La gabbia della comunità

  • Lunedì, 16 Novembre 2015 11:43 ,
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Il Manifesto
15 11 2015

Tra le più note e brillanti scrittrici libanesi, Hoda Barakat, vive da oltre trent'anni a Parigi.
"Ho passato tutta la notte a telefonare ai miri figli per essere certa che stessero bene e fossero al sicuro. Non abito lontano dal Bataclan, per me quei luoghi sono familiari". ...

Guido Caldiron

Hip hop smash the wall

  • Mercoledì, 17 Settembre 2014 09:26 ,
  • Pubblicato in Flash news

Assopace Palestina Roma
17 09 2014

Parte “Hip hop smash the wall”
Nessun muro di separazione riuscirà a fermare un movimento culturale mondiale


COMUNICATO STAMPA. Ramallah, 17.09.2014 – Inizia ufficialmente il progetto promosso da Assopace Palestina, che coinvolge artisti hip hop italiani e
palestinesi. Le attività nell'ambito di questa iniziativa internazionale sono molteplici. Alcuni artisti della Striscia di Gaza, coinvolti nel progetto, non hanno potuto raggiungere Ramallah a causa delle restrizioni di movimento imposte da Israele nei confronti dei palestinesi gazawi. Il check-point di Erez
è un passaggio impossibile per i gazawi che vogliono raggiungere la Cisgiordania. Ci saranno delle attività a distanza, che permetteranno agli artisti della Striscia di essere coinvolti comunque nell'intero progetto.

Per la sezione rap Kento, Lucci, Coez e Prisma sono già al lavoro per incidere un disco con alcuni dei rappers locali più validi tra cui Stormtrap e Achelous da Ramallah; Anan Ksym e altri giovani promettenti MC seguiti dalla label UG Records e dalla casa di produzione Mazaj Production, fondate dallo stesso Anan a Nazareth; e il crew Sound World dall'Askar Refugee Camp (http://keffiyehcenter.wordpress.com/sections/ ) . L'album sarà disponibile
nell'autunno ad un offerta consigliata di cinque euro, che contribuirà a finanziare il progetto. Sarà inoltre possibile prenotare le copie in anticipo attraverso il sito dell'associazione, inviando una mail a Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. .

Per la sezione writing Gojo si è unito al gruppo di writers palestinesi ed oltre a realizzare insieme graffiti, porteranno avanti un workshop al quale prenderanno parte anche bambini. Già è in opera un coordinamento tra il team di Ramallah e quello della Striscia per realizzare graffiti in connessione.

Per la sezione Bboying hanno raggiunto Ramallah giovani breakers da Nablus,
compresi alcuni dall'Askar camp, grazie alla collaborazione di Keffiyeh Center
e Human Supporters Association. Parteciperanno inoltre i giovanissimi Dance
Boys e la crew Camp Breakerz, da Gaza, attraverso una coreografia realizzata
insieme agli italiani e ai palestinesi della Cisgiordania.

Il progetto è realizzato in partenariato con il Comune di Ramallah.

Habibi, un parere femminile

  • Venerdì, 07 Giugno 2013 13:19 ,
  • Pubblicato in Flash news
Conversazioni sul fumetto
07 06 2013

Cecilia Alessandrini, insegnante di lettere, è stata per molti anni volontaria presso una scuola di italiano per adulti immigrati dove è entrata in contatto con donne di tutte le nazionalità. Attiva nel movimento delle donne si interessa di questioni di genere declinate a livello nazionale ed internazionale nella ferma convinzione che non esista una “questione femminile” ma piuttosto una “questione maschile”. Insieme a Gianlorenzo Ingrami, con il nome Cecigian, è coautrice di vignette satiriche pubblicate sulla stampa nazionale ed internazionale. Ritorniamo con lei sulla questione delle donne nell’universo del fumetto, di cui avevamo parlato QUI e QUI.

Ho letto “Habibi” essenzialmente perché vi era narrata la storia di una donna, in particolare di una donna che si muove all’interno della cultura islamica la cui conoscenza, è allo stesso tempo misteriosa e contraddittoria. Leggendolo ho scoperto che “Habibi” è molto di più che un semplice racconto di formazione al femminile, è una storia affascinante in cui si intrecciano con grazia tematiche importanti: il problema ambientale dell’acqua e dei rifiuti, la comune matrice culturale semita della religione islamica e di quella cristiana, i profondi squilibri sociali ed economici che attraversano i paesi in via di sviluppo.

