minima&moralia
23 09 2015

Ho sempre trovato odioso il modo in cui Erri De Luca scrive. Enfatico, ricattatorio, autocelebratico, dannunziano, kitsch. Ho trovato le sue posizioni sulla sua militanza in Lotta Continua narcisistiche e irrispettose per i compagni di allora e per il movimento in generale, oltre che politicamente ingenue, vigliacche, sbagliate.
Qualche anno fa sullo Straniero uscì un pezzo di Vittorio Giacopini durissimo intitolato La politica come estetica e come ginnastica.
Giacopini faceva una disamina senza appello dei suoi testi, citando una serie di espressioni che reso il suo stile così celebrato, i suoi libri così popolari, e che per me al contrario l’hanno screditato come scrittore senza possibilità di appello.
Tipo? Citando a caso dai suoi libri e dai suoi articoli:

“Generazione insorta”,
“La comunità divisa e militante, contagiosa”,
“Recinto degli insorti”, la politica come “atletica leggera degli scontri”
la politica come “vento in faccia”,
“E così avanza il giorno per creste, discese, risalite, passaggi in traversata… Oggi è turno di vita… oggi noi siamo cavalieri senza sella di noi stessi”,
“Le prime volte sperimenti il vento che fanno i corpi in corsa… è vento in faccia, corpi di ragazzi e ragazze schizzano via… dietro arrivano le truppe in divisa….”,
“Ho la faccia stropicciata da parecchie rughe, intorno agli occhi, sulla fronte. È un disegno sommario comune a molti operai…”,
“Il servizio d’ordine di Lotta Continua fu a nostra iscrizione al Novecento… si era al mondo per terminare un’opera, sigillare un secolo visionario e antibiotico. Siamo stati gli ultimi iscritti a un tempo grandioso e sgangherato”,

“Parliamo tra noi con un residuo di comunismo nella voce che sta forse nel modo di versare il vino al vicino e sembra in bocca a noi una lingua persa, come lo yiddish, lingua bruciata dalla gente bruciata….”

“Avevo 18 anni nel 1968 e quello non era il ballo dei debuttanti, ma la tarantella degli scasati, di quelli che erano usciti di casa”,
“Ficcavo le dita nel cavo delle ascelle, poi portavo al naso, ecco veniva l’odore abbrustolito dei lacrimogeni, il frastuono di gridi in una mischia, colpi, qualcuno a terra, sono io, le guardie addosso… rituffo le dita nelle ascelle, ecco l’odore dei lubrificanti bianchi… di fabbrica…”,
“Noi abbiamo trascinato la storia come Orfeo ha fatto con Euridice… Euridice è il nome… di chi cerca e trova dike, giustizia. Siamo stati un movimento agitato da ragioni di giustizia più che da scopi finali di potere”,

“Le generazioni tornano… Questa di adesso, come la tua… è contemporanea di se stessa, estemporanea al resto… Tu la segui, vai dietro alle sue mosse e alle licenze che le autorità si prendono contro di lei. Tu con le tue passate notizie di piazze arrostite affumicate…”
Etc…
Ma è proprio per questo, perché di De Luca penso che sia un intellettuale disonesto e uno scrittore furbo e mediocre, che ritengo assurda, spregevole, ributtante la richiesta della procura di Torino di condannarlo a otto mesi di reclusione per istigazione a delinquere perché ha invitato a sabotare i lavori della Tav – sabotaggio che invece io ritengo legittimo.
Ecco qui: si può essere d’accordo con De Luca sulla battaglia contro la Tav, si può essere allucinati per la richiesta di condanna e carcerazione, e si può pensare che scriva davvero male.
Le parole che non ci piacciono si difendono e si combattono con altre parole, non con i processi.

Tutta la solidarietà a Erri De Luca.

Iraq. La piazza non molla e si organizza

  • Mercoledì, 16 Settembre 2015 07:35 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
16 09 2015


Da sette venerdì consecutivi la popolazione irachena scende in strada, in massa. Per chiedere che le riforme entrino in vigore, invocando le dimissioni del Primo ministro. E per organizzarsi.

“Lo slogan più importante oggi era diretto al Primo ministro”, racconta Hisham da Baghdad, mandando messaggi vocali via Facebook ad Osservatorio Iraq.

