Il Fatto Quotidiano
21 10 2014

“Cosa faresti se tua figlia tornasse a casa triste perché i compagni di classe le dicono che essendo africana avrà certamente l’Ebola?”. È con questa semplice domanda che si apre il video di Shoana Clarke Solomon, fotografa e conduttrice televisiva che ha deciso di lanciare la campagna “Sono una persona, non un virus”, dopo che sua figlia di nove anni è stata discriminata nella sua scuola di New York solo perché africana e quindi “probabilmente malata di Ebola”.

Accanto al video, è stata lanciata una campagna su Twitter. L’hashtag è #IAmALiberianNotAVirus, ovvero “sono un cittadino liberiano, non un virus”. L’iniziativa vuole arginare le stigmatizzazioni nei confronti dei cittadini dell’Africa occidentale, considerati spesso portatori del virus solo perché provenienti da Paesi dove Ebola si è altamente diffuso. La campagna vuole anche coinvolgere i cittadini di Guinea, Sierra Leone e Nigeria.

Meltingpot Europa
21 10 2014

Una direttiva del Ministero scatena i pestaggi. Segnalazioni da Crotone, Reggio Calabria, Messina e Ragusa. A Fiumicino un bambino di 6 anni ha rischiato il respingimento.

Il pomeriggio di ieri si apre così, con la segnalazione della presenza di un bambino siriano di 6 anni che, giunto all’aereoporto di Fiumicino insieme ad un uomo amico di famiglia, rischia di essere respinto. Era riuscito ad arrivare qui con la speranza di potersi ricongiungere al fratello maggiore che vive in Svezia ed invece anche lui, come altre milioni di persone, ha fatto i conti con il confine.

Non ci sono ancora conferme. Sembra che la situazione si sia risolta nella mattinata di oggi, ma la segnalazione si aggiunge a quelle che negli scorsi giorni hanno documentato i respingimenti di diversi siriani, in particolare dall’aeroporto di Bergamo, verso la Grecia. E’ l’inizio di un incubo, Il sogno infranto di migliaia di persone. La segnalazione arriva dagli stessi contatti che quotidianamente seguono gli spostamenti dei siriani in Italia e lungo la rotta verso l’Europa che sta più a Nord, quella che ormai risulta un miraggio, quella che finora sembrava essere più accogliente ma che oggi ha chiesto la ripresa perentoria delle procedure di identificazione.

Per un lungo periodo infatti in Italia non si identificava più. I grandi numeri degli arrivi avevano consigliato al Ministero dell’Interno di lasciar defluire le persone verso i paesi del Nord, così da decongestionare la situazione dei centri italiani, da tempo al collasso.

Sia chiaro, nulla di pubblico e politico, nessun vero braccio di ferro con l’Europa, quanto piuttosto un "trucchetto" di bassa lega, che per lungo tempo ha strizzato l’occhio ai trafficanti che sulla pelle dei migranti e rispondendo alle loro speranze di raggiungere la Svezia, hanno fatto fortune.

Ora invece è il tempo di chiudere con Mare Nostrum e tutto è cambiato. A ben guardare i numeri di un anno di operazione non hanno certo regalato risultati confortanti. Oltre 3 mila morti nel Mediterraneo non possono essere certo un accettabile effetto collaterale, a fronte di una spesa che, se fosse stata destinata altrimenti, avrebbe forse permesso di organizzare gli ingressi garantiti per i "profughi" ed anche una loro accoglienza dignitosa. Circa 2.500 furono le persone che persero la vita nel 2011 (intorno ai 60.000 arrivi) e 590 nel 2012 (24.000 arrivi).

In ogni caso ora è il momento di Triton che coprirà circa 60 miglia (30-40 a Sud di Lampedusa) in meno di quelle battute dalle navi militari della Marina italiana con Mare Nostrum (100 a sud di Lampedusa) ma che comunque risulta un ottima via d’uscita per il governo.

