La beffa Isee: addio borse di studio e assegni

  • Lunedì, 26 Ottobre 2015 16:45 ,
  • Pubblicato in Flash news
Il Fatto Quotidiano
25 10 2015

Mi dispiace, lei non ha più diritto alla borsa di studio". "Ma perché se ho lo stesso reddito dell'anno scorso?". "Perché la borsa di studio che le abbiamo dato le alza il reddito e di fatto la esclude dal prendere la borsa". Se pensate che questa conversazione surreale possa svolgersi solo su Marte, vi sbagliate. È quanto sta accadendo in questi mesi a tutti coloro che, attraverso il parametro dell'Isee (Indicatore della Situazione Economica Equivalente), si trovano afar richieste di borse, assegni di accompagnamento, sussidi, sconti per gli asili. ...

Elisabetta Ambrosi

Vuoi studiare in Italia? Paga

  • Mercoledì, 15 Luglio 2015 11:56 ,
  • Pubblicato in IL MANIFESTO

Il Manifesto
15 07 2015

Li chia­mano «Neet», lavo­rano in nero, finan­ziano un sistema che lo Stato vuole liqui­dare. Il rap­porto Cnsu 2015 rac­conta come cin­que anni fa l’Italia ha deciso di fare a meno del diritto allo stu­dio e del wel­fare. Oggi que­sta è la realtà, rac­con­tata con numeri e fatti drammatici.

Vuoi stu­diare? Allora paga. È il prin­ci­pale effetto dei tagli (1,1 miliardi di euro) impo­sti dal governo Ber­lu­sconi al sistema uni­ver­si­ta­rio. Stu­dia chi può per­met­ter­selo. E se c’è qual­cuno che pro­prio si ostina, allora gli si rende la vita impos­si­bile al punto da spin­gerlo a lavo­rare in nero per man­te­nersi agli studi. Que­sto è il rac­conto della con­di­zione stu­den­te­sca con­te­nuto nel rap­porto 2015 del Con­si­glio nazio­nale degli stu­denti uni­ver­si­tari (Cnsu), un orga­ni­smo com­po­sto da 28 rap­pre­sen­tanti degli stu­denti e un dot­to­rando a cui andrebbe rico­no­sciuta più ampia rap­pre­sen­ta­ti­vità e legit­ti­mità nell’azione legislativa.

Sette anni dopo la cura da cavallo con la quale il governo Ber­lu­sconi (Tre­monti all’economia, Gel­mini all’Istruzione) ha ridotto l’università ad uno stato coma­toso, gli stu­denti oggi affron­tano vio­lente discri­mi­na­zioni sociali e ter­ri­to­riali; cre­scenti dise­gua­glianze e una dif­fusa cul­tura clas­si­sta nell’accesso ai saperi e alla for­ma­zione utile per difen­dersi dai ricatti del mer­cato del lavoro. Tra i paesi Ocse, l’Italia è l’unico ad avere tagliato le risorse negli anni della crisi glo­bale. Nes­suno, tanto meno il governo Renzi, ha pen­sato di rifi­nan­ziare un sistema al col­lasso. Anzi. La riforma dell’università, con il gigan­te­sco appa­rato valu­ta­tivo diretto dall’Anvur, serve ad ammi­ni­strare un sistema sot­to­fi­nan­ziato dove la regola è la com­pe­ti­zione tra i pochi, il lavoro pre­ca­rio e gra­tuito dei molti, men­tre le fami­glie finan­ziano lo Stato che ha tagliato risorse e ser­vizi essenziali.

