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Scuola-lavoro, a 15 anni in azienda

Al consiglio dei ministri di oggi saranno presentati gli ultimi decreti attuativi del Jobs che prevedono, tra le altre misure, nuove regole sull'apprendistato: con la possibilità di fare esperienza in azienda a 15 anni. Si allenta la stretta sui collaboratori. Intanto sul versante delle pensioni il presidente Inps, Tito Boeri, boccia le proposte su "quota100" e le penalità graduali: troppo costose. Dal 1° gennaio 2016 si applicherà la disciplina del lavoro subordinato ai rapporti di collaborazione che si concretizzano in prestazioni "esclusivamente personali", "continuative" e "organizzate dal committente anche con riferimento ai tempi e al luogo di lavoro".
Giorgio Pogliotti/Claudio Tucci, Il Sole 24 Ore ...
Scuola antiautoritariaLea Melandri, Zeroviolenza
8 giugno 2015

Mentre le fabbriche chiudono, licenziano o spostano i loro capitali all'estero, dove minore è il costo del lavoro e più alto il profitto, e la produzione capitalistica va incontro al suo limite prevedibile e improrogabile, quale è la disponibilità di "risorse naturali" - non ultima quella rappresentata dalla responsabilità di cura e lavoro domestico delle donne -, la logica aziendale sembra godere di una stima altissima, tanto da uniformare a sé i due luoghi principali della cultura: la scuola e l'editoria.

Scuole chiuse. Quei tre mesi inconciliabili

  • Mercoledì, 10 Giugno 2015 12:30 ,
  • Pubblicato in INGENERE

Ingenere.it
10 06 2015

Ieri a Roma è stato l’ultimo giorno di scuola per i ragazzi e le ragazze della primaria e delle medie inferiori. Saranno in vacanza da oggi fino al 15 settembre.

Messe in fila, le ho contate sul calendario, sono circa 16 settimane.

Il mio contratto di lavoro, io che un contratto di lavoro ce l’ho, prevede 26 giorni di ferie l’anno. Se fossi brava e riuscissi a concentrare le vacanze tutte insieme – cioè se ipotizzassi di non prendere alcun giorno di ferie a Natale e per nessun’altro motivo durante l’anno – arriverei a 5 settimane. Ne rimarrebbero 13.

Il mio compagno, che è un padre molto presente, disponibile a condividere con me le responsabilità di cura dei nostri figli, ha anche lui 26 giorni di ferie l’anno.

Ipotizzando di fare vacanze separate (perché, in fondo, se sei genitore sei genitore, mica vorrai continuare ad esistere come coppia, e soprattutto come coppia in vacanza) arriveremmo a coprire altre 5 settimane, per un totale di 10. Ne rimarrebbero comunque fuori 6.

Ammesso e non concesso che i nostri rispettivi datori di lavoro, che per legge hanno diritto a decidere la metà delle ferie dei dipendenti, fossero d’accordo a riconoscerci 5 settimane di vacanze consecutive.

In effetti, forse potremmo alternarci, una settimana io e una lui, modello scacchiera.

Quando lavoro io, sta lui con i bambini e viceversa.

In fondo le relazioni a distanza sembra funzionino parecchio, potrebbe essere un modo originale per metter pepe alla routine.

Tuttavia rimarrebbe comunque il problema di quelle 6 settimane, un mese e mezzo circa. Potremmo decidere di investire in campi estivi privati, che con una copertura dalle 8,30 alle 16,30 lasciano aperto il problema di come conciliare un lavoro non part-time.

Avendo due figli e stimando un costo medio di 100 euro a settimana (medio, perché ci sono soluzioni a 140-150 e centri parrocchiali a 60-70, più qualche eccezione super-economica che ovviamente va esaurita nel giro di 24 ore) l’operazione ci costerebbe 1200 euro, quanto un viaggio in crociera.

Viaggio in crociera che potrei anche pensare di fare, magari a settembre e da sola, se avessi ancora giornate di ferie e se non avessi già ampiamente esaurito nelle 10 settimane di vacanze a scacchiera il budget per la villeggiatura (perché ovviamente vacanze separate significherebbe duplicare i costi, perché quello/a che lavora comunque ha bisogno di mangiare, dormire, vestirsi, mentre l’altro/a se la spassa con due ragazzini da spupazzare al mare, in montagna o in città).

Purtroppo questa soluzione a noi sembra impraticabile e così, anche quest’anno, faremo diversamente.

Anche quest’anno, visto che siamo fortunati, sfrutteremo i nonni: conteremo su quella santa donna di mia madre che porterà i cuccioli per tre settimane in un monolocale sulle Alpi, insieme a mio padre, e su quell’altra santa di mia suocera, che se li porterà dieci giorni al mare. Tre settimane le faremo di vacanze insieme (ebbene sì, quest’anno siamo riusciti a mettere in fila tutti e due tre settimane) e le restanti, che sono più o meno 8, saranno il trionfo della creatività: un mix di campi estivi, giornate extra con i nonni, giorni infrasettimanali di ferie prese per alleviare il carico dei nonni, scambio favori con le amiche, pigiama party lunghi, scampagnate estemporanee dei pargoli, rigorosamente divisi, nei nostri rispettivi luoghi di lavoro, che per un giorno non si nota e fa pure festa, coinvolgimento a sorpresa di zii, cugini e affini fino al sesto grado di parentela.

