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Parla Msf: il silenzio dopo le bombe

  • Martedì, 13 Ottobre 2015 13:11 ,
  • Pubblicato in Flash news
Rifondazione
07 10 2015

Loris De Filippi, oggi Presidente di Medici Senza Frontiere in Italia è una persona nota a chi segue da noi tanto le tematiche internazionali quanto alcune questioni di disagio in Italia. Più di 11 anni fa denunciava la violenza degli allora Cpt (oggi Cie) per migranti e poi le condizioni di sfruttamento nei campi, sempre dei lavoratori immigrati, soprattutto nel Meridione. Impegnato direttamente in numerose aree di crisi, da Haiti all’Indonesia dello Tsunami, alla Siria alla Repubblica Centrafricana, oggi coordina un po’ tutte le attività dell’organizzazione premiata con il Nobel per la Pace nel 1999. Lo raggiungo che è ancora sconvolto e indignato per il criminale bombardamento effettuato da mezzi della Nato sull’ospedale afgano di Kunduz e che è costato la vita a 22 persone, numerosi i feriti, praticamente distrutto il complesso ospedaliero. E ovviamente è di questo ma non solo che vuole parlare.

«Il danno è stato enorme. Non solo i morti e i feriti ma si è cancellata l’esistenza dell’unico ospedale traumatologico del nord dell’Afghanistan, del solo ospedale a Kunduz in grado di fare interventi chirurgici. Parliamo di una città di 300 mila abitanti, grande come Bologna. In queste settimane di guerra era invaso da feriti tanto che il 1 ottobre avevamo diramato un comunicato per parlarne. Quando è iniziato il bombardamento c’erano 185 persone, di questi 40 bambini di cui 3 erano in terapia intensiva. Sono morti tutti e 3. E poi si è distrutta ogni risposta sanitaria, il direttore dell’ospedale, medici, infermieri, tecnici, anche i guardiani e i farmacisti. Irreparabile».

Il governo di Kabul ha dichiarato all’inizio che ospitavate talebani
«Quando arrivano feriti non domandiamo con chi stanno. Potevano esserci anche talebani ma erano feriti e disarmati perché negli ospedali non entrano armi e noi curiamo ovunque le persone a prescindere dal loro ruolo».

Lo definirebbe un attacco casuale?
«Mi è già capitato di utilizzare una parola forte e di dire che era premeditato. Riflettendoci a mente fredda come si potrebbe definire un attacco che dura per più di mezz’ora condotto con Hercules AC130 (detto fortezza volante), hanno bombardato più volte pur conoscendo il nostro Gps, e potendo vedere bene che si trattava di una grande struttura sanitaria, peraltro conosciuta da tutti. Noi vogliamo capire per dare un giudizio sereno ma ci è difficile credere nell’errore. Si era anche in una fase cruciale del conflitto per il controllo della città, era in atto uno scontro forte fra governativi e talebani. Di fatto la violazione della Convenzione di Ginevra è inequivocabile, si tratta di un crimine di guerra vigliacco. Per noi il 3 ottobre resterà un sabato nero. Quando ci è giunta la notizia stavamo celebrando un altro 3 ottobre orrendo, quello di Lampedusa, molti di noi erano a Ferrara per ricordare quell’altro massacro».

Avete deciso di lasciare Kunduz ma restate in Afghanistan?
«Restiamo nel sud del Paese, a Lashkar Gah e Kabul ma torneremo a Kunduz non appena sarà possibile. Dobbiamo rimettere in piedi la struttura ma torneremo. Abbiamo stretto un patto con quella gente, con i civili che vivono in quella situazione assurda da quando abbiamo deciso di “esportare la democrazia”. Torneremo ma i nostri operatori e le persone che curiamo debbono essere messe in sicurezza».

Quale è stata la reazione dei civili?
«Al momento è ancora difficile da capire. C’è il coprifuoco nella zona e non abbiamo in questo momento interlocutori. Ma per tutti, anche per i talebani, si tratta di un fatto molto grave. Ora non abbiamo basi, solo un patto da mantenere».