Quando i diritti si pagano
Que­sta figura esi­ste solo in Ita­lia. Pur pos­se­dendo i requi­siti di red­dito e di merito, nel 2013/2014, 46 mila stu­denti uni­ver­si­tari non hanno rice­vuto la borsa di stu­dio (l’importo medio va dai 2887 euro in Basi­li­cata ai 4.083 della Toscana) a causa dei tagli dello Stato e per la scar­sità di risorse da parte delle regioni. Que­sti ragazzi sono stati costretti a rinun­ciare agli studi, a lasciare la città dove si sono tra­sfe­riti per­ché non ave­vano un posto nella casa dello stu­dente o si sono arran­giati con lavori part-time o in nero per fare gli esami. Dal 2009 al 2013 lo Stato e le Regioni hanno garan­tito una borsa di stu­dio media­mente solo al 76% degli ido­nei, lasciando senza borsa in media 42.400 stu­denti ogni anno. In defi­ni­tiva si potrebbe riem­pire La Sapienza di Roma con tutti gli stu­denti ido­nei non bene­fi­ciari degli ultimi 5 anni.

Que­sta situa­zione è stata creata dai tagli al fondo nazio­nale per il diritto allo stu­dio, rifi­nan­ziato in maniera insuf­fi­ciente dal governo Letta. Il fondo inte­gra­tivo, dopo un picco nel 2012, si è sta­bi­liz­zato a 150 milioni. Finan­ziato dalle regioni e dallo Stato è del tutto insuf­fi­ciente. Le risorse regio­nali si fer­mano al 23,6% con pic­chi oppo­sti: l’Umbria con il 52,9%, il Veneto con un misero 7% e il Pie­monte con zero euro. Il sistema resta in vita solo gra­zie alle tasse regio­nali ver­sate dagli stu­denti: il 42,2% delle borse esi­ste gra­zie a loro. Rispetto a paesi come la Ger­ma­nia o la Fran­cia, i ser­vizi al diritto allo stu­dio in Ita­lia sono fermi alla pre­i­sto­ria. Coprono solo l’8,2% dell’attuale popo­la­zione stu­den­te­sca che ha regi­strato un calo delle imma­tri­co­la­zioni di oltre 30 mila unità in ter­mini asso­luti (da 307.713 a 266.162) tra il 2003 e il 2013.

Tasse alle stelle
Negli ultimi 10 anni le tasse uni­ver­si­ta­rie sono cre­sciute del 63%, men­tre sono dimi­nuiti gli iscritti all’università sono dimi­nuiti del 17%. L’aumento della con­tri­bu­zione stu­den­te­sca è stata accom­pa­gnata dal taglio del Fondo di Finan­zia­mento Ordi­na­rio che ha por­tato gli Ate­nei ad aumen­tare gli oneri a carico degli stu­denti. Le tasse sono ormai un’entrata vitale per i bilanci degli atenei.

È il risul­tato di una pre­cisa volontà poli­tica che intende fare a meno della finanza e sfrutta i suoi frui­tori. In que­sta dire­zione è andata la «libe­ra­liz­za­zione» delle tasse avviata dalla spen­ding review del Governo Monti nel 2012 che ha escluso le tasse degli iscritti fuori corso dal rap­porto tra le tasse e il fondo per gli ate­nei. Que­sta norma ha per­messo di sal­vare dal default molte uni­ver­sità. Le tasse ven­gono usate come stru­mento puni­tivo per pena­liz­zare eco­no­mi­ca­mente gli stu­denti fuo­ri­corso che sono la mag­gio­ranza, in par­ti­co­lare quelli che lavo­rano. Qui il cer­chio si chiude. Da ido­nei senza borsa a pre­cari fuo­ri­corso, la vita dello stu­dente è pra­ti­ca­mente un incubo.

I più sfa­vo­riti sono al Sud dove gli eso­ne­rati dal paga­mento della tassa di iscri­zione sono il 15% con­tro il 10% al Nord e il 9% al Cen­tro. Ma le dise­gua­glianze esi­stono anche in ter­ri­tori con­si­de­rati omo­ge­nei. I livelli medi di tas­sa­zione oscil­lano tra i valori mas­simi dell’Università Iuav di Vene­zia (1.782) e del Poli­tec­nico di Milano (1.711) a quelli minimi delle Uni­ver­sità di Parma (953) o del Pie­monte Orien­tale (946). «Que­sti mec­ca­ni­smi spe­re­qua­tivi agi­scono creano bar­riere nell’accesso alla for­ma­zione e alla ricerca» com­menta Alberto Cam­pailla, por­ta­voce del Coor­di­na­mento Link.

