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02 10 2014

Promuovere la diversità di genere non è solo la cosa giusta da fare, ma quella più intelligente”. Sallie Krawcheck non ha dubbi perché sono i numeri a parlare: il fondo monetario internazionale stima – solo negli Stati Uniti – che un coinvolgimento maggiore delle donne nell’economia porterebbe a un’espansione del Pil americano del 5-9%. E sebbene si creda che il mondo anglosassone sia già fortemente “avvantaggiato” nell’integrazione di genere, c’è ancora bisogno di lavorarci.

E magari con un mix di business e public policy, così come sta facendo la Krawcheck, “l’ultima analista onesta” – come definita da Fortune che le dedicò la copertina nel 2002 per aver detto e predetto quello che gli altri non dissero nel post crisi 2001 e ante crisi 2008. Krawcheck ha deciso di essere la prima a lanciare un fondo che investe solo su donne dirigenti. Dopo aver guidato il Global Wealth Investement Management di Bank of America e aver fatto l’analista in Merril Lynch & Smith Barney, ha creato Pax Ellevate Global Women’s Index Fund (PXWEX), un fondo concepito per misurare e “pesare” l’impatto della diversità di genere sul successo di un’azienda. In altre parole si promuove la crescita della leadership femminile attraverso l’investimento in società con un board fatto di donne: nel fondo, il 31% delle società hanno solo donne nei cda e il 24% nel senior management.

A tutt’oggi il fondo investe – funzionando analogamente ai fondi etici – in oltre 400 aziende che incoraggiano le donne, la diversità di genere e che – requisito molto importante – abbiano sottoscritto i Women’s Empowerment Principles delle Nazioni Unite. Ma perché l’operazione potesse avere una rilevanza sul mercato – non soltanto in ragione dei dati sui rendimenti migliori fatti da aziende guidate da donne –, Krawcheck ha studiato dinamiche e relazioni, grazie alla gestione di Ellevate, il network da 35mila professioniste su cui si è costruita la partnership con il fondo Pax World, generando appunto PXWEX.

Da un sondaggio all’interno del network Ellevate, emerse infatti che per l’87% delle intervistate, c’era ancora discriminazione di genere nelle relazioni professionali – soprattutto ad alti livelli – e che la maggior parte riteneva che questa discriminazione si manifestasse in modo sottile, subdolo, quasi impercettibile. Da allora, l’operazione di costituzione del fondo comune – non un hedge fund – per Krawcheck è diventata una missione oltre che una scelta professionale. E se è vero che le donne influenzano o addirittura controllano, solo negli Usa, 11 trilioni (miliardi di miliardi) di dollari in asset, è verosimile che si può sfruttare questa nuova ondata di investitori in un mercato già fortemente orientato al consumo femminile. Tanto che tra le aziende in cui investe il fondo c’è Avon di Sheryl McCoy, Estée Lauder, Procter & Gamble, ma anche Yahoo! dove non è il prodotto ma il CEO a contare - Marissa Mayer -; o ancora la PepsiCo, guidata da Indra Nooyi, forse l’unica donna manager ad aver ammesso che a causa del lavoro “potrebbe non essere stata una buona madre” e che insomma le donne “non possono avere tutto”.

Se non tutto, almeno la consapevolezza però. Barclays in luglio – un mese dopo il lancio di PXWEX - si è accodato all’operazione di Krawcheck lanciando il Barclays Women in Leadership Total Return Index, visto l’appeal della nuova frontiera. Alla stessa stregua dei fondi etici che hanno suscitato curiosità e slancio sul mercato, anche un fondo per sole donne come quello della Krawcheck o come quello di Barclays, attrae fortemente gli investitori, tanto che si parla per ora di “outperformance” rispetto ad altri fondi che infatti non investono nella leadership femminile. L’investimento minimo per PXWEX è piuttosto accessibile: 1,000 $ per un privato e 250,000$ per un investitore istituzionale.

