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Gli stipendi non pagati a Expo

  • Mercoledì, 02 Settembre 2015 08:57 ,
  • Pubblicato in Flash news

Milano in Movimento
02 09 2015

E’ di qualche giorno fa la notizia di un’assemblea sindacale all’interno di Expo che ha visto la partecipazione di una cinquantina di lavoratori del Padiglione Italia sulla vicenda degli stipendi di Giugno non pagati.

La questione, che si aggiunge alla poco edificante vicenda dello spionaggio preventivo verso i lavoratori del sito Expo, è molto interessante e abbiamo deciso di approfondirla.

Come dicevamo l’elemento che ha dato il via a questo episodio è il mancato pagamento dello stipendi di Giugno a dei lavoratori del Padiglione Italia (uno dei fiori all’occhiello di Expo). L’assemblea è stata indetta dalla sola CGIL dopo che per un certo periodo petizioni e lettere mandate dai singoli lavoratori sono cadute nel vuoto.

Ma facciamo un po’ di passi indietro.

L’azienda che non paga gli stipendi è una sola: tale Jec. Questa fa parte di un gruppo di aziende costituitosi appositamente per partecipare alla gara per la gestione degli eventi del Padiglione Italia. Nel periodo di poco antecedente all’inaugurazione dell’Esposizione Universale sorgono evidentemente dei problemi perché il 28 Aprile per l’apertura del Primo Maggio viene chiamata in tutta fretta a organizzare il lavoro l’onnipresente Manpower.

A Giugno, e per un solo mese, torna in scena Jec che fa gestire il Padiglione Italia alla società The Kay (fondata a Maggio 2015 e con un capitale sociale molto basso). Poi, a Luglio, la gestione viene nuovamente riaffidata e attribuita allo Studio Ega in collaborazione, tanto per cambiare, con Manpower.

Una serie di domande sorgono spontanee.

Perché ARCA (la centrale acquisti regionale) non ha assegnato la gestione prima del Primo Maggio?
Perché dopo un solo mese il servizio viene riassegnato a Jec?
Non era possibile un controllo preventivo della solidità e della serietà delle aziende chiamata a gestire Expo?

Ma la vicenda è ulteriormente ingarbugliata perché Expo non ha riconosciuto il passaggio da Jec a The Kay ed è quindi in atto un contenzioso. Da qui lo stop degli stipendi. Da notare che la società Jec non ha pagato non solo hostess e steward, ma anche ruoli più alti a livello dirigenziale.

In questo momento lo scopo primario è quello di ottenere il pagamento degli stipendi e il rispetto dei sacrosanti diritti maturati dai lavoratori come corrispettivo della loro prestazione lavorativa.

Citando l’amareggiato commento di qualcuno che conosce da dentro l’intera vicenda dell’Esposizione Universale: “Qui a Expo vengon fuori delle merdate incredibili, ma formalmente tutto deve essere ineccepibile”.

 

Corriere salentino.it
31 08 2015

Minacce di licenziamento se i dipendenti non avessero raggiunto un determinato tetto di contratti. Intimidazioni se non fossero stati rispettati gli “ordini” del team leader. Un clima di forte tensione sul posto di lavoro emerge dalle dichiarazioni di uno dei dipendenti che hanno avuto il coraggio di sgretolare il muro di omertà. Le sue dichiarazioni sono state sdoganate dopo la chiusura delle indagini preliminari e tratteggiano l’atmosfera che si respirava nel call center.

Dai racconti dei lavoratori emergono storie al limite del rispetto della dignità umana. “Si ho sentito diverse volte Elisa Greco e i team leader De Vitis, Mancini, Piccinni, Accogli (alcuni degli imputati ndr) minacciare i colleghi di licenziamento per questioni di produttività…spesso mi cambiavano di posto per non farci scambiare due chiacchiere e ci veniva imposto di sederci in determinate postazioni per separarci dai colleghi con cui avevamo un rapporto di amicizia…spesso venivo invitato ad andare via o rimanere a casa per non abbassare la resa del centro, ossia il rapporto mensile tra il numero di chiamate effettuate e il numero di contratti stipulati…quando entravo nel capannone del call center vi era un dei team leader che già mi indicava dove dovevo sedermi e se non rispettavo il suo ordine mi rispediva a casa…se non riuscivo a chiudere dei contratti mi urlavano “se vai a casa con zero contratti vuol dire che nella vita vali zero”…”se non vi conviene ci sono due porte, scegliete voi da quale porta uscire, tanto non troverete lavoro in giro”.

