Gli scomodi ribelli palestinesi

  • Giovedì, 15 Ottobre 2015 14:09 ,
  • Pubblicato in Flash news
Lavoro culturale
14 10  2015

Mentre gli esperti discutono se quello cui stiamo assistendo è l’inizio della Terza Intifada, una nuova generazione di giovani palestinesi a Gerusalemme e in Cisgiordania sta sfidando l’opprimente status quo creato dagli Accordi di Oslo, consolidato dall’occupazione israeliana e protetto dall’Autorità Nazionale Palestinese e dalla sua élite neoliberista.

La versione originale dell’articolo di Budour Hassan può essere letta sul suo blog.

Quando nel 1995 Samar è rimasta incinta per la quinta volta, i dottori sospettavano che il suo feto non sarebbe sopravvissuto.

Samar, suo marito Ibrahim e i loro quattro bambini si erano appena sistemati nel campo profughi di Shu’fat, a Gerusalemme occupata, e Nawal, la mamma di Samar, si stava prendendo cura di lei con amore. Samar partorì un bambino in perfetta salute cui diede il nome Subhi, come il suo nonno paterno, un combattente dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina negli anni Settanta e un ex prigioniero politico nelle carceri di Israele. Anche il padre di Subhi, Ibrahim, era stato in prigione durante la Prima Intifada. E anche i due giovani fratelli di Subhi hanno speso un anno in prigione.

Quando Subhi aveva undici anni, vedeva spesso i lanci di pietre contro i soldati di occupazione israeliani mentre eseguivano i loro raid e arresti nel campo profughi. Bassel al-Araj, uno dei farmacisti del campo in quel periodo, ricorda che Subhi raccoglieva pietre di fronte alla farmacia e le lanciava contro i soldati, per poi scappare dentro e nascondersi dietro il bancone. La storia si ripeteva e i soldati non avevano idea da dove provenissero le pietre. I nonni ribelli avevano raccontato a Subhi della pulizia etnica della Palestina nel 1948 e della loro cacciata da Lydd e Subhi, che aveva solo undici anni, non temeva di essere arrestato dall’esercito israeliano, nonostante la sua tenera età.

L’otto ottobre 2015, l’ora diciannovenne Subhi Abu Khalifa ha accoltellato un colono nella Collina Francese di Gerusalemme. Una sua foto in stato di arresto ha fatto il giro dei social media palestinesi. Subhi sorrideva.

Subhi Abu Khalifa si è aggiunto alla lista di giovani palestinesi che hanno adottato la tattica degli attacchi dei “lupi solitari”. Già utilizzata in ottobre e novembre dell’anno precedente, questa tattica è diventata il simbolo della recente ondata di rivolta palestinese contro l’occupazione israeliana. Mentre gli esperti discutono se quello cui stiamo assistendo è l’inizio della Terza Intifada, una nuova generazione di giovani palestinesi a Gerusalemme e in Cisgiordania sta sfidando l’opprimente status quo creato dagli Accordi di Oslo, consolidato dall’occupazione israeliana e protetto dall’Autorità Nazionale Palestinese e dalla sua élite neoliberista — una élite che vede i giovani come una moltitudine di piantagrane spericolati e di teste calde irrazionali.

Mentre i più prominenti attivisti palestinesi sono stati addomesticati dalla mentalità da ONG e dall’ossessione della non-violenza, questa nuova generazione non si è lasciata sedurre dal mito della crescita economica e dello sviluppo. I tentativi da parte della municipalità occupante di Gerusalemme e del suo sindaco Nir Barkat di addolcire l’occupazione facendo visita regolarmente ai quartieri palestinesi, creando centri sociali per le comunità locali e promettendo miglioramenti economici che non sono riusciti a pacificare la rabbia palestinese. E mentre Barkat faceva del suo meglio per promuovere una Gerusalemme sotto sovranità sionista come destinazione ideale per i turisti stranieri e come modello di tolleranza religiosa, di stabilità e di diversità, i giovani della classe operaia palestinese di Gerusalemme gli hanno rovinato il copione.

A un’analisi superficiale, l’ultima ondata di rabbia che è incominciata a Gerusalemme e poi si è diffusa in Cisgiordania, a Gaza e in misura minore nei territori occupati nel 1948, sembrerebbe essere scoppiata a causa delle continue invasioni di coloni protetti dall’esercito sulla spianata della moschea di Al-Aqsa.

