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In un capannone 450 tonnellate di rifiuti pericolosi

  • Venerdì, 28 Agosto 2015 11:44 ,
  • Pubblicato in LA STAMPA

La Stampa
28 08 2015

Fabbriche abbandonate, rifiuti pericolosi nascosti o interrati, cumuli di scorie ammassati dove capita e bonifiche che non sono mai state effettuate. E nel Torinese scatta l’allarme ambientale. L’ultima scoperta è stata fatta dalla Guardia di Finanza di Torino, a San Gillio, piccolo paese immerso nel verde che dista meno di una ventina di chilometri dal capoluogo. In una vecchia officina meccanica e di stampaggio di materiali a freddo, dichiarata fallita nel maggio 2006, i baschi verdi hanno rinvenuto e sequestrato 450 tonnellate di rifiuti speciali pericolosi. Tra questi ci sono ben 12 tonnellate di lastre di eternit. Gran parte di queste sono rimaste come copertura dello stabilimento, altre sono state accatastate su un’area di circa 5mila metri quadrati che confina con un palazzo abitato. Ma, come hanno evidenziato gli investigatori: «Nessuno si è mai lamentato di nulla».

I baschi verdi e i tecnici dell’Arpa hanno anche scoperto sei quintali di oli esausti da decontaminare, stoccati in bidoni non sigillati. Per questo gli inquirenti stanno anche cercando di capire se i veleni si siano infiltrati nel terreno e negli scarichi per il recupero delle acque piovane. I militari del «Nucleo operativo pronto impiego» hanno poi sequestrato 430 tonnellate di masserizie provenienti da lavori di demolizione dell’edificio e denunciato per deposito incontrollato di rifiuti l’amministratore unico della società immobiliare proprietaria del sito. Solo un mese fa, a Givoletto, un altro Comune della zona, la finanza aveva scoperto una «bomba ecologica»: acido cloridrico, acido solforico, cloruro ferrico, acque di galvanica, solfati, oli esausti e vernici poliuretaniche. Veleni abbandonati nella zona industriale, nel cortile di una ditta fallita lo scorso anno.

Al termine delle attività di rilevazione gli investigatori hanno recuperato rifiuti chimici pericolosi e corrosivi per circa 170 tonnellate oltre a 90 tonnellate di rifiuti speciali accumulati in maniera disordinata in un’area di circa 6 mila metri quadrati. I finanzieri hanno identificato e denunciato cinque italiani per deposito incontrollato di rifiuti e inquinamento ambientale. All’origine di questi scempi all’ambiente ci sarebbero i costi di smaltimento dei rifiuti, considerati troppo esosi da qualche imprenditore.

Gianni Giacomino

La vita dei braccianti schiavi nel Ghetto che non dorme mai

  • Venerdì, 28 Agosto 2015 11:02 ,
  • Pubblicato in Flash news

Globalist
28 08 2015

Reportage dalla baraccopoli di Rignano Garganico (Foggia), che arriva a ospitare fino a duemila immigrati durante la raccolta dei pomodori.

Quando non raccoglie pomodori, oppure asparagi, S. va in cerca di cartoni, teloni di plastica, tubi per l'irrigazione. Nascono così, autocostruite, e aumentano di anno in anno affastellandosi tra vicoli e strade fangose, le decine di baracche del Gran Ghetto, la più grande tra le baraccopoli di raccoglitori di pomodori in Puglia. Nei mesi estivi arriva a ospitare oltre duemila braccianti, originari soprattutto dell'Africa Occidentale.

Gli abitanti del Gran Ghetto, che sorge su una sorta di "terra di nessuno" tra i tre comuni di Foggia, San Severo e Rignano Garganico, rappresentano poco meno del dieci per cento dei lavoratori stagionali della Capitanata, una delle più importanti zone di produzione di pomodori del sud Italia, destinati soprattutto all'industria conserviera.

Il ghetto che non dorme mai. Intorno alle tre della mattina si svegliano e si preparano i primi raccoglitori, pronti a partire per campi di pomodori o cipolle, per i vigneti e le serre distanti anche un paio d'ore di automobile. I caporali li trasportano, per cinque euro a persona, su furgoni riarrangiati, spesso rubati, molti con targhe bulgare o rumene, che caricano anche venti lavoratori per volta su tre file di panche di legno sistemate al posto dei sedili. Lavoreranno sotto il sole per un orario variabile, dalle quattro- cinque ore fino alle dieci e più, a seconda di quanti camion arriveranno per ritirare i cassoni riempiti dell'oro rosso della Capitanata. Niente camion, niente lavoro. E quando c'è, il lavoro è a cottimo, tre euro e cinquanta a cassone. Si racconta di chi ne ha raccolti anche più di trenta, di cassoni. Si prende in giro chi non riesce a superare i sette. In media i ragazzi e gli uomini che ora stanno in fila con gli occhi pesti di sonno viaggiano tra i dieci e i quindici a giornata. Tolte le spese del trasporto, significa guadagnare una trentina di euro al giorno per spaccarsi la schiena a strappare le piante e scuotere i frutti dentro il cassone.

