutato".

Huffington Post
31 10 2014

Ragazza italo-marocchina picchiata a Reggio Emilia: "Non sei una vera musulmana". Tre giovani donne denunciate

“Tu non sei una vera marocchina, tu non sei una vera musulmana”. Sono questi gli insulti che tre ragazze tra i 16 e 18 anni hanno rivolto ad Aurora, 19, prima di picchiarla e mandarla al pronto soccorso. La sua colpa, quella di non essere una marocchina “pura”. Sua madre, Monja Beneventi, è italiana ed è stata lei a voler denunciare la vicenda, perché “sappiamo che i matrimoni misti danno fastidio a molti, ma questa è stata una vera e propria aggressione”.

Nella famiglia di Khalil, padre di Aurora, in Italia ormai da trent'anni, nessuno impone nulla a nessuno e la figlia ha scelto liberamente la fede musulmana. Nessuna traccia di integralismo. A Casa sua si festeggia il Natale e si segue il Ramadan.

Una visione evidentemente considerata troppo liberale dalle compagne, che da tempo avevano adottato nei confronti della ragazza una serie di atteggiamenti fastidiosi, culminati poi con l’aggressione. Frasi come “Non sei abbastanza marocchina” sono un ritornello cui Aurora era abituata da tempo, ma neppure la madre pensava che si potesse arrivare a tanto: farla scendere con una scusa giù dal bus che da Castelnovo Monti, sede della scuola, porta a Casina, per fargliela pagare. Nell'omertà generale, poi: nessuno è intervenuto mentre le ragazze "regolavano i conti".

“Aurora non va a scuola da una settimana, i medici le hanno dato prima sette, poi quindici giorni di prognosi. Piange in continuazione” racconta la madre. Le tre ragazze sono state denunciate, anche se all’amarezza per questo razzismo etnicoreligioso si aggiunge il razzismo sui social network, dove in più di uno, in sgeuito a questo episodio, ha detto che “tutti i marocchini dovrebbero tornaersene a casa”.

Corriere della Sera
31 10 2014

L’ultima moda comincia in strada, finisce in ospedale e lascia segni che possono essere indelebili. Ad esempio c’è una ragazza, italiana, 30 anni, con il setto nasale frantumato che una sera, in un orario tranquillo (erano le nove d’un lunedì di due settimane fa) in un luogo affollato e trafficato (piazzale Loreto) è caduta a terra. Sangue e urla. E nulla di sua proprietà, dalla borsetta al computer, dal cellulare al portafoglio, che è stato portato via. Un colpo secco in volto e la fuga dell’aggressore. Roba da pugili e non da rapinatori. Un colpo preciso da knockout.

E infatti così si chiama il «gioco», che poi consiste nella folle azione di stendere i passanti con le mani e a volte anche con i calci: knockout game. Eccolo a Milano. L’abbiamo importato dall’America e ci stiamo specializzando. Anzi no, attenzione: importato fino a un certo punto. Una decina d’anni fa, in varie città, da noi c’erano stati agguati simili per modalità e per conseguenze. Dopodiché la moda era stata accantonata e adesso, da Torino a Roma, da Napoli a Genova, è tornata d’attualità, forse per il richiamo, la potenza e la «spinta» dei telefonini.

Sul knockout game ci sono state indagini, che rimangono difficili. Prendiamo il caso in questione. Una delle caratteristiche degli agguati è che ci siano dei testimoni, che i posti siano affollati: la violenza dev’essere «ammirata», documentata, filmata magari da un complice con un telefonino per riversare le immagini su Internet. Scegliere piazzale Loreto, dando per scontato che non sia stata un’aggressione a scopo di rapina oppure la vendetta di un conoscente della ragazza, come peraltro non pare ai carabinieri che hanno raccolto la denuncia, ha «preteso» una scelta precisa; è stato messo in conto il rischio legato alla presenza di telecamere esterne, ad esempio delle banche. I carabinieri sarebbero in possesso di una «diretta» della scena: al momento poco cambia.

C’è un ragazzo che sbuca da una macchina e sullo slancio colpisce la 30enne. D’accordo. Però chi è quel ragazzo? Come riuscire ad acquisire elementi per arrivare alla sua identità? Può aver commesso magari l’errore di esser sceso nella stazione del metrò di Loreto e di essere rimasto «memorizzato» nei filmati delle telecamere dell’azienda dei trasporti. Può essere. Ma potrebbe non bastare. La vittima ha affidato il racconto alla voce di un amico. Lei fa sapere che proprio non se la sente, che ormai - giura - ha paura a passeggiare per strada perfino in pieno giorno e lui ricostruisce: «Camminava dietro ad altre due ragazze che parlavano tra loro. Quelle hanno svoltato a un angolo e la mia amica ha proseguito. Ha notato un’ombra sgusciare dalle macchine parcheggiate e s’è ritrovata al suolo».

C’è il video delle telecamere di piazzale Loreto e potrebbe esserci in giro il video girato da un complice. Ma il confronto con l’America è ancora fortunatamente impari: negli Stati Uniti la moda è diventata una mania e la mania un vizio, ci sono centinaia di immagini di ragazzi e adulti colpiti, incapaci di difendersi, le mani che si muovono tardive per coprire le parti del corpo doloranti.

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