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Un altro genere di comunicazione
28 07 2014

I centri antiviolenza hanno una storia femminista. Negli anni ’70 c’erano i gruppi di autocoscienza nei quali le donne condividevano storie ed esperienze, molte di quelle storie raccontavano di violenze.

Alcune di quelle donne decisero di lasciare il luogo dove quelle violenze venivano agite contro di loro, quel luogo era la casa, la famiglia.
Costruirono nuove case, nuove famiglie, dove tra donne potevano vivere la loro libertà e mettere in discussione l’assetto della società patriarcale. Nascevano così le prime case rifugio per donne vittime di violenza.

In Italia, in ritardo rispetto ad altri paesi europei, i primi centri per donne che subiscono violenza aprono negli anni ’90, questi centri si ispirano a principi tra cui: riconoscimento delle radici strutturali della violenza maschile contro le donne nella disparità di potere tra i sessi; accoglienza basata sulle relazioni tra donne; accompagnamento nel percorso di uscita dalla violenza nel rispetto dell’autonomia e autodeterminazione della donna vittima; ascolto non giudicante; pieno rispetto e accoglienza per donne e bambin* di qualsiasi religione, etnia, classe sociale, orientamento sessuale.


Molti centri antiviolenza italiani hanno una storia ventennale di progetti, attività di accoglienza e sensibilizzazione, buone prassi.
Operatrici formate ed esperte operano con fondi scarsi o inesistenti o ripartiti male.
La rete di centri antiviolenza D.I.Re è scesa in piazza il 10 Luglio scorso per protestare contro la ripartizione dei fondi decisi in Conferenza Stato Regioni.

Secondo D.i.Re questi criteri penalizzano le competenze dei Centri Antiviolenza e legittimano luoghi che si occupano di problematiche distanti dalla violenza, solo al fine di accedere a fondi già assolutamente inadeguati.

E’ stato ribadito che motivi di poca chiarezza risiedono già nella legge 119/2013, la così detta legge sul femminicidio, che non indica i criteri qualitativi che distinguono e caratterizzano i centri antiviolenza; lacuna che ha portato le Regioni ad includere nella mappatura dei centri antiviolenza anche luoghi privi di competenze.
Voce unanime in conferenza stampa la necessità di evitare di somministrare finanziamenti a pioggia e distribuire risorse senza tenere conto dei bisogni delle donne e delle esperienze maturate dai Centri antiviolenza. D.i.Re ha messo in evidenza il rischio che le donne possano ricevere risposte inadeguate o subìre vittimizzazione secondaria da risposte non adeguate fornite.

Per vittimizzazine secondaria si intende la colpevolizzazione della vittima, ovvero un ulteriore danno emotivo/morale rispetto a quello già subito dalla donna.
Possono agire vittimizzazione secondaria famigliari, agenti di polizia, medici, qualsiasi operatore che prende in carico una donna vittima di violenza e attua un comportamento giudicante, accusante, lesivo della persona e della sua storia.
Per questo motivo chiunque lavori con donne che hanno subito violenza deve essere adeguatamente formato per evitare di causare ulteriori problemi.
Una donna che arriva in un centro antiviolenza ha il diritto di trovare davanti a sè donne esperte, capaci di accogliere senza giudizio e di riconoscere l’autodeterminazione di ognuna senza sostituirsi nelle scelte.

Ma se una donna si rivolgesse ad un centro antiviolenza e incontrasse un’operatrice del Movimento Per la Vita? Ovvero una persona che non riconosce l’autodeterminazione delle donne, che considera più importante un embrione di una vita fatta di esperienze e scelte, che rifiuta la contraccezione perchè peccato e condanna il divorzio perchè distruttivo della sacralità della famiglia “tradizionale”? Le donne di Pescara corrono questo rischio.
Nell’Aprile scorso il Movimento per la Vita della città di Pescara è riuscito ad ottenere uno stanziamento regionale di fondi europei per la bellezza di 60 mila euro per la gestione di sportelli antiviolenza.

Il progetto presentato e vincitore del bando si chiama: “Legge, sicurezza e pienezza per la vita”, nato “dall’esigenza di rafforzare sul territorio la rete di aiuto e supporto alle donne vittime di violenza”, consiste in 10 sportelli attivi per un anno sul territorio di Pescara.

