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CarcereMaria Novella De Luca, La Repubblica
14 settembre 2015

D: "Noi sorelle, madri, figlie, abbiamo rotto il silenzio su questi omicidi di Stato. Forse da oggi sarà più difficile uccidere un ragazzo". [...] Valeva la pena di lottare così?
R: "Certo. A qualunque prezzo. Infatti il muro dell'omertà si sta già sgretolando".  ...

Dinamo Press
14 09 2015

Falsa testimonianza, un maresciallo dei carabinieri sotto inchiesta per il caso della morte di Stefano Cucchi.

Un maresciallo dei carabinieri, Roberto Mandolini, è stato messo sotto inchiesta per falsa testimonianza sul caso di Stefano Cucchi. La vicenda di Stefano ha destato molto scalpore nell’opinione pubblica soprattutto dopo la sentenza della Corte d’Appello, che ha decretato che Stefano è morto per disidratazione e mancanza di cibo – e non per le violente e palesi percosse ricevute durante la custodia cautelare. Nessun colpevole è stato individuato – tutti i medici e gli agenti di polizia penitenziaria sono stati assolti – e la morte (o forse sarebbe meglio dire l’uccisione) di Stefano è rimasta senza nessun colpevole. La famiglia ha però presentato ricorso in Cassazione e la prima udienza si terrà nel mese di dicembre.

Come in ogni caso di violenze perpetrate dalle forze dell’ordine ai danni di cittadini, anche la vicenda di Stefano Cucchi è stata caratterizzata da un muro di omertà e connivenza interne al corpo stesso. Nessuno ha parlato, nessuno ha visto niente, nessuno sa cos’è successo a quel ragazzo. Una cosa vergognosa, che testimonia ancora una volta come le forze dell’ordine si sentano un gradino sopra i comuni mortali e come, anche di fronte all’evidenza del corpo martoriato di Stefano, siano immuni alla legge stessa.

La connivenza e il cameratismo tra le forze dell’ordine ha portato un maresciallo dei carabinieri, all’epoca vice comandante di Tor Sapienza, a testimoniare il falso al processo per proteggere i suoi colleghi: Stefano Cucchi, infatti, non è mai stato sottoposto al fotosegnalamento e alla presa delle impronte, procedura standard per chiunque si trovi in stato di fermo. Roberto Mandolini disse che questo non fu fatto perché Stefano non voleva sporcarsi con l’inchiostro per le impronte – spiegazione abbastanza blanda e assolutamente non convincente dato che nessuno, in quelle situazioni, chiede il permesso per farlo.

Il fatto è abbastanza importante perché è la prima volta che sono coinvolti anche i carabinieri nel caso di Stefano Cucchi (per adesso solo i medici del Pertini e gli agenti di polizia penitenziaria sono stati sottoposti a giudizio). A dicembre si terrà la prima udienza della Cassazione e chissà che non si riesca ad abbattere quel muro di omertà e menzogne che da troppo tempo pesa – e offende – sulla memoria di Stefano Cucchi.

La perizia che riapre il caso

Quando Stefano Cucchi è morto aveva la terza vertebra lombare e la quarta vertebra sacrale fratturate "di recente", in modo "assolutamente contestuale" e "verosimilmente a causa di un trauma compressivo". A rivelarlo è una nuova perizia medica firmata dal prof. Masciocchi depositata ieri in procura, a Roma, dalla famiglia.
Eleonora Martini, Il Manifesto ...

Il caso Uva è in cerca di verità da sette anni

).

D’altra parte, Giuseppe Uva era “solo un gruista”, il cui “stile di vita” sarebbe stato testimoniato dal fatto di non indossare mutande (cosa puntualmente smentita dalla testimonianza degli infermieri che dichiararono di aver tagliato lo slip con le forbici e di averlo buttato perché intriso di sangue).

Quest’ultimo dettaglio è significativo: è molto difficile, per chi non segue i processi, immaginare quale possa essere il linguaggio giudiziario, quale il genere letterario frequentato da un pubblico ministero, quale il peso maleodorante del pregiudizio scaricato su una vittima (dello “stile giudiziario” del procuratore Abate si ha conferma in molti passaggi della testimonianza di Luigi Manconi, ascoltato come “persona informata dei fatti” dallo stesso pm).

Ecco, queste sono le premesse attraverso le quali si arriva all’attuale dibattimento. E sembra proprio che tutto quel bruttissimo pregresso continui a condizionare l’attuale svolgimento: gli atteggiamenti degli attori, le modalità con cui vengono trattati i familiari di Uva e i testimoni vulnerabili come Biggiogero: qualcosa che ricorda i versi dell’antologia di Spoon River adattati e musicati da De André.