Il processo si aprirà il prossimo 21 settembre. Sul banco degli imputati compariranno: Elisa Anna Greco, Maria Angela Piccinni, Maria Concetta Accogli, Marco De Vitis, Vincenzo Mancini. I reati sono quelli di violenza privata aggravata a danno dei lavoratori. Alle persone offese individuate dal sostituto procuratore Paola Guglielmi (titolare del fascicolo d’indagine) si sono aggiunti altri lavoratori che si ritengono danneggiati dalle condotte degli imputati e che stanno provvedendo a costituirsi parte civile contro i responsabili con i propri avvocati.

E’ il primo processo penale che si celebra a Lecce contro presunti abusi e vessazioni compiuti ai danni dei dipendenti di un call center. Tra le persone offese c’è chi ha subito seri ed ingenti danni psichici, valutati addirittura come insanabili dai medici legali, e che per questo formalizzeranno un congruo risarcimento non solo agli imputati ma anche ai responsabili civili Progetto Vendita e Eurocall ed alle società committenti, individuate in Sky, Wind e Sorgenia, per le quali i lavoratori lavoravano in maniera esasperata.

Dai racconti forniti dalle persone offese, emerge una realtà di terrorismo psicologico in cui gli imputati costringevano gli stessi lavoratori a non utilizzare il cellulare nelle ore di lavoro, a non effettuare pause retribuite, imponevano loro orari di lavoro stressanti indicando gli obiettivi giornalieri per raggiungere un certo numero di “pezzi” (così venivano chiamati i contratti). A ciò si aggiunga il continuo urlare degli imputati a danno dei lavoratori che non producevano quanto loro imposto e il controllo costante nel corso delle telefonate affinché venisse chiuso il “pezzo”.

Molti lavoratori che hanno subito le condotte suddette possono ancora costituirsi parte civile con un proprio avvocato per far valere le proprie ragioni contro i responsabili.

Ad oggi le persone offese che si sono attivate per la tutela dei propri diritti sono difese dagli avvocati Salvatore De Mitri, Ilenia Antonaci, Tania Rizzo, Davide Pastore, Benedetto Scippa e Cosimo Miccoli. Gli imputati sono difesi dagli avvocati Francesco De Iaco, Viola Messa, Gianfranco Gemma, Francesco Calabro e hanno sempre respinto tutte le accuse.

F.Oli.

La vita dei braccianti schiavi nel Ghetto che non dorme mai

  • Venerdì, 28 Agosto 2015 11:02 ,
  • Pubblicato in Flash news

Globalist
28 08 2015

Reportage dalla baraccopoli di Rignano Garganico (Foggia), che arriva a ospitare fino a duemila immigrati durante la raccolta dei pomodori.

Quando non raccoglie pomodori, oppure asparagi, S. va in cerca di cartoni, teloni di plastica, tubi per l'irrigazione. Nascono così, autocostruite, e aumentano di anno in anno affastellandosi tra vicoli e strade fangose, le decine di baracche del Gran Ghetto, la più grande tra le baraccopoli di raccoglitori di pomodori in Puglia. Nei mesi estivi arriva a ospitare oltre duemila braccianti, originari soprattutto dell'Africa Occidentale.

Gli abitanti del Gran Ghetto, che sorge su una sorta di "terra di nessuno" tra i tre comuni di Foggia, San Severo e Rignano Garganico, rappresentano poco meno del dieci per cento dei lavoratori stagionali della Capitanata, una delle più importanti zone di produzione di pomodori del sud Italia, destinati soprattutto all'industria conserviera.