Una bella narrazione sospesa in un “non luogo” e in un “non tempo” ammantata di fascino. Gli occhi da cerbiatta della protagonista del racconto, Dodola, dapprima sposa bambina, poi adolescente costretta a soddisfare il desiderio maschile come unica possibilità di sopravvivenza, infine prigioniera di un harem piegata alle voglie di un sultano infantile e capriccioso, mi hanno letteralmente ammaliata. Così, quando ormai a notte fonda, ho concluso la lettura del testo il primo pensiero che ho avuto è stato relativo alla mia presunta fortuna di donna occidentale nata in un contesto culturale tanto diverso da quello descritto. A quel punto però ho immediatamente capito che ero appena stata vittima del fenomeno descritto dal linguista George Lakoff1 nel suo celebre libro “Non pensare all’elefante”. In questo suo famosissimo testo Lakoff descrive il processo mentale per cui quando ci viene chiesto di non pensare a qualcosa immediatamente nel nostro cervello compare l’immagine “proibita”.

Il processo a cui conduce, non so quanto volontariamente, la graphic novel di Craig Thompson, è esattamente quello appena descritto. Nonostante il rispetto e l’attenzione che l’autore dimostra nell’avvicinarsi ad un’altra cultura, il testo, scritto da un occidentale per un pubblico occidentale, ripercorre una serie di stereotipi riguardanti la condizione della donna nel mondo islamico che immediatamente inducono il lettore a considerare i problemi descritti peculiari di quella specifica cultura.

Il problema delle spose bambine, ad esempio, più volte richiamato all’interno del testo è legato non solo alla cultura islamica. Molte altre culture oltre quella islamica conoscono, purtroppo, questa pratica ma il modo in cui Thompson lo propone sembra invece legarlo in particolare all’Islam piuttosto che alle pratiche sociali di tante altre comunità nei paesi in via di sviluppo.

I motivi legati alla sopravvivenza sua e del bambino che ha deciso di adottare per cui la protagonista finisce per prostituirsi sono gli stessi che animano la maggior parte delle molte prostitute, per lo più straniere, che si trovano sfruttate e maltrattate sulle strade delle nostre città alla mercé del desiderio e della brutalità di uomini non molto diversi dai mercanti del deserto descritti nel racconto.

Buona parte del racconto si svolge all’interno dell’Harem di un sultano di cui Dodola diventa la favorita grazie al carattere indomito e poco addomesticato che risulta essere una risorsa per la sessualità annoiata del sovrano saturo di ricchezze e di donne. Anche in questo caso lo stereotipo dell’harem sembra utilizzato in modo strumentale ad uso e consumo di un pubblico già avvezzo a quell’immagine. Il modello di harem descritto nella graphic novel di Thompson è quello di tradizione turca-ottomana in cui effettivamente quei luoghi possedevano le caratteristiche che hanno successivamente influenzato il nostro immaginario. Ma la maggior parte degli harem erano invece posti certamente di segregazione femminile, ma molto lontani da quella ambientazione da “Mille e una Notte” a cui siamo abituati. Gli harem marocchini, ad esempio, erano costituiti da ampie zone della casa in cui convivevano le diverse generazioni femminili con semplicità e sobrietà, spesso essendo uniche mogli di unici mariti.

Tuttavia a fronte di tutti questi difetti che possono confermare il lettore con poca voglia di approfondire nelle sue già definite convinzioni, in “Habibi”ci sono una serie di spunti che ho trovato molto interessanti.

Il travaglio interiore che attraversa la protagonista incinta di un figlio che le ricorda un rapporto sessuale a cui è stata costretta e il fastidio fisico nel sentire che il suo corpo, improvvisamente goffo e pesante, le è stato in qualche modo espropriato dal bambino che porta in grembo sono tematiche troppo spesso colpevolmente ignorate a favore di un concetto edulcorato e finto della maternità come qualcosa di sempre desiderabile da una donna. Il contrasto presentato tra genitorialità naturale e adottiva con il prevalere della seconda sulla prima durante tutto il racconto e soprattutto nella parte finale è un messaggio veramente coraggioso e quasi stupefacente soprattutto in un contesto come quello italiano dove, erroneamente, tutt’ora a prevalere è sempre il legame di sangue su quello educativo tra genitori e bambino.