Eppure, in questa storia terribile di dolore e morte, emerge un dato impossibile da ignorare. Nell’assenza delle istituzioni, nella complicità di molti dei mezzi d’informazione, nell’indifferenza di gran parte della cittadinanza, una donna, pressoché da sola, ha reso possibile che questa storia non diventasse uno dei tanti fascicoli archiviati a prendere polvere negli scantinati di qualche tribunale.

Quella donna si chiama Lucia Uva, e il fatto che si tratti di una donna ci pare determinante. La sua storia non è così rara. Negli ultimi anni, e facendo un elenco che purtroppo non esaurisce una lunga teoria di tragedie, possiamo ricordare Federico Aldrovandi, Stefano Cucchi, Michele Ferrulli, Aldo Bianzino, Marcello Lonzi, Dino Budroni. Accanto ai loro nomi, si ritrovano quasi sempre quelli delle loro madri o figlie o sorelle o mogli: Patrizia Moretti, Ilaria Cucchi, Domenica Ferrulli, Roberta Radici, Maria Ciuffi, Claudia Budroni.

In tutte queste vicende c’è una costante: una donna che assume suo malgrado il ruolo di protagonista. Figura tragica, ma non di vittima. Perché accade questo? Le ragioni sono molte.

Le donne stanno là, dove si manifesta più forte il vincolo profondo e intimo costituito dal legame di sangue. Ed è il genere femminile che tende a vivere con maggiore intensità quel legame. In qualche misura, la donna resta – al di là dei cambiamenti culturali e dei processi di emancipazione – la custode degli affetti familiari e la garante della loro persistenza nel tempo. Quel ruolo pubblico di madre, moglie, figlia, sorella di qualcuno che ha perso la vita attribuisce forza morale e responsabilità.

Avviene qualcosa che porta quelle madri mogli figlie e sorelle ad agire. Quell’agire, nella gran parte dei casi, non ha nulla di autocommiserevole. Anche nelle manifestazioni più dolenti dello strazio i toni si mantengono, in genere, controllati, le parole misurate, il discorso – l’atto di accusa, quando c’è – si muove sul piano razionale.

Emerge un forte e intelligente senso della giustizia offesa e del diritto negato, che si traduce in domanda di verità. Ed è proprio questo che fa Lucia Uva: parla come una cittadina consapevole, che esige giustizia e non invoca mai vendetta (così come mai l’hanno invocata Patrizia Moretti Aldrovandi, Ilaria Cucchi, Domenica Ferrulli e le altre).

E questo non accade per una presunta bontà d’animo, ma perché quelle morti sono avvenute a seguito di situazioni assai complesse, dove si intrecciano – all’interno delle istituzioni statuali e degli apparati di polizia – reati e negligenze, atti criminali e omissioni di soccorso, irregolarità e abusi, colpe professionali e ottusità burocratiche.

E dove operano più soggetti, con diverse competenze e diversi livelli di responsabilità, tenuti insieme da rapporti di correità o da vincoli di omertà, spesso tutelati da una catena di comando di cui è difficile individuare l’anello collocato al livello più alto. Da qui discende che l’affermazione più frequente – la domanda e l’impegno di Lucia Uva, in questo caso – diventi: “Voglio sapere come è morto”.

Quel “come è morto” è, effettivamente, il quesito più drammatico che attraversa la vicenda di Giuseppe Uva. E quanto fatto in questi anni da Lucia Uva corrisponde a un vero e proprio conflitto “per la verità”, mentre lo stato, le sue istituzioni e i suoi apparati risultano essersi comportati come una sorta di Sistema della Menzogna, della Dissimulazione e dell’Occultamento.

È anche questo, probabilmente, che in tanti lunghi anni ha sollecitato e sostenuto quell’azione così particolare svolta da Lucia Uva: una battaglia per la giustizia contro l’iniquità, e – in qualche modo – per la vita contro la morte. Essere sorella della vittima attribuisce una titolarità di ruolo, ma rappresenta appena una premessa. Ciò che è avvenuto dopo (e che avviene per tutte le altre storie prima citate) è davvero sorprendente e straordinario: Lucia Uva è stata capace di trasformare il suo dolore più intimo in una risorsa pubblica.

