Più donne nel prossimo parlamento. Soprattutto a sinistra

  • Martedì, 19 Febbraio 2013 16:18 ,
  • Pubblicato in INGENERE

Ingenere
19 02 2013

Uno scatto in avanti è molto probabile: nel prossimo parlamento le donne potrebbero arrivare al 30% del totale (attualmente la componente femminile sta al 20%), ma potrebbero essere anche molte di più, ma questo dipende dai partiti che avranno più voti. A fare il conto delle donne candidate in posizioni elegibili per ogni forza politica in campo è l'associazione Arcidonna.
"I partiti di sinistra Pd e Sel saranno quelli che eleggeranno più donne, insieme al movimento Cinque stelle, mentre il nuovo movimento Rivoluzione civile di Ingroia ne eleggerà pochissime", si legge nella home page del sito www.arcidonna.org, con due grafici che riassumo a colpo d'occhio lo spazio fatti da ciascun partito alle candidate. "Complessivamente - si legge ancora nella nota a firma di Valeria Ajovalasit - il Parlamento passerà da un ridicolo 20% ad una forbice che oscillerà tra il 30%-38%. Determinante ovviamente sarà il risultato delle coalizioni, se vinceranno i partiti di centro sinistra avremo più donne elette tra il 38%- 40% , se vinceranno i partiti di destra la percentuale diminuirà sensibilmente".

Uninomade
19 02 2013

Manca una settimana alle elezioni politiche. Molto si è detto e si potrebbe ancora aggiungere su questo appuntamento collettivo sempre più sgangherato e improbabile. Tra ironia e disperazione, qualunquismo del web e intelligenza critica collettiva, si è attraversata ogni possibile forma narrativa per dar conto di questo (non)evento alle porte. Le brevi considerazioni che seguono si propongo di abbozzarne un racconto in prospettiva di genere. Non tanto per volontà di completezza o per aggiungere una sfumatura di rosa al quadro generale, ma per suggerire qualche elemento di analisi critica ai molti che sono già stati messi in evidenza.

“Se crescono le donne cresce il paese”. Questo lo slogan della “campagna sociale per una democrazia paritaria” firmata dalla rete Se non ora quando e patrocinata dalla Fondazione Pubblicità Progresso con cui – per esplicita dichiarazione delle organizzatrici e sostenitrici della campagna – le donne dovrebbero presentarsi all’appuntamento elettorale del 2013. Per tradurre lo slogan in alcune indicazioni di massima ad uso delle forze politiche istituzionali, la rete snoq ha provveduto a costruire una campagna mediatica incentrata su alcune brevi video interviste reperibili sul web. A partire da quelle interviste, dunque, è possibile dedurre il significato concreto e materiale dello spot “se crescono le donne cresce il paese”.

Le interviste sono piuttosto numerose e non sarà possibile richiamarle una ad una (eventualmente lettori e lettrici possono visionarne alcune di persona alla pagina web di snoq). Tuttavia, il corpus intende veicolare un messaggio omogeneo abbastanza esplicito che giustifica un’analisi più generale. Su questo punto è possibile innestare una prima osservazione preliminare. L’intera campagna di snoq – che ben si presta a rappresentare la piegatura del discorso di genere nello spazio della politica istituzionale – si fonda sull’intreccio di un falso universale (le donne in senso lato) con un falso particolare (le donne concretamente ritratte nelle interviste).

La costruzione di un significante universale per una minoranza è funzionale alla logica rappresentativa e, per tanto, risulta ineliminabile entro la logica della rappresentanza. Di fronte a una simile necessità, ovviamente, l’idea è che sia possibile affidarsi a categorie astratte altamente inclusive rispetto al gruppo da rappresentare. Ciò significa, tuttavia, che il significante generico – nel caso specifico “le donne” – non possa che costituirsi come attestazione di rappresentazioni radicate e consolidate, generate da un ordine simbolico e discorsivo in cui, come direbbe Lacan, la donna non esiste.

Questa situazione dà luogo al paradosso per cui l’ingiunzione di una politica per le donne e delle donne dovrebbe tradursi, a rigor di logica, in uno slogan tautologico del tipo: una politica per le donne e delle donne! Per ovviare all’assurdità di una simile situazione, ci si affida a forme di “ventriloquismo” in cui le donne si fanno portavoce di istanze altrui. “Se crescono le donne cresce il paese”: qui a parlare non sono tanto le donne, ma piuttosto il paese (una parte di esso, ovviamente). L’obiettivo di una crescita del paese attraverso le donne sembra parafrasare lo slogan in modo più fedele che non il contrario, ovvero una crescita delle donne attraverso il paese.