“Deve lasciare, deve dimettersi”, è la sentenza della piazza,che al settimo venerdì consecutivo di protesta comincia ad alzare il livello delle richieste.

Rispetto ad una settimana fa, Haider al-Abadi gode di ancora meno credibilità rispetto alle riforme da lui stesso promosse e approvate l’11 agosto scorso in Parlamento, ma ancora non entrate in vigore. E se fino ad ora le dimostrazioni erano mosse più dalla spontaneità e dal passaparola (venerdì a Baghdad c’erano comunque circa 17mila persone, a piazza Tahrir), venerdì qualcosa è cambiato.

Attivisti, intellettuali, rappresentanti di organizzazioni della società civile, alcuni dei quali parteciparono alle dimostrazioni del febbraio 2011, hanno annunciato la formazione di una “Amministrazione delle manifestazioni”.

L’annuncio è stato pubblicato sulla piattaforma dell’Iraqi Civil Society Solidarity Initiative (ICSSI), sostenuta, tra le altre, anche dall’associazione italiana “Un ponte per...”. Lo riportiamo di seguito tradotto in italiano.

Sono ormai passate sei settimane da quando le manifestazioni pacifiche a Baghdad e nelle province irachene sono iniziate. Ma ancora manca una reale risposta dal governo alle legittime richieste dei manifestanti per riformare il sistema politico, per invocare la responsabilità dei funzionari corrotti e per pretendere i servizi necessari e di base per la popolazione.

Le dimostrazioni vivaci e pacifiche di piazza Tahrir hanno ispirato un numero crescente di persone a prendervi parte – attiva, in quanto attivisti nonviolenti. Questo fatto, a sua volta, ha evidenziato la necessità di una maggiore organizzazione.

In risposta a questa esigenza un certo numero di attivisti di lungo periodo, molti dei quali hanno diligentemente lavorato per un Iraq unico e democratico sin dalle manifestazioni del febbraio 2011, hanno cominciato ad assumersi questa responsabilità. Queste stesse persone hanno organizzato le proteste e hanno rappresentato i manifestanti, spesso parlando in loro nome.

Attivisti, intellettuali e rappresentanti di organizzazioni civili, si sono visti e hanno tenuto una riunione in cui hanno scelto di formare una "Amministrazione delle manifestazioni". L’obiettivo è quello di coordinare le richieste di negoziazione delle riforme con le autorità di Baghdad. I nomi dei suoi membri saranno annunciati più avanti.

Alla luce di tutto questo, è con grande soddisfazione che salutiamo la saggia autorità religiosa di Najaf (l’Ayatollah al-Sistani, ndt) per il sostegno che ha offerto alle nostre legittime richieste, che si manifesta nella sua decisione di dare priorità allo Stato civile rispetto ad altre lealtà e affiliazioni, e in questo, sostenendo la nazione nella sua lotta contro la corruzione.

Inoltre va notato che un mese fa, dopo l'inizio delle manifestazioni, le presidenze del Consiglio dei ministri e la Camera dei Rappresentanti hanno presentato due documenti di riforma che sono stati votati in Parlamento. Anche se questi documenti non corrispondevano chiaramente al livello delle rivendicazioni popolari sono stati comunque accolti positivamente dall'opinione pubblica, e sono stati considerati un possibile primo passo di un percorso di riforme radicali e globali.

Tuttavia, dato che il periodo di un mese che era stato assegnato per l'attuazione delle riforme è scaduto, abbiamo il sospetto che ci siano stati tentativi deliberati di ritardare il processo di attuazione che renderebbe le riforme reali. Gli sforzi per eludere l'applicazione di tali importanti misure sembrano essere stati fatti da forze politiche influenti in seno al Consiglio dei ministri e alla Camera dei Rappresentanti.

Pertanto, confermiamo qui il nostro impegno costante per garantire che queste importanti riforme diventino una realtà. Il nostro impegno è ora più forte di prima di fronte a coloro che cercano di contrastare la volontà del nostro popolo, e continueremo a protestare pacificamente, coerentemente con lo spirito della Costituzione irachena.

Mentre ribadiamola nostra determinazione a marciare sulla via di una riforma reale e di lungo termine, vogliamo sottolineare l'urgente necessità di partire dall'autorità giudiziaria, perché ogni processo di riforma che non inizia con la magistratura alla fine contribuirà alla corruzione e approfondirà le sue radici.

