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Gli 80 euro? Cuciti in tasca. I consumi restano negativi

Gli 80 euro continuano a non funzionare. Lo confermano anche i dati di luglio: i consumi non solo non si sono ripresi, ma addirittura hanno perso terreno. Ma il dato più preoccupante è che hanno registrato un segno meno anche gli alimentari: insomma, il bonus fiscale voluto dal premier Matteo Renzi resta tra i risparmi, o più probabilmente va a pagare i debiti delle famiglie.
Il Manifesto ...

Il pareggio che fa perdere i diritti

  • Mercoledì, 24 Settembre 2014 11:26 ,
  • Pubblicato in Flash news
Micromega
23 09 2014

Gaetano Azzariti, da il manifesto, 23 settembre 2014

La proposta di legge di iniziativa parlamentare che viene presentata oggi riporta i principi fondamentali al centro. Capovolgendo la revisione costituzionale dell’articolo 81, quella che nel 2012 ha imposto alla chetichella il pareggio di bilancio, dimostra che per trasformare la società e la politica si può ripartire dalla Costituzione.

Ora vediamo chi vuole cambiare davvero. L’iniziativa legislativa popolare che vuole assicurare il rispetto dei diritti fondamentali anche nelle fasi di crisi economica rappresenta una proposta di vera rottura con il passato. Non si limita a criticare l’introduzione del principio del «pareggio di bilancio» nella nostra Costituzione, si spinge anche ad indicare una strada alternativa.

La riforma costituzionale approvata nel 2012 quasi all’unanimità dal nostro parlamento è presto assurta a simbolo dell’incapacità della politica di governare i processi economici e finanziari. S’è trattato di una risposta puramente ideologica (il neoliberismo come unica razionalità possibile) ad una crisi di sistema che ha continuato ad avvitarsi su se stessa. Ora, con la proposta di modifica di tre articoli della Costituzione, si vuole cambiare radicalmente il punto di vista per tentare di uscire dalla recessione, che non è solo economica, ma è soprattutto culturale. Non è una prospettiva velleitaria quella che si prospetta. Si radica, invece, nel solco del costituzionalismo moderno, riscoprendone le virtualità emancipatorie. È alla storia politica e sociale che bisogna ricominciare a guardare, da tempo offuscata dall’autoreferenzialità della politica incapace di contrastare la logica distruttiva del mercato speculativo. Occorre tornare ai diritti.

Persi nei fumi dell’ideologia, trascinati dal vento impetuoso del tempo, troppo a lungo abbiamo scordato che alla base del vivere civile, a fondamento del patto sociale, si pone il rispetto dei diritti fondamentali, non l’equilibrio finanziario. Se c’è una lezione da trarre dalla storia politica del costituzionalismo moderno è che la garanzia dei diritti deve essere assicurata, altrimenti la società civile «non ha una costituzione» (così esplicitamente nella dichiarazione del 1789), e si torna allo stato di natura dove prevale la legge del più forte (economicamente, oltre che militarmente). Solo l’hobbesiana protectio può legittimare la richiesta di oboedientia, solo il rispetto dei diritti può giustificare i doveri sociali.

Nelle costituzioni del secondo dopoguerra questo dato fondativo delle società moderne ha portato ad affermare il principio di «indisponibilità» dei diritti fondamentali ed il primato della persona. Priorità da far valere anche sull’economia, soprattutto sull’economia, la quale non può essere rappresentata come espressione di un «ordine naturale», ma è anch’essa frutto di un «ordine giuridico». Dunque, manifestazione di scelte di politica economica che conformano un particolare assetto d’interessi, a discapito di altri. Opzioni — questo è il punto — che non sono completamente libere. È il nostro sistema costituzionale ad avere individuando i principali limiti proprio nella «libertà, sicurezza e dignità umana», nell’esigenza di assicurare una «esistenza libera e dignitosa», nei «doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale». In questo senso può certamente affermarsi che in uno stato costituzionale «sull’economia prevalgono i diritti». Ed è entro questo contesto costituzionale che si alternano i diversi cicli economici, quelli più favorevoli e quelli meno.