E fuori dall’Afghanistan?
«La società civile e tante organizzazioni sono state commoventi. Ci hanno dato aiuto e ci spingono ancora di più a voler andare a fondo per conoscere le responsabilità. Nel mondo si dice che stavolta gli americani se la sono presa con il nemico sbagliato. Questo ci convince ancora di più dell’importanza di avere una Commissione Internazionale Indipendente che valuti l’accaduto. Lo dobbiamo alle 22 vittime, alle loro famiglie e non ci accontenteremo di indagini unilaterali. In Italia anche c’è stata forte attenzione, a cominciare da Emergency che si è fatta carico dei nostri feriti fino a tante piccole associazioni e singoli che hanno voluto mostrarci solidarietà. C’è un risveglio da noi provocato anche da altri fattori, che ci fa ben sperare. Con questo attacco non hanno colpito Msf, ma tutti e non si può parlare di errore o, come si è detto all’inizio di “danni collaterali”. Ripeto ci sono 22 famiglie che oggi sono a terra e anche per loro va combattuta una battaglia di civiltà».

Sono mancate le istituzioni
«Lo dico con franchezza. Non ho avuto il tempo di andarmi a cercare tweet e comunicati stampa con accuratezza ma mi sembra che dal governo italiano non sia giunto nulla. Non dico per Msf ma neanche il cordoglio per le vittime da parte di Renzi e del ministro Pinotti. Il silenzio».

Tra l’altro, ed è un paradosso, operazioni come quella su Konduz, aumentano l’instabilità e costringono le persone a fuggire. Col risultato che poi in Europa giungono altri profughi
«Si è il primo dei paradossi, ma ce ne sono altri, altrettanto drammatici e grotteschi. Ce ne stiamo accorgendo con la campagna Milionidipassi (http://milionidipassi.medicisenzafrontiere.it/) con cui stiamo affrontando la questione. Da mesi, anche nel centro destra, sta passando la logica per cui si capisce l’importanza di dare protezione ai cittadini siriani – ed è giusto sia chiaro – ma si dimentica di cosa accade a chi esce da 14 anni di guerra mai terminata e da decenni di disordini violenti. Quelli che arrivano dall’Afghanistan cosa sono ora? Si tratta di transumanze umane importantissime ma costoro, come chi proviene da altri paesi, saranno discriminati in quanto non siriani. Noi sempre in Afghanistan nel 2004 abbiamo perso 5 colleghi, condividiamo con gli afghani la tragedia, l’abbiamo condivisa fisicamente, capiamo sulla nostra pelle di cosa si tratti. Nella mia città Udine ce li siamo trovati sulle panchine, senza un minimo di accoglienza dignitosa. E c’è chi tranquillamente parla di rispedirli al loro paese perché lì la guerra è finita».

Intanto Msf continua ad operare in molte aree di conflitto
«Si abbiamo ripreso ad operare nella Repubblica Centrafricana, dove la situazione peggiora e in Yemen. Due posti di cui si parla poco. Ma stiamo anche attuando una riflessione per come aiutare il desk che segue l’Afghanistan, rafforzandolo. Stiamo richiamando del personale in un continuo dialogo fra Kabul e Bruxelles. E poi prosegue, almeno fino al 31 dicembre il lavoro di salvataggio con la task force che opera in Italia, Grecia e area balcanica. In pratica gran parte del Mediterraneo, Macedonia, Serbia e Croazia».

Siete fra i pochi che continuano i soccorsi in mare
«Si con la nave principale, la Bourbon Argos, e poi con la Dignity I e la My Phoenix, in collaborazione con un privato, MOAS. Ma vediamo il rischio di istituzionalizzazione del nostro operato. Anche su questo stiamo ragionando. Non vorremmo finire con l’essere rassicurati da un Ministero dell’Interno che ci dice di non aver più bisogno di noi e poi venire a sapere di altri naufragi e altre vittime. Vogliamo essere certi che non solo verranno impiegati fondi e messe a disposizioni capacità ma essere certi che ci saranno vie sicure e legali per entrare in Europa. Altrimenti ci sentiremmo colpevoli per ogni ulteriore vittima».