Ed è quindi consequenziale che il marketing “peschi” nuovi investitori sulla base di buone performance – sebbene le spese iniziali siano leggermente più alte di altri fondi comuni. Quello che però suscita perplessità è il fatto che le donne non si sentano sufficientemente preparate dinnanzi a importanti decisioni finanziarie. Secondo una ricerca della società assicurativa americana Prudential, condotta sul territorio USA – analogamente a quanto fatto dall’italiana AXA – il rapporto delle donne con il denaro e conseguentemente con le decisioni finanziarie rimane complicato. Il “confidence gap” ha relegato per anni e continua ancora a relegare le donne alla sola buona conduzione dell’economia domestica (quell’80% di donne che gestiscono il menage familiare meglio di chiunque altro, di cui parla la Krawcheck).

“La conseguenza di questo rapporto ha infatti generato una minor propensione al rischio – spiega Francesca Bettio di inGenere. “Le donne sono quindi più previdenti, tendono ad investire maggiormente in titoli di stato anziché in azioni. Ma proprio per questo, esse sono in grado di investire bene. Il problema si presenta quando le imprese a conduzione femminile si rapportano con il credito: ottengono meno facilmente prestiti e con tassi più alti. Tanto che se ne parla da 30 anni. Quello che, concludendo, non dobbiamo dimenticare però è che, sebbene si tratti in parte anche di un’operazione di marketing volta a conquistare nuove fette di mercato, il fondo PXWEX non è una conseguenza dell’“elitist feminism”: perché tenta anzi di cambiare il rapporto delle donne con il denaro, generando conseguenze su tutto il genere. I benefici potrebbero essere quelli di rompere i pregiudizi”.

La Krawcheck ha tenuto conto di questo aspetto, tanto che ha pensato a un fondo comune anziché a un hedge fund: sa quanta necessità di “trasparenza” chiedono le donne prima di investire.

Al tempo stesso però rimane imprescindibile un ragionamento: “Bisogna investire laddove il management è migliore, pensando alla massimizzazione dei profitti – stigmatizza l’economista femminista Fiorella Kostoris. “Un fondo etico può essere insensato se non ha un fine di mercato. Bene l’obiettivo politico di un fondo come questo, ma nel mercato deve vincere la rule of law e il profitto. Se fossi ministro dell’istruzione e volessi promuovere la formazione delle donne nel campo della finanza, finanzierei la ricerca su progetti fatti almeno per metà da donne. Obiettivo politico nel pubblico”.

Ma anche di questo ha tenuto conto Krawcheck quando ha sostenuto che più le donne sono coinvolte, più la gente lavora e più soldi ci sono. Business & Public Policy.

Chiara Organtini

 

Istat, disoccupazione giovanile oltre il 44%

  • Martedì, 30 Settembre 2014 12:41 ,
  • Pubblicato in Flash news

Giornalettismo
30 09 2014

In Italia continua a crescere ad agosto il tasso di disoccupazione giovanile: tra i ragazzi dai 15 ai 24 anni la disoccupazione è stata del 44,2%: un aumento di un punto percentuale rispetto a luglio e di 3,6 punti nei 12 mesi. Dal calcolo sono stati esclusi i giovani inattivi, ovvero quelli che non sono occupati e non cercano lavoro. Gli occupati sono22,38 milioni, in aumento dello 0,1% rispetto al mese precedente (+32mila) mentre i disoccupati 3 milioni 134 mila.

ITALIA IN DEFLAZIONE – A settembre l’Italia resta comunque in deflazione: l’indice dei prezzi al consumo, misurato dall’Istat nelle prime stime, scende dello 0,1% rispetto allo stesso mese del 2013 e dello 0,3% nei confronti di agosto 2014. Ai dati dell’Istat sulla disoccupazione giovanile si aggiungono anche quelli del Cnel secondo cui “l’ipotesi di una discesa del tasso di disoccupazione ai livelli pre-crisi, intorno al 7%, sembra irrealizzabile perché richiederebbe la creazione da qui al 2020 di quasi 2 milioni di posti di lavoro. Il tasso di disoccupazione ‘allargato’ è giunto a superare il 30% nel 2013, senza peraltro mostrare segnali di rallentamento nella prima parte del 2014″, afferma ancora il Comitato Nazionale di Economia e Lavoro.