Il ghetto che non dorme mai. Intorno alle tre della mattina si svegliano e si preparano i primi raccoglitori, pronti a partire per campi di pomodori o cipolle, per i vigneti e le serre distanti anche un paio d'ore di automobile. I caporali li trasportano, per cinque euro a persona, su furgoni riarrangiati, spesso rubati, molti con targhe bulgare o rumene, che caricano anche venti lavoratori per volta su tre file di panche di legno sistemate al posto dei sedili. Lavoreranno sotto il sole per un orario variabile, dalle quattro- cinque ore fino alle dieci e più, a seconda di quanti camion arriveranno per ritirare i cassoni riempiti dell'oro rosso della Capitanata. Niente camion, niente lavoro. E quando c'è, il lavoro è a cottimo, tre euro e cinquanta a cassone. Si racconta di chi ne ha raccolti anche più di trenta, di cassoni. Si prende in giro chi non riesce a superare i sette. In media i ragazzi e gli uomini che ora stanno in fila con gli occhi pesti di sonno viaggiano tra i dieci e i quindici a giornata. Tolte le spese del trasporto, significa guadagnare una trentina di euro al giorno per spaccarsi la schiena a strappare le piante e scuotere i frutti dentro il cassone.

"In Africa nessuno mi crederebbe". Fa ancora fresco quando partono ognuno con il proprio zainetto, con il panino per il pranzo, e in mano le taniche di acqua rivestite di patchwork di stoffa e panno, da bagnare anche esternamente per cercare di tenere fresco il contenuto anche sotto il solleone dei campi. All'ora delle prime partenze, le decine di locali del Gran Ghetto hanno appena spento la musica. Anche i bar e i night club sono baracche, sempre di plastica e cartone, a volte anche legno e lamiera. Sono arredate e decorate con teli di stoffa, frigoriferi per le bibite e luci colorate alimentati da rumorosi generatori a benzina. Il resto della baraccopoli si sveglia progressivamente. I furgoni continuano a partire fino alle cinque o anche alle sei per i campi meno distanti.

Alle sei e trenta parte anche il primo pullman per Foggia, che dista solo quattordici chilometri di strada, solo nell'ultimo tratto sterrata e piena di buche. Quattordici chilometri nei quali si attraversa il confine invisibile tra il Gran Ghetto e l'Unione Europea. "Se lo raccontassi in Africa, nessuno crederebbe che questa è Europa", ripetono i braccianti, da quelli appena arrivati a quelli che al Ghetto ci vivono ogni estate da alcuni anni.

Privacy degli sguardi. Oltre allo sfruttamento che subiscono al lavoro, che porta a molti di loro infortuni, mal di schiena e ferite, i braccianti si trovano a vivere senza elettricità, con tre punti per la raccolta di acqua per lavarsi e alcune cisterne riempite quotidianamente, con venti bagni chimici in tutto, che dovrebbero servire oltre duemila di acqua potabile. I campi e gli uliveti intorno al Ghetto sono trasformati in wc all'aria aperta, dove la minima privacy necessaria è garantita da scambi di sguardi. Quando si va al bagno si tace, per le strade e i vicoli del ghetto invece si parla e si fanno affari in continuazione. "Come stai, tuttoapposto?" "Pomodoro, fatica", sono le frasi che risuonano in italiano, francese, inglese e decine di lingue africane.

Il ghetto è condizioni igieniche disperate, ma anche solidarietà, incontro, persino divertimento e festa. Chi vive nella stessa baracca (le più grandi possono contenere anche cinquanta materassi) si organizza in piccoli gruppi per cucinare a turno e poi mangiare insieme il riso, la carne, il sugo di arachidi. Sulle bombole a gas o su piccoli falò di fronte alle baracche. Il lavoro è ognuno per sé, il resto è condivisione. Dai turni per il cibo alla donna ivoriana che ogni mattina e sera va a fare le iniezioni di antibiotico prescritte dai medici di Emergency a un ragazzo di ventisette anni infortunato per un cassone che gli è caduto sul piede. Il suo caporale per risarcirlo gli ha dato dieci euro. La donna, quando lo saluta dopo l'iniezione, gli dice: "Per qualche giorno, se vuoi, ti aspetto per mangiare da me a credito, mi pagherai quando puoi".

Giulia Bondi

Cinque regole per sconfiggere il caporalato

Internazionale
27 08 2015

Sun Tzu, nel suo trattato sull’arte della guerra (quarto secolo avanti Cristo), prescrive una piena consapevolezza prima di muovere battaglia. “Misurare gli spazi”, ovvero conoscere il terreno, è la prima regola del maestro cinese; “quantificare le forze” la seconda. Ai dati ottenuti andrà poi applicato il “calcolo numerico”, la “comparazione” e, infine, la valutazione delle “possibilità di successo”.

Proviamo a utilizzare queste regole per analizzare il modo in cui gran parte dei mezzi d’informazione e (a ruota) le istituzioni dichiarano periodicamente guerra al caporalato, cioè al reclutamento illegale di manodopera in agricoltura.