Ci sarà ancora molto lavoro da fare allora temo
«Si e lo faremo. Ma vorrei concludere aggiungendo un ringraziamento. Nel silenzio di molti abbiamo assai apprezzato il sostegno che ci è giunto da Paolo Ferrero e dal vostro partito. Lo avete fatto immediatamente e in maniera limpida. Avete interpretato il sentimento di molti italiani che vogliono partire con le nostre missioni in Afghanistan. Uno dei nostri, italiano, era appena tornato prima della strage. Speriamo che anche altri si facciano sentire come voi, per fare quello che non ha fatto il governo. Un governo che non ha trovato il tempo per assumere una posizione. Questo invece fa molto male». 
Il quarto anniversario del conflitto siriano è stato, ancora una volta, un giorno di sangue e lutto. Un'autobomba è scoppiata a Homs uccidendo quattro persone e ferendone una quindicina. Almeno 50 civili sono rimasti uccisi nel nord-ovest della Siria in violenti scontri tra le forze del regime di Bashar al-Assad e i ribelli. Mentre inizia il quinto anno della più sanguinosa guerra civile dell'epoca contemporanea, la situazione dei milioni di rifugiati interni e nei paesi limitrofi è sempre più disperata. 
Roberta Zunini, Il Fatto Quotidiano ...

Joanne, in guerra con l'Ebola

joanne contro l'ebola"La chiave per essere un buon medico in situazioni estreme è provare emozione senza farti paralizzare. La gente viene da te perché è malata, tu non devi abituarti a vederla morire". Il pensiero, semplice e potente, di Joanne Liu, 49 anni, pediatra e presidente internazionale di Médecins sans frontières, è racchiuso tutto in queste parole.
Sara Gandolfi, Il Corriere della Sera ...

Ebola: cronistoria di un ritardo

  • Lunedì, 20 Ottobre 2014 10:17 ,
  • Pubblicato in Flash news

Linkiesta
19 10 2014

La lenta risposta della comunità internazionale ha amplificato un dramma che si poteva contenere

Tratto da "Medici Senza Frontiere per Ispi"

SIERRA LEONE - Da quando, nei primi mesi dell’anno, il virus Ebola ha fatto la sua comparsa nella regione dell’Africa occidentale, 4.500 sono stati i decessi registrati e 9.000 il numero totale dei casi (confermati, probabili e sospetti) secondo i dati diffusi dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Dalla Guinea, dove l’epidemia è stata confermata per la prima volta il 22 marzo 2014, il virus si è rapidamente diffuso in Liberia, Sierra Leone e, con un’estensione contenuta, in Nigeria e Senegal. Travalicando il continente Africano, Ebola è persino arrivata negli Stati Uniti, Spagna e Germania anche se con una trasmissione localizzata e casi sporadici.

L’Ebola è apparso per la prima volta nel 1976 simultaneamente a Nzara, in Sud Sudan, e a Yambuku, nella Repubblica Democratica del Congo. L’ultimo caso di quell’anno venne registrato in un villaggio vicino al fiume Ebola, da cui la malattia ha preso il nome. L’Ebola è un’infezione virale ad altissima letalità ed estremamente contagiosa. Può uccidere fino al 90% delle persone che lo contraggono. Il serbatoio naturale del virus Ebola resta ancora sconosciuto ma sembrerebbe essere un tipo di pipistrello o altri animali che vivono nella foresta. Non accade spesso che le persone contraggano il virus dal contatto con animali infetti ma una volta contagiate, si ammalano gravemente e possono trasmettere l’infezione ad altri esseri umani. Ci sono cinque ceppi diversi del virus Ebola: Bundibugyo, Ivory Coast, Reston, Sudan e Zaire, così chiamati a seconda del rispettivo luogo di origine. Quattro di questi cinque ceppi causano la malattia negli esseri umani. Il sottotipo Reston, invece, non è patogeno per l’uomo.

La portata attuale dell’epidemia non ha precedenti in termini di aree geografiche coinvolte, casi registrati e tasso di mortalità. E’ la prima epidemia di Ebola che coinvolge simultaneamente diversi Paesi, che colpisce i contesti urbani e che conta un numero di casi e di morti 3 volte superiore a quelli notificati globalmente nelle diverse epidemie riportate dal 1976 ad oggi. Il numero dei contagi continua ad aumentare esponenzialmente rendendo ancora più complicata la ricostruzione dei contatti, e quello che all’inizio sembrava un problema locale si è trasformato in una crisi umanitaria internazionale. La magnitudine della crisi non tocca solamente il settore sanitario ma coinvolge le fondamenta stesse delle società minandole profondamente. Medici Senza Frontiere (MSF), presente sia nei tre paesi maggiormente colpiti dal virus, Guinea, Liberia e Sierra Leone, sia in Nigeria e Senegal, dove l’epidemia è stata contenuta, ha più volte invocato un intervento massiccio della comunità internazionale per tentare di arginare l’epidemia ed evitare che i già fragili sistemi sanitari collassassero definitivamente.