Uno di questi dieci centri “antiviolenza” si trova nella sede locale del Movimento per la Vita, uno dentro il consultorio pubblico, uno in un poliambulatorio medico, altri nelle sedi di quartiere. Ma sono presenti anche nelle scuole: “in quattro Istituti superiori siamo già entrati in accordo con i dirigenti scolastici per fare incontri con gli studenti” (fonte citazioni)

Non farti calpestare, il fiore sei tu. C’è scritto così nella locandina dell’evento di presentazione di apertura degli sportelli, e sotto c’è l’immagine di una giovane donna, con un fiore ficcato in un’occhio, un’immagine violenta, un bruttissimo esempio di riproposizione visiva della violenza, una rappresentazione umiliante e deturpata della donna, alla quale, tra l’altro, si intima di smetterla di farsi calpetare, riconoscendole quasi un concorso di colpa nella violenza subita.

Il Movimento per la Vita è una federazione di associazioni che si battono per il riconoscimento della vita sin dal concepimento, riescono ad ottenere fondi e piazzarsi nei consultori dove fanno terrorismo psicologico verso le donne che scelgono di interrompere una gravidanza.
I prolife del Movimento per la vita agiscono contro i diritti di autodeterminazione e salute delle donne, come possono gestire sportelli antiviolenza?

Come possono seguire le buone prassi di ascolto non giudicante e rispetto di tutte le scelte quando l’obiettivo primario dichiarato dell’associazine non è quello del sostegno alle donne vittime di violenza maschile ma la tutela della vita, della sacralità del matrimonio, della famiglia uomo/donna?

Cosa diranno le operatrici prolife a quella donna che si reca da loro perchè ha subito violenza sessuale e vuole essere indirizzata per procedere con un’interruzione volontaria di gravidanza?

Le operatrici del progetto “Legge, sicurezza e pienezza della vita” sosterranno la decisione di quella donna che vuole il divorzio dal marito violento?
Come accoglieranno la donna transessuale o la donna lesbica?

Il rischio che le donne che si rivolgono a questi sportelli, gestiti da personale ideologizzato e non competente, subiscano vittimizzazione secondaria è altissimo, come altissimo è il rischio che le libere scelte e l’autodeterminazione delle donne non vengano rispettate o che addirittura queste possano venir indirizzate ad intraprendere percorsi potenzialmente pericolosi.

Per capire la totale mancanza di conoscenza di base dei meccanismi della violenza di genere, la malafede, il fondamentalismo cattolico che si celano dietro all’operazione “Legge, sicurezza e pienezza della vita”, basta fare un salto sulla loro pagina facebook, dove è possibile trovare link come questo dal titolo “Violenza domestica. Lui vittima quanto lei”.

Oltre a quello citato, ci sono diversi altri link provenienti dallo stesso blog, gestito da un certo Giuliano Guzzo, autore del libro La famiglia è una sola ed edtorialista di pezzi del calibro di: “Il divorzio virus che uccide”; “Contraccezione. Non riduce (semmai aumenta) gli aborti“; Adozioni omosessuali? No; Femminicidio. I dati di un allarme inventato.

Non mi sembra necessario aggiungere altro.

Il femminicidio, che ritengono un allarme inventato, è stato usato strumentalmente da questi ignobili personaggi per intascarsi 60 mila euro.
Non è ammissibile che una donna nel proprio percorso di uscita dalla violenza incontri un/una prolife, i danni di una cattiva gestione dei servizi antiviolenza sono incalcolabili.
I fondi vanno ripartiti, e magari pure aumentati, riconoscendo l’esperienza, la tradizione femminista e le buone prassi dei centri antiviolenza che operano da anni con competenza e coraggio sul territorio italiano.

Fuori i prolife dai consultori, dai centri antiviolenza, dagli spazi delle donne.

A Pescara c’è anche un vero centro antiviolenza, Ananke.