Ma tutto questo è in secondo piano rispetto al vero filo conduttore di salvezza della vita di Dodola rappresentato dall’aver imparato a leggere e scrivere, dal non essere analfabeta come suo padre che decide di venderla ad un marito ancora bambina. Una salvezza che viene dall’essere capace di leggere, narrare e soprattutto godere delle storie e dei racconti. Enfatizzando questa capacità ancora affatto scontata per una donna in molti paesi del mondo di accedere ad una possibile istruzione l’autore ribadisce, non so quanto consapevolmente, un concetto, fondamentale nella storia di genere e che attribuisce un valore aggiunto a questo lavoro: l’unica vera possibilità di liberazione ed emancipazione femminile passa inevitabilmente attraverso l’istruzione. Nessuna presunta “esportazione della democrazia” sarà mai efficacie e di aiuto nel processo di affermazione dei diritti delle donne quanto garantire loro l’accesso all’istruzione e alla conoscenza. Deve esserne consapevole anche il sultano del racconto che fa giustiziare il suo bibliotecario soltanto per aver permesso a Dodola di accedere alla biblioteca del palazzo. Perché una donna istruita è, in fondo, una donna già liberata.

Il Fatto Quotidiano
02 05 2013

L’immagine è forte: due occhi, (soltanto quelli), sbucano dall’unica fessura presente nel sudario dell’abito/prigione in uso in molti paesi islamici, l’hijab.

Normale, inquietante abbigliamento, per esempio, in Arabia Saudita, da dove questo manifesto proviene. Ma c’è un particolare che informa che siamo di fronte ad una novità: uno dei due occhi è pesto, chiaramente segnato dalle percosse. E’ innegabile che faccia scalpore, così come è trasgressivo il logo che ne spiega il senso: “Alcune cose non possono essere coperte – combattere ogni forma di violenza contro le donne”, c’è scritto.

La campagna è finanziata dalla Fondazione Re Khalid, fondata nel 2001 dalla famiglia dell’ultimo Re Khalid in carica in Arabia Saudita dal 1975 al 1982, che ha tra le sue priorità la protezione legale per donne e bambini vittime di abusi, in uno dei paesi del mondo dove convivono ricchezze enormi e tradizioni culturali (e politiche) di una arretratezza sconvolgente, sotto l’egida della più ferrea interpretazione della legge islamica della Sharia.

L’Arabia Saudita, infatti, è agli ultimi posti, (numero 131 su 134 stati) della classifica del World Economic Forum rispetto alla parità tra uomini e donne, in particolare per la condizione delle donne e delle bambine dentro le mura domestiche, dove la legge islamica fa del marito e padre il detentore delle sorti di vita e di morte delle congiunte.

Di recente saltato alla ribalta mondiale per la lotta di alcune donne per l’ottenimento del diritto di guidare l’auto da sole, (mentre per le bici e le moto è possibile cavalcarle solo in burka o con una compagnia maschile), il paese ora comincia ad ammettere, per bocca dei funzionari della Fondazione, che “il fenomeno delle donne maltrattate in Arabia Saudita è più importante di quello che sembra”.

Siamo agli albori di una fase nuova per i diritti delle donne in uno dei paesi che fa scuola, insieme all’Egitto, per rigore fondamentalista?

A sentire una delle attiviste femministe più informate e coraggiose, Maryam Namazie, che da sempre lotta contro il fondamentalismo islamico, l’iniziativa appare più come uno specchietto per le allodole che un cuneo serio nell’ingranaggio politico e religioso dell’area.

“Questa campagna contro la violenza in Arabia Saudita nasce chiaramente in risposta alla indignazione pubblica causata dalla vicenda di Lama, una bimba di soli 5 anni, morta dopo aver affrontato indicibili torture per mano di suo padre, che è stato effettivamente lasciato andare senza sanzioni.

Qualsiasi azione per fare luce sulla violenza domestica è estremamente importante, ma non si tratta solo di una questione di educazione e di sensibilizzazione- sostiene Namazie. Per fermare la violenza domestica devono esserci modifiche importanti e strutturali del codice penale, che introducano una legge che criminalizzi la violenza e persegua chi la commette. Secondo la Sharia, invece, la violenza contro le donne e i bambini è spesso vista come una prerogativa del tutore maschio – come caso di Lama evidenzia”.

A causa anche delle pressioni internazionali alcune aperture nella realtà saudita cominciano a palesarsi: dal 2011 le donne hanno avuto il diritto di votare, e nel prossimo 2015 potranno essere elette nei municipi. Ma resta l’inquietante figura del ‘tutore’: marito, padre, fratello o altro familiare maschio, che in qualunque momento può e deve sancire la possibilità (o l’impossibilità) per la donna di lavorare, uscire, lasciare il paese, studiare, sposarsi: insomma vivere. Le donne, in questo paese, sono a qualunque età, in uno stato evidente di minorità, e vivono sotto tutela fino alla morte.

“Il governo saudita vuole far vedere che sta compiendo uno sforzo contro la violenza, di fronte alla opinione pubblica- conclude Maryam Namazie. Il primo autore della violenza nella società saudita, però, è il regime stesso e le sue leggi medievali.