Diciamo tutto questo con passione e convinzione: siamo rafforzati dai numeri in crescita che sono dalla nostra parte, dalla nostra unità e dalla legittimità della nostra causa, e continueremo le manifestazioni pacifiche, invigorendo il nostro movimento, fino a quando i nostri diritti legali saanno rispettati e tutelati.

*La foto pubblicata mostra la conferenza stampa tenuta dagli attivisti venerdì a piazza Tahrir, Baghdad. Si ringrazia Hisham al-Mozany per la gentile concessione.

13 Settembre 2015

di: Stefano Nanni da Dohuk - Kurdistan iracheno

Tratto da osservatorioiraq

Un medium pronto a tutto

  • Domenica, 13 Settembre 2015 09:15 ,
  • Pubblicato in L'Intervento
Internet e democrazia Francesco Antonelli, Il Manifesto
12 settembre 2015

Il rapporto tra Rete e democrazia è uno dei fenomeni più studiati dalle scienze sociali contemporanee.

Un medium pronto a tutto

Il rapporto tra Rete e democrazia è uno  dei fenomeni più studiati dalle scienze  sociali contemporanee. Questo accade  perché, sin dal loro apparire, questi mezzi di comunicazione si caratterizzano per l'interattività e la possibilità data agli utenti di comunicare senza i tradizionali filtri alla circolazione di opinioni e contenuti del passato (mass media, partiti e intellettuali).
Francesco Antonelli, Il Manifesto ...

8 Settembre 1943. La caduta del regime

  • Martedì, 08 Settembre 2015 07:51 ,
  • Pubblicato in Flash news

Contropiano
08 09 2015

Nelle prime ore del mattino Badoglio trasmette al quartier generale alleato ad Algeri un messaggio con il quale informa che il governo italiano non può diffondere la notizia dell’armistizio firmato a Cassibile il 3 Settembre dal generale Castellano a causa della consistente presenza di truppe tedesche ammassate nei dintorni di Roma.

Eisenhower giudica impossibile l’invio di una divisione aviotrasportata a Roma essendo gli italiani nell’impossibilità di fornirle i mezzi di trasporto e respinge la richiesta di rinvio della comunicazione dell’avvenuto armistizio.

Alle ore 16,30 Radio New York anticipa la notizia.

In Italia settentrionale i reparti dell’armata tedesca comandata dal maresciallo Rommel iniziano i rastrellamenti dei soldati italiani e l’occupazione dei punti strategici delle aree industriali e delle vie di comunicazione.

Alle ore 18,45 al Quirinale si svolge una riunione per valutare la situazione. Vi partecipano il re, Badoglio, Acquarone, Guariglia (ministro degli Esteri), Carbone (comandante la piazza di Roma), e i ministri della guerra, della marina, dell’aeronautica. Durante la seduta giunge la notizia che Eisenhower ha annunciato l’armistizio con l’Italia.

Alle 19,45 Badoglio legge un comunicato con cui informa il Paese che “il governo italiano, riconosciuta l’impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze anglo – americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente ogni atto di ostilità contro le forze anglo – americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo. Esse però reagiranno a eventuali attacchi di qualsiasi altra provenienza”. Prive di direttive precise le forze armate si sbandano.

Nella notte a Salerno gli Alleati iniziano le operazioni di sbarco, incontrando una violenta resistenza da parte delle truppe tedesche. Intorno a Roma le divisioni dei Granatieri di Sardegna, Piave e Ariete contrastano l’avanzata dei reparti tedeschi.

Alle ore 5,10 il re e Badoglio accompagnati da un gruppo di militari e di funzionari abbandonano Roma diretti a Pescara, dove un’unità della Marina li porterà a Brindisi sotto la protezione degli alleati.

A Porta San Paolo e in altri quartieri della Capitale l’esercito, con l’appoggio della popolazione, si oppone all’avanzata dei tedeschi comandati dal maresciallo Kesserling. La resistenza durerà fino al giorno 10, quando le truppe italiane saranno costrette a capitolare e i tedeschi occuperanno Roma, formalmente dichiarata “Città aperta”.