È evidente, infatti, che l’espansione dei diritti richiede ingenti risorse economiche, pertanto da tempo si riconosce che i «diritti che costano» (praticamente tutti i diritti hanno un costo) sono finanziariamente condizionati. Ciò non toglie però che anche in una fase di crisi economica — soprattutto in fasi in cui le risorse sono limitate — diventa vitale assicurare una tutela privilegiata ai diritti fondamentali, i quali devono prevalere sulle garanzie prestate ad ogni altro interesse. Ed è questo il senso profondo che si pone a fondamento dell’iniziativa popolare. Essa rappresenta una rottura di continuità con il più recente passato che ha invece invertito le priorità tra diritti e economia, ponendo i primi al servizio della seconda. Nel 2012 questa pretesa ha assunto le vesti della revisione costituzionale con l’inserimento di un principio «sovversivo» (in senso strettamente etimologico) del sistema di garanzia dei diritti costituzionalmente definiti. Un principio che si è dimostrato fallimentare per le stesse ragioni dello sviluppo economico, oltre che per la garanzia dei diritti.

Non si tratta ora semplicemente di tornare indietro, bensì di sviluppare nel segno del cambiamento i diversi principi del costituzionalismo moderno. Ciò che si propone è un altro approccio alla revisione costituzionale; diverso rispetto da quello sin qui praticato da un ceto politico intento a smantellare progressivamente le conquiste di civiltà che la lotta per i diritti ha storicamente affermato e la nostra Costituzione ha giuridicamente imposto. Con questa iniziativa si vuol dimostrare che dalla Costituzione (dai suoi principi fondamentali) si può ripartire per trasformare la società e la politica italiana; che essa non è un ostacolo bensì il fattore di cambiamento più vitale.

Non servono molte parole per affermare un principio di cambiamento radicale. Anche in questo può plasticamente rinvenirsi una diversità di stile — che è anche di sostanza — con il revisionismo costituzionale che è alle nostre spalle. Si guardi a tutte le «grandi riforme» che, dalla Commissione bicamerale del 1993 ad oggi, hanno cercato di mettere le mani sulla Costituzione: un profluvio di parole senza la solidità di un principio. Si esamini l’attuale proposta in discussione di modifica presentata dall’attuale governo relativa al senato e al Titolo V: un insieme di disposizioni informi, spesso tra loro in contraddizione. Si leggano i nuovi articoli scritti dai neorevisori costituzionali (dal ridondante art. 111 all’ingestibile art. 117): lunghi elenchi di incerto valore e difficile applicazione.

E, infine, si confronti nel merito la formulazione ragionieristica e contabile del principio di «pareggio di bilancio» con quella proposta dall’iniziativa popolare: l’innovazione si sostanzia nell’eliminazione di tutte le controverse regole di equilibrio finanziario, sostituite dal limpido principio costituzionale del rispetto dei diritti fondamentali delle persone che deve conformare la legge di attuazione alla quale si rinvia per la definizione dei vincoli economici (compresi quelli di bilancio). Realisticamente non si esclude dunque che quest’ultimi debbano operare, si afferma «semplicemente» che questi devono operare nel rispetto del principio di tutela dei diritti.

Un ritorno non solo al diritto, ma anche alla lungimiranza dei principi, che valgono per il lungo periodo e non possono venir schiacciati sulla contingenza (economica, politica o culturale). È sempre stata questa la forza delle costituzioni che aspirano «all’eternità», che non si limitano a legittimare la politica, ma – con ben altra ambizione – pretendono di definire il quadro e i limiti entro cui si dovrà poi sviluppare la dinamica politica e il conflitto sociale («l’essenza e il valore della democrazia»).