MSF costruisce e gestisce centri di isolamento per il trattamento dei pazienti affetti dalla malattia, installa camere di decontaminazione tra i pazienti in isolamento e l’ambiente esterno, cura i pazienti per limitare la diffusione del contagio, supporta i Ministeri della salute locali nell’attività di sorveglianza epidemiologica, invia i propri esperti tra le comunità locali per definire la mappatura dei contatti, sensibilizza le comunità sulla diffusione della malattia e sulle misure igienico-sanitarie da adottare, forma gli operatori sanitari locali. L’assistenza ai pazienti è affidata a personale esperto e formato sulle tecniche di isolamento necessarie, sull’utilizzo di dispositivi di protezione e sul rispetto scrupoloso delle norme di comportamento in tutte le fasi dell’assistenza al malato. Le equipe di MSF hanno trattato complessivamente circa il 60% dei casi registrati. Hanno ricoverato più di 4.200 persone, di cui circa 2.400 sono risultate positive all’Ebola. Più di 1000 sono guarite.

I nostri operatori entrano nella zona di isolamento sempre in coppia per controllarsi vicendevolmente e indossano dei dispositivi di protezione individuale (tuta completa, doppio paio di guanti, occhiali protettivi, maschera che copre l’intera superficie del volto, stivali). All’ingresso e all’interno delle unità sono predisposte taniche di acqua clorata per il lavaggio delle mani e dei piedi che deve avvenire in ogni passaggio della visita del malato e per evitare la contaminazione con altre aree. Nella zona che precede la stanza di isolamento l’operatore si veste e si sveste con accortezza gettando il materiale monouso nel sacco dei rifiuti speciali. Rigide sono anche le procedure per lo smaltimento dei rifiuti, dei fluidi biologici e la disinfezione di tutti gli strumenti utilizzati.

Tra i diversi paesi coinvolti in quest’epidemia, il contagio è avvenuto più frequentemente tra il personale sanitario per la mancanza di misure igieniche e di protezione (maschera, camice, guanti, occhiali) e tra i familiari del malato per l’elevata probabilità di contatti. Inoltre il contatto diretto con i defunti durante le cerimonie di sepoltura probabilmente ha avuto un ruolo non trascurabile nella diffusione della malattia nei paesi colpiti. Strutture sanitarie insufficienti, mancanza di controlli e di servizi di sorveglianza epidemiologica adeguati hanno fatto il resto. Non esiste alcun trattamento specifico per curare questa malattia né un vaccino che abbia un’efficacia comprovata sugli esseri umani e sia registrato per l’utilizzo sui pazienti. Organizzazioni come MSF, riducono il tasso di mortalità curando i sintomi, in particolare vengono tenuti sotto controllo l’idratazione del paziente, il mantenimento di un adeguato livello di ossigenazione e di pressione arteriosa, vengono somministrati antibiotici in caso di infezioni e complicazioni e viene fornita un’alimentazione altamente nutritiva. Il supporto terapeutico offerto, a volte, aiuta il paziente a sviluppare una risposta immunitaria sufficiente per superare la malattia.

