Intoccabili in un paese emergente

  • Martedì, 12 Maggio 2015 09:09 ,
  • Pubblicato in Flash news
12 05 2015

Un enorme, altissimo e sfavillante grattacielo con una parte trasformata in un giardino innaffiato con zampilli che dal basso sono indirizzati verso l'alto, quasi a sconfiggere la forza di gravità. È l'immagine di una ricchezza oscena alimentata dalle risorse naturali espropriate da un gruppo ristretto di imprese e dal lavoro di un miliardo di uomini e donne.

Inizia così il nuovo libro della scrittrice Arundhati Roy, da poco nelle librerie per Guanda. Il titolo - I fantasmi del capitale (pp. 180, euro 14) -, è la stessa autrice a spiegarlo: fa riferimento esplicito, cambiando il complemento di specificazione, a una frase di Karl Marx. Ma in questo caso non c'è lo spettro del comunismo che si aggira per l'India, bensì quello di un capitale indifferente alle sorti delle società dove opera.

Per accumulare profitti è disposto a cacciare gli abitanti di centinaia di villaggi, di militarizzare intere regioni del paese, di limitare la libertà di espressione, di alimentare il razzismo e di finanziare i partiti fondamentalisti hindi ora al potere, specializzati in pogrom di musulmani...

Benedetto Vecchi

Ci vuole una seconda riforma agraria

Un fatto è certo: la nostra zootecnia, la pastorizia e gran parte delle grandi aziende agricole non esisterebbero senza la mano d'opera offerta a basso costo dagli immigrati. Se sono clandestini o irregolari è ancora meglio, perché possono lavorare senza limiti orari e essere sottopagati a 20 euro al giorno per 10 ore di lavoro, come capita ancora nella piana di Gioia- Rosarno o nella terra dei fuochi, o in altri luoghi ameni del nostro Bel Paese. 
Il Manifesto ...

04 05 2015

L'Hashtag #maipiùsenzadomeniche e su facebook l'argomento è virale.

Un semplice post condiviso su facebook nelle prime ore del mattino di ieri, da un sindacalista dell'USB, che tratta l'argomento del riposo domenicale e festivo (Il popolo dei senza domeniche), in pochissime ore ha ottenuto migliaia di condivisioni e “mi piace”.

La crisi del commerci si sta abbattendo con veemenza : Auchan, le grandi Coop, le piccole catene commerciali fino ad arrivare all'elettronica di consumo e a Mediamarket. Il decreto del governo Monti, noto come “salva Italia”, come da noi profetizzato, sta producendo i suoi effetti nefasti ed evidenziando le sue contraddizioni.

A pagare il prezzo più alto sono proprio i lavoratori del commercio; e nel recente rinnovo contrattuale non c’è stato alcun passo indietro delle parti, tanto che non è stata apportata alcuna modifica alla questione più sentita e sofferta dalle lavoratrici e dai lavoratori.

Lo sfogo virale in rete è il segnale tangibile che evidenzia l'inadeguatezza dei sindacati autoreferenziali che rinnovano i contratti senza tenere a riferimento la rappresentanza: quei circa tre milioni di lavoratori ormai stremati.

L'USB, con determinazione e con impegno, lotterà affinché quei milioni di donne e uomini prendano voce, abbiano una rappresentanza vera e impongano alle controparti il proprio punto di vista. A partire dalle grandi crisi occupazionale e dal “cancro” dal lavoro domenicale e festivo.

USB Lavoro Privato

 

La Repubblica
22 04 2015

La storia arriva da Cinisello Balsamo e l’azienda è la Call&Call Milano srl, un call center che si occupa dei servizi di customer care per tre importanti società finanziarie e bancarie italiane

Chiudere lo stabilimento alle porte di Milano, mandare a casa 186 persone e nel frattempo assumerne altre fra Roma e la Calabria approfittando delle agevolazioni previste dalle nuove norme inserite nel Jobs act. Ottenendo così un doppio risultato: prendere giovani con contratti meno costosi e più flessibili e ottenere gli sgravi fiscali del governo. La denuncia arriva dalle categorie del settore comunicazione di Cgil, Cisl e Uil.