"In Africa nessuno mi crederebbe". Fa ancora fresco quando partono ognuno con il proprio zainetto, con il panino per il pranzo, e in mano le taniche di acqua rivestite di patchwork di stoffa e panno, da bagnare anche esternamente per cercare di tenere fresco il contenuto anche sotto il solleone dei campi. All'ora delle prime partenze, le decine di locali del Gran Ghetto hanno appena spento la musica. Anche i bar e i night club sono baracche, sempre di plastica e cartone, a volte anche legno e lamiera. Sono arredate e decorate con teli di stoffa, frigoriferi per le bibite e luci colorate alimentati da rumorosi generatori a benzina. Il resto della baraccopoli si sveglia progressivamente. I furgoni continuano a partire fino alle cinque o anche alle sei per i campi meno distanti.

Alle sei e trenta parte anche il primo pullman per Foggia, che dista solo quattordici chilometri di strada, solo nell'ultimo tratto sterrata e piena di buche. Quattordici chilometri nei quali si attraversa il confine invisibile tra il Gran Ghetto e l'Unione Europea. "Se lo raccontassi in Africa, nessuno crederebbe che questa è Europa", ripetono i braccianti, da quelli appena arrivati a quelli che al Ghetto ci vivono ogni estate da alcuni anni.

Privacy degli sguardi. Oltre allo sfruttamento che subiscono al lavoro, che porta a molti di loro infortuni, mal di schiena e ferite, i braccianti si trovano a vivere senza elettricità, con tre punti per la raccolta di acqua per lavarsi e alcune cisterne riempite quotidianamente, con venti bagni chimici in tutto, che dovrebbero servire oltre duemila di acqua potabile. I campi e gli uliveti intorno al Ghetto sono trasformati in wc all'aria aperta, dove la minima privacy necessaria è garantita da scambi di sguardi. Quando si va al bagno si tace, per le strade e i vicoli del ghetto invece si parla e si fanno affari in continuazione. "Come stai, tuttoapposto?" "Pomodoro, fatica", sono le frasi che risuonano in italiano, francese, inglese e decine di lingue africane.

Il ghetto è condizioni igieniche disperate, ma anche solidarietà, incontro, persino divertimento e festa. Chi vive nella stessa baracca (le più grandi possono contenere anche cinquanta materassi) si organizza in piccoli gruppi per cucinare a turno e poi mangiare insieme il riso, la carne, il sugo di arachidi. Sulle bombole a gas o su piccoli falò di fronte alle baracche. Il lavoro è ognuno per sé, il resto è condivisione. Dai turni per il cibo alla donna ivoriana che ogni mattina e sera va a fare le iniezioni di antibiotico prescritte dai medici di Emergency a un ragazzo di ventisette anni infortunato per un cassone che gli è caduto sul piede. Il suo caporale per risarcirlo gli ha dato dieci euro. La donna, quando lo saluta dopo l'iniezione, gli dice: "Per qualche giorno, se vuoi, ti aspetto per mangiare da me a credito, mi pagherai quando puoi".

Giulia Bondi

Cinque regole per sconfiggere il caporalato

Internazionale
27 08 2015

Sun Tzu, nel suo trattato sull’arte della guerra (quarto secolo avanti Cristo), prescrive una piena consapevolezza prima di muovere battaglia. “Misurare gli spazi”, ovvero conoscere il terreno, è la prima regola del maestro cinese; “quantificare le forze” la seconda. Ai dati ottenuti andrà poi applicato il “calcolo numerico”, la “comparazione” e, infine, la valutazione delle “possibilità di successo”.

Proviamo a utilizzare queste regole per analizzare il modo in cui gran parte dei mezzi d’informazione e (a ruota) le istituzioni dichiarano periodicamente guerra al caporalato, cioè al reclutamento illegale di manodopera in agricoltura.

La “misurazione degli spazi” è apparentemente semplice: in questa estate del 2015 la Puglia è di nuovo al centro dell’attenzione, ma la questione non è strettamente meridionale (anche Slow Food ha appena raccontato il caporalato nelle Langhe). Però, giunti al secondo passaggio suggerito dallo stratega orientale, la “quantificazione delle forze”, cominciano subito le difficoltà, perché la retorica prevalente si ferma a chi vede (i “caporali” e gli agricoltori), trascurando del tutto il contesto.