La Repubblica
24 06 2014

Femministe contro il gruppo di preghiera della Comunità Papa Giovanni XXIII sull'aborto. Stamattina nuovo "round" sui marciapiedi davanti all'entrata del policlinico Sant'Orsola di Bologna, dove si praticano le interruzioni di gravidanza. Le attiviste di "Io decido" vogliono impedire le preghiere recitate da oltre 15 anni dai fedeli ispirati dall'opera di don Benzi. Le donne hanno intonato Bella ciao per coprire le Ave Maria degli anti-abortisti.

Collettivo AlterEva
27 gennaio 2014

Il 24 gennaio 2014, presso l’aula Bocci del Dipartimento di scienze Chirurgiche dell’Università degli studi di Torino,  si è svolto il convegno della FEDERVITA PIEMONTE, patrocinato dalla Regione Piemonte e validante 5 ECM per l’aggiornamento professionale.
Abbiamo deciso, insieme alle donne, studentesse e personale ospedaliero presente in loco di distribuire dei volantini che riportavano le ragioni del nostro dissenso e sdegno per la presenza di questo tipo di propaganda antiabortista all’interno di una struttura pubblica universitaria e ospedaliera e  il  comunicato di “distanza” emanato dall’Ufficio Stampa dell’Ateneo.

Ciò a cui abbiamo assistito è stato un abuso di potere dovuto certamente all’ingerenza e al sostegno politico di cui queste organizzazioni godono presso la giunta leghista che presiede la Regione Piemonte.
Al nostro arrivo diversi agenti delle forze dell’ordine presidiavano le entrate, gli interni e numerose camionette stanziavano davanti all’entrata dell’Ospedale.

La presenza di un tale numero di agenti e mezzi era del tutto ingiustificata e di tale sproporzione da palesare un chiaro intento intimidatorio.
Durante il volantinaggio, inaspettatamente, gli agenti hanno richiesto i documenti alle donne presenti. Una volta effettuati i controlli, in maniera del tutto immotivata, hanno cercato di allontanarle minacciando di non restituire il documento.

Abbiamo percepito in maniera evidente la volontà  di cercare “l’incidente”al solo fine di smarcare i vari soggetti pubblici coinvolti dalle responsabilità relative al sostegno dell'iniziativa.
Il tentativo, dunque, si è manifestato attraverso intimidazione e provocazione al fine di mistificare poi l’azione di contro-informazione in attività violente delle partecipanti.
Dunque, ci sorgono spontanee altre domande da rivolgere alla nostra amministrazione.

- In che modo viene garantita la pluralità e la libera manifestazione del dissenso, considerando la dubbia legittimità dell’iniziativa (disconosciuta prima dalla  Azienda ospedaliera poi dalla stessa Università che la ospitava nei propri locali)?
- Come mai non si bada a spese nell’impiego delle forze dell’ordine?
Ma soprattutto:
- come mai l’associazione Ora et labora presidia mensilmente l’entrata dell’Ospedale Sant’Anna con una croce nera con piccoli feti-bambini rosa attaccati senza destare nessuna preoccupazione?
 vedi –> http://www.youtube.com/watch?v=skpPkod5R0Q
La risposta sarà da individuarsi nell’illegittimità di questo governo regionale e nel lavoro di costruzione di lobby che in questi anni sta portando avanti?

Collettivo AlterEva

Rassegna stampa
http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/01/23/torino-universita-ospita-convegno-prolife-patrocinato-dalla-regione-e-polemica/855125/
http://torino.repubblica.it/cronaca/2014/01/22/news/bufera_sul_convegno_del_movimento_per_la_vita-76678022/
http://www.ladyo.it/italia/torino-contestazione-contro-il-convegno-pro-life-patrocinato-dalla-regione-piemonte/4049
http://www.uninews24.it/news-universita-piemonte/11943-convegno-pro-life,-bufera-all-unito.html

Femminismo a Sud
27 08 2013

Il video
è a cura del Collettivo VengoPrima che è stato ed è protagonista di una r-esistenza che in Veneto ha visto tante donne tentare di opporsi all’ingresso dei volontari del Movimento per La Vita nelle corsie degli ospedali. Da quel che leggo a proposito della convenzione stipulata tra l’associazione e la Asl padovana sembrerebbe però che il MpV sia riuscito nel suo intento.