Il modo migliore per cominciare a porre fine alla violenza contro donne e bambini è fermare l’applicazione della Sharia, non fare una campagna pubblicitaria”.

Femen: guerra santa senza veli o neocolonialismo culturale?

  • Giovedì, 11 Aprile 2013 08:26 ,
  • Pubblicato in Flash news

Osservatorio Iraq
11 04 2013

Giovedì scorso il collettivo femminista Femen è tornato a far sentire la propria voce con la controversa iniziativa "Topless Jihad Day", una mobilitazione duramente criticata anche da molte musulmane.

di Valentina Marconi


SE IMPAZZA LA CONTRO-PROTESTA
'Donne Musulmane contro Femen' è il nome della campagna online nata il 5 aprile su facebook, all'indomani della mobilitazione del collettivo ucraino.

Nel giro di pochi giorni ha guadagnato più di 5.000 adesioni, stimolando un ampio dibattito anche su twitter, con l'hashtag #Muslimahpride.

Le sostenitrici di questa campagna accusano Femen di 'islamofobia e imperialismo culturale', esprimendo un netto rifiuto per lo stereotipo della donna araba "vittima passiva" della sua cultura e religione.

Sofia Ahmed - fondatrice della pagina facebook - ha invitato le donne musulmane di tutto il mondo a 'insorgere' e in tantissime hanno raccolto il suo appello postando foto e scrivendo brevi messaggi.

Da 'L'Islam mi ha liberato' a 'Non ho bisogno di essere salvata', questo il tono di alcune delle dichiarazioni apparse sui social network.

La campagna nasce per criticare il tentativo di Femen di imporre i propri valori sull'universo femminile musulmano.

"Stiamo prendendo una posizione per far sentire la nostra voce e reclamare il nostro diritto di scelta. Ne abbiamo abbastanza dell'atteggiamento paternalistico e parassitario di alcune femministe occidentali", si legge sulla pagina facebook del gruppo.


LA 'GUERRA SANTA' DI FEMEN
'Topless Jihad Day' è invece l'iniziativa organizzata da Femen a sostegno dell'attivista tunisina Amina Tyler e contro l'oppressione delle donne da parte dei gruppi islamisti.

Giovedì scorso il collettivo femminista ucraino ha organizzato delle azioni di protesta in molte capitali europee, dove le componenti hanno manifestato a seno scoperto, urlando slogan contro l'Islam.

Tra i gesti più eclatanti, la messa a fuoco della bandiera salafita davanti alla Grande Moschea di Parigi. Poi - in una lettera aperta alle Donne Musulmane contro Femen -, la leader Inna Shevchenko ha dichiarato di accettare che ci siano donne che scelgano liberamente di indossare il velo.

In questa occasione, l'attivista ha ribadito che il suo gruppo non è contro la religione, ma contro quelle dinamiche di violenza e oppressione che troppo spesso vengono compiute nel nome di Dio.

E difendendosi dalle accuse di imperialismo culturale, ha aggiunto: "La libertà non ha niente a che vedere con la nazionalità o il colore della tua pelle. Non c'è un pacchetto di diritti umani per gli europei e un altro per gli arabi o gli americani, i diritti umani sono universali". […]

"Puoi indossare tutti i veli che vuoi se domani sei libera di toglierli e poi rimetterli a tuo piacimento, ma non negare che ci sono milioni di donne come te che hanno paura dietro a quel velo, che subiscono violenze fisiche e sessuali perchè non rispettano le norme religiose. Noi siamo qui per gridare contro questa ingiustizia!".

Femen è nato in Ucraina nel 2008 e ben presto ha acquisito una popolarità mondiale, soprattutto in virtù delle tecniche di protesta utilizzate, in primis il seno scoperto.

Le attiviste dichiarano di lottare per i diritti delle donne e contro ogni tipo di istituzione (politica, religiosa ed economica) che riproduca il sistema del patriarcato.

Già in passato hanno organizzato azioni dimostrative contro l'islamismo e la shari'a, mobilitandosi anche sul tema delle mutilazioni genitali femminili. La loro rete ha ormai acquisito una dimensione globale, giungendo a toccare anche alcuni paesi arabi.

LE FEMEN ARABE
In Tunisia per esempio la fan page 'locale' del collettivo ucraino conta più di 17.000 adesioni e la cineasta Nadia al Fani, insieme alla giornalista francese Caroline Fourest, ha girato un documentario su di loro. Ed è proprio a sostegno di una Femen tunisina, la giovane Amina Tyler, che si è svolta l'iniziativa 'Topless Jihad Day'.

