Merito e valutazione, avanti a destra

  • Giovedì, 28 Maggio 2015 08:56 ,
  • Pubblicato in L'Articolo
Scuola valutazioneLuca Illetterati, Il Manifesto
28 maggio 2015

Sulla sua pagina Facebook Mariapia Veladiano, che oltre a essere scrittrice è anche una dirigente scolastica, ha riportato queste parole, rivolte da uno studente a una docente che lo rimproverava per un lavoro non consegnato: "Ma lo sa che l'anno prossimo siamo noi a valutarvi?". Forse non c'è risposta più convincente ad alcune considerazioni provenienti (per così dire) da sinistra. ...
Protesta asili nidi RomaSara Di Pietro, Zeroviolenza
28 maggio 2015

Allo stato di degrado dei servizi educativi nella nostra città colpiti come molti altri da tagli e disinvestimenti, ha reagito il gruppo Ge.Ro.Ni.Ma (Genitori di Roma Nidi e Materne), con un confronto molto partecipato lo scorso 16 maggio alla Città dell'Altra Economia tra genitori, educatrici, funzionari, rappresentanti dei sindacati di base e non, che hanno analizzato insieme l'attuale situazione dei servizi educativi di Roma Capitale.

La scuola autoritaria di Renzi

  • Mercoledì, 27 Maggio 2015 14:08 ,
  • Pubblicato in Flash news

Micromega
27 05 2015

di Angelo Cannatà

Adesso che la scuola non è sotto i riflettori un punto merita d’essere approfondito. Tra i provvedimenti approvati alla Camera c’è l’articolo sul cosiddetto preside-sceriffo. È il più contestato: no al preside autoritario, giudice, padre-padrone. Slogan. Cosa c’è dietro queste parole? È il caso di vedere più da vicino: in gioco c’è (anche) il problema – enorme nell’universo scolastico – della valutazione.

Si contesta la chiamata diretta dei docenti dall’albo territoriale, è vero, e l’alta discrezionalità dei dirigenti (saltano punteggi, graduatorie, titoli), ma quel che brucia di più è la valutazione. Fa problema. Gli insegnanti non vogliono essere valutati? Stupidaggini. Per decenni si è discusso di valutazione degli alunni, dibattiti e biblioteche intere (l’espressione va presa alla lettera), dicono la delicatezza del tema. Oggi – è questo il punto – si legifera sulla valutazione dei docenti e si “risolve” con una commissione, pronta per l’uso, composta da: preside, due insegnanti, un genitore e uno studente. Assurdo.

Se valutare un alunno è difficile: occorre sapere chi sono gli studenti; in che modo affrontano l’apprendimento; come procedono nel percorso formativo; quali risultati conseguono; insomma, se giudicare significa “valutazione d’ingresso, formativa, sommativa”… cosa comporta valutare un docente?

Il silenzio su questo punto lascia perplessi. I docenti non sanno su cosa e come, con quali criteri e modalità, verranno valutati. Sanno solo chi emetterà la sentenza. Sono preoccupati? La domanda è un’altra: perché non dovrebbero preoccuparsi? In assenza di criteri oggettivi l’ermeneutica dilaga, intrisa di soggettività, arroganze, interessi, piccinerie: la ministra sa quali meccanismi di potere scattino, già oggi, tra un supplente e il suo preside? Regoliamo il rapporto dirigenti-prof, con criteri oggettivi che riducano il margine di simpatia/antipatia (del preside) e di servilismo-cortigianeria (dei docenti). È puro buon senso. Quel che preoccupa è l’anarchia, l’assenza di paletti in una materia così delicata. Proprio perché titolare di libertà e potere di giudizio, il dirigente deve avere dei limiti entro i quali esercitare questa libertà.

