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L'ipocrisia del quartiere a luci rosse

  • Giovedì, 12 Febbraio 2015 16:21 ,
  • Pubblicato in L'Intervento
Prostituzione e ghettizzazioneLea Melandri, Il Manifesto
10 febbraio 2015

La prostituzione, in tutte le sue forme, di costrizione o scelta, non solo non è un lavoro come un altro, ma si può considerare l'impianto originario - il più antico del mondo - del rapporto tra sesso e denaro, sesso e potere, sesso e lavoro. La prova è nel crescente sviluppo di un mercato che si avvale di "lavori marchetta" o, al contrario, della messa a profitto della vita intera. ...

Il trucco. Sessualità e biopolitica nella fine di Berlusconi

  • Mercoledì, 07 Gennaio 2015 18:11 ,
  • Pubblicato in Il Libro
Pubblichiamo un estratto dell'ultimo libro di Ida Dominijanni "Il trucco" (Ediesse, pagine 256, prezzo 14,00)

Quarant'anni dopo l’inizio della rivoluzione femminista, la variegata galassia che vi fa riferimento si trova di fronte a uno scenario che ne riconvoca e ne mette alla prova le premesse e le promesse. La sessualità torna a fare irruzione nel discorso pubblico, ma non come bandiera sovversiva bensì come protesi del potere costituito.

Uomini che odiano il coraggio delle donne


La violenza come frutto di un fallimento piuttosto che affermazione di potenza e controllo: l'uomo che picchia la propria compagna e arriva perfino a ucciderla è una tipica figura del maschio moderno privo di una solida identità. E' il maschio incapace di riconoscersi come tale se non viene "rispecchiato" dallo sguardo di una donna.
Bruno Morchio, Il Secolo XIX ...

Sesso, eros e potere

Il Fatto Quotidiano
21 07 2014

di Amalia Signorelli

‘Puttaniere’ è una brutta parola. Lo Zingarelli non la riporta neppure, evidentemente non considerandola parte del lessico italiano. E fino a qualche decennio fa dalle signore e signorine ‘per bene’, ci si aspettava che neppure sapessero della sua esistenza, per non parlare dell’esistenza del tipo d’uomo che la parole designa. Un tipo d’uomo poco considerato anche dal suo stesso sesso. Infatti, i termini donnaiolo, Don Giovanni o seduttore o il napoletano sciupafemmine o il francese tombeur de femmes non sono insulti; anzi implicano una sfumatura di ammirazione, spesso anche di considerazione. Puttaniere, no; il puttaniere è, anche per gli uomini, un personaggio di modesta qualità, un ‘poveraccio’, si direbbe a Roma, che ha un vizio, diciamo più modernamente una dipendenza, e non può soddisfarlo con le sue sole capacità, ma deve ricorrere alla mediazione dei soldi. Se no, per restare nel vernacolo romano, ‘non se lo filerebbe nessuna’.

E questo per la mentalità maschile sempre competitiva, è assai squalificante, come comprare il risultato di una partita di pallone: e anche se i soldi, quando li ha, permettono al puttaniere di acquistare merce di prima qualità, gli altri uomini potranno nutrire per lui magari una certa invidia, ma non ‘vera’ stima virile. Anche perché (e spesso contro l’evidenza della loro stessa esperienza) tutti gli uomini o quasi, sono convinti di ‘non avere bisogno di pagarle’. E anche se il puttaniere, specie se ricco, tenta di presentarsi come una specie di collezionista, per gli altri uomini è pur sempre uno che ‘a ‘sto modo so’ boni tutti’.

E le donne? Be’, in alcuni casi e per alcune donne un puttaniere ricco è una miniera d’oro. E in genere, ovviamente, i puttanieri sono buoni clienti per le puttane. Purtroppo, purtroppo ai miei occhi beninteso, ad onta della liberazione sessuale, molte donne, forse perché non hanno la competenza delle puttane, confondono ancora il puttaniere con il seduttore e con l’amante eccezionale, specie se si tratta di un puttaniere ricco che si presenta con pretese da gentleman. Si tratta di un errore grave. Il puttaniere non ama l’eros, l’eros vero intendo, quello che è costruzione comune, scambio di cura e di piacere, leggerezza e violenza reciproche, appagamento condiviso.