Ci sarebbe piaciuto inserire nella lista delle soluzioni creative anche i campi scuola del Comune, ma quest’anno, nonostante il successo dell’anno precedente, il Comune non li finanzia, e allora nisba.

Insomma, rischiamo di arrivare a settembre stremati, non solo noi, i genitori, ma anche i pargoli, sottoposti a vacanze a mosaico di cui rischiano di perdere il senso (perché un senso non ce l’ha, come direbbe Vasco Rossi).

Insomma i tempi in cui vacanza faceva rima con villeggiatura, tempi lunghi di ozio e noia, a sudare in canotta con un chinotto ghiacciato sotto la pergola di uva fragola, da questa prospettiva sembrano andati per sempre.

Quei lunghi mesi fatti di pomeriggi torridi che sembrava che il tempo non passasse mai, lenti come l’aria smossa da un ventilatore a pala, carichi di pensieri densi, al limite tra il sogno e la veglia, la realtà e la fantasia sono incompatibili con il sistema economico in cui viviamo: con questo mercato del lavoro, in cui chi lavora è sottoposto a ritmi frenetici e pressioni costanti, con questi stipendi, di media tra i più bassi d’Europa, e con questo costo della vita, che invece è in linea con la media europea, è molto difficile che in una famiglia uno dei due genitori possa fermarsi 16 settimane e assecondare la tradizione di partire armi e bagagli con la 500 familiare verso un lido di villeggiatura, lasciando l’altro in città a lavorare, pronto a fare la spola nei fine settimana.

Tempi e modi irrimediabilmente andati, che resistono solo per quei pochi, privilegiati o esclusi dal mondo del lavoro, che hanno ancora a disposizione 3 mesi di ferie. Insegnanti? Lavoratori stagionali in controtendenza? Calciatori (ma sì, lo so anche io che per loro non vale perché ad agosto iniziano la preparazione)? Musicisti, cantanti, artisti, attori e attrici senza tournée estiva? Ricchi senza tate? Avventurieri? Disoccupati? Lavoratori e lavoratrici precarie che si barcamenano lavorando da casa e riuscendo ad incastrare, nelle loro modalità liquide di lavoro, l’attenzione alla cura dei figli (ma quanto è difficile lavorare così?). Personaggi dei fumetti non coinvolti negli speciali da ombrellone?

E poi certo, i genitori, spesso le madri, a tempo pieno o che possono permettersi un congedo parentale non retribuito di tre mesi, quelle che per scelta o per destino possono dedicarsi totalmente alla cura dei figli e che sono lasciate spesso sole a riempire di idee, attività, giochi e anche noia un tempo lungo e denso.

Eppure è questa tipologia di genitori (non)lavoratori/trici che deve avere in mente chi pensa di far durare le vacanze estive 16 settimane. Senza neppure prevedere un’offerta di servizi pubblici integrativi.

Anzi, e paradossalmente, più la realtà delle famiglie medie si allontana dalla possibilità di aderire al modello 'villeggiatura di tre mesi' più, per mancanza di risorse, i servizi integrativi di comuni e municipi diminuiscono.

E così, chi non ha il privilegio del tempo, della rete (nonne e nonni, zii, vicini) o delle risorse economiche per pagare la retta di un centro estivo privato tiene i figli nelle case di città per le 16 settimane, qualche volta anche lasciandoli da soli ad aspettare che uno dei due genitori rientri dal lavoro.

Mentre le nostre scuole pubbliche nei quartieri rimangono abbandonate per 3 mesi, con i cortili chiusi dai cancelli, le biblioteche interne inaccessibili e gli spazi che i nostri figli e le nostre figlie potrebbero utilizzare per studiare ma anche per proseguire alcune delle attività iniziate durante l’anno (teatro, musica, sport, giardinaggio) separati da loro e dal quartiere e loro stessi, senza la scuola come centro di aggregazione, separati per tre mesi dai loro compagni e dalle loro amichette con cui riescono ad incontrarsi qualche volta di sfuggita al parco.

Sarò un’inguaribile romantica, colpa forse dei troppi libri letti nelle noiose estati calde della mia infanzia, ma non mi dispiacerebbe se nel momento in cui si parla di ripensare la scuola si pensasse anche a prolungarne l’apertura, non soltanto per la didattica (che magari con un mese in più di tempo potrebbe svolgersi dando a tutti/e il tempo necessario per imparare), ma anche per far diventare le scuole centri di aggregazione dei quartieri, spazi in cui svolgere attività che favoriscano la partecipazione, l’incontro e l’integrazione.