Quel che succede a Padova ha comunque radici più lontane.

Nel 2010 il neogovernatore Zaia legittimava a livello istituzionale le istanze no-choice e giusto a partire da Padova ricordiamo una assemblea di donne e una manifestazione a Venezia per difendere autodeterminazione e diritti acquisiti.

Nel 2012 il MpV presentava alla regione una proposta di legge di iniziativa popolare per fare entrare i suoi volontari in consultori e ospedali pubblici. La proposta venne ripassata, con alcune modifiche, e presa in considerazione anche grazie ai voti del Pd (11 per l’esattezza). A questo proposito potete leggere QUI il report del Collettivo VengoPrima.

QUI potete leggere una ricostruzione della faccenda a cura di #Save194Lazio. Infine le donne che si opponevano alla legge invitarono a scrivere a tutti i riferimenti regionali per tentare di impedire la redazione del regolamento di applicazione delle eventuali norme.

Non paghe di tutto ciò, le forze del bene a tutela dell’embrione, continuavano gli esercizi di preghiera fuori da ospedali vari non senza incontrare altre donne di parere totalmente opposto.

Infine la notizia più recente che parla della Convenzione padovana grazie alla quale, per l’appunto, le volontarie e i volontari del movimento per la vita potranno entrare nelle corsie d’ospedale (pubblico). Così saranno autorizzati ad aprire uno sportello d’ascolto “nel polo di Piove di Sacco ma anche a girare per i reparti, muniti di appositi distintivi di riconoscimento.”

La Convenzione sembrerebbe anticipare un vuoto legislativo tuttora esistente colmato “con l’emendamento preparato al volo dal presidente della commissione Sanità, che vede la Regione «promuovere la diffusione, la divulgazione e l’informazione sui diritti dei cittadini in ogni ambito, in particolare con riferimento alle questioni etiche e della vita».”

Sicché in quell’ospedale i volontari no-choice potranno parlare con le pazienti, dare “sostegno morale e psicologico” (con quale preparazione? a che titolo? non esistono sufficienti psicologi negli ospedali pubblici che accedono tramite concorso? e soprattutto è un “sostegno” richiesto oppure no?), fare “sensibilizzazione della comunità civile” (leggasi evangelizzazione e indottrinamento, ché se io chiedo di fare la stessa cosa da femminista immagino mi caccino fuori a calci, no?), “promozione di iniziative formative, educative e informative“. Ai volontari no-choice pare che l’Asl garantisca anche la copertura assicurativa giacché “si impegnano a: «segnalare eventuali disfunzioni nei servizi, partecipando a verifiche sulla qualità ed elaborando proposte per il loro miglioramento»” e perdonatemi se questo non mi rende per nulla serena.

Il punto è che gli ospedali pubblici vengono pagati con risorse pubbliche, dunque con le vostre tasse. Imporre in quel contesto una dottrina e un indirizzo che non ha nulla di laico è giusto? E’ giusto esporre le donne che scelgono di abortire alla propaganda di movimenti no-choice? E’ giusto esporre queste donne ad una costante pressione, patologizzazione, criminalizzazione e al ricatto psicologico?

Chiunque abbia voglia di realizzare delle opportunità per le donne ha il dovere di farlo senza sovradeterminarle e a partire dall’ascolto, dal rispetto per le loro scelte.
Ma quel che vorrei sapere adesso è: l’emendamento presentato in commissione sanità regionale per consentire tutto questo è stato votato a maggioranza? all’unanimità? da chi?
 
Inoltre, parlando di prevenzione per impedire l’aborto: non mi risulta che il MpV contempli la possibilità di accedere a corsi di educazione sessuale in cui si spieghi come prevenire gravidanze indesiderate. Anzi, mi pare abbiano dei problemi anche con la contraccezione, quella ordinaria e quella d’emergenza. La loro attività, da quel che so, sostanzialmente punta a farti accettare quel che avviene perché si intenderebbe che le donne che abortiscono poi vivrebbero traumi inenarrabili perché infelici, inadeguate, bambine, irresponsabili.