Il puttaniere è interessato al potere che esercita o ritiene di esercitare su altri esseri umani; gode della sottomissione altrui; la sua vera voluttà sta nel ‘fargli fare quello che dico io’, nel potersi dire: ‘E’ ai miei ordini, qui comando io’. Ad onta di ciò che si dice, il puttaniere non cerca eros, cerca potere. Lo dicono le puttane stesse, quelle che lo conoscono meglio di chiunque altro/a. Leggere per esempio Carla Corso, Ritratto a tinte forti. Anche perché di tutti i modi di esercitare potere su altri esseri umani, questo, la frequentazione delle puttane è, per gli uomini della nostra società, il più accessibile, il più a portata di mano; e il più squallido. Privo di ogni ambizione eroica, di ogni pretesa salvifica, di ogni afflato utopico, come invece altre ambizioni di potere sono. Il che non le riscatta, ma almeno le degnifica un po’.

Una persona che cerca potere, lo squallido potere di sottomettere a buon mercato altri esseri umani ed è talmente assillato da questa ricerca da subordinare ad essa, almeno in certi momenti della sua vita, ogni altro impegno e preoccupazione, vi sembra una persona affidabile? equilibrata? Chiedereste a lui di dettare le regole per la vostra esistenza? Per la nostra convivenza?

N. B.1: Non mi sembra di aver fatto un discorso da puritana. Per favore se qualcuno lo pensa, mi spieghi perché è un discorso puritano.

N.B.2: Spero di non sentire per l’ennesima volta il discorso sulla vita privata, nella quale ognuno ha il diritto di fare quello che vuole. Non mi pare una pretesa eccessiva voler sapere qualcosa anche della vita privata di un signore che pretende di governare la mia vita.

La svolta del potere delle donne italiane

Corriere della Sera
22 06 2014

Leva fiscale, orari, ruoli flessibili: un’agenda per le donne italiane

Donne ai posti di comando per dare forza a una classe dirigente più moderna. Libera da vecchi codici e vecchi club, capace — nel suo insieme — di trasformare il Paese. In Italia si sta definendo la mappa di un nuovo potere femminile. La stanno disegnando quel 31 per cento di deputate e senatrici in Parlamento dal 2013, le otto ministre su 16 al governo, le capolista alle elezioni europee. E ancora: le manager nominate ai vertici delle società quotate in Borsa, le alte funzionarie di alcune aziende pubbliche strategiche, le 5 rettrici (su 78, pochissime) alla guida di università influenti. La svolta c’è. È in corso. Ma è a questo punto che vogliamo chiederci: lungo le direttrici di questa svolta ritroveremo anche le nostre strade comuni? Questa mappa è, o promette di essere presto, lo specchio di un cambiamento diffuso e coerente?

La realtà è che non ci sono ancora le condizioni per una vita quotidiana equa, con opportunità e responsabilità in equilibrio tra donne e uomini in tutti i campi, pubblici e privati. Anzi. Ci sono molti dati e statistiche e numeri che potrebbero essere qui considerati per raccontare come stiamo veramente. Prendiamone uno solo: la quota delle madri che ha lasciato il lavoro dopo la nascita di un figlio non è affatto diminuita. Al contrario, è balzata dal 18,4% nel 2005 al 22,3% nel 2012, percentuale molto superiore alla media europea. Questo vuol dire che resta moltissimo da fare e rivela quanto sarà fondamentale, in questa fase critica, il ruolo di chi è invece riuscita a rompere il soffitto di cristallo nazionale.