I LAVORATORI A BASSO REDDITO – Secondo il Cnel «La crisi ha provocato un forte aumento non solo della disoccupazione in senso stretto, che si riferisce ai senza lavoro che compiono azioni di ricerca attiva, ma anche del numero di sottoccupati e delle persone che hanno interrotto l’attività di ricerca perché scoraggiati o perché in attesa dell’esito di passate azioni di ricerca». A volte anche chi lavora non se la la passa bene, visto che «la quota di lavoratori a basso reddito è aumentata negli anni della crisi, superando nel 2011 i 2 milioni e 640 mila»

Roma, verso lo sciopero sociale bloccato convegno al Cnel

  • Martedì, 30 Settembre 2014 12:34 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
30 09 2014

Oggi prendono parola i precari, non solo sindacati concertativi ed esponenti del governo, per dire a Renzi: NOT IN MY NAME"

Contro precarietà e disoccupazione #14N #scioperosociale

Sono giorni che il premier Renzi e il ministro del Lavoro Poletti si autoproclamano difensori dei precari, di chi, come noi, è privo di diritti. Lo fanno sostenendo il Jobs Act e la necessità di rendere più flessibile il mercato del lavoro attraverso l'eliminazione dello Statuto dei lavoratori.

Lo gridiamo da subito con forza: NON IN NOSTRO NOME!

È un ventennio, infatti, che si approfondisce la flessibilità promettendo, in cambio, l'aumento dell'occupazione: in modo inequivocabile, i fatti dimostrano che tutto ciò non è vero, a maggiore flessibilità non corrisponde maggiore occupazione, anzi. Altrettanto, sappiamo che eliminando le tutele esistenti, lo Statuto dei lavoratori in primis, non si estendono le tutele a chi non ne ha. Semplicemente, tutti avranno meno tutele.

Si parla tanto, ad esempio, di riforma degli ammortizzatori sociali, di Aspi esteso anche ai precari e di indennità di disoccupazione oltre l'Aspi per chi ha un Isee basso. Si dice meno che per fare tutto questo il governo troverà, forse, 2 miliardi di euro, praticamente briciole. Sono anni che chiediamo un sistema di tutele pienamente universale, che ci battiamo per un reddito garantito sganciato dalla prestazione lavorativa: sappiamo che per fare tutto questo ci vogliono almeno 15-20 miliardi l'anno, una cifra assai distante da quella al momento solo promessa dal governo Renzi.

Ancora. Si elogia continuamente il modello tedesco, ma non ci si ricorda mai dei minijobs, lavori pagati non più di 450 euro al mese che riguardano, ormai, più del 20% della forza-lavoro in Germania. Così come, elogiando i Jobs Center, non si ricorda che il sistema dei sussidi vale solo per chi è disposto ad accettare un lavoro purché sia, indipendentemente dalle proprie competenze e senza che livelli salariali accettabili siano contemplati. Il modello tedesco, per il riformatore italiano, sono sotto-occupazione e sotto-salari, working poor, lavoro gratuito. Si pensa alla Germania e si estende il modello Expo, con 18.000 giovani lavoratori senza salario.

Riproponendo il problema dell'articolo 18, poi, si omette il legame tra il DL Poletti, approvato lo scorso maggio e il Disegno di legge delega ora al vaglio del Senato. Con il DL Poletti, infatti, si è estesa smisuratamente l'acausalità dei contratti a termine e si ridotto a nulla il contenuto formativo dei contratti di apprendistato. In entrambi i casi, gli obiettivi sono chiari: rendere lavoratrici e lavoratori ricattabili; pagare meno il lavoro.