Si costituisce il Comitato di Liberazione Nazionale e si compone il primo CLN (nel corso del mese di Ottobre si formeranno quelli regionali). Ne fanno parte Scoccimarro e Amendola per il PCI, Nenni e Romita per il PSIUP, La Malfa e Fenoaltea per il Partito d’Azione, Ruini per Democrazia del Lavoro, De Gasperi per la DC, Casati per il PLI.

Eventi grandi, eccezionali come quelli appena descritti, pongono i popoli e le donne e gli uomini che ne fanno parte davanti alla necessità di scelte drastiche e decisive per l’avvenire della loro nazione, della loro entità collettiva e per loro stessi.

Si verificano passaggi storici che quasi “costringono” a prendere coscienza di verità che, in precedenza, apparivano come latenti o la cui piena consapevolezza sembrava riservata a pochi.

Uno di questi avvenimenti, forse quello davvero decisivo nella storia d’Italia (almeno per la sua parte più recente) fu rappresentato dal vuoto istituzionale creatosi con l’armistizio dell’8 settembre 1943.

In quel contesto emerse la necessità, per i singoli, di compiere scelte cui la gran parte non aveva mai pensato di dover essere chiamata.

In quel drammatico frangente emerse la necessità di esplicitamente consentire o dissentire: il sistema stava crollando e gli obblighi verso lo Stato non costituivano più un sicuro punto di riferimento per i comportamenti individuali.

Lo Stato non era più in grado di pretendere quei “sacrifici per amore” di cui parla Jean Paul Sartre nell’intervista rilasciata nel 1969 a Rossana Rossanda, a proposito della guerra in Vietnam.

A questo proposito Claudio Pavone, nel suo fondamentale “Una guerra civile, saggio storico sulla moralità della Resistenza” cita opportunamente Hobbes, riferendolo direttamente all’Italia del 1943: “ L’obbligo dei sudditi verso il sovrano s’intende che dura fino a che dura il potere, per il quale esso è in grado di proteggerli, e non più a lungo, poiché il diritto che gli uomini hanno per natura di proteggere se stessi, quando nessun altro può proteggerli, non può essere abbandonato a nessun patto.” “Il Leviatano pag.216".

La scomparsa della presenza statale, come si verificò d’improvviso l’8 settembre 1943, poteva essere avvertita con un senso di smarrimento o come un’occasione di libertà.

Però quando le truppe tedesche di occupazione cominciarono a dare un minimo di formalizzazione alla loro violenza e quando, subito dopo, i fascisti crearono la Repubblica Sociale, quando cioè nell’Italia occupata il vuoto istituzionale fu in un qualche modo riempito da un diverso sistema di autorità, la scelta da compiere divenne più dura e drammatica, perché la spontanea, umana solidarietà “tra scampati” dei primi giorni non poteva essere più sufficiente.

La scelta doveva, infatti, esercitarsi fra una disobbedienza per la quale apparivano altissimi i prezzi da pagare e le lusinghe della, pur tetra, “normalizzazione” nazifascista.

Il primo significato di libertà che assunse la scelta resistenziale fu implicita nel suo rappresentare un atto di disobbedienza.

Non si trattò tanto di ribellione a un governo legale, perché su chi detenesse la legalità non c’erano dubbi, ma di ribellione verso chi disponeva, in quel momento, della forza per farsi obbedire.

Era, cioè (come precisò poi, nel 1986, Franco Venturi nel corso di un seminario tenuto alla Scuola Normale di Pisa) “una rivolta contro il potere dell’uomo sull’uomo, una riaffermazione dell’antico principio che il potere non deve averla vinta sulla virtù”.

Per la prima volta nella storia dell’Italia Unita le italiane e gli italiani vissero, in forme diverse anche rispetto alle realtà territoriali nelle quali si trovarono a dover vivere e operare, un’esperienza di disobbedienza di massa.

Il fatto va ricordato come di particolare rilevanza proprio per quella generazione che, nella scuola, era stata educata a una sorta di “culto dell’obbedienza”.

Un secondo elemento da analizzare attentamente è rappresentato dal fatto che, davanti a scelte prima di tutto individuali, si presentò il nesso “necessità – libertà”, che proprio nella scelta resistenziale assunse, insieme, problematicità e limpidezza nello stesso tempo.

