Ad Atene ambulatori in trincea per la sanità autogestita

  • Mercoledì, 23 Luglio 2014 14:12 ,
  • Pubblicato in Flash news

pagina99
23 07 2014

Una palazzina nel cuore di Exarchia: al terzo piano un piccolo appartamento è stato adibito a centro medico, “Comunità solidale. Policlinico e farmacia di Atene”. Visite e medicazioni per tutti e senza nessun costo. In questo centro sanitario che riceve oltre 3500 persone, prive di una copertura medica, è stata aperta pure una piccola farmacia.


È uno dei settori maggiormente colpiti dall’austerity quello della sanità, che i cittadini greci pagano attraverso un sistema assicurativo e uno contributo dei propri datori di lavoro; quindi, a causa dei licenziamenti e della disoccupazione dilagante, sempre più persone si sono ritrovate senza soldi per pagarsi cure, interventi e farmaci. Médecins du Monde parla di 3 milioni di cittadini senza copertura medica, il ministro della Sanità Adonis Georgiadis abbassa la stima, tra i 2 milioni e i 2 milioni e mezzo.


Ma la recessione economica non ha intaccato la solidarietà e l’attivismo politico. Sulle scale dell’anonimo palazzo del quartiere anarchico di Atene una fila di persone, greci e stranieri, attende il proprio turno per essere visitata o ricevere dei farmaci. All’interno farmacisti e dottori, volontari, lavorano senza sosta.


«La situazione sanitaria del nostro Paese è tragica, sempre più persone non possono permettersi l’assistenza medica e così è nata l’idea di garantire a tutti un aiuto concreto». Parla così Konstantin Kokosis, membro amministrativo della clinica. «Questo centro è nato due anni fa da un gruppo di persone appartenenti a Syriza, ma il partito passa solo una piccola quota di fondi, pari al 10%. Il resto arriva da donazioni di volontari. I farmaci sono gli stessi cittadini a portarli quando un parente muore o cambia terapia o, comunque, quando ne interrompe l’assunzione».


Quaranta medici, quindici dentisti e dieci farmacisti. Uno staff completo e non retribuito, per ogni esigenza. «Io sono disoccupata, mio marito pure. Non posso permettermi di pagare l’assicurazione sanitaria e se non ci fosse un posto come questo non saprei come fare per prendere l’insulina di mio marito, che è diabetico». A parlare è Anastasia Nektariou, 42 anni e la ferma dignità di chi non nasconde le miserie di cui non è colpevole.

Ma un posto analogo sorge anche nella piazza del rione. Un’altra clinica, ma nessun partito a supportarla. Lo spazio che la ospita è quello del centro sociale K-Vox e anche qui patologi, psicologi, radiologi, oculisti, logopedisti, pediatri e fisioterapisti mettono le loro competenze a disposizione di tutti in modo gratuito, secondo il precetto dello statuto della clinica, scritto su un volantino affisso al di fuori del centro medico: «(...) Tutti noi siamo potenzialmente immigrati, senza tetto, disoccupati e senza accesso alle strutture medico sanitarie gratuite, la nostra azione è l'offerta di cure mediche e farmaceutiche gratis e la garanzia di salute di tutti senza distinzione di colore, provenienza, orientamento religioso e sessuale

Basta ostacoli alla legge 194!

  • Mercoledì, 16 Luglio 2014 08:08 ,
  • Pubblicato in INGENERE

Ingenere.it
16 07 2014

Ha subito negli anni e sotto varie forme un costante boicottaggio. L’intervento del presidente della regione Lazio, Nicola Zingaretti, che modifica il ruolo dell’obiezione di coscienza per il personale dei consultori, rappresenta un passo nella giusta direzione


La legge 194/78, quella che ha consentito l’interruzione volontaria di gravidanza, ha subito un costante boicottaggio, che ha assunto nel tempo varie forme e modalità. Le interpretazioni della legge sono state piegate strumentalmente secondo gli scopi del momento, come dimostra la storia della obiezione di coscienza e della sua portata (non è affatto scontato che questa costituisca un diritto - e per di più un diritto privilegiato senza oneri, come accade invece per l’obiezione militare; che ci siano dei doveri costituzionali da rispettare è ben illustrato in un libro recente di Federica Grandi, Doveri costituzionali e obiezione di coscienza, Ed. Sc. Napoli 2014).