Il paese del numero chiuso

E’ noto che l’Italia sia al penul­timo posto tra i paesi Ocse per numero di lau­reati. Il fal­li­mento del “3+2″ della legge Ber­lin­guer — di recente tor­nato in auge come spon­sor uffi­ciale della “Buona scuola” di Renzi — è ormai con­cla­mato. Dopo avere avviato il cosid­detto “Pro­cesso di Bolo­gna”, l’Italia avrebbe dovuto sfor­nare lau­reati a getto con­ti­nuo. Con titoli usa e getta, rica­vati sulle esi­genze vola­tili di un mer­cato rite­nuto capace di gene­rare sem­pre “nuove pro­fes­sioni”, quei rifor­ma­tori inge­nui pen­sa­vano di rag­giun­gere il 40% dei lau­reati. Si sono fer­mati a molto meno, al 22%. Le mira­bo­lanti pro­messe della «società della cono­scenza» in cui il centro-sinistra pro­diano cre­deva fer­ma­mente sono ormai un lon­ta­nis­simo ricordo.

Oggi si chiude tutto, si sbar­rano gli accessi alle facoltà e, soprat­tutto alle spe­cia­liz­za­zioni. Anche qui vige la legge: se vuoi andare avanti, paga. Anche se non c’è alcuna cer­tezza nell’occupazione. Nasce così l’idea che per avere «suc­cesso» la for­ma­zione supe­riore dev’essere pagata cara, strin­gendo le maglie del numero chiuso (il 54 per cento dei corsi di lau­rea), senza per que­sto risol­vere il pro­blema dell’accesso alle pro­fes­sioni. Per fare un esem­pio, un terzo dei circa 10 mila aspi­ranti medici che di solito pas­sano il test di ammis­sione alle facoltà di medi­cina non acce­de­ranno alla specializzazione.

Il rap­porto Cnsu riporta un esem­pio che rende l’idea del cir­colo vizioso in cui vivono oggi gli studenti.Chi non passa il test a Medi­cina, di solito si iscrive a facoltà affini nella spe­ranza di poterci rien­trare negli anni suc­ces­sivi. A Padova, ad esem­pio, que­sto tra­sfe­ri­mento ha com­por­tato un aumento di imma­tri­co­la­zioni nei corsi di area bio­lo­gica che hanno di con­se­guenza intro­dotto il «numero pro­gram­mato» che è arri­vato anche a scienze natu­rali e scienze e tec­no­lo­gie ambientali.

Dot­to­rato gra­tis
La regola aurea dell’università ita­liana — pagare per avere un diritto o per lavo­rare — segna pro­fon­da­mente anche l’esperienza di chi fa un dot­to­rato, il primo gra­dino per chi vuole fare ricerca. L’introduzione del vin­colo di coper­tura con borsa di almeno il 75% dei posti a bando, adot­tato dalle “Linee Guida” su indi­ca­zione dell’Anvur, ha gene­rato una gra­vis­sima emor­ra­gia. Tra il 2013 e il 2014 si è pas­sati da 12.338 a 9.189 posti, con una dimi­nu­zione del 25,5%. Gli ate­nei hanno ridotto le posi­zioni, invece di aumen­tare le borse. Ciò ha pro­vo­cato la cre­scita dei dot­to­rati senza borsa: 2.049 su 9.189 per il XXX ciclo. Con­tro que­sti gio­vani lavo­ra­tori privi di red­dito gli ate­nei si acca­ni­scono con tasse arbi­tra­rie. «Anni di tagli stanno por­tando alla con­cen­tra­zione del dot­to­rato in pochi poli situati nelle aree forti del paese» sostiene Anto­nio Bona­te­sta, segre­ta­rio dell’Adi.