E dunque il valore della crescita femminile va difeso da alcune insidie, magari invisibili. Prima fra tutte il rischio di un’omologazione strisciante, o anche immediata, rispetto a chi ha avuto il controllo esclusivo del potere per secoli. Le donne, anche perché in forte minoranza e di conseguenza sotto osservazione speciale, finiscono a volte per assorbire i difetti dei vertici tradizionali: vengono cooptate nei nuovi ruoli e si uniformano alla classe dirigente preesistente. Non rompono gli schemi organizzativi, non cambiano il linguaggio, non innestano un’identità e un’energia proprie. Il paradosso è che, attraverso questa complicità più o meno consapevole, il potere maschile si «rigenera». Grazie al cambio di genere. Una seconda questione è in gioco tra le donne stesse. In questo caso, l’insidia arriva da quante «ce l’hanno fatta»: insieme vanno ad affollare una vetrina — molto esposta — che sembra comunicare alle altre donne, e agli uomini, una situazione di parità ormai raggiunta se non sorpassata. Chi non è in ascesa, chi non riesce a tenere insieme vita familiare e professionale, si sente a torto sbagliata e resta ai margini: teme — o viene accusata — di non essere abbastanza preparata e audace. Come se il successo di poche costituisse la prova che adesso tutto è possibile, se solo si hanno riflessi pronti e una giusta ambizione…

La riuscita di alcune donne sarà sì una leva sociale determinante, ma soltanto se aprirà a scelte libere — di fare o non fare carriera, di fare o non fare figli — e se saprà accelerare mutamenti positivi per tutte in mondi anche distanti. Siamo a un tornante risolutivo quanto pericoloso di una salita non breve: servono misure d’urto per scardinare le resistenze nel lavoro, nelle istituzioni, nel sistema dei talenti e dei meriti. Questa agenda per le donne, e per la società intera, deve aprirsi subito. Per non tradire chi comincia a immaginarsi in un futuro prossimo di possibilità, per chi quelle possibilità non riesce a intravedere.

L’innovazione del lavoro e nel lavoro è il primo punto. Orari ripensati, rotazione delle mansioni, valutazione dei progetti realizzati e non dei tempi lunghi in ufficio possono dare una prima spallata. Con il coinvolgimento di sindacati e associazioni delle imprese, la flessibilità è fondamentale perché scatti un cambio di organizzazione che liberi risorse e motivazioni personali. Ed è inutile ragionare di occupazione femminile finché il guadagno di una donna resterà in competizione con i costi di cura della casa, dei figli, dei genitori anziani. In questo passaggio, la leva fiscale è irrinunciabile. Sostituire la detrazione per il coniuge a carico — ormai si sa: è un disincentivo all’impiego femminile — con la deducibilità dei costi di cura sostenuti dalle famiglie renderebbe finalmente conveniente mantenere quel secondo stipendio.

Flessibilità, riforma del Fisco, educazione. Il divario tra studenti e studentesse è stato colmato, ma le bambine continuano a seguire percorsi scolastici influenzati da modelli culturali ancorati alle previsioni di genere. Le ragazze vanno invece incoraggiate a esplorare anche spazi ritenuti «maschili»: come quelli delle materie STEM (Science, Technology, Engineering, Math) che portano a professioni nella scienza, nella tecnologia, nell’ingegneria o nella matematica. Professioni che garantiranno maggiori chances di impiego, di crescita, di indipendenza economica a lungo nel tempo.

La rotta si sta invertendo ai vertici. Nuove politiche sociali e per il lavoro sosterranno la navigazione. Ma si avvicina un giro di boa coraggioso che tocca direttamente alle donne: nella ricerca di nuovi equilibri, pubblici e privati, ci sono stereotipi da smontare a favore degli uomini per rivoluzionare il loro ruolo nelle famiglie. Soprattutto come padri. È compito anche delle donne ripensare un’idea antica di virilità schiacciata su forza e protezione e infallibilità. Davvero la libertà è partecipazione: ma per tutti. Per le donne e per gli uomini, insieme, fuori e dentro casa.

 

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