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Redattore Sociale
10 10 2014

Pagare il pizzo per avere un tetto per la notte, oppure solo per dormire per strada, tra i cartoni, per non venire derubati o soltanto disturbati. È quel che accade a Catania, in piena città, tra i tanti migranti giunti in Sicilia attraversando in Mediterraneo e tagliati fuori dai sistemi di accoglienza. Ma a taglieggiarli sono altri immigrati, con il benestare della criminalità organizzata locale. La denuncia arriva dal Centro Astalli del capoluogo siciliano, che da anni opera sul territorio, ma che negli ultimi tempi ha visto peggiorare le condizioni di vita di quanti vivono per strada o non rientrano nei programmi di accoglienza. “Del pizzo abbiamo sentore da tanto – racconta Elvira Iovino, responsabile del Centro Astalli di Catania -. Il fenomeno è cresciuto esponenzialmente con il crescere delle loro necessità e dell’estremo disagio dovuto alla mancanza di lavoro, alla crisi economica e alla quantità di persone che non entrano nello Sprar”.

Il “pizzo” per dormire per strada. Per Iovino si tratta di un fenomeno “diffusissimo” che tocca tanti aspetti della vita dei migranti. Dai passaggi in macchina, alla ricerca di un lavoro o per vendere frutta per strada, ma in città c’è chi chiede soldi anche per consentire di passare una notte senza problemi sotto un portico. “Purtroppo avviene anche questo – racconta Iovino -. Nel nostro ambulatorio medico abbiamo tantissime persone che vengono perché cacciate durante la notte dal luogo dove dormivano. Arrivano anche migranti accoltellati o presi a pugni nella notte perché stavano occupando un posto dove non avrebbero dovuto essere. Sono per lo più case occupate, ma accade anche nelle piazze o per strada. Dormono lì con i materassi, con le coperte o con dei cartoni”. Non sono solo i rumori della città a disturbare il sonno dei migranti che dormono per strada, racconta Iovino. “Nella notte succede di tutto: vengono derubati, per questo si legano quel poco che hanno ai piedi o alle braccia. Molto spesso, nei posti migliori, c’è qualcuno che si fa pagare l’affitto, chiamiamolo così. Qualcuno che, tristemente, è quasi sempre un migrante”.

Costretti a prostituirsi e spacciare se non hanno soldi. Secondo la responsabile del Centro Astalli, a chiedere soldi o altro in cambio di una notte tranquilla sono gruppi ben precisi, ma le vittime non sono della stessa nazionalità. È un fenomeno trasversale. “Quelli che fanno queste cose sono i magrebini – racconta Iovino -, che sono proprio quelli che occupano case e territori dove si può dormire. Luoghi che sono delle vere bolgie dantesche, noi le conosciamo bene. Posti assolutamente drammatici. Vengono appaltati da queste persone che danno la possibilità di dormire in cambio di qualcosa. Dal denaro, se ne hanno, fino a costringere le persone alla prostituzione o allo spaccio della droga”. Un pizzo di cui le mafie locali non ne sono all’oscuro, precisa Iovino. “Qui non si muove foglia che non sia ben localizzata da chi gestisce la criminalità organizzata. Questo pizzo tra migranti avviene con il beneplacito, e in cambio di qualcosa, di chi ha le mani sulla città”.

I “tassisti” di Mineo e i pattugliamenti degli eritrei. Non è solo il luogo dove dormire quello soggetto al “pizzo” tra migranti. La necessità di spostarsi, di raggiungere il nord Italia o il nord Europa, oppure soltanto la città dal centro di accoglienza di Mineo, è diventato presto un business da controllare. “C’è una gran quantità di eritrei che pattugliano la città nei luoghi deputati all’incontro tra gli stranieri – racconta Iovino -. Cercano di cooptare i nuovi sbarcati promettendo loro aiuto, sotto tutti i punti di vista. Innanzitutto un posto dove dormire, poi un aiuto per andare al nord che è quello che spesso desiderano fare. E invece li segregano. Li imprigionano”. Ci sono poi i “tassisti” di Mineo. Sempre migranti, che con propri mezzi stazionano davanti al centro pronti ad accompagnare gli ospiti del centro in città o nelle mani dei caporali. “C’è una diffusissima modalità di guadagno che si sono inventati tantissimi nigeriani e sudanesi – racconta Iovino -: fanno i tassisti, diciamo così. Vanno a Mineo, dove ci sono 5 mila persone concentrate, e stanno là con dei furgoncini, li stipano dentro e li portano a Catania oppure nei luoghi di lavoro battuti dai caporali. Un passaggio in macchina che viene pagato a peso d’oro”.