La partita infatti si è giocata tutta lì: l’Europa che imbastisce una nuova missione per Frontex, l’Italia che può venderla come grande vittoria e chiudere così Mare Nostrum offrendo risposte ai partiti che su questo hanno costruito fortune.
Tutto però ha una contropartita e gli Stati Membri rivendicano la loro moneta di scambio: l’Italia deve riprendere la schedatura dei migranti per l’inserimento dei dati in Eurodac, il sistema che permette agli stati di definire lo stato competente per l’esame della domanda, verificando che il richiedente non l’abbia presentata in altri paesi UE.
La conferma arriva da una direttiva del Ministero dell’Interno inviata alle diverse unità coinvolte nelle procedure di identificazione contenente anche alcune istruzioni che fanno rabbrividire.

Nella circolare infatti si fa riferimento alle lamentele degli altri Stati in relazione alla mancata identificazione dei migranti per cui si ordina di procedere "con rinnovata cura nelle attività di identificazione e fotosegnalamento dei migranti".

Le istruzioni (distribuite anche ai migranti) spiegano invece piuttosto bene quello che sta avvenendo in questi giorni quando precisano che oltre alla denuncia in caso di rifiuto di essere identificati, la Polizia procederà all’acquisizione delle foto e delle impronte digitali anche con l’uso della forza se necessario

Le istruzioni del Ministero: la Polizia procederà all’acquisizione delle foto e delle impronte digitali anche con l’uso della forza se necessario

Così in queste settimane nei centri di accoglienza del sud succede di tutto nonostante il regolamento che istituisce Eurodac non faccia in alcun modo menzione della possibilità dell’uso della forza

I risultati sono evidenti già in queste foto scattate alla Stazione Centrale di Milano che documentano i segni delle violenze riportati da un ragazzo identificato a Messina,
Le medicazioni sono avvenute solo all’arrivo in Stazione a Milano da un pediatra che ha prescritto antibiotici per evitare infezioni. Il braccio di un ragazzo è tumefatto, il piede gonfio per le botte, mentre un signore riporta altre ferite al braccio. I due sono stati seduti per terra una volta arrivati nel centro, senza che prima gli venisse concesso di mangiare e andare in bagno, dopo la traversata del Canale di Sicilia.
Quello che è successo dopo è facile capirlo.

Non è certo l’unica storia.

Nel CARA di Crotone (Isola di Capo Rizzuto) il copione si ripete. identificazioni violente e privazione della libertà personale: alcuni ragazzi che vivono raccontano infatti di una struttura in muratura all’interno della quale vengono prelevate le impronte e da dove nessuno può uscire se prima non si è completata la procedura di identificazione.
Storie simili arrivano da Roccella Jonica (Reggio Calabria) e da Pozzallo (Ragusa) dove dopo i pestaggi dei giorni scorsi, sono in vista altri trasferimenti, ma questa volta ad attendere i migranti fuori dal centro, piuttosto che i pullman, hanno trovato i cellulari della polizia ed agenti in tenuta antisommossa. La destinazione è la Sardegna.

Sembra insomma che la commozione per i morti abbia ormai lasciato il passo a ben altro: operazioni come Mos Maiorum, identificazioni forzate, respingimenti, applicazione ferrea del Regolamento Dublino. questa è l’Europa umanitaria.

Nicola Grigion

L’Espresso
21 10 2014

Più di mese senza sostegno. In aula abbandonati. La scuola è iniziata per tutti, ma per gli studenti con disabilità l’insegnamento e il diritto allo studio è ancora solo una speranza.

Zero programmazione, graduatorie esaurite e genitori costretti a rimanere in aula. La disperazione di chi chiama i carabinieri per denunciare il Comune e la vergogna di bagni inaccessibili. Il braccio di ferro per spartirsi le briciole delle ore di assistenza e i ricorsi al Tar per ottenerle in deroga. E l’amara constatazione di una madre:«Non otteniamo nulla senza scandali e urla».

Ecco l’altra faccia dell’istruzione italiana, attraverso il racconto delle testimonianze dirette. Il calvario quotidiano di tanti dei 230 mila alunni iscritti all’anno scolastico 2014-2015. Rappresentano meno del tre per cento dei quasi otto milioni di studenti che ogni giorno vanno a lezione, ma sono un problema insormontabile per presidi e provveditori.

Per loro ci vorrebbero migliaia di insegnanti preparati ad hoc e in grado di garantire il rapporto di uno a uno, indispensabile per seguirli nelle attività quotidiane. Nella realtà i docenti si fanno carico anche di cinque-sei studenti con ore tagliate e un tira e molla per la nomina.

