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"La mobilitazione per le ragazze ostaggio dei Boko Haram deve continuare per contrastare l'arroganza e il senso di impunità che anima chi cerca il potere attraverso la religione". ...
L'immaginazione deve prendere sul serio l'attrito con la tradizione, con la storia, con i fatti e le idee che si annodano e s'intrecciano alle nostre spalle. Ma attenzione, la tradizione, qualsiasi tradizione, non è un blocco monolitico. ...

Corriere della Sera
17 02 2014

Il record dei ministeri ma la crescita è ovunque. «La crisi ha accelerato il ricambio generazionale e tra i giovani nuovi entrati ci sono molte donne»

di Rita Querzè

Dagli anni Ottanta si parla di un soffitto di cristallo che blocca le carriere femminili. Bene: oggi questo soffitto mostra le prime crepe. A prenderlo a picconate, un sempre più folto gruppo di donne giovani e determinate. Aiutate — e questa è la sorpresa — dalla Grande Crisi prima ancora che dalla legge sulle quote rosa.

Il vero paradiso per le donne dotate d’ambizione di questi tempi si chiama pubblica amministrazione. Come dimostra uno studio dell’Ocap — l’Osservatorio sul cambiamento delle amministrazioni pubbliche della Sda Bocconi — le dirigenti sono aumentate negli ultimi sei anni del 24,5% nei ministeri, del 20,3% nelle regioni (escluse dal monitoraggio quelle a statuto speciale), del 17,5% nelle province, dell’11,9% nei comuni. Il risultato è che nei ministeri le pari opportunità della carriera sono a un passo: le donne dirigenti sono già quattro su sei.

Ma anche nel privato molto sta cambiando. Dati Inps elaborati da Manageritalia (associazione dei dirigenti dei servizi) dicono che nel settore privato, tra 2008 e 2012, le donne dirigenti sono aumentate del 16% proprio mentre gli uomini diminuivano del 5%. Fuori i maschi, dentro le donne. Che oggi sono diventate il 14,5% del totale dei dirigenti (cinque anni fa erano il 12%, e negli anni precedenti i progressi erano sempre arrivati con il contagocce). Ovvia la soddisfazione delle signore in carriera. «Ora che le donne sono di più speriamo che le aziende si accorgano del loro valore», interviene Marisa Montegiove, a capo del gruppo donne manager di Manageritalia. Ma come mai questo balzo in avanti? «Nel caso dei dirigenti la crisi ha accelerato il ricambio generazionale. Non dimentichiamo che dal 2008 a oggi questi professionisti sono stati licenziati a colpi di diecimila l’anno. Di conseguenza sono entrati i giovani, tra cui molte signore», fa notare Fabio Ciarapica, senior partner di Praxi, società che si occupa di ricerca del personale.

Questo ricambio è avvenuto più forte nei servizi che nell’industria. Più nelle posizioni di staff (amministrazione, marketing, finanzia e controllo, gestione del personale) che in quelle di linea (funzioni legate alla produzione, direzione commerciale). «Aggiungerei: più nelle grandi aziende che nelle piccole», si inserisce ancora Ciarapica.

Ma non sarà che le donne, pur di accedere a quanto fino a ieri era loro precluso, sono disposte ad accettare incarichi complessi senza fare le difficili sullo stipendio? «Beh, il dubbio è venuto anche a noi. Il fenomeno va analizzato con attenzione per comprenderlo in ogni aspetto», risponde Montegiove.

Tornando al boom delle signore ai vertici della pubblica amministrazione, la lettura del cambiamento per il prorettore dell’università Bocconi, Giovanni Valotti, deve essere positiva: «Il bilanciamento di genere è sempre una buona notizia — attacca Valotti —. Certo, sappiamo poco del contenuto del lavoro di questi dirigenti. Alcune indagini ci fanno sospettare che ce ne siano tanti, forse troppi, che in realtà svolgono il lavoro dei funzionari. E poi i meccanismi di selezione tutti basati sui concorsi rischiano di non essere efficaci». Insomma, un cambio culturale è in corso. Ma non possiamo essere certi fino in fondo che i progressi nell’equità tra i generi siano anche il segnale di una maggiore meritocrazia.