Nessuno denuncia i soprusi. Sulla vicenda “la polizia indaga da tempo”, assicura Iovino, ma la paura di ritorsioni violente o di venire allo scoperto con documenti e permessi scaduti fa vincere il silenzio sui soprusi. “Tutte le volte che in qualche modo la polizia è riuscita a trovare i covi dove tenevano queste persone, i migranti negano di essere costretti a stare lì. Nonostante gli suggeriamo di denunciare e che saremo al loro fianco in tutto l’eventuale percorso della denuncia, un po’ per paura e per altri motivi rifiutano. Nessuno denuncia”. Il terrore di venir perseguitati in ogni luogo, spiega Iovino, convince i migranti a non esporsi, neanche in situazioni drammatiche. “Sono accadute cose terribili – racconta -. Ragazze che venivano portate da noi la mattina a lavarsi, con la persona che le sfruttava ad aspettarle fuori e che monitorava che non parlassero con nessuno. Facendo i salti mortali, abbiamo spesso cercato di parlare con loro e di prospettare tutte le garanzie, la protezione e l’aiuto, ma nessuno dice niente. Una volta siamo riusciti a far fare un rimpatrio volontario assistito ad una nigeriana costretta a prostituirsi, ma giusto perché l’avevano massacrata di botte quasi fino alla morte ed è stata ricoverata in ospedale. A quel punto sono partite le denunce e lei è tornata in Nigeria”.

Situazione fuori controllo. Per la responsabile del Centro Astalli di Catania, si tratta di fenomeni in crescita, a volte esponenziale, direttamente collegati all’aumentare del disagio. “Sono tantissimi quelli che sono per strada – spiega Iovino -. Da quello che vediamo qui, la quantità di persone che viene nei nostri servizi, sia di prima accoglienza o di alfabetizzazione, è in forte crescita”. Per Iovino, nella città di Catania, la situazione è “sempre più drammatica, su questo non c’è alcun dubbio. Abbiamo la netta sensazione che la situazione sia fuori controllo, che sia sfuggita di mano alle istituzioni e all’assessorato alle Politiche sociali”.

Le schiave rumene nelle campagne siciliane

  • Giovedì, 02 Ottobre 2014 11:44 ,
  • Pubblicato in Flash news

Giornalettismo
02 10 2014

Lavorano come gli uomini, ma offrono un’occasione in più ai loro datori di lavoro, che approfittano crudelmente del loro stato di bisogno per costringerle alla schiavitù anche sessuale. Lo rivela un’inchiesta de L’Espresso, che scopre una realtà raccapricciante nelle campagne del ragusano, che prospera grazie a una diffusa miseria morale e alla latitanza delle istituzioni, che semmai peggiorano ulteriormente la condizione delle immigrate.

SFRUTTATE E VIOLENTATE - Uomini che usano le braccianti rumene come schiave sessuali, minacciando di licenziarle o di separarle dai loro bambini. Donne che danno che la colpa alle rumene che tentano il «maschio siciliano», che non sembra affatto in imbarazzo e si vanta di queste «conquiste». Poi ci sono le istituzioni, quelle addette alla repressione dei reati che non vedono e quelle preposte al welfare che negano alle immigrate persino un diritto come l’aborto. Questo in sintesi il risultato dell’inchiesta dal titolo «Violentate nel silenzio dei campi a Ragusa

LO SANNO TUTTI, NON PARLA NESSUNO - Le rumene vengono da Botosani, una delle zone più povere del paese, una zona agricola, e arrivano nei campi siciliani perché qui è più facile portare con sé i bambini, gli stessi che poi diventano strumento di ricatto nelle mani dei padroni, aggiungendosi allo stato di bisogno di persone che emigrano per lavorare per salari da fame e senza alcuna tutela. Ricatto che ha uno scopo ben preciso, quello di approfittare sessualmente di queste donne:

Una cascina in aperta campagna. Ragazze rumene sui vent’anni. Un padrone che offre carne fresca ai parenti, agli amici. Ai figli. Tutti sanno e tutti tacciono. Don Beniamino Sacco è il sacerdote che per primo ha denunciato i “festini agricoli”. «Sono diffusi soprattutto nelle piccole aziende a conduzione familiare», denuncia il parroco. Tre anni fa ha mandato in carcere un padrone sfruttatore. Ha subito minacce e risposto con una battuta: «Non muoio neanche se mi ammazzano».