Memoria storica impone di ricordare che, all’inizio, gli obiettori sostenevano che la loro coscienza li esonerava da tutti i tipi di atti e attività, a tal fine interpretando nel modo più esteso - e illegittimo - la dizione “esonera il personale…dal compimento delle procedure e delle attività specificamente e necessariamente dirette a determinare l’interruzione di gravidanza”.

Ma, ben presto, i cosiddetti movimenti per la vita si resero conto che in tal modo si precludevano ogni diretto contatto con le donne che chiedevano di abortire e quindi perdevano occasioni di dissuasione. Dunque introdussero la distinzione, nell’art. 5, tra il rilascio del certificato attestante l’urgenza, che consente di praticare l’interruzione di gravidanza, e il documento invece attestante lo stato di gravidanza e l’avvenuta richiesta della donna. Sostennero che quest’ultimo, non essendo diretto all’interruzione, era dovuto e non poteva essere rifiutato accampando l’obiezione di coscienza. La tesi fu esplicitata allora dalla Regione Veneto (nella circ. 54 del 1978).

Ma poi tale tesi è stata superata in quanto non più utile: quel distinguo è stato reso superfluo dal consolidarsi di fatto della obiezione che è divenuta maggioritaria in molte strutture e in alcune totale, tanto da determinare la cosiddetta obiezione di struttura (chiaramente illecita perché l’art. 9 impone che “gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso a assicurare l’espletamento delle procedure e l’effettuazione degli interventi” )

E l’interpretazione viene nuovamente ampliata secondo gli interessi degli obiettori di comodo che rivendicano un diritto a tutto campo. Anzi - da quella via - anche farmacisti e medici di base si pretendono obiettori e vorrebbero comprendere nell’esonero perfino la pillola del giorno dopo (che nulla hanno a che vedere con l’interruzione volontaria di gravidanza).

Per questo, quando Zingaretti della regione Lazio prescrive nelle sue linee di indirizzo che il personale operante nei Consultori familiari non può esercitare l’obiezione di coscienza rispetto alla attività di attestazione dello stato di gravidanza e della richiesta della donna di effettuare IVG, nonché deve prescrivere la pillola del giorno dopo, fa semplicemente il suo dovere.

Anzi quello che la regione Lazio manda ai consultori dovrebbe essere indirizzato - ben più incisivamente - alle strutture sanitarie, perché lì il problema si impone frontalmente, quando cioè occorre effettuare l’interruzione.

Il vento sta cambiando. In più città si stanno muovendo gruppi di lavoro composti da associazioni di donne e misti, operatori e esperti (giuristi e medici), raccogliendo le forze, promuovendo iniziative di stimolo e di suggerimento alle istituzioni, ma anche con diffide e messa in mora degli enti che non assicurano l’effettuazione degli interventi di IVG.

Occorre un’attenta raccolta dei dati numerici (analitici per struttura e complessivi) per mettere in luce le illegittime obiezioni di struttura e stroncarle. Bisogna richiamare le Regioni al loro dovere (è sempre l’art.9) di controllo e di garanzia dell’attuazione della legge “anche attraverso la mobilità del personale”. Costruttivamente occorre adoperarsi per eliminare la vergogna degli obiettori di comodo, intervenendo a livello amministrativo sui profili organizzativi e del lavoro. Ma anche offrire disponibilità legale per tutelare giudizialmente le donne che subiscono danni oppure ricevono rifiuti e incontrano ostacoli nell’ottenere IVG o aborto farmacologico o la pillola del giorno dopo.

Tm news
10 07 2014

Varsavia, 10 lug. (TMNews) - Bogdan Chazan,Il direttore dell'ospedale pubblico di Varsavia, è stato rimosso dal suo incarico dal sindaco della città per aver rifiutato di praticare un aborto per motivi religiosi a una donna il cui feto presentava gravi malformazioni. Un portavoce del municipio ha spiegato: "un dottore può rifiutare di praticare aborti per motivi religiosi ma un ospedale pubblico non può".

La donna si era presentata all'ospedale di Varsavia e, dopo il rifiuto, aveva cercato un'altro ospedale pubblico dove abortire a quel punto però aveva superato di cinque giorni il termine legale per gli aborti i 24 mesi. La donna aveva quindi dato alla luce il bambino il 30 giugno e lo stesso era morto 9 giorni dopo.