In quest’ottica, il cattivo universale risulta funzionale a consolidare un leitmotiv bipartisan nei programmi elettorali, più che a fornire indicazioni ulteriori e innovatrici o anche solo esplicitamente schierate per l’una o l’altra parte. Dopotutto, la scelta della parola “crescita” come termine chiave dello slogan non lascia molto spazio agli equivoci. Esattamente come non è equivoca la caratura in senso economico-capitalistico del termine crescita. In tal senso è possibile proporre una seconda e ulteriore parafrasi del programma snoq, senza tradirne il senso: una crescita economica del paese attraverso una crescita economica delle donne.

Esplicitando ulteriormente: una crescita del paese attraverso una crescita produttiva delle donne e – viceversa – una crescita delle donne non per sé, ma per il paese. Calato nel mondo reale questo si traduce nella richiesta di maggior lavoro per le donne a beneficio di una generica produttività generale che – lo capirebbe anche un bambino – coincide con il profitto di pochi. A correggere il tiro non bastano certo petizioni di principio sulla necessità di tradurre il frutto di una maggiore produttività femminile in servizi e politiche sociali a favore delle donne. Infatti, risulta quasi grottesco scommetere su un correttivo simile quando il riassetto economico generale va nella direzione opposta. Senza contare, inoltre, che anche quando una piccola porzione di ricchezza sociale diventa welfare, generalmente, tende a produrre servizi alla famiglia (che, anche se spesso si tende a crederlo, non coincide con le donne!). Insomma, che a una crescita del paese corrisponda necessariamente una crescita delle donne è del tutto inverosimile.

Più probabile è che l’ingiunzione a una maggiore produttività si traduca in maggiore sfruttamento, alla faccia del merito e del talento. Qui non si tratta di sottovalutare la sana ambizione femminile a una maggiore produzione collettiva e sociale e a un maggior riconoscimento in questo processo, ma – al contrario – si tratta di stanare e contrastare i dipositivi si sussunzione di quella sana aspettativa entro la partita del capitale. In quest’ottica, l’unica crescita su cui sembra interessante scommettere è la crescita sociale, sempre più sganciata da quella del paese nelle sue forme istituzionali consolidate.

Il cattivo universale – con cui, in ultima analisi, si danno corpo e voce femminile alle esigenze del mercato – non è il solo problema della campagna di snoq. A fargli da corollario una versione altrettanto falsificata del particolare: le interviste condotte in vista delle elezioni, infatti, costituiscono una celebrazione esemplare della differenza come simulazione, in cui l’eterogeneità è funzionale alla costruzione di omogeneità. Questo modo di trattare le differenze non è certo nuovo, ma nel contesto specifico assume una valenza particolare e caratteristica dal momento che ci si trova a fare i conti con una sorta di pensiero della differenza aggiornato in chiave multiculturalista che ammette una varietà tassonomica purché non muti la sostanza di un significante omogeneo.

Non ci sono né materia, né relazioni, né realtà nelle differenze esibite da snoq, tant’è che – senza alcuna difficoltà – si riesce ad armonizzarle in una voce comune: “se crescono le donne cresce il paese”. Eppure, non tutte le donne vogliono le stesse cose, banalmente perché il vantaggio di alcune può costituire lo svantaggio di altre. Anche questa è una storia vecchia, ma lezione non pare del tutto assimilata.

Nella campagna pre-elettorale made snoq prendono parola una, nessuna e centomila donne. C’è la studentessa, la professionista rientrata dall’estero, la vittima di tratta, la casalinga, la manager, l’operaia, la madre, la single, e così via potenzialmente all’infinito. A guardar le interviste, l’effetto incredibile è che, per un istante, si ha la sensazione che le vite di queste donne siano identiche. La borghese medico come la nigeriana vittima di tratta. Tutte chiedono più lavoro, più riconoscimento, più merito (manco a dirlo), più conciliabilità con gli impegni famigliari. Tutte sognano la stessa vita e lo stesso tipo di realizzazione personale: dividersi equamente e serenamente tra il lavoro e il privato (generalmente nella forma della famiglia).