MENTALITÀ ARCAICHE - Un fenomeno favorito anche dall’incrocio perverso di due mentalità ataviche, ugualmente omertose:
La solidarietà è scarsa, anche tra rumeni. Come è possibile che tutto questo succeda nel silenzio generale? Secondo Ausilia Cosentini, operatrice sociale dell’associazione “Proxima”, «la mancanza di solidarietà tra i rumeni, e la loro mentalità omertosa, si incastra con quella altrettanto omertosa del territorio. In più, da qualche mese noto un aumento dell’intolleranza».

L’OLTRAGGIO DA PARTE DELLO STATO - Ma non basta, perché all’assenza dello stato e del rispetto delle più elementari regole di civiltà, ad affliggere le poverette ci si mettono anche le istituzioni, che nella cattolicissima Sicilia non sono in grado di soddisfare il diritto all’aborto, a rinunciare ai frutti di quella violenza:

«Nel caso specifico di Vittoria le donne si trovano impossibilitate ad interrompere la gravidanza poiché tutti i medici sono obiettori di coscienza», spiega la ricerca dell’“Associazione Diritti Umani”. Solo all’ospedale di Modica sono presenti medici non obiettori, ma la crescita esponenziale di richieste di aborto porta un allungamento dei tempi di attesa, rendendo impossibile l’aborto entro i tre mesi previsti dalla legge. Alcune donne sono costrette a ritornare nei loro paesi d’origine per abortire. Altre, invece, si affidano a strutture abusive e a persone che, sotto cospicuo pagamento, praticano l’aborto senza averne competenza».

Uno scenario raccapricciante che i dettagli illustrati nell’articolo di Mangano contribuiscono a rendere ancora più triste e sporco, una vergogna non solo per la Sicilia, ma per tutto il paese, che proprio da quelle campagne e da questo sfruttamento ricava buona parte dell’ortofrutta che arriva sulle nostre tavole.

Cronache di ordinario razzismo
29 07 2014

E’ stata definita la “California d’Italia” per la ricchezza, la varietà e l’eccellenza dei prodotti della sua agricoltura. Il recente studio Piana del Sele – Eboli: lo sfruttamento dei braccianti immigrati (e non solo) nella “California d’Italia” di Medici per i Diritti Umani (Medu) si addentra però nelle condizioni di chi è impiegato nelle attività agricole di quei 500 chilometri quadrati di terreno fertile che si estende a sud di Salerno, a Piana del Sele.
Secondo una stima si tratta per il 60-80 % di lavoratori migranti. Il loro arrivo è da collocarsi intorno agli anni Novanta e si è intensificato in seguito alla contrazione dell’offerta della manodopera locale. Il sistema di grave sfruttamento ed emarginazione sociale ha resistito allo smantellamento del ghetto di San Nicola Varco, avvenuto nel 2009, che accoglieva oltre mille braccianti immigrati nei picchi stagionali. Da allora sono mutate le condizioni abitative, sono migliorate le condizioni igienico-sanitarie, è aumentato il numero di migranti in possesso di un regolare permesso di soggiorno ma dalle testimonianze e dai dati raccolti emerge che continuano a perpetuarsi caporalato, pratiche fraudolente, retribuzioni inferiori al salario minimo, irregolarità contributive, vendita di falsi contratti di lavoro, scarso accesso alle cure e al Servizio Sanitario Nazionale.

L’intervento di Medu
Nel gennaio 2014 Medu (Medici per i Diritti Umani) ha avviato il progetto “TERRAGIUSTA. Contro lo sfruttamento dei lavoratori migranti in agricoltura” in collaborazione con l’ Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione (ASGI) e il Laboratorio di Teoria e Pratica dei Diritti (LTPD) del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università Roma Tre.
Nei mesi di maggio e giugno, un team di Medu ha intervistato 177 lavoratori migranti e prestato prima assistenza medica e orientamento socio-sanitario a 133 persone, attraverso l’ambulatorio mobile che rientra nel progetto Terragiusta e che ha operato presso la sede FLAI/CGIL di Santa Cecilia (Eboli) e lungo la litoranea Salerno-Paestum (zona di Campolongo). Gli intervistati sono soprattutto uomini con un’età media di 35-36 anni, impiegati in agricoltura, provenienti dal Marocco e titolari di un regolare permesso di soggiorno per motivi di lavoro.