La causa? La piaga della precarietà per i docenti. Le nomine da ripetere ogni anno diventano mesi persi senza il sostegno. Significa buttare al vento dalle 4 alle 10 ore alla settimana di lezioni individuali e un percorso di inserimento su misura.

Un problema soprattutto al Sud, dove non ci sono enti locali in grado di finanziare assistenti che sopperiscano, almeno in parte, alla carenza di insegnanti. Tanto da allarmare anche il ministro dell’Istruzione Stefania Giannini:«Mi preoccupa l’aumento di alunni disabili che si concentra nelle regioni del Mezzogiorno. La disabilità si concentra non solo per aree geografiche ma anche su tipologia di alunni, soprattutto sugli stranieri».

I NUMERI SBALLATI

Il dossier “Buona scuola” messo a punto dal tandem Renzi-Giannini prevede di intervenire anche su questo fronte: tra i 148 mila docenti che verranno assunti a settembre 2015, circa 9 mila faranno parte di quel contingente che ogni giorno è impegnato nella formazione e nell’inclusione degli alunni con disabilità, raggiungendo quota 90 mila.

Troppo pochi per il sindacato Anief che definisce i numeri del Ministero «sballati».
«Primo vero motivo di questo stato di cose è legato alla mancata assunzione di 30mila docenti specializzati», spiega il segretario Marcello Pacifico:«Invece di considerare i posti effettivamente liberi, pari ad oltre 110mila insegnanti di sostegno, lo Stato ha continuato a mantenere come riferimento il numero dell’anno scolastico 2006/07. Che corrisponde a poco più di 90mila posti complessivi».

È su questo parametro, conteggiato su un totale di soli 180mila alunni, che l’ex ministro del Governo Letta Maria Chiara Carrozza ha stabilito nuove immissioni in ruolo nel corso di un triennio. Peccato che ogni anno si iscrivono 6-8 mila nuovi alunni. Annullando ogni sforzo dello Stato di rimettersi in pari.

Una legge approvata dal Parlamento l’anno scorso ma già monca: non si riesce a garantire il rapporto uno a uno tra docenti di sostegno e studenti.

Tenendo in vita un’alta percentuale di prof specializzati ma precari. I quali, inevitabilmente, ogni anno sono sempre costretti così a cambiare classi e istituto. Risultato? Addio alla continuità didattica, che per i disabili diventa ancora più determinante nelle prime settimane.

PER QUATTRO VOLTE RESPINTA

Solo con l’intervento del Tar si possono sbloccare le graduatorie. E finalmente ottenere il sostegno fino a giugno. Centinaia quest’anno le pratiche aperte dopo il via nel segno del caos.

I tribunali nel giro di un mese emettono un provvedimento urgente per riconoscere il diritto ad avere “in deroga” le ore necessarie. Un’ultima spiaggia tentata anche dalla famiglia di Sara, una ragazza con una grave forma di autismo.

La diciassettenne ha frequentato regolarmente i tre anni delle medie, supportata da una progetto di “scuola potenziata” che avrebbe portato con sé anche alle superiori (spazi molto flessibili, collaborazione della famiglia per la frequenza) ma nonostante tutte le buone intenzioni si è incastrata in un limbo: ripetere per la quarta volta la terza media perché le superiori non possono accoglierla.

Queste le motivazioni con cui il dirigente dell’istituto alberghiero di Poggio Rusco, in provincia di Mantova, ha respinto la studentessa:«Gli spazi, nonché la sua organizzazione e l’aumento previsto di ulteriori tre classi ci impedisce di accogliere l’iscrizione dell’alunna». La madre di Sara, Mariarosaria Mirto, non si dà per vinta e ricorre al Tar che dà ragione alla famiglia. Anche se viene tutto rinviato al prossimo anno.

 

I CARABINIERI IN CLASSE

Tante storie-fotocopia per un un diritto allo studio negato. Centinaia di segnalazioni arrivate al contact center integrato per la disabilità Superabile.it , che raccontano l’incubo quotidiano di famiglie abbandonate al loro destino.