E magari tutte queste risorse, che disperdiamo in centri estivi non sempre di qualità, potremmo utilizzarle per coprire, in compartecipazione con i comuni, servizi ed iniziative da realizzarsi all’interno delle scuole.

La lotta della scuola

  • Mercoledì, 10 Giugno 2015 10:03 ,
  • Pubblicato in COMUNE INFO

Comune - info
10 06 2015

di Alain Goussot*

Il governo è in difficoltà sul disegno di legge della Buona scuola nonostante la sua maggioranza e il modo autoritario di guidare la discussione da parte dell’esecutivo. È il risultato della pressione partita dal basso da parte degli insegnanti, ma anche degli studenti e dei genitori.

La scuola si è mobilitata non per difendere un interesse puramente corporativo ma per porre la questione centrale: la difesa di un bene comune per la nostra società, il futuro dei nostri figli e anche la natura della nostra democrazia, la scuola pubblica e democratica di tutti aperta a tutti. Il progetto di aziendalizzare, privatizzare, precarizzare e piegare la scuola agli interessi dei mercati e dell’impresa, di fare della scuola una azienda gerarchizzata con al commando un supermanager che decide assunzioni, licenziamenti, modalità contrattuale e valutazione, è stato respinto dalla maggioranza degli insegnanti che hanno collettivamente preso coscienza.

La lotta diffusa degli insegnanti ha già trasformata la scuola in una grande Agorà pedagogica, culturale e politica che produce riflessioni, progettualità e idee per rifondare per davvero la scuola nei suoi fondamenti come luogo di formazione del cittadino e della personalità democratica, autonoma, capace di pensare con la propria testa, quindi un luogo che non forma dei “liberi servi” come ha scritto recentemente Gustavo Zagrebelski oppure dei sudditi, ma dei cittadini capace di comprendere e di partecipare in modo critico alla gestione della polis.

La lotta può e deve proseguire e la partecipazione deve fare della scuola il nuovo laboratorio culturale per il futuro non solo di tutto il sistema formativo ma anche di tutta la società. Care insegnanti e cari insegnanti continuate e non fermatevi! Andati avanti uniti. Viva la scuola pubblica, democratica, laica, pluralista e repubblicana.

 

*Alain Goussot è docente di pedagogia speciale presso l’Università di Bologna. Pedagogista, educatore, filosofo e storico, collaboratore di diverse riviste, attento alle problematiche dell’educazione e del suo rapporto con la dimensione etico-politica, privilegia un approccio interdisciplinare (pedagogia, sociologia, antropologia, psicologia e storia). Ha pubblicato: La scuola nella vita. Il pensiero pedagogico di Ovide Decroly (Erickson); Epistemologia, tappe costitutive e metodi della pedagogia speciale (Aracneeditrice); L’approccio transculturale di Georges Devereux (Aracneeditrice); Bambini «stranieri» con bisogni speciali (Aracneeditrice); Pedagogie dell’uguaglianza (Edizioni del Rosone). Il suo ultimo libro è L’Educazione Nuova per una scuola inclusiva (Edizioni del Rosone)

Piantagioni di Crotone

  • Giovedì, 04 Giugno 2015 09:21 ,
  • Pubblicato in LA STAMPA

La Stampa
04 06 2015

L’Ottocento piomba in redazione con una notizia che sembra uscita da un romanzo di Dickens. I carabinieri di Petilia Policastro, provincia di Crotone, hanno denunciato venti genitori i cui figli non frequentano da mesi la scuola dell’obbligo. Altro che Europa a due velocità. In Italia le velocità, e le lentezze, risultano molte di più. I bambini calabresi che non perdono tempo con l’alfabeto sono figli di poveri agricoltori oppure di ricchi mafiosi. I primi sostituiscono i libri di scuola con il lavoro nei campi, i secondi bivaccano nei bar di paese per imparare l’arte dell’intimidazione e del ricatto.

Sui genitori mafiosi c’è poco da dire, anche se ci sarebbe molto da fare, per uno Stato degno di questo nome. Non me la sento invece di gettare la croce addosso ai genitori contadini, convinti in buona fede che lo sviluppo delle facoltà mentali dei figli non offra loro la minima possibilità di riuscita nella vita. Cos’altro potrebbero mai pensare, se le strade del Sud sono solcate da torme di giovani intellettuali disoccupati e frustrati, che nel migliore dei casi emigrano e nel peggiore intristiscono? Qualsiasi nobile discorso sul ruolo sociale della scuola, e sull’istruzione come strumento per trasformare un suddito in cittadino, collassa di fronte alla prosa della realtà quotidiana, rappresentata da una dura lotta contro l’appetito. Alla fine le due anomalie, dei contadini e dei mafiosi, si tengono insieme in un abbraccio mortale. Uno Stato che tollera al suo interno uno Stato parallelo non può dare altro lavoro che la miseria e altra istruzione che la distruzione.

Massimo Gramellini

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