Il lavoro, lo sfruttamento e l’illegalità
Il 62% dei lavoratori stranieri in possesso di un contratto di lavoro (il 75%) ha dichiarato di percepire una paga giornaliera di 30 euro al giorno (a fronte dei 48 euro previsti dai contratti collettivi vigenti) e il 64% ha affermato di vedersi riconosciuto un numero inferiore di giornate lavorative rispetto a quelle effettivamente svolte (il 17% ha dichiarato di non sapere se ha ricevuto versamenti contributivi mentre il 19% non ha risposto alla domanda). Il 12% dei migranti in possesso di un contratto di lavoro ha ammesso il ricorso al caporalato. Si rileva come il modello di agricoltura presente sia ancora basato sullo sfruttamento dei braccianti immigrati e sul caporalato anche in presenza di un regolare contratto di lavoro, presentando poche differenze in termini di adeguatezza salariale rispetto al lavoro nero. Si evidenzia come tale modello sia strutturalmente definito e faccia leva sulla paura e sulla condizione di vulnerabilità dei migranti: buste paga fittizie, vendita di falsi contratti di lavoro che possono arrivare a costare fino a 6000 euro in concomitanza ai decreti flussi stagionali, compravendita dei contratti utili al rinnovo del permesso di soggiorno.

La salute e la mancata integrazione
Le condizioni di salute dei braccianti sono strettamente dipendenti da quelle lavorative e sociali. Alle patologie propriamente conseguenti al tipo di lavoro svolto (allergiche, cutanee e dell’apparato muscolo-scheletrico) si aggiunge il mancato accesso al Servizio Sanitario Nazionale e alle cure. Dal Rapporto emerge che «il 15,6% dei lavoratori intervistati ha affermato di entrare in contatto diretto o indiretto con fitofarmaci e, nell’80% dei casi, di non fare uso della mascherina protettiva. Inoltre l’86% dei braccianti, pur utilizzando presidi di sicurezza come guanti e scarpe, è obbligato in quattro casi su cinque a procurarseli autonomamente poiché non gli vengono forniti, come sarebbe d’obbligo, dal datore di lavoro». Anche le condizioni abitative, pur avendo superato la conformazione del ghetto, rivelano la persistenza dell’esclusione e dell’isolamento.

Dall'inizio sono arrivati in Italia, per lo più soccorsi dai mezzi navali militari impegnati nell'perazione Mare Nostrum qualcosa come 64 mila migranti nei porti italiani e migliaia ancora attendono di imbarcarsi sulle coste del Nord Africa. ...

Il Fatto Quotidiano
08 07 2014

Proponeva a ragazzine tra i 14 e i 17 anni la realizzazione di servizi fotografici di nudo in pose sessualmente provocanti, facendo credere che questo sarebbe stato l’unico strumento utile per avere un rapido successo nel mondo della moda e dello spettacolo. In alcuni casi i servizi da fotografici diventavano pornografici, scambiati anche sul web, in altri casi le aspiranti modelle venivano molestate. E così dopo un’inchiesta di Repubblica i carabinieri del Nucleo Investigativo di Roma hanno arrestato F.F., 49 anni, titolare di una nota agenzia di modelle e attori per spot televisivi, su ordine del gip Giulia Proto. All’uomo il procuratore aggiunto Maria Monteleone e il pm Cristiana Macchiusi contestano l’adescamento di minori, pornografia minorile aggravata e prostituzione minorile.

Le testimonianze raccolte dai giornalisti sono state riscontrate nel giro di poco tempo. Finito nella lente degli investigatori il fotografo ha dimostrato di usare sempre la stessa tecnica riuscendo a individuare anche, tra le tante ragazzine, le giovani disponibili a incontrarlo all’insaputa dei genitori e a posare senza inibizioni in foto pornografiche, nonché a prestarsi al compimento di atti sessuali nel corso delle sedute fotografiche stesse. L’indagato era perfettamente consapevole della minore età delle vittime perché le aiutava, secondo gli inquirenti, a falsificare le generalità sui documenti di identità per risultare maggiorenni in occasione della partecipazione a casting. I militari hanno sequestrato materiale informatico ritenuto utile all’individuazione di eventuali complici dell’arrestato e lo studio fotografico dove l’indagato, che ora è a Regina Coeli, svolgeva la propria attività.

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