La storia arriva da Cinisello Balsamo e l’azienda è la Call&Call Milano srl, un call center che si occupa dei servizi di customer care per tre importanti società finanziarie e bancarie italiane: Ing Direct, Agos Ducato e Fiditalia. Il gruppo Call&Call nasce nel 2002 proprio a Cinisello (dove tuttora risiede la holding): da qui la società si espande su tutto il territorio nazionale e oggi ha in tutto 2.500 dipendenti e fattura 57 milioni all’anno, come si legge sul sito della stessa società. Solo che il 10 aprile scorso il consiglio di amministrazione dell’azienda ha aperto la procedura di licenziamento collettivo per la chiusura del sito.

Già da luglio il personale di Cinisello era in contratto di solidarietà di tipo difensivo, riuscendo così a evitare il licenziamento di 41 persone. «Ma con una mossa spregiudicata — dice Sara Rubino (Slc Cgil) — la proprietà, senza aver mai comunicato le difficoltà legate alla gestione del contratto di solidarietà, ha dirottato parte del flusso di lavoro su altre sedi del gruppo, anche assumendo nuovo personale con il contratto a tutele crescenti e senza averci dato risposte rispetto a ciò che già vedevamo e di cui chiedevamo informazioni».

Ma come fa un’impresa che attiva la legge 223, cioè la procedura per i licenziamenti collettivi, ad assumere contemporaneamente nuovi lavoratori in altre zone d’Italia? «Il sistema sta in piedi perché Call&Call ha costituito più società, come in un gioco di scatole cinesi: c’è Call&Call Milano srl, Call&Call La Spezia srl, Call&Call Lokroi srl», spiega Adriano Gnani (Uilcom Uil). Quindi quella milanese può risultare effettivamente in crisi, a differenza di quella di Roma, o di Locri, o della Spezia. La perdita annuale su Cinisello sarebbe di 500mila euro: «Colpa dei costi eccessivi del lavoro, secondo l’azienda. Questo nonostante lo stipendio medio degli operatori sia sui 1.200 euro mensili, che però con i nuovi assunti possono scendere a 1.000».

La versione della holding è che «negli ultimi anni ci sono state perdite di esercizio significative non più sostenibili a seguito di un calo delle commesse e in presenza di costi generali incompatibili con il nuovo contesto di mercato, soprattutto per una fra le pochissime imprese del settore che ha scelto di non spostare lavoro italiano in offshoring e, dunque, non ha potuto mediare l’incidenza del costo del lavoro ricorrendo alla delocalizzazione. Da qui la necessità non più rinviabile di attivare la procedura di mobilità, trattandosi di una situazione strutturale e non congiunturale». Già lo scorso 10 aprile i lavoratori avevano reagito alla comunicazione con uno sciopero: adesso l’intenzione è trasformare una vertenza locale in una questione che riguardi nel complesso la società.

L'Espresso
13 04 2015

Dopo il caso sollevato dall'Espresso delle lavoratrici abusate nelle campagne siciliane, l'analisi dell'esecutivo rileva che le le denunce di violenza sono poche. Ma operatori sul campo e firmatari dell'interrogazione parlamentare ribattono: 'Chi vive segregata fatica a denunciare le violenze'

"Un fenomeno non significativamente esteso e stabile". Dopo cinque mesi il governo risponde sul caso delle donne romene abusate nelle serre del ragusano . Lo scorso ottobre dieci deputati chiedevano iniziative urgenti, dopo il caso sollevato dall’Espresso.

Il 17 marzo il sottosegretario Domenico Manzione ha presentato in aula una lunga e articolata analisi. Per prima cosa i numeri. Su 1800 donne regolarmente residenti, le denunce di violenza sono due nel 2012 e 2013, appena una nel 2014. “Comunque l’attenzione delle forze dell’ordine su tale fattispecie delittuosa è costante”, spiega il sottosegretario. Anche il Ministero degli Esteri romeno aveva osservato che il numero di segnalazioni in merito è molto limitato.
VEDI ANCHE:
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Violentate nel silenzio dei campi a Ragusa
Il nuovo orrore delle schiave romene

Cinquemila donne lavorano nelle serre della provincia siciliana. Vivono segregate in campagna. Spesso con i figli piccoli. Nel totale isolamento subiscono ogni genere di violenza sessuale. Una realtà fatta di aborti, “festini” e ipocrisia. Dove tutti sanno e nessuno parla
SOLO L'ULTIMA TAPPA
«È vergognoso da parte del governo dire che le violenze non sono aumentate perché non sono aumentante le denunce», dice all’Espresso l’onorevole Celeste Costantino, una delle firmatarie dell’interrogazione. «Chi vive in stato di segregazione si sente sotto minaccia e fatica a denunciare le violenze».

