"La difficoltà a ottenere la cittadinanza limita le opportunità di mobilità sociale delle seconde generazioni". Non è solo questione di timbri: chi ha passaporto italiano ha la possibilità di partecipare alla corsa dagli stessi blocchi di partenza dei propri coetanei....

La Repubblica
05 06 2013

ROMA - In questa legislatura c'è un'ampia maggioranza bipartisan a favore di uno ius soli temperato. Il dato politico (tutt'altro che scontato) è emerso stamani dalla riunione dell'Intergruppo Immigrazione di Camera e Senato. E ora parlamentari di tutti i partiti, salvo la Lega Nord, proveranno a redigere una proposta di legge comune. "I punti in comune alle varie proposte sono l'uscita dallo 'ius sanguinis' (è italiano chi nasce da genitori italiani, ndr.) e la previsione di un legame della cittadinanza con un radicamento in Italia", ha spiegato il deputato Pd Khalid Chaouki dopo la riunione. Tutte le ipotesi prevedono una forma di 'ius soli', ma temperata in vari modi, per evitare abusi. Sel chiede che uno dei genitori sia residente da almeno un anno, M5S da 3 anni, Pd e Scelta civica da 5. La proposta del senatore Pdl Carlo Giovanardi prevede la cittadinanza all'iscrizione al primo anno di scuola dell'obbligo, quella di Renata Polverini alla Camera la concede al termine dell'obbligo scolastico, a 16 anni.

Ora parlamentari di tutti i partiti (salvo la Lega Nord) proveranno a redigere una proposta di legge comune. Durante l'intergruppo, al quale ha partecipato la ministra dell'Integrazione Cécile Kyenge, è stato fatto il punto sulle proposte di legge presentate da parlamentari di Pd, Pdl, Scelta civica, Sel. Il Movimento 5 Stelle sta per presentare un testo. Solo la Lega Nord evita l'argomento. In più c'è una proposta di iniziativa popolare. L'Italia sono anch'io porta avanti le richieste di cittadinanza di figli di immigrati, nati in Italia e raccolgie 200.000 firme.

"Per la prima volta in parlamento c'è una larga maggioranza attenta a questo problema - ha commentato il deputato di Sc Mario Marazziti -. Ora lavoriamo per arrivare ad un testo comune in commissione Affari costituzionali". Renata Polverini non ha nascosto che è dal Pdl che vengono le maggiori resistenza allo ius soli, anche se le sue posizioni hanno l'appoggio fra gli altri di Bondi, Santanchè, Carfagna e Ravetto. Tuttavia, ha aggiunto Polverini, "siamo convinti che questa legislatura possa compiere qualcosa di importante". Per il 5 Stelle Giorgio Sorial "la riforma della cittadinanza è un tema europeo e porteremo il nostro lavoro in Europa". Consapevoli delle opposizioni nel Pdl (Gasparri in testa), Polverini e Chaouki sono stati ben attenti a non creare problemi a Palazzo Chigi. "Il nostro è un percorso solo parlamentare, non è nel programma di governo", ha precisato l'esponente Pd, mentre l'ex governatrice ha commentato "non si pregiudica la sorte del governo se il parlamento si concentra su una battaglia di civiltà".

Prima che altre sentenze, stabilendo l'arretratezza e l'inadeguatezza delle nostre norme, sanciscano di fatto l'arretratezza e l'inadeguatezza di una classe dirigente disabituata, per mancanza di coraggio, a misurarsi con la realtà delle nostre città e delle nostre vite. ...

Il Fatto Quotidiano
23 05 2013

E’ arrivata nel pieno della bagarre sullo ius soli e apre un nuovo varco nel sottobosco della discussione politica italiana. L’ultima sentenza sul diritto di cittadinanza emanata a Lecce rovescia il tavolo e allarga l’orizzonte. E’ cittadino italiano non solo lo straniero che, al momento della nascita, è stato iscritto all’anagrafe e possedeva il permesso di soggiorno, ma anche chi, semplicemente, aveva i requisiti di fatto per ottenere sia iscrizione che titolo, sebbene nessuno si sia attivato per richiederli.

E’ questa la sintesi della decisione assunta dalla Seconda sezione civile del Tribunale, provvedimento depositato l’11 marzo scorso, ma reso noto solo ora. Porta in calce la firma del giudice relatore Adele Ferraro e va a colpire un nervo scoperto della normativa italiana. Lo fa sulla base di un principio di giustizia: “Se gli affidatari del minore non hanno effettuato le dovute richieste, l’interessato non ha, per motivi legati all’età, alcuna responsabilità per fatti od omissioni altrui”. Insomma, è alla luce di questo che, secondo i magistrati pugliesi, hanno il pieno diritto di essere riconosciuti come cittadini italiani tutti coloro che sono nati in Italia e che abbiano soggiornato sul territorio nazionale fino al raggiungimento della maggiore età. Anche se non hanno avuto l’iscrizione all’anagrafe. Anche se sono sprovvisti di titolo di soggiorno sin dalla nascita. Ragionando a posteriori, infatti, se oggi avessero tutti i requisiti per ottenere sia l’una che l’altro, non possono essere penalizzati.