di Luisa Betti *
 
Come dovrebbe essere l’Italia per diventare un Paese per donne? La domanda è posta a bruciapelo a quelle che ricoprono ruoli istituzionali e a chi, con le proprie decisioni, può determinare la vita di altre persone. Una sorta di brainstorming al femminile che parte dalla fine: l’immagine di un luogo dove una donna possa vivere a proprio agio. Una specie di sfida per le italiane che quest’anno, si sono ritrovate al 71esimo posto, su 136 Paesi, in materia di pari opportunità con gli uomini (Global Gender Gap Report del World Economic Forum di Ginevra). Un’inchiesta con interviste doppie che questa settimana mette a confronto due donne con cariche istituzionali: Laura Boldrini, presidente della camera dei deputati, terza donna che nella Repubblica italiana ricopre questa alta carica dello stato, e Valeria Fedeli, vicepresidente vicaria al senato. Due donne che, in maniera diversa ma affine, tentano di mettere in atto un cambiamento attraverso un’ottica di genere a partire dai loro ruoli istituzionali: nel linguaggio, nella cultura, in quello che propongono, ma soprattutto nel modo in cui esercitare un potere storicamente maschile.

Partiamo da un’immagine. Come dovrebbe essere l’Italia per diventare un Paese per donne?
Dovrebbe cambiare la cultura, sia per le donne che per gli uomini, con un’equa rappresentanza nei luoghi decisionali a partire dalle istituzioni stesse. Senza questo, il cambiamento non può avvenire. È un fatto di democrazia. Le donne possono davvero cambiare le carte in tavola ma devono poter decidere.
 
Come dovrebbe essere l’Italia? Intanto potrebbe essere un Paese diverso se tutte noi ci impegnassimo fin da bambine a non cedere alle pressioni e a esigere dai nostri fratelli pari suddivisioni di oneri in famiglia. Sono la prima di 5 figli e da piccola con mia sorella avevamo stabilito un punto: se aiutavano i fratelli, lo facevamo anche noi, altrimenti no. Oggi i miei fratelli sono uomini che a casa si danno da fare senza risparmiarsi.
 
Una ripartizione equa senza la quale forse è inutile parlare di pari opportunità?
Se c’è’ una ragazza più preparata di un ragazzo ma non viene scelta perché un giorno potrebbe decidere di fare un figlio, significa che non è cambiato nulla. Le donne che lavorano possono rimuovere gli ostacoli all’autodeterminazione delle altre donne, e questo fa bene a tutti. Vi ricordate il pane e le rose? Il pane è il salario e le rose sono le relazioni, cioè gli altri, la capacità di relazionarsi nell’idea che io sto bene se stanno bene gli altri. Tutelare il bene comune e costruire un futuro migliore è un valore per le donne ma fa bene anche agli uomini.
La divisione degli oneri non dovrebbe rappresentare un’eccezione, è essenziale ed è il punto di partenza, così come il pieno rispetto dei generi all’interno di una classe di scuola e di un nucleo familiare. Con questi presupposti di base gli uomini saranno naturalmente pronti a farsi carico di quello che ancora adesso viene attribuito alle donne come naturale e scontato. Una riflessione che deve partire dalle donne stesse. Noi non pensiamo mai quanto pesa la nostra carriera su altre donne, su nonne, baby sitter, tate, mentre il problema centrale rimane un welfare che non c’è.
 
Un welfare che in Italia non è mai stato un granché e che con la crisi sta per sparire.
Per fare un esempio, nel Nord Europa non esistono le badanti, e se accettiamo l’idea che solo poche donne possono andare avanti lasciando dietro tutte le altre, noi non saremo mai veramente emancipate. Perché solo quando tutte le donne potranno accedere a tutti i diritti, allora si potrà parlare di un reale avanzamento. Un paese per donne è un welfare che possa permettere a uomini e donne di fare lo stesso percorso senza eccezioni.
 
La scuola è un ambito su cui intervenire?
I punti sono tre: la famiglia, come dicevo, la scuola e i media. È fondamentale anche un sistema mediatico che valorizzi le donne senza insistere in maniera così pressante sugli stereotipi, che sono una gabbia mortale sia per noi che per gli uomini. La liberazione dagli stereotipi, è una liberazione per tutti. Ci si sente più autentici.
 
 
Proverei a immettere il benessere soggettivo nel discorso che stiamo facendo, sia per un uomo che per una donna. Liberarsi dagli stereotipi significa averne consapevolezza, vuol dire conoscere per poter cambiare attraverso un concetto di autonomia e di sostenibilità globale senza discriminazione. E per fare questo si deve partire per forza da un’istruzione che tenga conto del rispetto dei generi.
 