In mancanza di farmaci e vaccini la prevenzione si affida, quindi, al rispetto delle misure igienico-sanitarie, alla capacità di una diagnosi clinica e di laboratorio precoci e all’isolamento dei pazienti e dei contatti ad alto rischio. Per limitare l’epidemia e identificare la catena di trasmissione, MSF effettua la ricerca attiva di tutti gli individui che sono entrati in contatto con i malati sui quali viene istituita una sorveglianza sanitaria per le 3 settimane successive all’ultimo contatto, a cui segue il ricovero e l’isolamento al primo segnale d’infezione. Anche in caso di semplice sospetto, il paziente viene isolato.
Questa epidemia e la sua sorprendente rapidità di diffusione ci ricordano come la salute sia da considerarsi un problema globale; impossibile disinteressarsene solo perché accade in un altro continente. La lenta e inadeguata risposta della comunità internazionale ha amplificato le dimensioni di un dramma che poteva essere contenuto. Fin da marzo, Medici Senza Frontiere ha lanciato numerosi allarmi sulla portata senza precedenti dell’epidemia, chiedendo la mobilitazione della comunità internazionale; appelli per troppo tempo sottovalutati dalla stessa OMS. Per ben due volte il presidente internazionale di MSF Joanne Liu si è rivolta agli Stati Membri delle Nazioni Unite per chiedere di agire rapidamente per fermare l’epidemia. Ad oggi, alcuni Paesi si sono impegnati con risorse umane ed economiche ma le tante promesse ancora faticano a concretizzarsi.
Ora è importante reagire prontamente, inviare personale sanitario esperto per curare i malati e rintracciare i casi sospetti, inviare materiale medico e dispositivi di protezione, far fronte alle altre sfide sanitarie che vedono molte persone affette da malattie curabili morire per la mancanza di accesso alle cure e la chiusura dei centri di salute. I paesi colpiti vanno supportati, l’isolamento va scongiurato per non compromettere lo sforzo degli aiuti internazionali e non aggravare la frattura sociale ed economica. L’impatto di questa epidemia si protrarrà ben oltre la sua fine, i sistemi sanitari avranno bisogno di essere ricostruiti e la fiducia ristabilita, la sorveglianza epidemiologica ridefinita, le perdite economiche risanate.

La ricerca clinica, finalmente avviata, di terapie e di un vaccino è ancora in una fase iniziale; eventuali nuovi prodotti non arriveranno in tempi utili per moltissime persone e in ogni caso non potranno prescindere da un approccio alla malattia più globale e fin qui sottolineato, ovvero la sensibilizzazione alle comunità, la ricostruzione dettagliata dei contatti, il ricovero immediato dei pazienti sospettati di aver contratto l’Ebola presso centri specializzati nel trattamento e un coordinamento efficace della risposta. Per questo servono risorse immediate che aiutino ad arginare l’epidemia e a supportare i sistemi sanitari della regione colpita. E’ un obbligo morale e una responsabilità cui non ci si può sottrarre. La salute del continente africano è anche la nostra salute.

Gabriele Eminente, Medici senza Frontiere, Sierra Leone

Huffingtonpost
30 07 2014

L'epidemia di Ebola in Africa Occidentale si sta aggravando e rischia di estendersi ad altri paesi. Non sono affatto rassicuranti le parole pronunciate oggi dal direttore di Medici Senza Frontiere, Bart Janssens in un'intervista rilasciata a Libre Belgique. "Questa epidemia è senza precedenti, assolutamente fuori controllo e la situazione non fa che peggiorare, per cui si sta nuovamente estendendo, soprattutto in Liberia e Sierra leone, con focolai molto importanti", ha detto.

"Se la situazione non migliora abbastanza rapidamente, c'è il rischio reale di vedere nuovi paesi colpiti - ha ammonito - non si può escludere, ma è difficile da prevedere, perché non abbiamo mai visto una tale epidemia".

Per il momento sono 1201 i casi accertati e le vittime 672. Il primo focolaio è stato registrato in Guinea, poi l'epidemia si è estesa in Liberia e Sierra Leone. Nei giorni scorsi è morto per il contagio uno dei medici esperti che stava coordinando la battaglia al virus.

L'estensione della malattia, che passa da persona a persona tramite il contatto dei fluidi corporei, ha convinto il governo britannico a convocare un Cobra meeting, tavolo interministeriale urgente per decidere come affrontare il pericolo. Per il ministro degli Esteri Philip Hammod infatti "l'ebola è una minaccia per il Regno Unito" e le autorità sanitarie britanniche hanno già diramato una direttiva a tutti i medici affinché vigilino sui sintomi, nonostante nessun cittadino britannico sia risultato positivo al virus.

Ieri all'Huffington Post la ministra Beatrice Lorenzin ha rassicurato i cittadini italiani: "Il livello di allerta è già alto fin dal principio dell'epidemia. Negli aeroporti e nei luoghi di transito vengono già effettuate visite mediche nei casi che vengono ritenuti necessari. In Italia il pericolo non c'è".

E' di almeno 1.201 Casi accertati e 672 decessi il bilancio globale delle vittime dell'epidemia di ebola scoppiata all'inizio dell'anno in guinea e poi estesasi liberia e sierra leone.

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