È del tutto evidente — almeno per chi prende sul serio i diritti — che le costituzioni necessitano di essere attuate. Non basta cioè l’affermazione del principio (di prevalenza dei diritti fondamentali delle persone, nel nostro caso) perché esso possa ritenersi realizzato. La lunga lotta per l’attuazione costituzionale — che può assumere forme diverse e non tutte preventivamente determinabili — rappresenta il cuore di quel che potremmo chiamare il diritto costituzionale vivente. Non è possibile qui ricordare le molteplici forme che ha assunto la continua tensione tra costituzione e sua realizzazione. Ciò che deve però almeno essere chiarito è che anche la lotta per la realizzazione dei principi è assoggettata al diritto. Tant’è che sarà un giudice (la Corte costituzionale) e non la politica (il governo ovvero il parlamento) ad avere l’ultima parola.

Non tutto, dunque, potrà venire risolto neppure con l’auspicata approvazione di una legge costituzionale come quella proposta. Immediatamente dopo si dovrà pensare a come dare attuazione al principio costituzionale nella legge generale di contabilità e finanza pubblica, cui si rinvia per la definizione normativa dei vincoli di bilancio; si renderà necessario vigilare sulle pubbliche amministrazioni che dovranno garantire la sostenibilità del debito «nel rispetto dei diritti fondamentali delle persone»; si dovrà pretendere l’attribuzione di risorse pubbliche per gli enti territoriali, i quali dovranno assicurare la tutela dei diritti sociali e civili «comunque sufficienti a garantire in ciascuna parte del territorio nazionale i livelli essenziali delle prestazioni».

La riforma costituzionale non potrà di per sé far venir meno la normativa europea di rigore finanziario e gli obblighi che il nostro paese continua a sottoscrivere. Anche guardando all’Europa dunque sarà necessario operare con strumenti giuridici adeguati che favoriscano la partecipazione dei cittadini e il superamento delle politiche neoliberiste dei governi (una Iniziativa dei Cittadini Europei – ICE – potrebbe essere seriamente presa in considerazione).

La proposta di iniziativa legislativa popolare rappresenta dunque l’indicazione di una nuova rotta. Un percorso articolato che potrà essere imboccato solo se si saprà costruire un consenso diffuso, unicamente se verrà accompagnato da un’ampia, convinta e attiva partecipazione. Nulla garantisce infatti il successo. La raccolta delle firme necessarie per incardinare la discussione presso le camere, l’incerto seguito parlamentare, le inattuali maggioranze richieste per l’approvazione della legge costituzionale sono tutti ostacoli che si frappongono alla volontà di un cambiamento radicale dello stato di cose presenti. È però anche una grande occasione per risollevare il capo e tentare d’uscire dai sottosuoli ove le forze disperse della sinistra si sono rintanate.

Un’opportunità per riprendere il filo di un discorso interrotto. Certo, può sempre dirsi che «avremo bisogno di ben altro», di una strategia complessiva, di soggetti sociali consolidati, di organizzazioni adeguate, di leader rappresentativi e autorevoli, di una società civile consapevole, di una cultura alternativa egemone, di una solidarietà e un riconoscimento collettivo. È vero, avremmo bisogno di tutto questo. E in assenza di tali presupposti tutto è più complicato. Ma anche per questo è urgente ricordare che la garanzia dei diritti fondamentali delle persone e la fissazione di limiti ai poteri dell’economia e della finanza rappresentano valori indisponibili entro uno stato di democrazia costituzionale.

È necessario iniziare a costruire un’altra idea di società civile, in cui il mercato si ponga al servizio dei diritti. La proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare è solo un primo movimento di una ancora inesplorata strategia complessiva; un piccolo passo che però può aprire ad un radicale cambiamento di rotta. Credo ci si possa provare.
A chi esita, a chi ci chiede se in queste condizioni difficili valga la pena ancora impegnarsi, non possiamo che ripetere: «Questo tu chiedi. Non aspettarti nessuna risposta oltre la tua».

Roma 26.09: nasce il Laboratorio per lo sciopero sociale

  • Martedì, 23 Settembre 2014 07:59 ,
  • Pubblicato in DINAMO PRESS

Dinamo Press
23 09 2014

Il governo Renzi accelera sul Jobs Act, e a seguito dello Strike Meeting nasce a Roma il Laboratorio per lo sciopero sociale presso Officine Zero il prossimo 26 settembre alle ore 17.