Amsterdam, la più grande rivolta studentesca dal '69

  • Mercoledì, 25 Marzo 2015 14:43 ,
  • Pubblicato in Flash news

Communianet
25 03 2015

È passato più di un mese ormai da quando una dozzina di studenti e studentesse dell’UvA (Università di Amsterdam), riuniti sotto la sigla di Nieuwe Universiteit (Nuova Università), occupando un edificio dell’università nel centro della città, ha dato inizio a quello che si sta rivelando essere il più grande e radicale movimento studentesco di protesta dal 1969 – e finora anche quello con le maggiori speranze di successo.

Ma andiamo con ordine. L’occupazione del Bungehius, la sede delle facoltà umanistiche dell’UvA, destinato nei piani del management dell’università a diventare un albergo di lusso (il secondo gestito dall’UvA) a pochi passi da piazza Dam, è nata il 13 febbraio allo scopo di contrastare una ristrutturazione delle facoltà umanistiche che prevede l’accorpamento di più facoltà in un unico dipartimento e le restanti facoltà (Filosofia, Storia, Letteratura Olandese e Letteratura Inglese) in un unico corso definito “Liberal Arts“, oltre alla soppressione di numerosi corsi di laurea.

Questi accorpamenti sono finalizzati a ridurre le spese: sono la diretta conseguenza dell’imposizione di una logica di profitto che vede l’università come una macchina da soldi e in cui la ricerca e l’insegnamento sono appena degli accessori atti a giustificare i bilanci, e la cultura che non genera un profitto immediato è eliminata.

Gli/le occupanti lamentano fin dal primo giorno una totale insensibilità alle loro richieste, e un evidente disinteresse nei confronti dei temi dell’educazione da parte del management universitario, che appare sempre più intento a creare profitti piuttosto che ad assicurare un’ istruzione di qualità.

A questa prima occupazione il board dell’UvA ha risposto mostrando i muscoli: è arrivata immediatamente minaccia di multare ogni studente, per ogni giorno di occupazione, con 100.000€ e intervento della polizia a sgomberare l’edificio. Questa richiesta oggettivamente ridicola e scomposta è stata poi mitigata in sede legale, con la decisione di richiedere una multa di 1000€ per ogni giorno di occupazione.
Nel frattempo però gli e le occupanti avevano iniziato a raccogliere ampia solidarietà da parte dei professori e dei ricercatori, che si sono organizzati sotto la sigla Rethink UvA, e offerti di pagare il primo giorno di multa, mentre il resto è stato fornito da una campagna di crowdfunding che ha riscosso immediato successo su internet. Una settimana dopo l’occupazione, però, la polizia ha sgomberato l’edificio arrestando gli occupanti e alcuni solidali accorsi fuori.

Ma se al CvB (il board dell’università) pensavano di aver risolto i loro problemi con il ricorso alla forza, avevano fatto molto male i loro conti: evadere il confronto, specialmente in una realtà abituata a discutere e a cercare un accordo su tutto come quella olandese, si è rivelato un boomerang: il giorno dopo lo sgombero una manifestazione rabbiosa e determinata di diverse centinaia di studenti ha invaso il centro della città, culminando spontaneamente nell’occupazione della sede del management universitario, il Maagdenhuis, distante appena poche centinaia di metri dalla precedente occupazione.
Fra i resoconti della giornata, che rimarranno negli annali della protesta, c’è la scomposta reazione di Luise Gunning, direttrice del CvB (oltre che membro del board di altre 19 società, tra cui l’aeroporto di Schiphol), che vedendo centinaia di studenti e studentesse occupare l’edificio ha urlato: ”Come vi permettete di entrare nel nostro Maagdenhuis?” Ma c’è stato poco da fare: una volta sbollita la rabbia non le è rimasto che andare via e consegnare l’università a studenti e studentesse.