Ridurre gli eventi di questi giorni a questa versione significa adottare il punto di vista della propaganda israeliana che vuole ridurre la rivolta a una disputa religiosa che può essere fermata con la fine delle feste religiose ebraiche e le frequenti invasioni della spianata che le accompagnano. Ma se è vero che la difesa della moschea di Al-Aqsa è una delle maggiori motivazioni ideologiche della rivolta, è altrettanto vero che la ribellione dei giovani ha radici molto profonde che sono state spesso offuscate da un’ingannevole senso di calma. Questa rabbia ha sempre continuato a bollire sotto la superficie, pronta a scoppiare in qualsiasi momento. La domanda era sempre “quando?”.

Non è ancora chiaro se ci sarà una Terza Intifada. Ciò che stiamo vedendo deve ancora fiorire in un ampio movimento sociale. Le cause sono molteplici e difficili da riassumere qui. Ma quello che è certo è che la rivolta di questi giorni è parte di un processo più ampio che porterà — e forse ha già portato — a un cambiamento sostanziale nell’economia della minaccia tra palestinesi e israeliani. Nonostante la sua forza militare, Israele è stato scosso dai recenti attacchi dei lupi solitari. Le telecamere ora inquadrano Barkat — che solo qualche giorno fa parlava di stabilità e sicurezza a Gerusalemme — con in mano un’arma e con evidenti segni di stress mentre cammina per le strade della Città Vecchia di Gerusalemme.

Esponenti politici di alto rango invitano gli ebrei israeliani ad armarsi. L’uccisione dei lanciatori di pietre palestinesi non costituisce una novità ed è ora supportata ufficialmente dallo stato. Il governo israeliano sta mettendo in atto la demolizione delle case di palestinesi coinvolti o sospettati di essere parte degli attacchi dei lupi solitari; e la polizia israeliana, con il pieno appoggio dello stato e dell’opinione pubblica, sta compiendo esecuzioni sommarie di giovani palestinesi nelle strade. Tutte le parti dello schieramento politico israeliano, dalla destra alla “sinistra” sono impegnate a dare “consigli” al governo su come governare questa crisi.

In una situazione in cui lo scarto di potere è così chiaro non si può sminuire il significato di questa ondata di rivolta e l’impatto che ha prodotto.

Di fronte all’assenza di proteste convenzionali su larga scala, gli attacchi individuali stanno segnando il tono della ribellione e dello scontro, ma il loro impatto sembra andare molto oltre gli attacchi stessi.

La decisione di Israele di rispondere con brutali punizioni collettive potrebbe diventare un boomerang. Per ora ha solo avuto l’effetto di aumentare la solidarietà tra palestinesi invece di scaricare le accuse internamente sui giovani ribelli.

Quando le forze israeliane hanno compiuto un raid nel campo di Shu’fat alla ricerca dell’abitazione di Subhi Abu Khalifa, si sono dovute confrontare con una massiccia resistenza da parte di tutto il campo. “Giovani uomini mascherati lanciavano pietre al checkpoint”, ha sottolineato la madre di Abu Khalifa.

Dopo l’attacco compiuto da suo figlio, il padre di Subhi, che lavorava come netturbino per la municipalità occupante, è stato licenziato. Quando gli è stato chiesto se è dispiaciuto per le azioni di suo figlio, ha risposto che non baratterebbe mai il valore del suo lavoro con la sua dignità.

Sicuramente ci saranno voci tra i palestinesi di Gerusalemme che, spinte dalla paura delle rappresaglie israeliane, condanneranno gli attacchi e inviteranno alla calma. Tuttavia la stragrande maggioranza dei palestinesi appoggia la rivolta, anche senza parteciparvi.

Senza una leadership e in maniera quasi spontanea, le comunità palestinesi si stanno organizzando per respingere i raid e gli attacchi dell’esercito israeliano e dei coloni a Nablus e Hebron, mentre le forze di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese stanno a guardare e non fanno nulla per proteggerle.

Per sconfiggere la massiccia repressione di Israele e la complicità dell’Autorità Nazionale, i palestinesi dovranno organizzarsi ed espandere le loro reti di solidarietà e di supporto orizzontale. Questo potrebbe trasformarsi in un movimento sociale e nell’attesa Terza Intifada.