Nella cattolica Polonia l'aborto è consentito entro un periodo di 12 settimane nei casi di gravidanza per stupro o per incesto e di 24 settimane nei casi di malformazioni fetali irreversibili o di minaccia alla vita della madre.

Secondo le stime della Federazione Polacca per le donne e la pianificazione familiare, in Polonia vengono effettuati dai 500 ai 700 aborti legali l'anno mentre gli aborti illegali sono sui 150.000..

Doveri costituzionali e obiezione di coscienza

  • Mercoledì, 09 Luglio 2014 12:10 ,
  • Pubblicato in Flash news

Server Donne
09 07 2014

Angela Balzano intervista Federica Grandi, autrice del libro Doveri costituzionali e obiezione di coscienza (Editoriale Scientifica, 2014). La sua proposta di considerare l'obiezione di coscienza come abuso di diritto sembra sovversiva solo perchè in questo malpaese calpestare diritto alla salute e alla libera scelta è diventata prassi istituzionalizzata e allora diventa sovversivo rivendicare autodeterminazione. In realtà Federica Grandi propone solo saggezza e logicità: riportare a ragionevolezza la legge 194.

Video a cura di Federica Fabbiani e Marzia Vaccari - www.women.it

Il Fatto Quotidiano
07 01 2014

Dieci milioni di euro all’anno, soldi pubblici che la Regione Sicilia dirotta alle aziende sanitarie del nord Italia. È il valore della fuga del vitro, la fecondazione assistita che oggi è diventata un vero e proprio affare a sei zeri per chi riesce ad accaparrarsi le quasi dodicimila coppie che nel 2013 si sono sottoposte ad un trattamento di Pma (Procreazione medicalmente assistita) lontano dalla regione di provenienza. Si chiama mobilità passiva: si lascia la regione di provenienza per andare a curarsi fuori. Una vera e propria fuga, che vede la Sicilia guidare la classifica degli esuli del vitro: su cinquemila coppie che decidono di sottoporsi a un trattamento di fecondazione assistita, più di duemila preferiscono prendere un aereo ed entrare in strutture sanitarie del nord Italia.

Scelta obbligata dato che in Sicilia fino al 2012 non era previsto alcun sostegno pubblico a chi avesse bisogno di un trattamento di Pma. Sull’isola i centri pubblici in cui è possibile sottoporsi alla terapia sono soltanto sette, che nel 2008 sono stati scelti dal 15 per cento dei pazienti: il resto ha preferito optare per i centri privati, oppure migrare in altre regioni, dove l’offerta pubblica è molto più diffusa (per esempio in Lombardia dove sono 15 i centri pubblici che effettuano la Pma). Se infatti in Sicilia la fecondazione assistita non è rimborsata in alcun modo, così non è un po’ più a nord, dove i contributi pubblici per ogni ciclo di Pma esistono: sarà poi la Regione Siciliana a rimborsare gli altri enti regionali.

Logico dunque che i pazienti isolani scelgano di migrare, consapevoli che i costi sostenuti dalle altre regioni saranno poi rimborsati dal bilancio siciliano. Ed è per questo che nel 2008, secondo i dati diffusi dal ministero della Salute, 860 coppie siciliane sono andate a sottoporsi ad un ciclo di fecondazione assistita in Emilia Romagna, dove su una spesa totale di 2.124,52 euro la Regione ne rimborsa 1.827.087,20. Nello stesso anno la Toscana ha rimborsato con 1.538.152,48 euro ognuna delle 724 coppie siciliane assistite, seguita dal Lazio (378 coppie rimborsate con 803 euro) e la Lombardia: in totale la Regione Siciliana ha dirottato verso queste tre regioni più di sei milioni di euro all’anno per risarcire i trattamenti di Pma a cui si sono sottoposti i pazienti siciliani. A questi soldi vanno aggiunti i rimborsi dirottati alle altre regioni, più quelli (sconosciuti) per le coppie che hanno deciso di andare all’estero: un totale di dieci milioni all’anno che la Sicilia potrebbe facilmente risparmiare.