Partiamo da cose concrete: qual è la prima cosa da fare?
La prima cosa, secondo me, sono i testi scolastici e i programmi, che vanno cambiati dalle elementari introducendo conoscenze che tengano contro dei generi. Ma introdurrei anche la formazione per gli insegnanti fatta in termini professionali. Non è facile ma è la prima cosa.
 
Per me è fondamentale dare eco nel dibattito pubblico, con un approfondimento che riporti all’attenzione nodi come la discriminazione sul lavoro fino al femminicidio. Chi ha incarichi istituzionali ha il dovere di portarlo avanti, dando voce alle donne: dalle sindache minacciate dalla ‘ndrangheta alle giovani che non trovano lavoro. Ma deve essere fatto dando segnali chiari. Immettere nel dibattito pubblico una questione non risolta ma solo sopita in questi anni in Italia, significa rimetterla all’ordine del giorno anche quando non è prevista. Come si è fatto con la ratifica della Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne e la violenza domestica, su cui ora stiamo stimolando gli altri Paesi per arrivare a 10 ratifiche e renderla così vincolante. Questioni che in generale sono scottanti, date le reazioni che suscitano.
 
Avere il coraggio di squarciare il velo a qualunque costo?
Sì, squarciare il velo è importante a costo di essere attaccate. La Convenzione di Istanbul la più straordinaria piattaforma sugli stereotipi che abbiamo perché contiene indicazioni su che fare a partire dalla prevenzione e con interventi a 360 gradi, compresi scuola e media. A questo aggiungerei che la presidenza della Camera amplifica costantemente con i suoi interventi, tutto il lavoro delle altre in positivo, anche di quella percentuale di donne in parlamento che incarnano una cultura differente.
 
È un rapporto difficile quello delle donne con il potere?
In questo Paese il rapporto tra donne e potere è variegato, com’è normale che sia. Quello che mi piacerebbe vedere, però, è la fine della sottomissione al capo gruppo maschio e l’esercizio di un pensiero autonomo delle donne. Sono molto rammaricata, per esempio, che nella corsa alla leadership del mio partito ci siano solo gli uomini. Appena fatta la direzione del Pd, io e poche altre abbiamo fatto un appello alle donne per candidarsi, ma se non hai una forte rete, non ci riesci. Le donne dovrebbero farsi delle domande su quanto sia importante essere sostenute e sostenere.
Le donne, spesso, non si avvicinano al potere non solo perché non hanno sostegno ma anche perché non hanno abbastanza autostima. Quindi attuano un’autocensura a priori. Fatti i necessari distinguo, diciamo che generalmente non osano ambire a ruoli di potere perché lo ritengono un terreno riservato agli uomini. E se s’incamera un diritto come fosse una concessione, non ci siamo. Per accedere a ruoli decisionali, le donne devono essere in grado di percepirlo come normale, e non c’è dubbio che quando questo avviene, e cioè quando vi è accesso di donne consapevoli a ruoli apicali, queste donne rischiano di più ma possono essere efficaci nel cambiamento. La mia esperienza nelle crisi umanitarie, ad esempio, mi ha insegnato che quando gli aiuti vengono dati alle donne arrivano al nucleo familiare a vantaggio di un certo numero di vite, mentre se vengono distribuiti al capo comunità, spesso si disperdono perché vengono utilizzati per altri scopi.
 
Le donne sono più capaci nelle situazioni di crisi, se hanno un potere decisionale autonomo dagli uomini?
In situazioni di crisi le donne dovrebbero avere una posizione predominate, dovrebbero essere coinvolte nelle trattative. Tenerle fuori dai tavoli decisionali è controproducente, poiché le donne sono spesso le prime a essere colpite sia in un conflitto che in una crisi economica, quindi sanno meglio di cosa c’è bisogno, sanno cosa fare e come farlo. È necessario valorizzare questi aspetti, se si vogliono trovare le soluzioni.
 
Cosa significa ricoprire un’alta carica dello stato per una donna?
Come in tutti gli ambiti è più dura e non si fanno sconti. Qualsiasi svista viene considerato un errore e il terreno a volte sembra minato. Per quanto mi riguarda, come nel mio precedente lavoro, lo porto avanti con impegno e non mi risparmio. Entro alle 9 e non esco mai prima delle 10 di sera, e il week end sono sempre fuori, a contatto con la gente, dove mi chiamano, e spesso, quando rientro, mi ritrovo lettere infilate nella borsa, tutte con richieste d’aiuto. Nei primi sei mesi da presidente della Camera sono arrivate 35 mila email. E siccome voglio che tutti abbiano ascolto, rispondiamo sempre, perché ognuno merita una risposta. Io svolgo questo ruolo dando peso alle istanze delle persone.
 