L'attivista araba sta infatti subendo le ripercussioni del suo eclatante gesto: aver postato alcune foto su facebook in cui posava a seno scoperto.

Sul suo corpo due scritte in nero. La prima, 'Fuck your morals', e la seconda: 'Il mio corpo mi appartiene e non è la fonte dell'onore di nessuno'.

Subito dopo la pubblicazione in rete, le foto di Amina hanno avuto una diffusione virali e la giovane si è ritrovata al centro di aspre e pericolose polemiche.

L'imam Adel Almi ha proposto che, in base al diritto penale islamico, la ragazza venga condannata a ricevere tra le 80 e le 90 frustrate, anche se per la gravità dell'atto commesso meriterebbe addirittura di essere lapidata.

"La sua azione potrebbe provocare un effetto domino e potrebbe essere contagiosa, mettendo in testa idee strane ad altre donne. Perciò è necessario fare di questo incidente un caso isolato", ha dichiarato l'imam.

Dopo lo scoppio dello scandalo, Amina è sparita dalla circolazione per circa due settimane per poi riapparire in una trasmissione televisiva dell'emittente francese Canal Plus, in cui ha ammesso di temere per la propria vita.

E secondo Al-Masry Al-Youm, sempre Amina starebbe cercando di lasciare il paese, per cominciare un corso di giornalismo all'estero.

Ma il suo non è l'unico caso del genere. Nel 2011, a destare scandalo nel mondo arabo era stata l'egiziana Aliaa Magdi, anche lei per delle foto di nudo (integrale) apparse sul suo blog.

Oggi anche lei è diventata una Femen, e ha lasciato l'Egitto per vivere in Europa.

Nel dicembre del 2012 ha partecipato a una manifestazione con altre attiviste del gruppo ucraino per protestare contro l'oppressione delle donne da parte dell'Islam.

Un gesto - che secondo la femminista egiziana Yasmine Nagaty - va interpretato come reazione alla salita al potere dell'islam politico.


CHI PARLA PER CHI?
Le critiche contro Femen si concentrano su due aspetti: l'uso del nudo come arma contro il patriarcato e la presunta retorica neocolonialista.

Da una parte, protestare a seno nudo per attirare l'attenzione su questioni di genere è considerato da molti come un gesto contraddittorio che rischia di rinforzare quegli stessi stereotipi sessisti contro cui combatte.

Dall'altra però le Femen si difendono da quest'accusa e spiegano che per loro il corpo è un'arma, non un oggetto sessuale.

Le attiviste del collettivo devono sottoporsi a duri allenamenti fisici prima di poter partecipare alle proteste e devono anche imparare a muoversi in un modo che sia del tutto privo di richiami sessuali.

Eppure, per la ricercatrice Sara Salem, molti aspetti del 'discorso' di Femen sono in realtà neocolonialisti', come l'associare il velo all'oppressione e la serpeggiante convinzione che le donne musulmane non abbiano coscienza della loro oppressione.

"Affermano di essere contro Femen ma noi siamo qui per loro. Scrivono sui loro cartelli che non hanno bisogno di liberazione, ma i loro occhi chiedono aiuto'', ha dichiarato la leader del movimento ai microfoni di Al-Jazeera.

Storicamente, alcuni regimi dittatoriali appoggiati dall'Occidente (come quelli di Ben Ali in Tunisia e Mubarak in Egitto) sono stati in prima linea nella promozione dei diritti delle donne, cooptando il movimento femminista all'interno delle strutture statali. E sarebbe proprio l'associazione tra regime post-coloniale e femminismo di Stato ad aver reso ambiguo il concetto di 'liberazione' ed 'emancipazione' in molti paesi arabi, dove certe riforme sono state vissute come una vera e propria imposizione anti-democratica, suscitando reazioni come quella islamista.

In questa cornice storico-politica, lo sdegno espresso dalla campagna 'Donne Musulmane contro Femen' acquisisce un valore ancora più profondo e legittimo.

Ciononostante appare vero anche il contrario: questa stessa campagna non 'rappresenta' tutte le donne che vivono all'interno di quelle comunità in cui l'Islam è maggioritario, come Amina o Aliaa che reclamano quella libertà di scelta rivendicata dal collettivo ucraino.

Quindi se da un lato il femminismo di Femen non è e non deve essere l'unico possibile - riconoscendo piena legittimità alle tante e variegate realtà locali sia di lotta e che di vita -, dall'altra andrebbero comunque sostenute le scelte di coloro che si pongono come outsider all'interno della propria comunità.

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