I due insegnanti di sostegno hanno lo stesso giorno libero e i due alunni disabili restano soli. È successo in provincia di Reggio Calabria. Lei è Alina, la mamma di Daniele, un bambino autistico di nove anni. Questa è l'accoglienza riservata a suo figlio i primi giorni di lezione.
«Accompagno Daniele e scopro che le due maestre di sostegno sono assenti, entrambe hanno il giorno libero. A quel punto, ho chiamato i carabinieri, che hanno constatato la situazione in cui si trovava mio figlio, senza nessuno che si occupasse di lui, e hanno steso la relazione».

E proprio di quella relazione Alina aveva bisogno, perché certificasse ciò che a suo figlio ogni mattina viene negato:«Con questo foglio in mano denuncerò il Comune e il provveditorato».

Intanto a Daniele ha pensato Alina, rimanendo in corridoio:«Ogni tanto lo spiavo: era lì da solo, con lo zaino sul banco e la testa sopra. Non ha fatto nulla, in tre ore e mezzo. È così da quattro anni, ogni volta la stessa storia. O tengo Daniele a casa oppure lo accompagno in classe. E sto tutto il tempo con il cellulare in mano, pronta a scattare quando alla sua prima crisi mi chiameranno».

GLI INSEGNANTI SONO FINITI

Patrizia vive a Bergamo ed è la mamma di Matteo, 12 anni, disturbo dello spettro autistico associato a psicosi. «Un bambino difficile - spiega la madre- che ha bisogno di una persona non solo sensibile e competente, ma specializzata». Quest’anno Matteo ha iniziato la prima media e avrebbe diritto a una copertura totale delle ore scolastiche.

«Ho chiamato il preside una settimana prima dell’inizio della scuola e mi è stato detto che Matteo avrebbe avuto sei ore di sostegno e otto di assistenza, in totale quattordici. Poche rispetto alle venti che aveva lo scorso anno».
Insoddisfatta, Patrizia ha minacciato di telefonare al provveditorato:«A quel punto, le ore di sostegno sono diventate otto, come fossimo al mercato. Ma io ho replicato che di ore me ne servono diciotto e il preside dopo il tira e molla ha accettato». Tutto risolto, ma solo in teoria.

«Il giorno prima dell'inizio della scuola – continua Patrizia- il preside mi chiama nuovamente, per comunicarmi che Matteo non avrebbe avuto, l'indomani, né l'insegnante di sostegno né l'assistente. E che, in verità il sostegno non l'avrebbe avuto mai, perché erano finiti».

Cambiando regione il problema non cambia. Nelle Marche Lorenzo (un ragazzo con sindrome d Down) è iscritto alla prima classe della Scuola "Faà di Bruno" di Marotta di Mondolfo (Pesaro e Urbino). A lui sono state assegnate solo 9 ore di sostegno, contro le 13 dello scorso anno, quando era ancora alle elementari. Alle insistenze dei genitori al Provveditorato hanno risposto di «essere pazienti».

LA PIPI’ NEGATA

«Mamma ti prego lavami tutto: sono bagnato e puzzo moltissimo». Ecco come ha iniziato la scuola Luca, 21 anni e un problema insormontabile con i servizi igienici. «Ha una tetraparesi spastica e frequenta da quattro anni una scuola superiore a Roma – spiega la madre Maria- Per tre anni ha cambiato sede ed ogni volta si è ripresentato il problema dei bagni. Anche questa volta, stessa storia: è tornato tutto bagnato. I bidelli non erano riusciti a fargli utilizzare bene la tazza, per lui inadeguata».

Eppure Maria, consapevole del problema che si presenta ogni anno e dei limiti di Luca, fin da giugno aveva contattato la preside per accertarsi che tutto fosse in ordine. Invece, quel bagno non va bene, la carrozzina non riesce a muoversi come dovrebbe. E a ciò si aggiunga che i bidelli, per quanto “riqualificati”, non sono minimamente formati.

Ad occuparsi dell'igiene dei ragazzi disabili nelle scuole superiori, provvede il personale ata cosiddetto “riqualificato”, che grazie a questa mansione aggiuntiva percepisce un'indennità di un centinaio di euro. Nella scuola di Luca solo una bidella è però in grado di assisterlo adeguatamente.

