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La cultura che (r)esiste. Senza fondi

Huffington Post
10 07 2013

Quando si parla di cultura è impossibile non scadere nella retorica. E in questi venti anni purtroppo è stata fin troppo esasperata.

Siamo sicuramente tutti d'accordo sulle frasi classiche che accompagnano il tema da sempre: "siamo il Paese più ricco del mondo", "viviamo in città-museo a cielo aperto", "potremmo vivere solo di cultura e turismo" eccetera, eccetera.

In verità, benché in campagna elettorale si è tutti bravi a sottolineare temi culturali e salvaguardia del nostro patrimonio archeologico, alle parole non sono mai seguiti i fatti. Basti pensare a quell'1,1% di spesa pubblica destinata alla cultura, cifra molto bassa, circa la metà della media europea, che ci fa essere fanalino di coda in Europa.

Il Colosseo è stato solo il caso più simbolico di settimane in cui è davvero accaduto di tutto: musei italiani che chiudono di colpo per le proteste dei custodi, la Reggia di Caserta in stato di totale abbandono, i Bronzi di Riace senza una casa da 1.300 giorni, l'ultimatum dell'Unesco al governo italiano per rimarginare le ferite di Pompei, la scuola del Piccolo teatro di Milano in crisi, l'ennesimo taglio al tax credit per il cinema, le fondazioni liriche (Maggio fiorentino e Carlo Felice di Genova su tutte) sull'orlo del default.

Facile dire "puntiamo su cultura e turismo", ma ancora dal governo non è arrivata una minima risposta scritta.

Anzi forse a pensarci bene alcune lettere sono arrivate, proprio al ministro della Cultura Massimo Bray: nei giorni del suo insediamento al Mibac, (proprio quando Letta in Tv assicurava "se ci saranno tagli a scuola e cultura mi dimetterò") non aveva ancora controllato la cassetta della posta. Ad attenderlo c'erano 8.000 bollette della luce arretrate e mai pagate, per la modica cifra di 40 milioni.

Bray adesso si è ritrovato nella infelice posizione di fare appello alla sensibilità di Letta e Napolitano per cercare di ripianare i debiti. Urgono provvedimenti urgenti, prima di perdere tutto. Non sappiamo ancora quanto potrà essere la somma stanziata per tappare i buchi di questo disastro all'italiana. Sicuramente è possibile dire che anche quest'anno bisognerà prepararsi alle ennesime "lacrime e sangue" di tutto il comparto culturale.

Le cifre comunicate dal Mibac non fanno certo intravedere una inversione di tendenza. Basta purtroppo fare i calcoli degli investimenti tagliati: dal 2008 abbiamo perso circa un miliardo e 300 milione di fondi. Cinque anni di colpi inferti alle nostre più grandi ricchezze.

"Soluzioni subito o boicottiamo Venezia" è il grido del mondo del cinema italiano riunitosi per il Festival di Taormina. Per il cinema diventa sempre più complicato destreggiarsi tra la riduzione del tax credit (diminuito da 80 milioni a 30 per il 2014) e il taglio del Fondo Unico per lo spettacolo 2013 (decurtato del 5,2%, ovvero 72,4 milioni di euro).

Le fondazioni liriche presentano debiti per 330 milioni di euro. E se non si interviene subito potremmo dire addio al Maggio fiorentino (anche se in questi giorni si cerca di fare di tutto per scongiurarne la liquidazione). Alla finestra stanno anche altre 11 fondazioni lirico-sinfoniche che dal 1996 non hanno risposte dalla politica. Nessuno si è occupato dei nostri teatri lirici in venti anni. Nessuno. A forte rischio anche il Carlo Felice di Genova che, con perdite di 3 milioni nei sei mesi del 2013, fa fatica a pagare gli stipendi. In crisi anche i teatri stabili a cui è stato tagliato dal bilancio il 5,3% di risorse; oggi contano su 62,5 milioni di euro per 68 teatri. E l'ottimismo certo non regna: "così rischiamo di chiudere".

I contributi pubblici 2013 per gli istituti culturali sono stati decurtati del 18% rispetto al 2009, afferma il ministero, raggiungendo 14,6 milioni di euro. Tagli e proteste anche per musei e siti culturali: in Italia sono circa cinquemila, uno ogni 10.900 abitanti secondo Confcultura. Gli istituti statali sono in tutto 420 (200 musei, 220 monumenti), in molti casi con forti problemi di personale dovute anche al blocco del turn over che incombe sul Mibac. Per il 2013 l'organico dovrebbe essere composto da 19.132 unità, ma i dipendenti in servizio sono solo 18.568.

Mancano come sempre i soldi per la manutenzione ordinaria di monumenti e siti archeologici. Il programma dei lavori pubblici infatti conterà per il 2013 su soli 47,6 milioni: il 76% in meno rispetto a 10 anni fa. Ridotte all'osso anche le disponibilità per le emergenze e le manutenzioni straordinarie (pensiamo agli ultimi terremoti in Abruzzo, Emilia e Toscana, ma anche agli allagamenti come quello che ha sommerso l'area archeologica di Sibari). Per il 2013 stanziati 27,5 milioni, oltre il 58% in meno rispetto al 2008.

Se investiamo solo poco più dell'1 per cento in cultura, dobbiamo considerare che produciamo il 5,4% della ricchezza prodotta, ovvero 75 miliardi di euro.