Leggi l'appello finale dello Strike Meeting: Batte il tempo dello sciopero sociale

Come previsto in primavera, dopo l'approvazione del DL Poletti, sul Jobs Act il governo Renzi sta accelerando. Già da tempo, infatti, era chiara la natura dello scambio: la BCE sostiene politiche monetarie (debolmente) espansive, Bruxelles favorisce (?) maggiore flessibilità sui bilanci, ma i PIIGS, più nel dettaglio l'Italia, devono riformare il mercato del lavoro. La Legge delega, che entro i primi giorni di ottobre dovrebbe essere approvata dal Senato, potrebbe essere sostituita da un decreto. Una misura legislativa d'urgenza per cancellare lo Statuto dei lavoratori e rivedere gli ammortizzatori sociali nel senso dei sistemi di workfare nordeuropei. E avere poi qualche denaro in più (libero dalla stretta del Fiscal Compact) per la Legge di stabilità.

Lo scontro dunque si radicalizza, o almeno si accelera, la scommessa vinta dello Strike Meeting deve trasformarsi in processo reale, articolato nei territori, capace di fare dello sciopero sociale di 24 ore una grande, non l'unica, occasione di lotta. I fatti delle ultime ore, la polemica tra Renzi e sindacati confederali in particolar modo, ci consegnano una sfida tutt'altro che semplice. La retorica del premier («difenderemo i diritti dei senza diritti»; «dove era la CGIL quando si precarizzava un'intera generazione?», ecc.) e la sostanza del provvedimento legislativo ci impongono un cambio di passo, dal punto di vista del discorso programmatico, delle forme organizzative e di lotta, della definizione di social media efficaci.

Fondamentale prendere sul serio le proposte avanzate dallo Strike Meeting e avviare il lavoro impegnativo che ci attenderà nelle prossime settimane, verso lo sciopero sociale, che vogliamo generale e precario, metropolitano e meticcio, della rete e della formazione, biopolitico e del genere. Per questo, il 26 settembre alle ore 17, presso Officine Zero, invitiamo tutte e tutti a partecipare all'assemblea costituente del Laboratorio romano per lo sciopero sociale. E auspichiamo che anche in altre realtà metropolitane si proceda nella stessa direzione.

L'ebola contagia anche l'economia africana

  • Lunedì, 22 Settembre 2014 13:19 ,
  • Pubblicato in Flash news

Pagina 99
21 09 2014

ANTONELLA PALMIERI

Effetti collateraliI lavoratori non si presentano per paura del virus. Le frontiere sbarrano le porte al commercio. La quarantena isola dal mercato interi villaggi. Il conto si fa sempre più pesante e tra le vittime della emergenza sanitaria ci sono anche Paesi lontanissimi dal focolaio dell'epidemia.
L'ebola da mesi è una catastrofe umanitaria e presto potrebbe diventare anche un disastro economico. Non solo per i Paesi colpiti dal virus, ma anche per quelli vicini. L'allarme è stato lanciato dalla Banca mondiale che ha parlato di danni per 800 milioni di dollari che potrebbero subire Sierra Leone, Liberia e Guinea. E i racconti che arrivano dai luoghi della crisi spiegano perché.