E invece i numeri della fuga del vitro sono in continuo aumento: nel 2008 erano il 23 per cento gli esuli del vitro, nel 2011 il 25 per cento, fino ad arrivare ad un cifra vicina ai trenta punti percentuali. Un vero e proprio corto circuito che incentiva le coppie con problemi di fecondazione a fare le valige e andare a curarsi al nord: se rimanessero sull’isola dovrebbero pagare di tasca propria, in caso contrario rimborsa Mamma Regione. Una perdita per l’economia regionale rilevante, dato che nello stesso momento in cui Palazzo d’Orleans rimborsa le aziende sanitarie di altre regioni, in Sicilia gli specialisti della fecondazione in vitro rimangono senza pazienti. “ Una situazione che ha un impatto negativo non indifferente sui conti sanitari regionali” scriveva l’ex assessore Massimo Russo nel piano sanitario regionale. Russo infatti ha ben pensato di intervenire sulla questione con un decreto, firmato il 26 ottobre del 2012, appena due giorni prima che l’isola ritornasse alle urne per eleggere il nuovo governo regionale. Nel decreto di Russo viene per la prima volta previsto un contributo alle coppie che decidano di sottoporsi alla fecondazione assistita sull’isola.

Problema risolto? Neanche per idea. Perché a fronte di un contributo di appena mille euro, viene imposta a tutti i centri siciliani la tariffa minima di 3.178 per un trattamento di Pma: prezzo ancora troppo alto dato che in regioni come la Lombardia basta pagare un ticket di 36 euro e 15 centesimi, il resto arriva sempre dal bilancio siciliano. In più nel decreto di Russo non è prevista alcuna differenziazione per fasce di reddito al contrario delle altre regioni: il risultato è che le coppie siciliane continuano ad emigrare. “Inoltre tale contributo vale solo per i 2000 cicli previsti. Una volta terminati, la coppia se si rivolge ai centri accreditati dovrà pagare 3.178 euro. Sotto questo profilo si rileva che alla coppia siciliana converrà comunque recarsi in altre Regioni” spiega il dottor Antonino Guglielmino dell’associazione Hera. “È assurdo che la Regione Sicilia spenda così tanto per rimborsare le altre regioni, quando potrebbe benissimo dimezzare i costi incentivando i pazienti a rimanere qui” commenta il deputato di Sel Erasmo Palazzotto.

Gli fa eco il capogruppo del M5S Giancarlo Cancelleri che ricorda come “le coppie costrette ad andare in altre regioni devono affrontare anche ingenti spese di trasferimento e soggiorno: mi chiedo a chi convenga questa situazione”. Ma non sono solo i partiti di opposizione a censurare l’attuale situazione.Il deputato democratico Pippo Di Giacomo, presidente della commissione regionale sanità, durante una trasmissione televisiva ha sintetizzato la storia dei rimborsi per la Pma in maniera tutt’altro che leggera: “È una truffa da galera” ha detto. Ma c’è di più, perché il decreto di Russo individua per la prima volta anche i centri accreditati dalla Regione per effettuare cicli di Pma: 9 pubblici, di cui due da costruire da zero, e sei privati.

Tra questi ha fatto discutere la convenzione stipulata tra la Regione Siciliana e l’Humanitas, la grande struttura sanitaria di Milano: la bagarre è scoppiata in consiglio regionale lo scorso autunno, quando è saltata fuori una delibera che garantirebbe all’ospedale milanese l’apertura di un maxi polo oncologico di 240 posti letto, dei quali 88 convenzionati e cioè rimborsati dalla Regione. Questa volta la delibera porta la firma del governatore Crocetta e di Lucia Borsellino, che ha preso il posto di Russo al vertice della sanità regionale. Un’operazione che farebbe spendere alla Regione altri dieci milioni l’anno in un periodo in cui i tagli lineari non risparmiano alcun settore. Perché questo regalo all’Humanitas? “Quella delibera non è esecutiva” si è difeso Crocetta, scatenando le minacce legali di Humanitas, che ha già avviato i lavori per la grande struttura di Misterbianco, vicino Catania. Un infortunio che ha messo a rischio la tenuta del governo Crocetta, dato che due dipendenti del centro siciliano di Humanitas (l’ad Giuseppe Sciacca e la direttrice sanitaria Annunziata Sciacca), sono familiari (rispettivamente zio e madre) del deputato Luca Sammartino, che sostiene la maggioranza. La nascita del nuovo centro catanese di Humanistas era stata agevolata proprio per combattere la fuga dei pazienti siciliani verso le altre regioni: la fecondazione assistita è considerata una delle cause statisticamente principali della mobilità passiva. Ma stando così le cose, la fuga del vitro è destinata comunque a continuare, impoverendo le casse pubbliche e arricchendo quelle private.

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