Sono circa un milione e quattrocento mila persone, il 5,7% degli occupati, che con la cultura ci "mangia", secondo lo studio Symbola/Unioncamere. Tutta la "filiera della cultura", in cui includiamo settori dell'indotto come il turismo legato alle città d'arte, il valore aggiunto prodotto dalla cultura schizza dal 5,4 al 15.3% del totale dell'economia nazionale. Insomma cifre che sottolineano un'evidenza: il valore aggiunto prodotto dalla cultura ha un effetto moltiplicatore senza eguali, attivando altri comparti dell'economia. Anche stavolta, quando passeremo dalla retorica ai fatti?

Celeste Costantino

Il Corriere della Sera
26 06 2013

Oggi è la Giornata internazionale per le vittime di tortura.

Ufficialmente vietata dalle leggi della maggior parte dei paesi, spesso persino dalle costituzioni, negata oltre l’evidenza, secondo l’ultimo Rapporto annuale di Amnesty International la tortura è praticata in 112 paesi.

Non c’è continente che sia immune da questa violazione estrema dei diritti umani, un misto di sevizie rudimentali di manzoniana memoria e di applicazioni di sofisticati congegni elettronici.

Questo è il 24° 26 giugno in cui Amnesty International chiede alle istituzioni italiane di dare seguito agli impegni assunti nel 1989 attraverso la ratifica della Convenzione Onu contro la tortura, introducendo il relativo reato nel codice penale.

C’è stato tempo, purtroppo, per interrogarci su quanto l’assenza del reato di tortura, in questi lunghi anni, abbia condizionato l’esito di procedimenti giudiziari o potrebbe condizionare quelli ancora in corso; su quanto non trovare nel codice penale quella parola, così clamorosamente mancante nel caso di Bolzaneto, abbia sminuito le responsabilità penali e abbia prodotto prescrizione dal lato dei colpevoli, frustrazione dal lato delle vittime.

“I sottoscritti chiedono di interpellare il Presidente del Consiglio dei Ministri ed il Ministro di grazia e giustizia per sapere (…) premesso che non è stata ancor introdotta nel nostro ordinamento l’autonoma ed espressa ipotesi delittuosa del reato di tortura, quale sia la posizione ufficiale del governo su tale inqualificabile inadempimento; quali decisioni il Governo, in conformità dell’articolo 10 della Costituzione, intenda adottare per adempiere con urgenza gli impegni assunti in una materia così intimamente connessa al rispetto dei diritti inviolabili della persona, garantiti dall’articolo 2 della Costituzione stessa, ed alla civiltà umana e giuridica.”

Così recitava l’Interpellanza n. 2/01945 del 21 settembre 1999, presentata dall’on. Silvio Berlusconi a nome del gruppo parlamentare Forza Italia. Il ritardo era già arrivato a 10 anni. Né i suoi successivi governi, né quelli di centro-sinistra, né quelli tecnici né le maggioranze che quei governi hanno formato e sostenuto negli ultimi tre lustri, hanno avuto la volontà politica di adempiere a quell’obbligo di diritto internazionale.

La principale ragione, a volte espressa a chiare lettere, altre volte sottovoce come se neanche chi se ne faceva portavoce ci credesse fino in fondo, è che non introducendo il reato di tortura si proteggerebbero le forze di polizia da una presunta criminalizzazione.

La posizione delle organizzazioni per i diritti umani è che parole chiare e ferme, così come leggi chiare contro la tortura da parte dei pubblici ufficiali non solo servirebbero a difendere i cittadini ma, sul piano della prevenzione e della repressione, aiuterebbero ad accertare le responsabilità personali e quindi a proteggere la reputazione complessiva delle forze di polizia.

Solo conoscendo e condannando chi tortura, potremo dire che gli altri non torturano. Così fino a oggi non è.

I leader di tutte le forze politiche che compongono l’attuale governo, e con loro 117 parlamentari, hanno sottoscritto il punto dell’Agenda di Amnesty International sui diritti umani in Italia che chiede che l’Italia si doti di strumenti adeguati a prevenire maltrattamenti e tortura da parte delle forze di polizia e ad investigarli in maniera efficace: tra questi, oltre al già ricordato reato di tortura, occorre un meccanismo di prevenzione indipendente come richiesto dai trattati internazionali a cui l’Italia ha aderito e, in particolare, dal Protocollo opzionale alla Convenzione Onu contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani e degradanti, finalmente ratificato pochi mesi fa.

Sarà questo l’anno buono per l’introduzione del reato di tortura in Italia?

Il messaggero
28 01 2013

«Strage causata da un missile»

L'Alta Corte: i controlli dei radar civili e militari non garantirono la sicurezza dei cieli. Si tratta della prima verità processuale dopo il niente di fatto alle udienze

ROMA - La strage di Ustica avvenne a causa di un missile e non di una esplosione interna al Dc9 Itavia con 81 persone a bordo, e lo Stato deve risarcire i familiari dellevittime per non aver garantito, con sufficienti controlli dei radar civili e militari, la sicurezza dei cieli. Lo sottolinea la Cassazione in sede civile nella prima sentenza definitiva di condanna al risarcimento. È la prima verità su Ustica dopo il niente di fatto dei processi penali.

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