Parlare con le donne dei gruppi no-choice è quasi impossibile perché ti impongono una morale, non ti lasciano il diritto di autodeterminarti, essere informata ed assistita qualunque sia la tua precisa scelta. Inutile dire che una legge deve invece per forza di cose essere laica, ovvero deve garantire a loro di fare ciò che credono, perché nessuno impone l’uso della contraccezione, l’aborto, se non vogliono, ma deve allo stesso tempo garantire a me e a tutte le donne che ne hanno necessità di fruire di servizi che mi sono dovuti.

Dunque il dibattito resta sempre fermo sugli stessi punti e nel frattempo continua la crociata tesa a rendere impossibile l’applicazione della Legge 194. Oltre a tutto quello che ho già ricordato vale la pena aggiungere che da qualche anno, per esempio, in maniera sempre più insistente, gruppi no-choice chiedono l’approvazione di regolamenti comunali e regionali che istituiscono cimiteri per i feti e per gli embrioni con obbligo alle donne che abortiscono, per scelta o per motivi terapeutici, di optare per la sepoltura o la discarica, tanto per indurre altro senso di colpa, e i cimiteri sono il modo attraverso il quale si suggerisce che l’embrione è una persona e chi ne causa la prematura sepoltura sarebbe un’assassin@.

Ancora più importante è l’iniziativa “Uno di Noi“, con l’obiettivo di raccolta di un milione di firme in tutta l’Europa, da presentare alla Comunità Europea, per chiedere “l’esplicita affermazione che ogni essere umano, fin dal concepimento, è titolare di tutti i diritti umani, a cominciare quindi da quello alla vita.“. Rendere l’embrione titolare di diritti “umani” significa evidentemente anche stabilire che l’aborto sarà considerato un crimine contro l’umanità. Non vedete anche voi un bel futuro fatto di galere e catene per donne e medici che praticano l’aborto?

In tutto ciò i Movimenti no-choice dimenticano la quantità di donne morte per aborti clandestini, modalità che a fronte della enorme quantità di obiettori di coscienza nei nostri ospedali sembra essere tornata di moda tra quelle persone che non possono permettersi un intervento presso privati. Perché ad agire nella clandestinità la differenza tra la vita e la morte la fanno sempre i soldi. Le povere e le migranti ricorrono sempre più spesso ad un farmaco che non è meno dannoso e tragicamente pericoloso degli infusi di prezzemolo o del ferro da calza che finiva per massacrare l’utero.

Possibile, davvero, che nel 2013 le donne devono ancora fare le barricate per avere diritto a vivere una sessualità consapevole, consensuale, sicura e una maternità responsabile?

La vita contro

  • Lunedì, 10 Dicembre 2012 10:43 ,
  • Pubblicato in Flash news
10 12 2012

Recensione documentario: Irene Dionisio “Così è se vi pare. Il Movimento per la Vita in Italia”

Il bel documentario di Irene Dionisio Così è se vi pare [1] riguarda il Movimento per la Vita, fondato nel 1975 a Firenze, pochi anni prima della legge 194. L’associazione Movimento per la Vita ha come scopo «difendere la vita dal concepimento al termine naturale» ed è per statuto «apartitica, aconfessionale e trasversale», con lo scopo cioè di dichiarare la Vita come un tema, appunto, trasversale, rispetto sia alle relisioni sia ai partiti politici. Nonostante questa dichiarazione, è evidente che nel clima italiano il tema della “Vita” sia politicamente accattivante per quella destra alla ricerca del compiacimento della gerarchie ecclesistiche e, in generale, conservatrici dello status quo, così come per l’associazionismo cattolico (per esempio, don Maurizio Gagliardini, dell’Associazione Difendi la Vita per Maria). Allo stato attuale della vita pubblica, si tratta di forze politiche vigorose.