«Quella è solo l’ultima tappa di un lungo processo», ci dice Ausilia Cosentini, operatrice di Proxima, presente sul territorio fin dal 2012. «Occorre conquistare la fiducia della vittima. Con un passaggio in auto, col sostegno quotidiano. Materiale e psicologico».
Dopo le denunce dell'Espresso e le interrogazioni parlamentari, il caso delle giovani braccianti dell'est abusate dai padroni nelle campagne siciliane è ora al centro di un'inchiesta dell'Arma. Centinaia le persone già controllate

La curiosità di questi mesi ha aumentato la diffidenza delle donne. La sfiducia non è immotivata. Pratiche ferme, lentezze burocratiche, difficoltà di ogni tipo. Infine, una vittima deve trovare il coraggio di rendere pubbliche questioni così delicate. E quando accusa il datore di lavoro deve produrre prove in sede giudiziaria. Altrimenti rischia a sua volta la condanna per calunnia, osservano i legali.

In questi casi la prima interfaccia non può essere un poliziotto. Invece le istituzioni hanno scelto la strada delle retate. «Per l’esperienza che abbiamo, non siamo d’accordo con questa modalità di azione. Sappiamo che questo approccio non funziona», dice Cosentini.

Dopo l’inchiesta dell’Espresso, due interrogazioni parlamentari sul caso delle immigrate dalla Romania violentate e seviziate. Avviato in prefettura a Ragusa l’iter per un protocollo d’intesa che coinvolgerà anche gli agricoltori. E la stampa della Romania si interessa al caso

Ma cosa ha portato l’attenzione mediatica dei mesi scorsi? I cambiamenti positivi riguardano la maggiore attenzione delle istituzioni. C’è un buon lavoro di rete tra le organizzazioni del privato sociale. Ma lo stesso progetto di Proxima, citato da tutti, è in scadenza il 30 giugno. Probabilmente ci sarà l’ennesima proroga. “Ma così non è possibile programmare”, spiegano gli operatori.

Le notizie positive finiscono qui. Si discute ancora sull’estensione del fenomeno. Non sul modo di cancellarlo per sempre. Del resto non occorre attendere le denunce per allarmarsi. Le violenze sessuali sono provate da altri numeri. Inequivocabili. Li fornisce sempre il governo, riferendosi provincia di Ragusa, in particolare i reparti di ostetricia operanti a Ragusa, Modica e Vittoria: «Nel triennio 2012-2014, le interruzioni di gravidanza praticate a cittadine straniere sono state complessivamente 309, di cui 132, cioè il 42,7 per cento, hanno riguardato cittadine romene».

Il caso sollevato dall’Espresso arriva in Romania. Il Ministero degli Affari Esteri risponde che mancano “segnalazioni delle vittime”. Le braccianti “sentite” dai carabinieri nelle serre

Marisa Nicchi, prima firmataria dell’interrogazione di SEL, evidenzia che a Vittoria, città di 60mila abitanti, siamo di fronte a “un’obiezione di struttura”. Nessuno dei medici che lavorano nel locale ospedale pratica l’interruzione di gravidanza.

UN FENOMENO CHE SI ALLARGA
Secondo il governo alcuni amministratori locali hanno riportato «l’esigenza di evitare enfatizzazioni della questione». «Una percezione non del tutto veritiera della realtà fattuale» potrebbe danneggiare l’economia locale.

Nel frattempo, proseguono gli incontri del tavolo in Prefettura a Ragusa. Ma il fenomeno sembra allargarsi alla provincia di Catania. È di qualche giorno fa l’inchiesta “Slave” della Procura etnea. Un’organizzazione di romeni e italiani riduceva in schiavitù i lavoratori impegnati nella raccolta delle arance. Secondo i giudici, un filone dell’indagine ancora in corso riguarderebbe le donne dell’Est costrette a prostituirsi.

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