La “misurazione degli spazi” è apparentemente semplice: in questa estate del 2015 la Puglia è di nuovo al centro dell’attenzione, ma la questione non è strettamente meridionale (anche Slow Food ha appena raccontato il caporalato nelle Langhe). Però, giunti al secondo passaggio suggerito dallo stratega orientale, la “quantificazione delle forze”, cominciano subito le difficoltà, perché la retorica prevalente si ferma a chi vede (i “caporali” e gli agricoltori), trascurando del tutto il contesto.

Si scorra la rassegna stampa seguita alla morte di caldo e sfinimento a Nardò (Salento) di Mohamed Abdullah, bracciante quarantasettenne dal Sudan, e non vi si troverà quasi accenno alla filiera del pomodoro. Ampi sono i resoconti delle brutalità dei caporali (“gli schiavisti”): le minacce, la sottrazione di parte del salario e in aggiunta la vendita a caro prezzo dei mezzi indispensabili durante il lavoro (l’acqua, un panino) e durante la permanenza nei ghetti (il posto letto, l’elettricità, il trasporto).

Si parla delle spaventose condizioni di lavoro, della complicità delle aziende agricole che assumono servendosi dei caporali e dell’inadeguatezza delle istituzioni preposte al controllo. Ci viene poi addebitata, da alcuni commentatori, una corresponsabilità quali consumatori di pomodori, sughi e passate “per cui vogliamo spendere troppo poco” – discorso retorico che colpendo gli incolpevoli finisce, ineluttabilmente, per distrarre dall’individuazione dei veri responsabili.

Ma poco o nulla si dice della storia economica di quei pomodori, del modo in cui tra il campo e il supermercato producono profitto, e per chi lo producono. Quindi, tornando alle regole del maestro Sun: non c’è “quantificazione delle forze” né “calcolo numerico”, non si può di conseguenza arrivare a una “comparazione” e non c’è dunque alcuna “possibilità di successo”.

A ben vedere il caporalato viene anzi trattato come un corpo estraneo ai processi economici, e quindi – Sun Tzu ne riderebbe di certo – sembra quasi che l’esercito contro cui si minaccia guerra sia privo di ufficiali e di stato maggiore e sia composto esclusivamente da, appunto, caporali. C’è da domandarsi come sia possibile che un tale esercito tenga in scacco le istituzioni.

Carne da cannone

Naturalmente, invece, una catena di comando e uno stato maggiore ci sono, anche se chi ne fa parte non può essere rappresentato con le tinte forti che s’attagliano ai caporali. Il pittore tedesco George Grosz, negli anni venti del secolo scorso, disegnava signori della guerra dal petto decorato e capitani d’industria con il sigaro nell’atto di brindare mentre progettavano come meglio affamare i poveri e farne carne da cannone. Ma quella che allora era una comunicazione efficace oggi è del tutto inutilizzabile.

Il capitalismo contemporaneo è una rete di relazioni e processi impersonali che copre l’intero pianeta, il suo sottosuolo, il suo spazio aereo fin oltre l’atmosfera: farne il ritratto in una sola immagine è impossibile. Ciò nonostante qualche tratto di china sulla produzione del profitto nella filiera agroalimentare può essere utile per interpretare il quadro complessivo.

Il primo che proviamo a tracciare riguarda i modelli distributivi del cibo e la loro evoluzione. Sentiamo, a questo proposito, l’Autorità garante della concorrenza e del mercato, meglio nota come Antitrust:

In termini di incidenza sul totale del commercio alimentare, fresco e confezionato, la grande distribuzione organizzata (gdo) è passata dal 50 per cento circa del 1996 all’attuale 72 per cento. A fronte di tale andamento si sono registrati una netta contrazione del dettaglio tradizionale, passato dal 41 per cento circa del 1996 all’attuale 18 per cento, e un leggero rafforzamento del peso degli altri canali (commercio ambulante, gli acquisti diretti presso le aziende agricole eccetera), passati dal 9,2 per cento al 10,6 per cento.