Le frustrazioni della loro vita privata non tradiscono mai un senso di delusione o rabbia, ma solo una sorta di rammarico responsabile per i mali e le perdite del paese. Già, neppure la lezione dell’individualismo, valida per qualsiasi soggetto moderno, conta qualcosa per le donne così naturalmente votate al sacrificio e al martirio. Si è davvero posti di fronte a una sorta di corrispettivo soggettivo perfetto per il miscuglio di crescita e austerity che ci viene propinato ogni giorno e che continuerà a orientare le politiche post-elettorali: le donne, dunque, come emblema di un soggetto che abbraccia la crescita per talento e accetta il sacrificio per vocazione.

In questo modo, il mondo compatto – popolato soltanto da differenze politicamente disinnescate – presentato da snoq si presenta come esatto contrario di un processo di composizione e ricomposizione politica. Un cattivo universale utile a unire la voce femminile al coro mainstream e un improbabile particolare orientato a disinnescare ogni conflitto potenziale costituiscono, in ultima analisi, la formula elettorale firmata snoq. Con buon auspicio, molte donne risponderanno a un simile invito con un salutare e liberatorio “no grazie”.

Simona De Simoni

Le donne cambiano... il Lazio

  • Venerdì, 15 Febbraio 2013 08:20 ,
  • Pubblicato in L'Incontro
Venerdì 15 febbraio, dalle ore 09.30 alle ore 14.30
Cgil Nazionale
Sala Di Vittorio
Roma

Le donne, il lutto e gli scontri. Tunisine in piazza

  • Mercoledì, 13 Febbraio 2013 09:51 ,
  • Pubblicato in INGENERE

Ingenere
13 02 2013

Molte donne erano presenti nelle manifestazioni spontanee seguìte all'omicidio del leader dell'opposizione Belaid, e al suo funerale. Ma erano tante anche quelle che hanno marciato nel corteo dei simpatizzanti del partito islamista al potere. Il racconto di tre giorni di partecipazione straordinaria per le strade di Tunisi.

Tunisi - Sono stati i tabloid popolari, il francofono Le Quotidien e quello in lingua araba Assarih, a scegliere di dare rilievo all’immagine della figlia di Chokri Belaid, una bambina di otto anni dallo sguardo fermissimo, in piedi tra i militari, sul carro funebre che trasporta la salma del padre, noto avvocato leader dell’estrema sinistra e durissimo oppositore del partito islamista Ennahdha andato al governo in Tunisia con le prime libere elezioni dopo la rivoluzione. Non sembrava propriamente un funerale di stato quello che si è svolto l’8 febbraio, due giorni dopo che ignoti sicari hanno ucciso il leader sotto la sua abitazione. L’ordine protocollare del corteo funebre è stato ripetutamente travolto dalla pressione della folla mentre striscioni, canti e saluti a pugno chiuso ricordavano una manifestazione della sinistra antagonista. E neppure sembrava un funerale musulmano, con tutte quelle donne e ragazze, a capo scoperto e in prima fila, mescolate agli uomini, gridando slogan a squaciaglola fin dentro al cimitero dove di solito le donne non entrano.

C’erano donne di tutte le età a sfilare tra fabbriche, cavalcavia e modeste abitazioni del quartiere popolare di Djebel Jelloud: ragazzine con le loro madri, studentesse con i loro compagni, professioniste con i loro colleghi, infermiere con il camice, insegnanti in jeans, donne in abiti alla moda e in abiti tradizionali; tante donne anche tra gli avvocati che sfilano in toga. Qua e là qualche hijab punteggia il corteo: quello elegante firmato Chanel, quello audace color arancione, quello classico dai colori smorti. Curioso contrappasso della storia: quel giorno la Tunisia laico-modernista guardava con soddisfazione ogni voilée che si univa al corteo proprio come ieri la Francia coloniale aveva esibito trionfante ogni donna che il velo lo toglieva. Ma la maggior parte delle donne che indossa il foulard islamico è assiepata fuori dal corteo, ai bordi della strada e sulle terrazze dei tetti: sono le donne del quartiere che osservano, silenziose.