Chiamateli come volete, ma le giovani “teste calde” che stanno guidando l’ondata di rivolta sono consapevoli che i coltelli e le pietre non possono liberare la Palestina. Ma sanno anche che la liberazione non arriverà con futili colloqui di pace, dato che questi hanno prodotto solo più colonizzazione e più crimini israeliani. Le prove sono davanti agli occhi di tutti.

Nonostante la loro età e inesperienza, quei giovani hanno molta più maturità e coraggio dell’élite palestinese che ha beneficiato dello status quo e dei più anziani che cercano di placarli. Quei giovani hanno vissuto gli effetti disastrosi degli Accordi di Oslo e del fallimento dei negoziati di pace. Sono vittima del neo-liberismo dilagante nella società palestinese e delle sue molteplici manifestazioni.

Per quei giovani la libertà e la dignità ha molta più importanza della civiltà e del rispetto. Hanno oltrepassato i confini e gli ostacoli che hanno a lungo diviso la Palestina, mostrando che la Linea Verde è una farsa.

Sono loro che stanno mettendo le loro vite in prima linea, mentre gli attivisti di spicco e l’élite palestinese sono rimasti nelle retrovie.

[La versione originale dell’articolo di Budour Hassan può essere letta sul suo blog]

RaiNews
14 10 2015

Con una decisione senza precedenti il governo israeliano decide di isolare i quartieri arabi della Città santa dopo l'escalation di attentati culminata con la giornata di terrore di ieri. I corpi degli attentatori uccisi non saranno restituiti alle famiglie. Il ministro del Governo locale palestinese, Hussein Al-Araj "diciamo no a una terza Intifada, no alle armi, vogliamo la pace. Netanyahu vuole la pace solo a parole".

Dopo l'escalation di violenza dei giorni scorsi il governo israeliano ha deciso di di sigillare e isolare i settori arabi di Gerusalemme e di indire il coprifuoco su questi quartieri. La notizia, senza precedenti, è stata comunicata con una nota dall'ufficio del premier Benjamin Netanyahu al termine di una riunione sulla sicurezza. Il governo ha inoltre deciso di non consegnare alle rispettive famiglie i cadaveri degli attentatori rimasti uccisi negli attacchi dei giorni scorsi.

È stato inoltre disposto un rafforzamento delle misure di protezione non solo a Gerusalemme ma anche nelle maggiori città israeliane dove l'esercito ha inviato sei compagnie di soldati "per rafforzare il senso di sicurezza". Intanto le forze di sicurezza israeliane hanno sventato un attacco con il coltello alla Porta di Damasco a Gerusalemme, uccidendo l'aggressore. Secondo quanto riferisce il Jerusalem Post, l'uomo si è lanciato verso una guardia di sicurezza che stava scortando una famiglia alla porta della Città Vecchia ma è stato fermato dagli agenti che lo hanno neutralizzato prima che accoltellasse qualcuno.

Le violenze di ieri
Per la capitale israeliana la giornata di ieri, ribattezzata "giornata della rabbia" dai palestinesi, è stata una delle più difficili per via della cosiddetta Intifada dei coltelli. In città ci sono stati quattro attentati in simultanea, tre morti e una ventina di feriti. Tra le vittime anche il rabbino Yeshaye Krishevsky di 59 anni. Una giornata di sangue iniziata da due terroristi che hanno aperto il fuoco su un autobus, nel quartiere di Armon Hanatziv. Nell'attacco sono morti due uomini, mentre altre quattro persone sono state portate in ospedale. Una di queste è grave. In totale sono state ferite sedici persone. I due attentatori sono stati neutralizzati, uno è stato ucciso, l'altro ferito. Poco dopo un altro drammatico episodio a Malkei Israele Street, sempre a Gerusalemme, quando un uomo al volante ha puntato l'auto contro una fermata d'autobus. Quest'ultimo è poi sceso dall'auto e ha cominciato a ferire i presenti, che però sono riusciti a fermare l'attentatore. Negli scontri è morto il rabbino Yeshaye Krishevsky di 59 anni e altre cinque persone sono rimaste ferite.