«Ho costretto la preside -continua Maria - a scrivere alla Provincia una richiesta formale di rifacimento di quel bagno e mi è stato assicurato che entro un mese la situazione sarà risolta. Non c'è niente che riusciamo ad ottenere senza urlare e combattere».

La bellezza effimera dei roghi: sui lifting di Sofia Loren

  • Mercoledì, 15 Ottobre 2014 10:45 ,
  • Pubblicato in Flash news

Lipperatura
15 10 2014

E’ una vecchia storia, quella su cui mi sto interrogando in questi giorni, seguendo percorsi che sono di vita e insieme di scrittura. La storia riguarda il senso del dovere che molte, anzi moltissime donne si ritrovano sulle spalle da quando erano bambine, e che a un certo punto della loro vita rischia di schiacciarle. Quel “tu devi” non passa mai, a meno che non ci lavori parecchio. E se infine riesci a uscirne, ci sono altre donne che ti richiamano all’ordine: perché ti sei sottratta ai tuoi doveri, qualunque essi siano? Perché, per esempio, non invecchi bene?

Sul solito social network, mi è capitato di imbattermi in una discussione su Sofia Loren, e su quanto è liftata, e mamma mia che orrore, e ha la parrucca, e oh che imbarazzo, e oh che schifo, e meglio uscire di scena giovani e belli (tiè, aggiungo mentalmente quando leggo). Donne, a commentare. E se provi a dire ma scusate, ma perché vi comportate come un branco?, ti rispondono che sei ideologica e che, al solito, magari, vuoi mettere i mutandoni alle statue secondo quanto comanda il politicamente corretto.

Le donne sono crudeli con le donne, e ci sta, mai sostenuto che le donne siano buone a prescindere. Ma sono crudeli soprattutto con chi invecchia, e sono prontissime a prendere le misure di quanto invecchia “male”, sia quel “male” da attribuire all’eccesso di botulino, sia da attribuire alla sciatteria. Il “più si diventa vecchi, più si diventa liberi” di Saramago sembra non valere per le donne.

Certo che abbiamo un problema di “jeunisme”, e viviamo come dovere l’ essere giovani o apparire giovani a ogni costo. E certo che questi discorsi sono rischiosi, come quando si tenta di riparlare del corpo e interrogarci su quanto sia davvero libero l’uso del medesimo come lasciapassare per il nostro essere nel mondo, perché quel che viene rinfacciato (lo fece, in una indimenticata puntata di Annozero, Niccolò Ghedini a Emma Bonino, lo fanno le vestali del “siamocontrolefemministeperchèsiamopiùfemministe”) è di avere una visione della vita bigotta, infelice, costrittiva, dove il corpo viene punito e mortificato. In realtà, si tratterebbe semplicemente di dargli la giusta importanza: di poterlo accudire e curare e migliorare sapendo però che non è l’unica carta in proprio possesso ma una parte della propria storia. La più visibile. E se è bello, piacevole, importante avere a disposizione le tecniche giuste per poter almeno in parte attenuare le offese che il tempo arreca al corpo, dovrebbe essere anche importante e, forse, bello, ricordare che quel corpo ha comunque una storia che non può essere azzerata. Cinquant’anni non sono, non devono essere trenta: e, no, non voglio essere scambiata per mia figlia. Per lei. E per me.

Quando si invecchia, è più dura. Lo sottolineava già Simone de Beauvoir, ricordando come l’aver parlato di vecchiaia ne La forza delle cose aveva suscitato un putiferio: “Ammettere che mi trovavo alle soglie della vecchiaia voleva dire che questa aspettava al varco tutte le donne, e che già molte ne aveva afferrate… Gentilmente, o con risentimento, molta gente, e soprattutto persone d’età, mi hanno abbondantemente ripetuto che la vecchiaia non esiste. Vi sono persone meno giovani di altre, semplicemente questo”.
E se è nella logica delle cose che siano le giovani donne a criticare le più anziane, quel che sta avvenendo è che sono le coetanee a rivelarsi più dure. In Non è un paese per vecchie riportai alcune tracce della full immersion nella rete:

“Sul forum alfemminile, un’utente pone il problema delle “donne anziane siliconate” che le fanno “una gran tristezza”. E’ l’inizio di una discussione interessante quanto crudele. Risponde infatti una seconda utente: “quando le incontro per strada con quei labbroni oppure al mare in topless,hanno tutto cascante tranne il seno… mi intristisce molto il fatto che non accettino d’invecchiare”. Una terza rincara la dose: “A me fanno tristezza quelle donne che vogliono fare per forza le ragazzine… e si vestono come le figlie quindicenni… poi bo’ per me sono anche ridicole” . “Vengono a farsi tatuare il trocco semipermanente!”, si indigna un’altra. “La loren me fà ribrezzo ad esempio! Brrrrrrr! Vomito. Bleah…..”, chiosa l’ultima. Non va meglio altrove: nel forum di discussione di Amici le spettatrici si scagliano contro “le fanatiche in menopausa”. Sui blog, giovani pensose scrivono: “donne lontane si muovono intorno a me scimmiottando la giovinezza, l’aria è satura di fumo, io odio il fumo, odio le vecchie signore ingrassate nelle oscene maglie a fiori, odio le vecchie signore “inmummiate” nelle gonne corte con gambe tozze sopra gli zoccoli estivi. Perchè non chiedo a tutte di uscire? Questa è la mia stanza e la mia intelligenza e fluida, non cristallizzata, come la loro”. “Odio le vecchie pretenziose,” si affianca una ragazza di vent’anni. “Odio le vecchie che lavorano”, aggiunge un’altra. Un’altra blogger racconta con disgusto e dovizia di dettagli il suo pomeriggio in pasticceria: “c’è una vetusta baldracca che beve il suo caffè-macchiato-senza-schiuma-in-tazza-grande-grazie e mi sorride. ammiccante. civettuola. abbronzatissima. con la pelle di una vecchia carpa sotto sale. Io continuo a bere e mi perdo in quegli interessantissimi canyon di rughe che ha sullo sterno mentre lei butta un occhio sul giornale. Cispe pesantemente truccate, rossettone, scarpe lucide col tacco. Non è altissima ma calza un 44, sicuro, e ha orecchini che sembrano due lampadari rococò. Mi fa pena. mi ricorda una di quelle tante vecchie borghesi tignose che affollavano la galleria in cui esponevo anni fa. ma lei, la vecchiarda, quando non guarda il giornale guarda me. e sorride. Non la vuole proprio smettere. e io non so che fare..”.

Specchiarsi in uno sguardo di ragazza è crudele: eppure, pensavamo che tutto questo potesse essere superato, che esistesse una condivisione di idee e parole e, sì, persino sorrisi che scavallasse l’età, il pregiudizio, il risentimento. La semplice estetica. Invece no. Su un sito molto fortunato e molto snob, che si chiama Le Malvestite, si infierisce allegramente contro le vecchie. Si fa di più: si lancia la bandiera di Menopausalandia (“capitale: Sophialorenopoli”), naturalmente maculata e dotata di un grazioso slogan: “Heil Menopausa”. I commenti sono in tema: “venerdì sera ho visto proprio un gruppetto di menopausiche modaiole stile simona ventura… una mi è rimasta impressa: sfoggiava orgogliosa un lunghissimo e larghissimo impermeabile beige da cui spuntavano i leggings infilati nelle ballerine nere… sembrava un’adolescente francese che vedeva per la prima volta la tour eiffel, peccato che non avesse il quoziente intellettivo per arrivarci a parigi”.”

Storia antica, come premesso. E sarebbe bello che quando si ripete ci fermassimo a riflettere sulle nostre paure, sul motivo per cui è così rassicurante riunirsi in cerchio a bruciare la strega di turno, sapendo che il fuoco, infine, si consuma. E ritorna il freddo.

 

Aspetta da sei mesi di essere operato, ma è ancora in cella

  • Martedì, 07 Ottobre 2014 12:13 ,
  • Pubblicato in Flash news

Cronache del garantista
07 10 2014

Vive sulla sedia a rotelle e ha bisogno di un urgente intervento chimico per una infezione alla vescica da otto mesi, ma Fabio Ferrara è ancora incredibilmente detenuto nel carcere di Secondigliano, e se non fosse per i Radicali italiani, la vicenda sarebbe passata sotto silenzio

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