Diverso lo spettacolo offerto due giorni prima dall’avenue Bourguiba, quando la notizia dell’omicidio, avvenuto di prima mattina, si era diffusa con la consueta velocità sulle reti telematiche, e una piccola folla si era già radunata davanti al ministero dell’Interno, destinata a crescere di ora in ora. Era una folla composita per età, condizione sociale, appartenenza politica: la connotava una completa mixité di genere, la stessa del 14 gennaio 2011, coagulata dal rifiuto dell’omicidio come arma politica. Ci si parlava tra sconosciuti, ci si accalorava, si litigava talvolta, ma nessuno si sarebbe sognato di farne una questione di genere. Su quel viale simbolico dove chiunque avesse in mano una macchina fotografica poteva infilarsi dove voleva, scattare foto di primo piano ai poliziotti in tenuta anti-sommossa e piazzarsi sotto il muso di un carro armato in manovra, giovani giornaliste con e senza hijab volteggiavano esperte con i loro apparecchi. Del resto, è stato per una foto di troppo che mi sono trovata in mezzo ai gas lacrimogeni, finché una amica mi ha tirato con sé al riparo di un caffè. Era uno di quei cafès maures frequentati esclusivamente da uomini, santuari della mascolinità che le mie amiche tunisine talvolta cercano di conquistare. Questa volta, nessuno si è scomposto.

Diverso, anche, lo spettacolo offerto il giorno dopo i funerali, sulla stessa avenue Bourguiba. A manifestare, stavolta, militanti e simpatizzanti di Ennhadha: autorizzati più che chiamati dal partito nel cui quartier generale da due giorni giovani scalpitanti si riunivano sia per proteggere i locali (in provincia diverse sedi erano state incendiate) sia per reclamare il loro diritto allo spazio pubblico. Così alcune migliaia di persone (nulla a che vedere con i funerali che ne avevano mobilitato almeno dieci volte tante) si erano radunate, e c’erano soprattutto le bandiere nazionali rosse ma anche le bandiere panarabiste verdi e le bandiere islamiste nere. E c’erano di nuovo tantissime donne, ed erano di nuovo di tutte le età, e diverse per condizione sociale. Solo che la stragrande maggioranza indossava lo hijab e quelle a capo scoperto erano una piccola minoranza: l’esatto opposto del corteo del giorno precedente. Sulla simbolica scalinata del teatro municpale, luogo prediletto dai manifestanti giovani, si assiepavano donne e ragazze dagli abiti multicolori, dai foulards drappeggiati nel modi più svariati, in compagnia dei loro amici e compagni che improvvisavano musiche rap fino a fare concorrenza al comizio ufficiale distante a pochi metri. Rapidamente appropriatesi di un linguaggio comunicativo post-moderno, le ragazze che scandivano slogan ironici contro la Francia e usavano la bandiera nazionale come un velo sembravano (inconsciamente?) rivolgersi alle loro coetanee occidentalizzanti, come a dire: “Vedete, sappiamo farlo anche noi…”

E così, dopo tre giornate livide e glaciali, di lutto e di scontri, quel sabato pomeriggio l’avenue carezzata da un sole benigno sembrava una festa popolare, con famiglie e mercanti di kaki e popcorn. E ancora una volta, forza era di constatare come vigesse la più totale mixité sessuale: nel fitto della calca donne e uomini si ammassavano senza che mai un gesto, uno sguardo, disconoscesse la naturalità di questa compresenza. La manifestazione era contro la violenza, in difesa della legittimità istituzionale, ma era anche una manifestazione di orgoglio musulmano (“Il popolo è musulmano” era uno degli slogan) e di partito (“Voteremo ancora Ennahdha!” era un altro). In chiusura – con accorta regia – c’è stato sia l’inno nazionale sia la professione di fede musulmana; mentre un grande drappo rosso (il colore della bandiera) veniva dispiegato sulle teste si recitava il credo dei Fratelli musulmani. Poi, come dopo una festa, ad un tratto le famiglie allargate si ritrovano e si ricompongono, e via di corsa a gruppi, per rientrare nelle abitazioni di periferia, prima che scenda la notte

Riprendiamoci lo scettro della politica

  • Martedì, 12 Febbraio 2013 08:18 ,
  • Pubblicato in ZeroViolenza
Elettra Deiana, Zeroviolenzadonne
12 febbraio 2013

Il tema, "democrazia e rappresentanza" al centro di questo incontro, è di quelli epocali, da brivido. Per questo, per prima cosa, bisognerebbe fare i conti con il contesto, uscire dall'incanto e dai mantra della bolla autoreferenziale, dentro la quale è facile trovare rifugio e sentirsi legittimate a ripetere le formule di una vita.

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