È un modo “femminile” di esercitare il potere o la ricerca di una strada diversa?
Non saprei, posso solo dire che a me non interessano posizionamenti, privilegi. Ritengo piuttosto che la politica debba essere più umile, più a contatto e al servizio della gente, e deve saper chiedere scusa, perché è con umiltà che si rinsalda il patto tra istituzioni e cittadini, e bisogna essere capaci di farlo, ora. So che questa è una strada in salita ma so anche che è necessario percorrerla. Le donne mi dicono: lei ci rida dignità, e io non posso deludere.
 
Farsi chiamare la presidente, insistere sui cambiamenti, avere una forte determinazione a non fare mai un passo indietro rispetto a se stesse, è aprire una nuova strada anche nella gestione del potere. Lo dico sempre, io sono una femminista e su questo non faccio passi indietro, qualsiasi sia la mia posizione. Nelle iniziative che prendo, prediligo sempre il rapporto con le donne e per me fare rete a livello istituzionale significa già essere protagonista del cambiamento.
 
Proposte?
Per scardinare bisogna partire dalle donne oggi presenti nelle istituzioni, con incarichi di responsabilità e incarichi sociali. Queste donne devono rappresentare una parte della nuova classe dirigente in tutti gli ambienti. Se fossimo nella condizione di unirci per un cambiamento reale, potremmo attuare una vera trasformazione.
 
Il punto è: avere potere significa avere la meglio nelle correnti di partito e sugli assetti, o piuttosto entrare in sintonia con la società, in empatia con la gente? Non si tratta di essere ingenui, ma di capire che il cinismo ammazza tutto: il giornalismo, la politica, tutto. È una grande malattia del nostro tempo. E non basta essere donna per avere questa visione. Non tutte le donne, ovviamente, hanno la stessa sensibilità e gli stessi obiettivi.
 
La Camera celebrerà la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne, il 25 novembre, con un reading dell’opera teatrale di Serena Dandini Ferite a morte . Protagoniste dell’iniziativa, in programma nella Sala della Regina, alle 17, saranno le rappresentanti dei vari Gruppi parlamentari: Paola Binetti, di Scelta Civica; Mara Carfagna, del Pdl; Titti Di Salvo, di Sel; Pia Locatelli, del Misto; Giorgia Meloni, di Fratelli d’Italia; Valeria Valente del Pd. Non parteciperanno per loro scelta le esponenti del Movimento 5 stelle, mentre le Lega non ha deputate. Previsti interventi anche della vicepresidente del Senato, Valeria Fedeli, e del ministro per le Politiche agricole, Nunzia De Girolamo. Non sarà presente Serena Dandini, impegnata a New York per mettere in scena la sua opera. La manifestazione si concluderà con l’intervento della presidente della Camera Laura Boldrini.

Puppato-Idem: il pregiudizio del potere

  • Martedì, 05 Novembre 2013 12:53 ,
  • Pubblicato in Flash news

GiULiA
05 11 2013

Come dovrebbe essere l'Italia per diventare un Paese per donne?
Intervista doppia a due donne che si sono distinte nel confronto con il potere maschile: la senatrice Josefa Idem, ex ministra delle Pari opportunità del governo Letta, e Laura Puppato, senatrice anche lei, che nel 2012 ha sfidato quattro uomini per la leadership del centrosinistra.

Partiamo da un'immagine. Come dovrebbe essere l'Italia per diventare un Paese per donne?

(Idem) Per quanto mi riguarda, immagino un Paese che non ha più bisogno di quote, dove le donne sono protagoniste della propria vita professionale e affettiva, e dove possono scegliere quello che desiderano in ogni ambito, a partire dal lavoro e tutto il resto. Immagino una donna che non deve chiedere il permesso per nessuna cosa, che non conosce il senso di colpa, che non si alza per prima nei lavori di cura. Una donna che se decide di fare figli con un uomo, può sentirsi in un progetto condiviso non solo nelle linee teoriche ma anche nella quotidianità, dato che spesso gli uomini entrano nel merito per dire la loro ma poi delegano il lavoro pratico alle compagne. E poi vorrei un Paese che non rappresenti più la donna come la vittima con l'occhio nero coperta di lividi, ma che sia chiara l'immagine di un soggetto, e non di un oggetto, che si alza in piedi e dice forte e chiaro: "Non osare mai più".