Si scorra la rassegna stampa seguita alla morte di caldo e sfinimento a Nardò (Salento) di Mohamed Abdullah, bracciante quarantasettenne dal Sudan, e non vi si troverà quasi accenno alla filiera del pomodoro. Ampi sono i resoconti delle brutalità dei caporali (“gli schiavisti”): le minacce, la sottrazione di parte del salario e in aggiunta la vendita a caro prezzo dei mezzi indispensabili durante il lavoro (l’acqua, un panino) e durante la permanenza nei ghetti (il posto letto, l’elettricità, il trasporto).

Si parla delle spaventose condizioni di lavoro, della complicità delle aziende agricole che assumono servendosi dei caporali e dell’inadeguatezza delle istituzioni preposte al controllo. Ci viene poi addebitata, da alcuni commentatori, una corresponsabilità quali consumatori di pomodori, sughi e passate “per cui vogliamo spendere troppo poco” – discorso retorico che colpendo gli incolpevoli finisce, ineluttabilmente, per distrarre dall’individuazione dei veri responsabili.

Ma poco o nulla si dice della storia economica di quei pomodori, del modo in cui tra il campo e il supermercato producono profitto, e per chi lo producono. Quindi, tornando alle regole del maestro Sun: non c’è “quantificazione delle forze” né “calcolo numerico”, non si può di conseguenza arrivare a una “comparazione” e non c’è dunque alcuna “possibilità di successo”.

A ben vedere il caporalato viene anzi trattato come un corpo estraneo ai processi economici, e quindi – Sun Tzu ne riderebbe di certo – sembra quasi che l’esercito contro cui si minaccia guerra sia privo di ufficiali e di stato maggiore e sia composto esclusivamente da, appunto, caporali. C’è da domandarsi come sia possibile che un tale esercito tenga in scacco le istituzioni.

Carne da cannone

Naturalmente, invece, una catena di comando e uno stato maggiore ci sono, anche se chi ne fa parte non può essere rappresentato con le tinte forti che s’attagliano ai caporali. Il pittore tedesco George Grosz, negli anni venti del secolo scorso, disegnava signori della guerra dal petto decorato e capitani d’industria con il sigaro nell’atto di brindare mentre progettavano come meglio affamare i poveri e farne carne da cannone. Ma quella che allora era una comunicazione efficace oggi è del tutto inutilizzabile.

Il capitalismo contemporaneo è una rete di relazioni e processi impersonali che copre l’intero pianeta, il suo sottosuolo, il suo spazio aereo fin oltre l’atmosfera: farne il ritratto in una sola immagine è impossibile. Ciò nonostante qualche tratto di china sulla produzione del profitto nella filiera agroalimentare può essere utile per interpretare il quadro complessivo.

Il primo che proviamo a tracciare riguarda i modelli distributivi del cibo e la loro evoluzione. Sentiamo, a questo proposito, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato, meglio nota come Antitrust:

In termini di incidenza sul totale del commercio alimentare, fresco e confezionato, la grande distribuzione organizzata (gdo) è passata dal 50 per cento circa del 1996 all’attuale 72 per cento. A fronte di tale andamento si sono registrati una netta contrazione del dettaglio tradizionale, passato dal 41 per cento circa del 1996 all’attuale 18 per cento, e un leggero rafforzamento del peso degli altri canali (commercio ambulante, gli acquisti diretti presso le aziende agricole eccetera), passati dal 9,2 per cento al 10,6 per cento.

Per gdo si intendono i supermercati (dal mini all’iper), quasi sempre appartenenti o affiliati a una catena distributiva (Coop, Conad, Esselunga, Selex, Auchan, Carrefour eccetera). La gdo, spiega la citata indagine dell’Antitrust, è in grado di esercitare uno smisurato buyer power (potere contrattuale negli acquisti) nei confronti dei propri fornitori. Questi fornitori (o subfornitori) a loro volta, scaricano sui lavoratori le conseguenze del loro risicato margine di profitto. In diverse filiere, come quella del pomodoro, “la presenza di un gran numero di lavoratori vulnerabili e disponibili a salari bassi [… consente] a molte aziende di reggere alla crescente pressione sui prezzi dei prodotti agricoli operata da commercianti, industrie conserviere e catene della grande distribuzione organizzata (Ben oltre lo sfruttamento: lavorare da migranti in agricoltura, il Mulino, n. 1/14).

Va da sé che il reclutamento e il disciplinamento di quel “gran numero di lavoratori vulnerabili” ingaggiati a pessime condizioni è garantito e può essere garantito solo da caporali.