Una scelta da compiere ,citando ancora Sartre (“La repubblica del silenzio”) “nella responsabilità totale e nella solitudine totale, cercando la rivelazione stessa della nostra libertà”.

La solitudine, cioè la piena responsabilità individuale della decisione (“ho fatto di mia spontanea volontà, perciò non dovete piangere” scrive a 19 anni Vito Salmi, partigiano garibaldino, fucilato a Bardi il 4 Maggio 1944) è come esaltata e insieme riscattata dalla percezione dell’ineliminabile necessità di scegliere tra comportamenti che recavano iscritti valori che come ha scritto Massimo Mila portavano a una “rivelazione a se stessi di una nuova possibilità di vita”.

Questo senso della vita che “ricomincia da capo” (come scrisse “Risorgimento Liberale” il 23 Novembre 1943) sebbene avesse assunto sotto tanti aspetti la veste della politica, andava ben oltre quel “correre il rischio del politico” che Carl Schimtt indica quale conseguenza ineluttabile del fatto che “tutti i cittadini vengono obbligati a prendere posizione nella guerra civile”.

Si trattò piuttosto , come scrive Hirschman, “della percezione improvvisa (o dell’illusione”) che posso agire per cambiare in meglio la società e che, inoltre, posso unirmi ad altre persone della stessa opinione”.

La politica irruppe così nella vita partigiana, allorquando la “banda” nata da un’iniziale spinta di rivolta antistituzionale, o almeno di supplenza all’eclisse delle istituzioni, evolvette rapidamente e in modi originali, secondo una linea che la portò a diventare, in termini weberiani, da una semplice “comunità” o “associazione”, vero e proprio “gruppo sociale” retto da un ordinamento in cui l’agire era orientato in vista di dotarsi di regole vincolanti ed esemplari.

Il tramite di quella che, sempre Claudio Pavone, indica come “la via di una nuova istituzionalizzazione” fu rappresentato dalla presenza dei partiti che, attraverso il CLN, avevano assunto il ruolo di punto di riferimento, di vera e propria “guida politica” dell’intero movimento resistenziale.

L’organizzazione di tipo militare non sarebbe stata da sola sufficiente a tenere unito un esercito partigiano, tanto variegato e geloso della propria autonomia.

I legami con i partiti fecero da contrappeso alle spinte autonomistiche e ribellistiche che pure erano ben presenti, come del resto a quelle localistiche.

Questi legami resero più omogenee al loro interno le singole formazioni, differenziandole dalle altre di diverso colore, ma nello stesso tempo operarono come fattore di unità perché non solo trasmisero alla base la politica unitaria del CLN, ma alimentarono la convinzione che fosse l’impegno politico in quanto tale a costituire il cemento sostanziale tra i partigiani.

La scelta individuale compiuta al momento del “prendere o lasciare” del momento dell’invasione tedesca e della subalternità fascista era così maturata nella prefigurazione di un futuro diverso dove l’anelito alla libertà trovava sostanza nei principi fondativi di un’appartenenza politica.

Il radicamento dei partiti nella società italiana del dopoguerra ebbe certo uno dei suoi presupposti in questa loro presenza resistenziale e si può affermare ancora adesso, con sicurezza e con orgoglio, che su queste basi fu possibile poi, nel corso di frangenti quanto mai difficili, scrivere la Costituzione Repubblicana.

Fu, però nelle scelte difficili e solitarie compiute all’inizio della lotta di Resistenza che si realizzò la saldatura tra chi aveva combattuto il fascismo nel Ventennio e chi era salito in montagna dopo l’8 Settembre: una saldatura che avrebbe formato una nuova classe dirigente, una “generazione lunga” che avrebbe, tra fatiche, contraddizioni, conflitti ricostruito una convivenza civile e una coscienza collettiva: ciascheduno per la propria parte, con le proprie convinzioni ma nell’idea di fondo che attraversò i resistenti italiani: non ci si poteva limitare alla disfatta tedesca, bisognava ricostruire prima di tutto un senso comune. Come scrisse Silvio Trentin “Vincere la guerra per vincere la pace.

Oggi la pace sembra proprio essere in pericolo: ripensare e riflettere sulle tragedie del passato dovrebbe essere utile a ritrovare proprio quell'identità di valori e quella coscienza collettiva che appare ormai del tutto smarrita.

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