Netanyahu: useremo "ogni mezzo possibile" contro la violenza
Per affrontare l'ondata di violenze il primo ministro di Israele Netanyahu ha convocato una riunione urgente del gabinetto di sicurezza. Abbandonando momentaneamente la riunione, Netanyahu ha annunciato alla Knesset, il Parlamento israeliano, che verrà utilizzato "ogni mezzo disponibile" per contrastare la violenza. "A chi alza la mano contro di noi", ha aggiunto "quella mano sarà tagliata". Il primo ministro ha anche diffidato il presidente dell'Anp, Abu Mazen, dall'incitare i palestinesi alla rivolta in qualunque modo, sottolineando che in caso contrario sarà ritenuto responsabile dell'aggravamento della situazione. Stando a quanto trapelato, Netanyahu sta pensando a misure di sicurezza addizionali: il governo potrebbe optare per la decisione senza precedenti di chiudere i quartieri palestinesi di Gerusalemme Est, così da impedire che i residenti abbiano accesso alle zone ebraiche, e decidere di allentare le regole sul porto d'armi per difesa personale.

L'Autorità palestinese: non è in corso una terza intifada, Netanyahu vuole la pace solo a parole
Dal canto suo, il governo palestinese nega che sia in corso una terza intifada per liberare Gerusalemme. Secondo il ministro degli Esteri palestinese, Riad al Malki, intervenuto a Ginevra durante la cerimonia all'Onu in cui è stata issata la bandiera palestinese, è piuttosto "il premier Netanyahu che sta cercando di istigare una nuova intifada, spingendo i palestinesi allo scontro. Noi vogliamo evitarlo e non dare (a Israele) quella soddisfazione". "L'unica soluzione per placare l'escalation di violenza - ha aggiunto - è chiedere l'intervento del Consiglio di sicurezza dell'Onu".

Al-Malki ha poi annunciato che a breve sarà convocata una sessione speciale del Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, per prendere posizione contro l'escalation di attacchi tra israeliani e palestinesi. Il ministro del Governo Locale palestinese, Hussein Al-Araj a margine del Forum mondiale dello sviluppo locale in corso a Torino, ha ribadito la posizione palestinese "Invitiamo alla calma e diciamo no a una terza Intifada, no alle armi, vogliamo la pace". Poi ha aggiunto "Non vogliamo vedere l'Intifada e non siamo noi a chiederla, ma vediamo che purtroppo non sta succedendo la stessa cosa da parte di Israele. Il primo ministro Netanyahu dice di essere a favore della pace, ma solo a parole e non nei fatti e assistiamo a provocazioni giornaliere nei nostri confronti".

Mediazione a stelle e strisce
Dopo le violenze di ieri in Medio Oriente, il Segretario di Stato americano John Kerry ha riproposto la mediazione diplomatica del governo statunitense: "Presto sarò nella regione e cercherò di vedere se esiste la possibilità di reimpegnare le parti in un negoziato che eviti il precipizio", ha detto Kerry. "La violenza", ha aggiunto il capo della diplomazia americana, "arriva perché è in crescita il sentimento di frustrazione tra gli israeliani, che non vedono passi avanti". Infine Kerry ha assicurato l'impegno americano per la ricerca di una via d'uscita entro i prossimi "16 mesi" dell'amministrazione Obama.

Kefiah e sassi: le ragazze dell'intifada

  • Lunedì, 12 Ottobre 2015 08:56 ,
  • Pubblicato in L'Articolo
Davide Frattini, Corriere della Sera
12 ottobre 2015

Il ragazzo le prende le mani e l'aiuta a raddrizzare la fionda, insieme tirano l'elastico per scagliare la pietra. Tutti e due hanno il volto coperto dalla kefiah bianca e nera, quella che Yasser Arafat portava appoggiata sulla fronte in modo da riprodurre la forma della Palestina storica ...
Il Manifesto
08 10 2015

"Abbiamo vissuto periodi più difficile di questi. Supereremo questa ondata di terrorismo grazie alla nostra determinazione, alla responsabilità e alla coesione nazionale". Benyamin Netanyahu non ha dubbi sulla linea portata avanti sino ad oggi. Resterà quella del pugno di ferro. Il premier israeliano non ha compreso che più si farà pesante e sanguinosa la repressione e più gli sfuggirà di mano la situazione. ...

Michele Giorgio

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