I luoghi di produzione

Il secondo tratto del nostro schizzo rappresenta l’indifferenza ai luoghi di produzione. Non c’è regione, stato e neppure continente che tenga: le grandi aziende di trasformazione e la gdo comprano dove trovano docilità nel fornire agli standard richiesti e a minor costo, e l’esclusione di un fornitore o di un intero territorio derivano dalla semplice pressione di pochi tasti. Si potrebbe quasi dire che è la costante possibilità di quel gesto digitale e asettico ad alimentare il concreto potere di minaccia dei caporali.

A questo punto entrano in gioco le politiche dell’Unione europea, che incentivano la trasformazione dei sistemi agricoli nordafricani orientandoli verso l’export (al servizio di gdo e grandi grossisti e trasformatori del nostro continente), con il risultato di impoverire la maggioranza dei contadini e dei braccianti tanto qui quanto sull’altra sponda del Mediterraneo. E naturalmente entrano in gioco le politiche migratorie, in costante e sotterraneo dialogo con la creazione di lavoro ricattabilissimo.

Oltre a quello della brutalità dei caporali, c’è un altro polo discorsivo utilizzato nella lotta allo sfruttamento estremo in agricoltura: quello della “legalità”. Che, almeno secondo Coldiretti, la principale associazione di rappresentanza degli agricoltori italiani, potrebbe essere rafforzata da una maggiore diffusione del voucher come strumento retributivo per i braccianti. Cos’è un voucher?

Un metodo di pagamento delle ore lavorate attraverso un ‘assegno’ di 10 euro lordi che può essere riscosso all’Inps e acquistato in varie sedi, tra cui tabacchini e poste. […] Il ‘lavoratore-voucher’ non ha diritto a ferie, malattie, maternità, tredicesima, quattordicesima e a indennità di disoccupazione [… e] acquistando un voucher al giorno si può coprire a livello assicurativo e contributivo un’intera giornata di lavoro (Il regime del salario, Connessioni precarie).

In verità è assai probabile che, con gli attuali rapporti di forza, il voucher non costituisca affatto un’emersione del lavoro nero. Anzi: sui campi dei pomodori (negli agrumeti, tra i filari di vite e così via) alcuni lavoratori potrebbero essere messi “in regola” con un voucher al giorno, assicurando a caporali e datori di lavoro l’impunità anche in caso di controllo, mentre verso altri braccianti si potrebbe usare l’impossibilità di pagarli con voucher (magari perché privi di documenti in regola) per imporre loro condizioni salariali ancora peggiori.

E comunque, più in generale, risulta problematico appellarsi alla “legalità” nel mercato del lavoro quando le leggi che lo normano sembrano ormai ispirarsi a forme di caporalato soft (tramite esternalizzazioni, intermediazioni, eliminazione dell’indennità di malattia e, in fieri, della pensione, negazione del diritto di sciopero eccetera).

Questi sono solo pochi tratti di penna, come promesso: siamo ancora ben lontani da una valida “quantificazione delle forze”, lontanissimi da un “calcolo numerico” e di “comparazione” non è neppure il caso di parlare. Ma, almeno, il maestro Sun smetterà di ridere di noi.

Wolf Bukowski

"Noi, i bimbi della diossina ancora trattati da colpevoli"

  • Giovedì, 27 Agosto 2015 08:37 ,
  • Pubblicato in Flash news
Corriere della Sera
27 08 2015

Il disastro dell`Icmesa a Seveso il 10 luglio 1976 raccontato da una fotografia. E da quattro bambini devastati dalla nube tossica che ricordano cosa successe e come sono cambiate le loro vite.

Nell`immagine pubblicata dal Corriere della Sera nove giorni dopo il disastro, vedete da sinistra a destra le sorelle Senno e i cugini Conte. Le famiglie abitavano a ridosso della fabbrica che sprigionò nell`aria quattrocento chilogrammi di veleni.

Questi come tutti gli altri bimbi colpiti hanno sempre cercato di vivere nascosti, pur essendo irriconoscibili visto che gli originali lineamenti sono stati stravolti dalla cloracne e dalle decine di operazioni di chirurgia estetica: ancora oggi a Seveso c`è chi incolpa le vittime di avere fatto i soldi grazie ai risarcimenti. ...

caporalatoLavorare in nero, cioè senza uno straccio di contratto, o in grigio, con un contratto finto, da cui risulti un salario doppio o triplo di quello reale è una pratica molto ben collaudata nei grandi lavori stagionali agricoli.
Carlo Vulpio, Corriere della Sera ...

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