(Puppato)Io immagino un Paese dove non c'è più bisogno di discutere sul tema. Dove le donne ci sono e sono presenti, non per concessione maschile o perché è bene che ci siano, ma perché è un fatto normale, perché per competenza, capacità e storia professionale ci sono. Ecco, un Paese in cui sia prevista per le donne un'autentica autonomia di pensiero, sia praticata la vera libertà di espressione e di vita, e dove la differenza di genere esiste come e' ovvio, ma non è una discriminante che determini una priorità maschile nel lavoro, nella gestione delle cose.

E gli uomini, che fine fanno?

(Idem) Penso a un possibile modello di convivenza per tutti: uomini, donne, bambini e bambine, insomma tutti. Un modello di relazione che abbia come base un solido rispetto reciproco, e una perfetta corrispondenza. Ma per questo, invece dei corsi di autodifesa, bisognerebbe fare corsi di convivenza, cioè cominciare a pensare in positivo mettendo al primo posto l'educazione sentimentale. È così che si rende possibile un modello di rapporto allo stesso livello tra uomini e donne, anche nelle relazioni intime. E poi vorrei un mondo un po' più autentico, con bellezze reali, sia maschili che femminili, dove non ci sia bisogno di Photoshop e dove i rapporti siano più liberi dagli stereotipi. C'è una mia amica che lavora in questo campo, fa ritocchi con Photoshop, ecco, lei per esempio sogna di mettere su una comunità di donne che collaborano tra loro e che incontrano gli uomini solo fuori, diciamo per amore. In fondo gli uomini fuori dal potere, sono anche graziosi.

(Puppato) Sono d'accordo, però insisto sul fatto che bisogna partire dalla scuola, dall'educazione famigliare fin da subito, dalla nascita. Suggerisco di inserire la filosofia fin dall'inizio, dalla scuola materna, da prima di cominciare a leggere e scrivere. Dovremo far conoscere la storia che hanno fatto anche le donne, oggi completamente occultate nei libri di testo. E poi bisogna conoscere il mondo, guardarsi intorno, aprirsi al mondo. In Italia abbiamo tolto la geografia, un'assurdità perché la geografia serve a conoscere, è politica se fatta bene. Così come anche l'educazione civica, parliamo tanto e poi se vai per la strada e chiedi la differenza tra un disegno di legge e un decreto legge nessuno lo sa. La scuola è il fulcro principale da dove comincia la trasformazione, solo così si cambia la mentalità, si modifica la cultura di una società.

Riformare la scuola e fare un gender planning nella culla?

(Idem) Diciamo che è una grossa fetta. La scuola non può essere una sorta di bulimia, una indigestione di nozioni ma dovrebbe stimolare la mente a una riflessione critica. Una scuola che non s'immobilizzi sul voto ma che liberi il pensiero. Dare gli strumenti della messa in discussione del presente, e quindi anche degli stereotipi culturali, perché il laboratorio di decostruzione di questi modelli è la scuola. Le donne non si rendono conto pienamente della loro forza, perché non riconoscono il guinzaglio con cui sono tenute a bada, e quindi pensano che il limite che viene posto, la difficoltà nell'accesso al lavoro e l'esclusione dal potere, sia un fatto scontato. Se avessimo fin da subito strumenti di decostruzione di questo stereotipo, saremmo in grado di riconoscere e cambiare più velocemente la situazione che ci circonda e ci riguarda.

(Puppato) La gestione del potere è centrale in tutto questo discorso, e gli stereotipi sono certamente il muro che ci divide lasciando le redini strette in mani maschili. Mani che non mollano oggi e difficilmente molleranno domani. È impensabile che venga affidata alle donne una divisione equa di questo potere, malgrado siamo più della metà. La verità è che noi ce lo dobbiamo prendere questo potere, questo governo delle cose, ma prima di tutto dobbiamo essere convinte di poterlo gestire, sapendo fare anche meglio degli uomini.

Pensate a un colpo di mano per prendere il potere?