Da li in poi è stato tutto un accelerarsi di eventi: vista la piega che le cose hanno preso dopo il primo sgombero, ai piani alti dell’UvA sono giunti a più miti consigli, evitando di tirare in ballo la forza pubblica, e giocando d’attesa, prendendo tempo nella speranza che il movimento si sgonfiasse da solo.
Nel frattempo però l’occupazione è diventata un caso mediatico nazionale, con la visita in piena notte del sindaco di Amsterdam e decine di dichiarazioni di solidarietà da parte di importanti personalità del mondo accademico, attirandosi le simpatie di buona parte dell’opinione pubblica e la solidarietà attiva di centinaia di ricercatori, professori, intellettuali e artisti che hanno iniziato a riempire l’atrio del Maagdenhuis con una serie praticamente ininterrotta di lezioni, conferenze, performances, workshops e discussioni, cineforum, partecipando alle assemblee e contribuendo in maniera determinante alla crescita materiale, intellettuale e politica del movimento.

Alcuni nomi eccellenti internazionali hanno espresso la loro vicinanza, come per esempio David Graeber, che è venuto appositamente da Londra per tenere una lezione orizzontale sulla resistenza in tempo di burocratizzazione totale, Edwald Engelen, che ha definito l’occupazione dell’UvA (anche se gli/le occupanti preferiscono il termine “riappropriazione”) come “uno dei luoghi più interessanti dell’Europa occidentale in questo momento”, e Charles Escher, direttore del Van Abbemuseum di Eindhoven, che nel contesto di una conferenza organizzata dallo Studium Generale Rietveld Academie ha analizzato la trasformazione nel modo di interpretare la realtà nell’epoca del neoliberismo a partire dai linguaggi utilizzati per giustificare le politiche attuali.
Una petizione su change.org ha raccolto in pochi giorni più di 7000 firme, ed è stata firmata, fra gli altri, da Noam Chomsky, Jacques Rancière, Judith Butler, Axel Honneth, Simon Critchley, Jean-Luc Nancy, Saskia Sassen, James tully e numerosi altri/e.
Alla protesta di Amsterdam, altre sono seguite in altre città, con Nuove Università che sono spuntate a Leiden, Delft, Groningen, Nijmegen, Rotterdam e Utrecht.

Le richieste del movimento sono state espresse in una lettera pubblica e prevedono i seguenti punti:

“1) Democratizzazione e decentramento della governance universitaria.
2) Abolizone del corrente modello di allocazione delle risorse. Cambiamento nel senso di un modello finanziario basato sulla qualità, non sulla quantità.
3) Cancellazione del presente piano Profiel 2016.
4) Referendum per istituto e un programma di collaborazione fra la Uva, la VU (Free University) alla Facoltà di Scienze.
5) Opportunità di carriera sostenibili per tutto lo staff.
6) Nessuna speculazione immobiliare con i soldi destinati all’educazione.

La motivazione generale alla base di tutte queste richieste è lo scontento nei confronti dell’attuale modello di gestione. Una gestione imposta dall’alto in basso, orientata verso una completa efficienza danneggia nella sua essenza ciò su cui un’università si basa: ricerca ed educazione.” (http://newuni.nl/eisen/)

Nel frattempo, dimostrando una maturità ragguardevole, il movimento è riuscito a darsi uno sguardo di più ampio respiro e compiere il salto di qualità dalla resistenza su un tema specifico a un’analisi delle politiche neoliberiste nei confronti dell’istruzione, andando a toccare alcuni dei temi fondamentali dell’attuale fase storica e producendo una critica al modello neoliberista.

Non era scontato che questo scenario si profilasse nel cuore stesso della bestia, l’Olanda delle banche, probabilmente il paese meno politicizzato al mondo.

Basti pensare che dal primo giorno gli studenti e le studentesse hanno deciso di scegliere l’inglese come lingua ufficiale del movimento, nelle assemblee e nei workshops, includendo in questo modo molti di quegli studenti e studentesse internazionali che hanno già sperimentato nei propri paesi, in varie forme, le trasformazioni dell’università neoliberista e le resistenze a essa.