La decisione prende le mosse da una contesa giudiziaria tra A.M., difeso dall’avvocato Monica Colella, e il Comune di Lecce, che due anni fa ha rifiutato la sua richiesta di acquisto della cittadinanza. Il ragazzo è nato nel 1993 in un paesino del leccese. E’ figlio naturale di una cittadina delle Filippine e di padre non noto. Al momento della nascita, la madre era irregolarmente soggiornante nel territorio nazionale. Ciononostante, ha dichiarato la nascita del bambino, che, dopo appena due mesi, viste le gravi condizioni di indigenza, è stato affidato ad un istituto. Nel ’94, A.M. è stato adottato da una famiglia italiana, ha frequentato le scuole dell’obbligo fino al diploma, si è sottoposto alle vaccinazioni obbligatorie e ha conseguito un permesso di soggiorno autonomo, la tessera sanitaria e la carta di identità rilasciata dal Comune di Lecce. Nel 2005, la madre naturale è riuscita a regolarizzare la propria posizione usufruendo della sanatoria per colf e badanti e ottenendo un permesso di soggiorno, sul quale è stato annotato pure il figlio. Nel 2011, al compimento del diciottesimo anno di età, lo spartiacque per ogni straniero nato in Italia, A.M. ha chiesto il riconoscimento della cittadinanza.

Si è trovato a sbattere contro il rifiuto dell’Ufficiale dello Stato Civile del Comune, “in quanto, al momento della sua nascita, nessuno dei suoi genitori era residente sul territorio della Repubblica, requisito essenziale previsto dalla Circolare del Ministero dell’Interno n. 22 del 7 novembre 2007 Prot. K 64.2/13″. Uno schiaffo sonoro. E un rischio gravissimo. Pur essendo il ragazzo nato e cresciuto nel Salento, in una famiglia italiana, di lingua italiana, frequentando parenti ed amici italiani, avrebbe, a quel punto, potuto continuare a vivere qui solo dietro rilascio di un permesso di soggiorno per studio o lavoro. Altrimenti, avrebbe corso il pericolo di essere espatriato in un Paese mai conosciuto, le Filippine.

Un’insidia che si ripete pari pari per almeno 590mila bambini registrati come stranieri all’anagrafe solo nell’ultimo decennio, cittadini dei paesi di origine dei genitori, forestieri in casa. Perché, è vero, finché si è minori si gode di alcuni diritti, quello di residenza, l’accesso alla salute e al sistema scolastico, ad esempio. Dopo il diciottesimo anno, però, ciò che sembra acquisito decade. Ed è il regresso. Le stringenti norme sul riconoscimento della cittadinanza sono spesso complici del controsenso di chi, da minorenne, è stato di fatto equiparato agli italiani e poi, da maggiorenne, è confinato nel limbo degli immigrati. Ai quali si applicano, tra l’altro, le previsioni della legge Bossi- Fini. E’ la sorte che sarebbe toccata, paradossalmente, anche ad A.M., se la sentenza del Tribunale si fosse limitata alla parole secche della legge, se non avesse saputo navigare dentro norme vecchie e immobili. Le stesse che la politica italiana, nonostante il monito del Presidente Giorgio Napolitano, nonostante l’input arrivato dal neoministro per l’Integrazione, Cecile Kyenge, continua a guardare immobili, come un quadro antico.
"E' il momento di fare riforme serie nel campo dei diritti umani. Non ci sono alibi. Speriamo che Parlamento e governo trovino il coraggio di rendere l'Italia un Paese rispettoso dei diritti", è l'appello lanciato da Amnesty. Il Presidente di Amnesty Italia ha anche ricordato l'agenda in 10 punti lanciata all'inizio del 2013 e presentata ai leader delle coalizioni in corsa per le elezioni e a tutti i candidati in Parlamento. Un'agenda a cui hanno aderito Silvio Berlusconi, Pierluigi Bersani, Mario Monti e Marco Pannella, così come 117 degli attuali deputati e senatori.

"Ora è arrivato il momento di mantenere le promesse - ha detto Marchesi - ci aspettiamo che coloro che hanno firmato l'agenda, in tutto o in parte, tengano fede agli impegni presi con Amnesty e con coloro che si sono informati, prima del voto, sulle loro posizioni in materia di diritti umani". I 10 punti dell'agenda sono: garantire la trasparenza delle forze di polizia e introdurre il reato di tortura; fermare il femminicidio e la violenza contro le donne; proteggere i rifugiati, fermare lo sfruttamento e la criminalizzazione dei migranti e sospendere gli accordi con la Libia sul controllo dell'immigrazione; assicurare condizioni dignitose e rispettose dei diritti umani nelle carceri; combattere l'omofobia e la transfobia e garantire tutti i diritti umani a lesbiche, gay, bisessauli e transgender; fermare la discriminazione, gli sgomberi forzati e la segregazione etnica dei rom; creare un'istituzione nazionale indipendente per la protezione dei diritti umani; imporre alle multinazionali italiane il rispetto dei diritti umani; lottare contro la pena di morte nel mondo e promuovere i diritti umani nei rapporti con gli altri Stati; infine, garantire il controllo sul commercio delle armi.

"Non regge l'alibi della crisi, ammesso che considerazioni economiche possano valere a fronte della necessità di proteggere valori fondamentali - ha aggiunto Marchesi - anche le violazioni dei diritti umani costano, e spesso di più della loro tutela. Nè rappresenta un'obiezione valida la presunta limitazione dell'agenda del governo. Il parlamento è stato eletto e il governo è in carica: entrambi sono tenuti a svolgere le rispettive funzionai nell'interesse generale e a garantire l'attuazione delle convenzioni internazionali che il nostro Paese si è impegnato a rispettare".

"È difficile dire se riuscirò a far approvare la legge, bisogna lavorare sul buon senso e sul dialogo, trovare le persone sensibili. È lasocietà che lo chiede, il Paese sta cambiando". ...

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