Il dirigente giudicherà docenti con personalità definite; ognuno richiede attenzione specifica. Non è facile: cosa si andrà a valutare? Le conoscenze disciplinari? In realtà l’ha già fatto l’università, il concorso, l’abilitazione; il carattere? È materia degli psicologi; l’abilità didattica? Allora in commissione ci vuole l’esperto di pedagogia (altro che alunni e genitori). Infine. Si valuta l’ideologia del docente? È una domanda interessante. Nessuno lo ammetterà mai, ma un preside di destra – per fare un esempio – non chiamerà mai un docente di sinistra potendo optare per una scelta diversa. Verso che tipo di scuola stiamo andando? Si dice: il docente non deve avere un’ideologia: è un’affermazione azzardata. Porta dritti al pensiero unico dell’ideologia dominante.

Insomma, sono temi complessi, richiedono giudizio. Molti libri hanno segnato, negli anni, il dibattito sulla valutazione degli alunni (cfr. Benedetto Vertecchi, Valutazione formativa). Urge in Italia una discussione (anche) sulla valutazione dei docenti. Capire come e su cosa e da chi verranno valutati. Spero ci sia la volontà politica per una revisione della legge.

Non si può dare libertà di valutazione al preside, lasciandolo solo (inesperto tra inesperti) nel difficile ruolo di giudice; preoccupa che una cosa così evidente non venga compresa. Nei Paesi dove la valutazione dei docenti funziona, non è il preside (con la sua commissione scolastica) che decide: c’è un sistema ispettivo nato da un confronto con i docenti; c’è la terzietà dei giudici. La riforma non va bene. Il preside nella sua scuola, con le sue idee, valuta i suoi docenti. È troppo. Non c’è ombra di oggettività. Ho trent’anni d’esperienza. I presidi. Alcuni bravi. Molti, miracolati da una raccomandazione, fanno disastri.

È sparita ogni forma di reale collegialità nelle scuole, non si ha ancora la forza di eliminarla, ma ci si muove in quella direzione; il Premier sa cosa sta costruendo e dove vuole arrivare. Stiamo tornando indietro: Althusser – non senza qualche ragione – parlava della scuola come apparato ideologico di Stato. Nelle fabbriche i sindacati non contano più (Marchionne docet); nei partiti comanda il Capo; perché nelle scuole non dovrebbe decidere tutto il preside? C’è un clima autoritario nel Paese. Questo presepe non mi piace.

Il Corriere della Sera
27 05 2015

Che dire della sorprendente iniziativa del Magnifico Rettore de La Sapienza, Eugenio Gaudio, che l’8 maggio ha dato il via ufficialmente al Concorso di Miss Università 2015, La studentessa più bella e Sapiente degli Atenei italiani ?

Da quando si è cominciato a parlare della proposta di legge sulla «Buona scuola», non pochi dubbi erano già stati espressi su che cosa sarebbe passato sotto la voce “merito”, “apertura all’esterno”, “sponsorizzazione”, adeguamento della figura di Preside a quella di manager. Adesso ne abbiamo un esempio che non lascia dubbi su quali imprevedibili, perverse interpretazioni se ne possono dare.

Nel locale affollato dove si è svolto l’evento, il BillionS di Roma, il punteggio di “merito” delle studentesse in gara è sembrato che potesse cominciare dal numero degli esami e dai voti ottenuti per finire con quello assegnato da una giuria di illustri professionisti, docenti e imprenditori alla gradevolezza delle loro fattezze fisiche.

Tra i “giudici di bellezza”, oltre al Rettore de La Sapienza, un docente dell’Università Cattolica, alcuni chirurgi plastici. Sponsor ufficiale: il Centro LaClinique, «prima organizzazione italiana di specialisti in chirurgia e medicina estetica». Il premio prevedibile per le prime dieci classificate: una settimana gratis al Resort la Casella, dove potranno fare qualche ritocco alla loro naturale bellezza.

Il corpo a scuola è già presente da sempre, ma è rimasto a lungo il “sottobanco”. Chi, nella stagione lontana dei movimenti non autoritari ha provato a dargli voce, a riconoscergli l’attenzione dovuta a una componente non trascurabile della nostra umanità -passioni, sentimenti, fantasie e desideri non sempre confessabili- ha conosciuto l’intervento tempestivo della mano ferma con cui lo Stato e la Chiesa hanno tenuto per secoli l’educazione sotto il loro controllo.