Grande solidarietà e partecipazione è arrivata anche dai lavoratori e le lavoratrici delle compagnie che si occupano della pulizia, che avevano messo a segno alcune proteste di successo l’anno precedente, e dagli attivisti e le attiviste del movimento squatter, anch’esso pesantemente sotto attacco per via dell’imminente sgombero di un intero isolato, le storiche occupazioni di Spuistraat, occupate da 30 anni, proprio di fronte al Bungehuis.
Un altro elemento di successo della protesta, infatti, è stato quello di saper legare il tema dell’assalto neoliberista all’università con quello dell’assalto neoliberista alla città, sempre più teatro di gentrificazione e speculazione selvaggia, repressione e generale assopimento delle coscienze.

Una grande manifestazione poi si è svolta venerdì 13 marzo, partendo dall’occupazione e andando a toccare le varie sedi dell’università nel centro di Amsterdam, raccogliendo la solidarietà di migliaia di studenti, cittadini e semplici passanti, in un clima di festa e di rabbia. Molti gli slogan urlati senza sosta, gli interventi dal microfono, e le facce gioiose di centinaia di studenti e studentesse che, c’è da scommetterci, hanno preso gusto a partecipare in prima persona alla vita politica dell’università, e desiderano passare dall’essere consumatori di istruzione a produttori di cultura.

Fra le caratteristiche che finora hanno garantito al movimento di vincere la battaglia mediatica e portare il dibattito sulle prime pagine dei giornali c’è sicuramente la capacità di comunicare in maniera semplice ed efficace tramite un’intelligente sovversione dei messaggi che arrivano dal board, palesemente impacciato di fronte a questa situazione, che continua a dimostrare di non aver afferrato la portata delle richieste e degli obiettivi del movimento.
In una lettera diffusa il 10 marzo, ben oltre l’ultimatum concesso dal movimento al CvB per prendere una posizione in merito alle richieste, si parla in termini piuttosto vaghi di concessioni con un linguaggio da comitato d’affari che è bastato a decretare il “rispedito al mittente” con cui la lettera è stata recepita: in poco più di un’ora di discussione, con un colpo da maestro l’assemblea generale ha sovvertito la gerarchia imposta rispondendo che, in sostanza “apprezziamo lo sforzo, ma dovete impegnarvi di più”, invitando il CvB a produrre un altro documento e ribadendo l’intenzione di portare avanti l’occupazione a tempo indeterminato.
Il CvB ha indirizzato il 20 marzo al movimento un’altra lettera, più dettagliata, con la proposta di formazione di comitati indipendenti per trovare una soluzione, alla quale è stato risposto che il movimento non si discosta dalle 6 richieste iniziali, e pone alcune condizioni per l’istituzione di tali comitati indipendenti che prevedono una posizione di supremazia degli studenti/esse, ricercatori/trici e professori/esse nella scelta dei membri, oltre alla totale trasparenza e pubblicità del processo.
Un’altra importante caratteristica è l’efficienza dei processi decisionali: l’assemblea ha fatto tesoro delle esperienze positive di Occupy, e le decisioni vengono prese col metodo del consenso, in tempi ragionevoli, lasciando tempo per l’organizzazione di altre attività.

Nato in un paese che ha saputo esprimere livelli di radicalità eccezionali in passato, ma in cui da 30 anni gli assembramenti pubblici più grandi si vedono in occasione delle celebrazioni per il compleanno della regina (e ora del re), dove non si festeggia il primo maggio e in cui il panorama politico istituzionale è forse ancora più deprimente che in Italia, il movimento della Nieuwe Universiteit costituisce un importante faro di speranza.