Partendo dalla sofferenza, patita nella sfera più profonda e privata, si è fatta soggetto di una iniziativa che va assai oltre il legame familiare. È diventata attore pubblico e, a suo modo politico, portando energia e innovazione alla politica stessa. Semmai quest’ultima volesse ascoltare. Se così facesse, infatti, la politica potrebbe trovare nelle vicende di Lucia e delle altre, una trama di tensioni e di passioni preziose per la politica stessa.

È per ciò che dispiace davvero molto che questa donna, con la sua storia e il suo dolore, il suo impegno e la sua speranza, in quell’aula di tribunale – ieri come oggi – si sia trovata così spesso sola.

Luigi Manconi
Valentina Calderone

L’Espresso
17 03 2015

Stefano Cucchi non è morto di fame e di sete. Per questo, secondo i familiari assistiti dall'avvocato Fabio Anselmo, il reato su cui deve indagare la procura di Roma è omicidio preterintenzionale. Lo scrivono in una memoria depositata pochi giorni fa in cui chiedono al procuratore capo Giuseppe Pignatone di valutare questa ipotesi di reato.

In pratica, sostiene la famiglia Cucchi, Stefano è morto per il pestaggio subito. Una tesi che le motivazione della sentenza di secondo grado della corte d'appello rafforzerebbe. «Questo verdetto offre concreti riscontri per affermare che nel caso di specie si tratta propriamente di omicidio preterintenzionale». In altre parole, qualcuno ha picchiato Cucchi subito dopo l'arresto: non voleva ucciderlo, ma quelle lesioni hanno poi provocato la sua morte.

Nel frattempo, parallelamente alla seconda inchiesta sulla morte del giovane geometra romano, la procura generale e i Cucchi hanno presentato il ricorso in Cassazione contro l'assoluzione degli imputati nel processo di secondo grado. I medici e le tre guardia penitenziarie prosciolte dalle accuse ora dovranno passare per la suprema Corte.

Il documento inviato al capo della procura capitolina, Giuseppe Pignatone, è invece un'analisi delle conclusioni a cui sono giunti i giudici di secondo grado. E sulla base di queste l'avvocato Anselmo darà battaglia. «La corte d'assise d'appello non ha mai negato che la morte di Stefano Cucchi è legata alle lesioni che ha subito e che sono attribuite agli agenti di polizia penitenziaria imputati. Per non riconoscere l'eccepita nullita bastava sostenere che la sua morte non ha alcun legame con le percosse subite», si legge nella memoria.

Per questo i giudici hanno trasmesso gli atti, così come richiesto da Anselmo durante il dibattimento, in procura. Lo hanno fatto con questa motivazione: «Al fine di accertare eventuali responsabilità di persone diverse dagli agenti di polizia penitenziaria giudicati da questa Corte». Ma non c'è solo questo nelle motivazioni della Corte.

Un passaggio riguarda la relazione dei periti del giudice di primo grado in cui sostenevano che la morte fosse dovuta a «inanizione», privazione, cioè, di acqua e di cibo. «La tesi dei periti deve ritenersi senza fondamento», scrivono nella memoria, e citano le parole del collegio giudicante: «La tesi della sindrome da inanizione seguita dal primo giudice non può essere condivisa, poiché si basa su elementi di fatto che non hanno trovato riscontro nelle risultante del processo».

I giudici di secondo grado quindi ritengono contrastante la tesi degli esperti con quanto emerso nel dibattimento. Contestano, per esempio, la misurazione del peso di Stefano: « La valutazione del peso all'ingresso in carcere deve considerarsi frutto di superficialità nelle rilevazioni e peraltro osserva la Corte che la morte per inanizione non può essere la conseguenza di un digiuno protratto per soli sei giorni, perciò gli stessi periti hanno dovuto sostenere che la sindrome era insorta già da diverso tempo, quanto meno a partire dal 2009».

Affermazioni, scrivono nel memoriale, non supportate da dati concreti. E nemmeno gli organi del geometra presentavano le caratteristiche tipiche di chi muore per fame e per sete. Non solo, anche per quanto riguarda l'insorgenza dei primi sintomi mancavano riferimenti bibliografici, e si faceva riferimento alla sola «esperienza personale di uno dei componenti del collegio peritale».

La sentenza di secondo grado e l'atto di accusa della difesa di Cucchi, dunque, indeboliscono la tesi del decesso per fame e sete di Stefano. E rafforzano l'ipotesi delle lesioni alla base della morte. Una pista che i familiari chiedono di seguire ai pm che hanno in mano il nuovo fascicolo

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