Oggi, chi rischia sono, al contrario, coloro che vorrebbero sollevare qualche interrogativo sul discutibile connubio tra impegno intellettuale e doti fisiche, tra il ruolo di studioso, insegnante, responsabile di una università e quello di produttore di cosmetici, chirurgo plastico, dirigente di Beauty Farm. Oppure, volendo spingere oltre l’analisi di una iniziativa che fa temere il peggio, quando fosse approvata la riforma della “buona scuola”, sarebbe ancora meno al sicuro chi, come me, azzardasse qualche considerazione su che cosa ne è stato dell’intuizione di partenza del femminismo: la “riappropriazione del corpo”, la costruzione di una individualità femminile liberata da modelli imposti e forzatamente interiorizzati.

Se è facile mettere in discussione il potere che ha ancora il sesso maschile dominante di dare forma al suo immaginario, senza alcuna remora, lo è molto meno chiedersi perché giovani studentesse accettino che la loro bellezza diventi oggetto di merito quanto il loro impegno nello studio, che cosa le spinge a legittimare un antico pregiudizio, solo perché viene loro abilmente riproposto confuso con gli interessi di una scuola sempre più conforme a interessi aziendali.

L’ideologia che ha costruito il femminile come seduzione e maternità non si è eclissata con la rapidità che ci si aspettava, e oggi purtroppo sono le donne stesse a farla attivamente propria. La strada dell’autonomia o della liberazione –come si diceva in passato- è ancora lunga.

Nel frattempo, non possiamo che registrare l’illusione di molte donne di potersi emancipare come corpo, di poter volgere a vantaggio gli stessi “requisiti”, considerati “naturali”, sulla base dei quali sono state per millenni tenute lontano dall’istruzione, dal potere, dal governo del mondo.

A chi obbietta che la bellezza è una dote femminile in più di cui non ci si dovrebbe vergognare, rispondo che le donne l’hanno sempre usata in sostituzione di altri poteri loro negati, così come d’altro canto gli uomini l’hanno piegata al loro piacere, sfruttata per altri fini all’interno della comunità dei loro simili. Il desiderio di cambiamento comincia con la presa di coscienza di che cosa sono stati finora i rapporti tra uomini e donne. Mi rendo conto che tale consapevolezza stenta a farsi strada, ma ormai è affiorata alla storia, e da lì non si torna indietro.

La generazione delle figlie e delle nipoti ha ereditato dai movimenti femministi una eredità controversa: gode di diritti fino a pochi decenni fa impensabili, ma che rischiano di rimanere solo formali quando urtano contro un sentire intimo che conserva abitudini, pregiudizi, adattamenti inconsapevoli al passato. Altrettanto si può dire di una libertà che vede il corpo e le attrattive che il desiderio maschile vi ha attribuito scrollarsi di dosso un controllo secolare, senza perdere per questo la possibilità di tornare a essere “oggetto”, “complemento” di un ordine esistente.

I corpi femminili che si prendono oggi la loro rivalsa sulla scena pubblica si poteva immaginare che avrebbero prima di tutto, e forse ancora a lungo, conservato i segni che la storia, la cultura dominante, vi ha impresso sopra.

Ma che sia la “buona scuola”, che si proclama distruttrice degli stereotipi di genere, a rimetterli in auge così sfacciatamente, non dovrebbe lasciare indifferenti.

 

Disabili in aula, più sostegno meno badanti

Di "Buona Scuola" si è molto parlato, ma solo da pochi giorni, e per i più quasi fosse un dettaglio di contorno, il tema dell'inclusione scolastica ha sollevato dibattito. [...] Il principale oggetto del contendere è la ridefinizione dell'insegnante di sostegno, che nella legge dovrebbe assumere carattere specialistico e declinato su singole disabilità. Fare il sostegno diventerebbe una ben precisa scelta formativa e professionale, non più un incarico a tempo per docenti di ogni disciplina.
Gianluca Nicoletti, La Stampa ...

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