Al Maagdenhuis si parla di università, di rappresentanza, di riappropriazione, di università multietnica e antirazzista, di questioni di genere, della riappropriazione dei propri tempi, si sperimenta la democrazia diretta e le lezioni orizzontali, vengono a parlare direttori di musei, intellettuali e filosofi di fama internazionale, artisti e artiste tengono workshops e performances
(il programma completo si trova qui, basta scorrere per rendersi conto della mole di cultura che ha attraversato, e continua a farlo, questo luogo).
A dimostrazione di quanto la Nieuwe Universiteit faccia sul serio, il 22 marzo è stata pubblicata una chiamata pubblica per formare un gruppo di lavoro che si occupi di studiare e proporre delle modifiche alla legge che regola l’istruzione universitaria in Olanda.

Gli e le occupanti del Maagdenhuis, e tutte le persone che attraversano l’occupazione nelle forme più disparate stanno mettendo completamente a nudo un’università che ormai, anche in Olanda, appare per quello che è: una azienda privata nelle mani di un gruppo di managers che poco o nulla hanno a che fare con l’educazione, dimostrando già a partire dal linguaggio che usano, una imbarazzante ignoranza nel campo educativo, e che amministrano con gli stessi criteri con cui si punta a massimizzare i profitti di una qualsiasi multinazionale.

Ma forse il risultato più importante del movimento, al di là di come andrà a concludersi la vicenda (e ci sono importanti possibilità che si risolva in una vittoria), è stato quello di aprire uno spazio di confronto e trasformare un freddo e austero atrio popolato da burocrati e consiglieri finanziari in un gigantesco esperimento che sta mettendo insieme da un mese giovani dai più svariati backgrounds attorno a un radicale e netto rifiuto della società neoliberista e del suo tentativo di trasformare la vita stessa in un insieme di equazioni finanziarie.

Cosa fare? In che modo arginare una controrivoluzione imperante e apparentemente inarrestabile, e tornare all’attacco? La domanda rimane inevasa, ma forse una possibile risposta sta venendo elaborata in queste settimane nel cuore di Amsterdam, al Maagdenhuis occupato, Spui 21.

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per maggiori informazioni:

http://newuni.nl/
http://humanitiesrally.com/
https://www.facebook.com/pages/De-Nieuwe-Universiteit-voor-een-democrati...
https://en.wikipedia.org/wiki/Bungehuis_and_Maagdenhuis_Occupations
http://roarmag.org/2015/03/occupation-maagdenhuis-university-amsterdam/
@hetMaagdenhuis
@HumanitiesRally

Ingenere.it
22 07 2014

Segnaliamo un articolo, uscito su education2.0 a firma di Fiorella Farinelli.

“Boko Haram – L’educazione occidentale è peccato”. Il recente rapimento delle studentesse nigeriane pone un interrogativo sul diritto all’istruzione delle donne nel mondo e sulla scarsa attenzione che, proprio a scuola, viene posta.

Nella notte tra il 14 e il 15 aprile, dal dormitorio del liceo di Chibok, nordest della Nigeria, sono state rapite 267 studentesse. A farlo e a minacciare di venderle o di costringerle a matrimoni forzati, la banda Jihadista Boko Haram, un nome che significa “l’educazione occidentale è peccato”.

Non è la prima volta che il diritto delle donne all’istruzione viene contrastato con la violenza dai fondamentalisti musulmani. Nel 2012 venne gravemente ferita in un attentato Malala Yousafzai, la giovanissima pakistana paladina dell’istruzione delle donne e candidata al premio Nobel per la pace. Ma la battaglia per la parità di genere nell’istruzione è tutt’altro che vinta, anche in luoghi di cultura non musulmana, come si vede fra gli altri in un paese a impetuoso sviluppo come l’India. (continua a leggere)

"I posti ci stanno, perché non ce li danno?". Il cartellone di dieci metri, nero e arancione, è la prima cosa che vedi appesa al dormitorio De Lollis, a due passi dalla Sapienza. Ma i ragazzi che da tre settimane lo occupano, e che da molto più tempo cercano di denunciare lo "scandalo degli alloggi", come lo chiamano loro, questa sera non hanno voglia di parlare. ...

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