Infine il progetto Garanzia Giovani: un'altra promessa alla quale, nella realtà, non ha corrisposto nulla. A fronte di 200.000 iscrizioni, le Regioni sono ancora ferme. Di più, si usano risorse pubbliche non per estendere le tutele, ma per favorire imprese ed enti formativi, trasformando la disoccupazione giovanile in un vero e proprio business, fatto di stage, tirocini, ancora una volta, di lavoro sotto-pagato o gratuito.

Siamo qui oggi e saremo presenti ancora ovunque prenderete parola, per dire che ci opporremo a questo disastro. Non abbasseremo la testa nei confronti dell'arroganza delle vostre politiche, che ci vogliono poveri e senza diritti. Siamo qui oggi e saremo nelle piazze il 14 novembre, con lo sciopero sociale dei precari, dei disoccupati, degli studenti, dei migranti, per dire STOP JOBS ACT, reddito e salario minimo europeo, accesso gratuito alla formazione per tutte e tutti.

Ci riprendiamo la parola, nessuno può parlare a nostro nome, calpestando le nostre vite!

Non ho mai utilizzato il termine decrescita prima che uscisse il numero speciale della rivista Silence dedicato a questo tema, nel febbraio del 2002 (...) Se l'utilizzo del termine decrescita è molto recente (...) l'origine delle idee che tale termine veicola ha una storia più lunga (...).
Serge Latouche, Il Fatto Quotidiano ...

Più donne al vertice, più l'azienda guadagna

  • Venerdì, 26 Settembre 2014 13:23 ,
  • Pubblicato in Flash news

Pagina 99
26 09 2014

Un rapporto di Credit Suisse offre ulteriori prove del fatto che un migliore mix di genere tra i dirigenti è legata a risultati migliori per le aziende. Il team di ricerca della banca ha creato un database che traccia il mix genere di circa 28.000 dirigenti di 3.000 aziende in 40 paesi in tutto il mondo, e confrontato i dati con i risultati finanziari delle società. «C'è una forte superiorità delle aziende che hanno le donne nella gestione, soprattutto in ruoli operativi», ha dichiarato Stefano Natella, responsabile globale di ricerca azionaria per il Credit Suisse. In particolare, si registrano rendimenti più elevati sul capitale, valutazioni più elevate, un migliore piazzamento del titolo e dividendi più alti.

Nelle 3.000 aziende globali, solo il 3,9% dei Ceo sono donne. L'8,5% riveste ruoli di vertice e il 17,5% incarichi finanziari e strategici. Nel frattempo, le donne occupano il 18,9 per cento dei posti di lavoro "servizi comuni", come quelle che hanno portato, risorse umane legali e marketing - percorsi di carriera che offrono meno frequentemente un trampolino di lancio verso la cima. Credit Suisse ha scoperto i rendimenti azionari migliorano quando più donne rientrano in queste tre categorie di cui sopra, i posti chiamati di "front office".

Ad esempio, confrontando le società bancarie in cui le donne costituiscono meno del 5% dei posti di lavoro operativi migliori e quelle in cui più la stessa percentuale supera il 10%, queste ultime mostrano un rendimento del 27% più elevato sul capitale e un indice di distribuzione dei dividendi maggiore del 42%. E gli amministratori delegati donne fanno meno acquisizioni e dismissioni di più rispetto ai loro colleghi uomini.

«È come se ci fosse un rapporto di simmetria» ha concluso Stefano Natella. «Le aziende in cui almeno la metà del "front office" è occupato da donne hanno avuto rendimenti medi annui del 28,7%. Quelle con una componente femminile al vertice di almeno un terzo hanno registrato una media del 25,6%, che arriva al 22,8% quelle con un quarto dei posti di lavoro migliori sono svolte da donne. Tutte le altre si sono fermante al rendimento medio del 19,1%.

«Si può discutere se le aziende sono risultati migliori perché hanno più donne nella gestione o perché le aziende migliori assumono più donne». Ma l'effetto è lo stesso e la risposta è probabilmente che entrambi sono affermazioni sono vere.


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