(Puppato) L'accesso al potere e alla gestione di un Paese, rientra nei pregiudizi. Si ritiene, pur non dicendolo apertamente, che le donne non ne siano capaci perché non sono abituate o perché non l'hanno mai fatto. Fa parte della discriminazione ed è uno degli stereotipi più forti. In verità noi abbiamo alle spalle 2000 anni di gestioni di nuclei familiari spesso allargati, in condizioni improbabili, in contesti persino impossibili anche solo da immaginare. Un sapere accuratamente occultato dalla storia. In Italia, soprattutto, la gestione del lavoro familiare è stata sempre portata avanti dalle donne, siamo noi che abbiamo risolto situazioni estreme, di sopravvivenza dei nuclei umani: perché le donne sono sempre state il cuore operativo della gestione di gruppi familiari. In ogni caso l'abitudine a gestire le difficoltà e a mandare avanti la "baracca" è il frutto di un lavoro quotidiano tramandato che ha costruito e sviluppato un sapere, quasi sempre misconosciuto o ridotto ad uno pseudo sapere, perché considerato solo un dovere. Diciamo un lavoro gratuito che facciamo da sempre.

(Idem) Sono d'accordo, e vorrei che le donne vivessero la propria forza senza paura di essere punite per averla tirata fuori. Potere significa poter plasmare i contesti in modo da far star bene le persone, tutte. La donna non è necessariamente più buona o più brava a gestire ma è unica e diversa, e quindi si può pensare di avere un risultato migliore rispetto agli uomini, soprattutto perché c'è un maggiore rispetto della vita, e di questo sono convinta. Si potrebbero avere risultati migliori per tutti, nessuno può escludere che questo comporti un miglioramento per la società, bisogna provare a farlo.

Le donne al potere come uscita dalla crisi? Si può immaginare?

(Puppato) In un Paese come il nostro, sempre vicino al baratro e dove non si sa più dove mettere le mani, sono senza dubbio le donne, o meglio quelle che riconoscono questo sapere e questa forza, che possono contribuire a far uscire l'Italia dalla crisi. Perché vedono il domani con occhi nuovi. Ma sia chiaro che non possiamo aspettarci che ci venga chiesto o affidato questo compito, riconoscendo che potremo essere capaci di trovare le chiavi giuste. No, non dobbiamo attendere che questo accada. Siamo noi che dobbiamo trovare la forza per prendere le redini e poter cambiare rotta.

(Idem) Parliamo di una crisi mondiale creata dalla voracità di gruppi di potere per lo più maschili e con meccanismi di autodistruzione. È vero che le donne non sono tutte uguali e che non sono sempre migliori degli uomini, ma la donna è anche più propensa a cercare soluzioni in base alla pratica di gestione di cui parla Laura. Cercare di non creare danni alle future generazioni, significa, in ultima analisi, tenere a mente il bene di una umanità che siamo noi a mettere al mondo.

Le donne sono più adatte in una situazione di crisi perché abituate al peggio?

(Puppato) No, il problema è solo quello di riconoscere che questo Paese noi, lo sapremmo gestire perché la gestione ci è propria. La facciamo da sempre. Sono solo le dimensioni a cambiare. In ogni momento e da tempo immemore, ma non perché siamo migliori, perché è così, è sempre stato così. Immaginiamo una donna che affronta la maternità, per esempio, lei pensa sempre al futuro, momento per momento, in tutta la fase della crescita, pensa alle conseguenze di tutte le sue azioni perché ha a cuore la sopravvivenza di chi ha messo al mondo. È così anche per la politica. Ogni volta che abbiamo la possibilità di emanare un disegno di legge, o di incidere su questo ambito d'azione politica, ci chiediamo sempre: quali saranno le conseguenze? Non pensiamo al ritorno mediatico, alla pancia, ma guardiamo le cose in prospettiva, includendo nel ragionamento anche i danni possibili.

(Idem) La Norvegia, per esempio, ha obbligato la presenza femminile nella gestione aziendale e amministrativa, e con risultati positivi, quindi oltre a una storia occultata ci sono anche esempi concreti e visibili, ora. Le donne, ripeto, non sono migliori a prescindere ma possono distinguersi in quello che è stato fatto finora con qualcosa di diverso. E c'è solo il rischio che si possa migliorare.

Proposte?

(Idem) I modelli vanno per contagio, se il modello maschile è vincente, anche gli altri lo seguono, comprese le donne. Se invece poi tu, come donna, metti in discussione quel modello nella gestione del potere, allora puoi rischiare di essere punita. In sostanza ci vogliono nuovi modelli, modelli diversi e di diversa convivenza, e ci vuole anche una rete tra donne, perché ci vuole supporto tra noi per uscire da tutto questo. E sono convinta che non ci sia nulla di scontato, mai.

(Puppato) Su questo non ci sono dubbi, il ruolo delle donne sempre rimosso nella storia è da riportare a galla anche e soprattuto tra le donne. Tra di noi, impariamo a volerci bene.

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