A impressionare è innanzitutto la capillarità del fenomeno descritto da Dionisio. In tutto il territorio nazionale il Movimento per la Vita può contare su circa 60mila volontari, mentre i “centri di aiuto alla vita” (CAV) sono 315. Un vero esercito, che ad oggi vanta 120 – 130mila bambini «salvati». E che ora – come denuncia tra le altre Mirella Caffaratti, avvocatessa della Casa delle Donne di Torino – sta entrando nei consultori. Nel Lazio, la legge regionale Tarzia stabilisce che i consultori famigliari non siano più «strutture prioritariamente deputate a fornire, in modo asettico, servizi sanitari o para-sanitari alle famiglie, bensì istituzioni vocate a sostenere e promuovere la famiglia ed i valori etici di cui essa è portatrice» (qui per il testo completo). In una parola, si fa entrare il Movimento per la Vita nei consultori, sostituendo così l’ideologia alla salute delle donne. Come afferma in modo apparentemente innocuo Valter Boero, Presidente Movimento per la Vita di Torino, nonché ex consigliere comunale UDC:

“Se avessimo la possibilità di parlare alle donne con calma, in una situazione di quiete, senza pressioni eccesive, saremmo in grado di presentare un progetto molto più interessante di quello dell’interruzione di gravidanza”.

Balza all’occhio che nel documentario gli intervistati del Movimento siano per la maggior parte uomini. Purtroppo non si dice quale sia la proporzione uomini-donne tra i volontari del “movimento reale”, ma sicuramente sappiamo che sono uomini il Presidente Nazionale (Carlo Casini) e il Presidente della sezione giovani, “Giovani per la Vita” (Pantaleone “Leo” Pergamo). Colpisce – ma consapevoli della storia delle donne, fino a un certo punto – la sicumera con cui i Presidenti parlino delle donne e delle conseguenze cui esse vanno incontro in seguito all’interruzione di gravidanza. Non si limitano infatti a definire l’aborto un «ammazzamento», e il numero totale delle interruzioni di gravidanza in Italia un «genocidio», ma arrivano ad includere in quel gesto il «suicidio» della donna. Come se potesse essere qualcun altro – oltre alla donna stessa, in prima persona – a definire e a raccontare quell’esperienza.

È perciò a partire dalla descrizione dell’interruzione di gravidanza in questi termini (l’aborto è, deve essere terribile, l’aborto annienta, deve annientare la donna… come potrebbe essere altrimenti, dato che la maternità è l’esperienza di naturale realizzazione della donna in quanto tale?) che prende avvio l’interpretazione normativa dell’esperienza di interruzione di gravidanza. Si noti che questi uomini prendono la parola al posto delle donne, su una esperienza che è, e può essere, soltanto loro. Purtroppo questa lettura diventa una profezia che, per molte donne, si autoavvera. Ma non c’è nulla di naturale nell’essere «annientate» da un’interruzione di gravidanza. Si tratta invece di una lettura ed eventualmente di un’esperienza determinate dalla cultura e dalle pressioni sociali. Con questo non si intende affatto negare leggittimità al dolore che molte donne possono aver provato in seguito a un aborto, ma piuttosto identificare in quanto tali queste letture imposte dall’alto. Solo chi ha provato può dire che cosa significa, ed eventualmente la quota di dolore e di liberazione che sono racchiuse in quell’esperienza. Che altri si arroghino il diritto di prendere la parola – e prenderla in modo definitivo, normativo – al posto delle donne è davvero intollerabile.

Essenziale in questa impostazione è anche l’uso della parola “vita”. Come fa notare Giulia Druetta di Altereva, la retorica della Vita messa in atto dal Movimento è assolutamente binaria, confina cioè nella sfera semantica della Morte tutto ciò che non sia «difesa della vita fin dal concepimento». Ma tutto questo è rovesciato: essere pro-life non ha nulla di “pro” dato che significa essere anti-abortista, mentre essere abortista significa essere pro-choice, cioè non si prescrive ovviamente nessun obbligo per le donne, difendendo invece la loro (nostra) libertà di scelta.

Anche perché in questo contesto cossiddetto pro-life la “vita” delle donne, la loro salute psichica e fisica, non viene affatto presa in considerazione. Tutto ciò che importa è la “vita” del prodotto del concepimento. In questa prospettiva ideologica, le donne hanno davanti a sé solo il proprio destino biologicamente determinato, il diventare madri. Non è contemplato che abbiano altri desideri, altri progetti, altri tempestiche rispetto a quelle di una gravidanza indesiderata.