In Sierra Leone, ad esempio, alcuni proprietari terrieri da giorni denunciano l'assenza dei loro dipendenti, i quali hanno deciso di restare a casa non perché affetti da ebola ma per paura del contagio. “Il mio vicino di casa è morto di ebola – ha raccontato ai giornali locali un imprenditore – e loro hanno paura a lavorare qui perché dicono che potrei trasmettergli il virus semplicemente passandogli il denaro della loro paga”. Il suo non è certo un caso isolato. E le conseguenze sono automatiche. Meno produzione, calo delle vendite, commercio in stallo in tutti i Paesi colpiti dal virus.
Secondo le agenzie internazionali, il calo potrebbe toccare i 13 miliardi di dollari in termini di Pil reale, mentre le stime percentuali prevedono ancora complessivamente un tasso in crescita ma in misura inferiore a quella prevista alla fine dell'anno scorso. E mentre il numero dei morti ha superato quota 2.600 Barack Obama ha deciso l'invio di 3mila soldati in Africa occidentale che creeranno un quartier generale a Monrovia, in Liberia. Il personale militare non fornirà direttamente assistenza sanitaria alle migliaia di pazienti, ma aiuterà a coordinare gli sforzi degli Stati Uniti e di varie organizzazioni umanitarie internazionali per contenere l'epidemia i cui danni sono arrivati anche alla borsa di Londra.

La società britannica London Mining, con enormi interessi in Sierra Leone, Paese la cui economia è sostenuta al 20% dal settore minerario, ha visto le sue azioni crollare del 19% in pochi mesi a causa dell'ebola. Sin da giugno la multinazionale ha rimpatriato gran parte del personale, mentre la malattia e la paura del contagio ha ridotto il numero di lavoratori facendo calare la produzione del 22% con perdite per milioni di dollari.

Ma sono i rimpatri e le quarantene che stanno provocando più danni all'economia. Senza personale straniero nel Paese diminuiscono gli acquisti nei supermercati e nei ristoranti. I villaggi in quarantena lasciano i mercati senza acquirenti. Con le frontiere chiuse i commercianti in arrivo da altri Paesi non possono più vendere i loro prodotti. Il cibo scarseggia e i prezzi aumentano. Secondo la Fao il prezzo della manioca, prodotto base dell'alimentazione di molti di questi paesi, è salito del 150% al mercato di Monrovia, in Liberia. Non solo, da oltre un mese decine di compagnie aeree hanno sospeso i voli per i Paesi colpiti. Questo vuol dire riduzione dell'import-export nel lungo periodo e nel breve, casse più vuote per le stesse compagnie le quali hanno stimato una perdita di circa due miliardi di dollari al mese per lo stop dei voli.

E poi, immancabile, c'è il panico che moltiplica i già numerosi effetti negativi. In Corea fuori da alcuni bar sono spuntati cartelli con la scritta “vietato l'ingresso ad africani a causa del virus ebola” scatenando proteste intercontinentali. Un episodio che dà l'idea della paura del virus fra l'opinione pubblica a Seul e dintorni. La Korean Air ha sospeso i voli non solo per l'Africa occidentale ma anche per il Kenya, Paese che si trova a oltre 7mila chilometri dal focolaio dell'ebola e che ad oggi non ha avuto alcun caso registrato di questa malattia. Migliaia di turisti asiatici hanno cancellato le loro vacanze in Paesi che con l'ebola non c'entrano nulla come la Tanzania, l'Uganda o addirittura il Sudafrica.
In Angola nelle settimane scorse su Facebook è diventato virale un messaggio che metteva in guardia dalla frutta della Namibia. “Un caso di ebola in Namibia!! Non comprate la loro frutta e verdura”. L'Angola è un grande importatore di vegetali namibiani e il governo di Windhoek è stato costretto a smentire sui giornali la presenza di ebola nel Paese. “Il costo principale di questa tragica epidemia è in vite umane e sofferenze – ha dichiarato il presidente della Banca Mondiale Jim Yong Kim – ma i nostri risultati ci dicono che prima diminuiremo il livello di paura e di incertezza fra la gente, prima fermeremo l'impatto economico dell'ebola”.

Stop ai fondi UE per la fame, colpa di Germania e Italia

La danza macabra della fameLa malnutrizione che grava su milioni di persone nell'Italia del 2014 non è solo frutto della crisi più lunga nella storia nazionale. È anche uno scandalo politico, consumato nel silenzio, che chiama in causa molti protagonisti: la burocrazia e il governo, lenti nel chiedere a Bruxelles le centinaia di milioni di euro che spettano all'Italia per la lotta contro la fame;
Federico Fubini, La Repubblica ...

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