Per gdo si intendono i supermercati (dal mini all’iper), quasi sempre appartenenti o affiliati a una catena distributiva (Coop, Conad, Esselunga, Selex, Auchan, Carrefour eccetera). La gdo, spiega la citata indagine dell’Antitrust, è in grado di esercitare uno smisurato buyer power (potere contrattuale negli acquisti) nei confronti dei propri fornitori. Questi fornitori (o subfornitori) a loro volta, scaricano sui lavoratori le conseguenze del loro risicato margine di profitto. In diverse filiere, come quella del pomodoro, “la presenza di un gran numero di lavoratori vulnerabili e disponibili a salari bassi [… consente] a molte aziende di reggere alla crescente pressione sui prezzi dei prodotti agricoli operata da commercianti, industrie conserviere e catene della grande distribuzione organizzata (Ben oltre lo sfruttamento: lavorare da migranti in agricoltura, il Mulino, n. 1/14).

Va da sé che il reclutamento e il disciplinamento di quel “gran numero di lavoratori vulnerabili” ingaggiati a pessime condizioni è garantito e può essere garantito solo da caporali.

I luoghi di produzione

Il secondo tratto del nostro schizzo rappresenta l’indifferenza ai luoghi di produzione. Non c’è regione, stato e neppure continente che tenga: le grandi aziende di trasformazione e la gdo comprano dove trovano docilità nel fornire agli standard richiesti e a minor costo, e l’esclusione di un fornitore o di un intero territorio derivano dalla semplice pressione di pochi tasti. Si potrebbe quasi dire che è la costante possibilità di quel gesto digitale e asettico ad alimentare il concreto potere di minaccia dei caporali.

A questo punto entrano in gioco le politiche dell’Unione europea, che incentivano la trasformazione dei sistemi agricoli nordafricani orientandoli verso l’export (al servizio di gdo e grandi grossisti e trasformatori del nostro continente), con il risultato di impoverire la maggioranza dei contadini e dei braccianti tanto qui quanto sull’altra sponda del Mediterraneo. E naturalmente entrano in gioco le politiche migratorie, in costante e sotterraneo dialogo con la creazione di lavoro ricattabilissimo.

Oltre a quello della brutalità dei caporali, c’è un altro polo discorsivo utilizzato nella lotta allo sfruttamento estremo in agricoltura: quello della “legalità”. Che, almeno secondo Coldiretti, la principale associazione di rappresentanza degli agricoltori italiani, potrebbe essere rafforzata da una maggiore diffusione del voucher come strumento retributivo per i braccianti. Cos’è un voucher?

Un metodo di pagamento delle ore lavorate attraverso un ‘assegno’ di 10 euro lordi che può essere riscosso all’Inps e acquistato in varie sedi, tra cui tabacchini e poste. […] Il ‘lavoratore-voucher’ non ha diritto a ferie, malattie, maternità, tredicesima, quattordicesima e a indennità di disoccupazione [… e] acquistando un voucher al giorno si può coprire a livello assicurativo e contributivo un’intera giornata di lavoro (Il regime del salario, Connessioni precarie).

In verità è assai probabile che, con gli attuali rapporti di forza, il voucher non costituisca affatto un’emersione del lavoro nero. Anzi: sui campi dei pomodori (negli agrumeti, tra i filari di vite e così via) alcuni lavoratori potrebbero essere messi “in regola” con un voucher al giorno, assicurando a caporali e datori di lavoro l’impunità anche in caso di controllo, mentre verso altri braccianti si potrebbe usare l’impossibilità di pagarli con voucher (magari perché privi di documenti in regola) per imporre loro condizioni salariali ancora peggiori.

E comunque, più in generale, risulta problematico appellarsi alla “legalità” nel mercato del lavoro quando le leggi che lo normano sembrano ormai ispirarsi a forme di caporalato soft (tramite esternalizzazioni, intermediazioni, eliminazione dell’indennità di malattia e, in fieri, della pensione, negazione del diritto di sciopero eccetera).

Questi sono solo pochi tratti di penna, come promesso: siamo ancora ben lontani da una valida “quantificazione delle forze”, lontanissimi da un “calcolo numerico” e di “comparazione” non è neppure il caso di parlare. Ma, almeno, il maestro Sun smetterà di ridere di noi.

Wolf Bukowski

caporalatoLavorare in nero, cioè senza uno straccio di contratto, o in grigio, con un contratto finto, da cui risulti un salario doppio o triplo di quello reale è una pratica molto ben collaudata nei grandi lavori stagionali agricoli.
Carlo Vulpio, Corriere della Sera ...

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