Ma se perseguiranno questi desideri, questi progetti e queste tempistiche a costo della maternità, allora saranno, dovranno essere, «annientate» dal dolore, dall’angoscia e dai sensi di colpa. Per queste ragioni il Movimento per la Vita si configura come un movimento per la conservazione dello status quo, a favore delle donne intese come contenitrici passive della “Vita”, e contrario all’emancipazione delle donne intese come soggetti umani a tutto tondo, con la possibilità perciò di scegliere la maternità consapevolmente e responsabilmente, ma anche con la possibilità di avere altri orizzonti rispetto ad essa.

È forse per questa supposta “naturalità” della vocazione del Movimento che i volontari nella maggior parte dei casi non hanno nessuna preparazione specifica? Matteo Bevilacqua è tra gli intervistati: è un fedele volontario del Movimento, è fermamente convinto che «l’aborto non deve avvenire», questo per «salvare bambini», e che sia «un grande servizio» «mettere di fronte le donne» alla realtà che «la vita è il più grande dono che abbiamo». Bevilacqua, con tutta la buona fede che possiamo concederegli, è tra i volontari che il Movimento prevederebbe di inserire nei consultori per parlare «alle donne con calma», al fine di «presentare un progetto molto più interessante»? È un ingegnere tecnico. A che titolo parlarebbe con donne che si trovano in una situazione tanto personale e delicata? A vantaggio di chi?
Maria Rosa Giolito, Coordinatrice dei consultori regionali del Piemonte, puntualizza ciò che dovrebbe essere ovvio.

Si tratta di:
«sospendere il tuo giudizio personale, per cercare di entrare in contatto con la donna che fa la richiesta, non arrogarsi la presunzione di essere in grado di decidere per un altro, che è molto pericoloso. Entrare nella vita di un altro attraverso i propri principi è sempre molto delicato».

Nonostante tutte queste violenze al buon senso e al diritto, la visione dell’equilibrato documentario di Dionisio metto bene in luce bene come il Movimento per la Vita abbia il vento in poppa. Se non bastassero le notizie dal Piemonte, dal Lazio e  i numeri ricordati sopra rispetto ai volontari e ai centri attivi, si aggiunga che il Movimento ha una strategia educativa che prevede l’ingresso in scuole pubbliche e private, primarie e secondarie. Su invito, per decisione del preside o del collegio docenti, il Movimento tiene corsi sui metodi naturali di contraccezione in sostituzione del preservativo. Solo a Torino sono presenti in ben 15 scuole. Si delinea così un lavorio che produce e sfrutta un clima politico-culturale contro le donne – o, più precisamente, a favore della personalizzazione dell’embrione e contro la personalizzazione delle donne in quanto piena soggettività.

Se vogliamo, e io credo dovremmo, tenere conto di tutto questo, il movimento femminista dovrebbe trovare altre strategie di resistenza e di affermazione. Per esempio, alcune nostre parole sono indebolite, o neutralizzate o, addirittura, rivolte conto di noi. Prima fra tutte, a mio avviso, la parola “autodeterminazione“. Facendo l’avvocato del diavolo: perché la donna dovrebbe avere la possibilità di autodeterminarsi, mentre il “nascituro” no? Che autodeterminazione è quella della donna se, nell’ “autodeterminasi”, “determina” anche la “vita” di un’altra “persona”?

Una strada pragmatica e relativamente naturale potrebbe essere quella di far rientrare la battaglia dell’autodeterminazione rispetto alla gravidanza nella sfera semantica della salute. L’aborto e la contraccezione sono, in effetti, aspetti del diritto all’assistenza sanitaria da parte delle donne. In questo modo si potrebbero bypassare alcuni argomenti forti del Movimento per la Vita – forti naturalmente per chi ci crede, ma dobbiamo prendere atto che sono in molti – tenendo la battaglia viva a partire da un diritto fondamentale sancito anche dalla nostra Costituzione (art. 32).

Sono consapevole che per tante di noi sarà difficile rinunciare alla parola “autoderminazione” e al concetto di “libertà di scelta”. Ma in un clima politico e culturale come quello attuale abbiamo bisogno di analisi realistiche e di risposte efficaci.

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