Il "pentimento" del medico abortista

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Diritti donneAnna Pompili, Zeroviolenza
28 novembre 2016

Il 23 novembre, sulle pagine del Corriere della Sera, è stato pubblicato un articolo ("Confessioni di un medico abortista") che riporta la vicenda umana e professionale  del dott. Segato,”sessantaduenne vice-primario di ginecologia all’ospedale di Valdagno, medico non obiettore con  migliaia di gravidanze interrotte alle spalle”.

E' solo una coincidenza che lo sfogo del dottore, "radicale, socialista, ateo", venga pubblicato sulle pagine del Corsera all'indomani della presunta apertura del papa sull'aborto?

Ed è solo una coincidenza che il Corsera dia tanto spazio alle sue “confessioni”? Ed è solo una coincidenza che tutto ciò avvenga nella settimana che precede la grande mobilitazione contro la violenza sulle donne?

Domande retoriche, ovviamente, ma che ci obbligano ad una riflessione più profonda, libera dalla emozionalità della vicenda umana del collega (sono anch’io ginecologa impegnata nell’applicazione della legge 194), che forse, se voleva confessarsi avrebbe potuto rivolgersi ad un prete o, da ateo come si dichiara, ad uno psicoterapeuta,  più che ad un giornalista. Perché, proprio in virtù di quelle migliaia di aborti sulle spalle, il dottor Segato dovrebbe sapere bene che le parole sono pietre, e che ciò che si dice quando si parla di aborto può essere una violenza terribile agita nei confronti delle donne.

Il collega racconta del suo “errore più bello”, cioè il fallimento di un intervento abortivo, con la conseguente nascita di  un “bel moretto, che aveva già i capelli e poppava pacifico”. Quell’errore e la conseguenza felice di quell’errore  lo hanno messo in crisi rispetto a quel “lavoro sporco”,  che lui ha continuato a fare per onorare la sua scelta iniziale, “onesta e piena di senso civico, rispettosa della vita di MADRI destinate ad abortire clandestinamente”.

Cerco di immaginare un ginecologo come il dottor Segato, che davanti ad una donna che gli chiede di interrompere una gravidanza non voluta la pensa, e inevitabilmente la tratta, come MADRE; immagino la sua indiscutibile correttezza, il suo rigore, ma vedo anche la violenza sotterranea  e inconsapevole che lo anima, la violenza di chi vede in quella donna un’assassina, giacché è evidente che questo medico considera l’aborto come un “male minore”, un “piccolo omicidio”, legittimato dal dovere supremo di scongiurare il ricorso a pratiche clandestine. Mi chiedo  come si rapporti,  questo ginecologo, a quella donna, e quanto, questa sua sofferenza, questo suo terribile conflitto non risolto, possa pesare per quella donna.

So bene che per molti miei colleghi non obiettori, la scelta di praticare aborti è una scelta convinta ma dolorosa, tutta intrisa dell’idea dell’aborto come omicidio necessario, della guerra alla quale lo stato ci chiama e in pochi rispondiamo. Per questa loro scelta, per questo loro dolore, hanno bisogno di pensare all’aborto come scelta ancor più dolorosa per le donne, che dovranno elaborare, faticosamente, il lutto di un bambino non voluto. Il problema nasce quando le donne non soffrono, non hanno storie dolorose da raccontare, ma, semplicemente, non vogliono un figlio. Allora viene fuori il giudizio, la rabbia, lo stress e la sofferenza legata al lavoro, che diventano  pesanti, insopportabili, nasce il dubbio, vengono i ripensamenti.

Il dottor Segato racconta di non aver mai visto una donna felice del suo aborto, ma di averne viste molte divorate dal senso di colpa, e non si chiede quanto peso possa aver avuto il suo pregiudizio nel determinare quei terribili sensi di colpa.  Anche io, come il dottor Segato, non ho mai visto una donna felice di aver abortito. Ma ne vedo pochissime con il senso di colpa, forse perché, nel mio colloquio con loro, non ho conflitti, sono convinta che l’aborto non è un omicidio, perché so, me lo dice la scienza,  che nell’utero di quella donna che ho davanti non c’è un bambino, ma un embrione o un feto, e che il pensiero, la psiche,  origineranno alla nascita. Perché non mi sfiora l’idea dell’anima e non mi sognerò mai di parlare, come si fa nell’articolo del Corsera, di “bambini mai nati”.

In attesa della relazione al parlamento sullo stato di applicazione della legge 194, che la ministra Lorenzin tarda a presentare, troppo distratta dagli inutili Fertility days, in tempi in cui la vicenda della donna morta a Catania riaccende lo scontro sull’obiezione di coscienza, io credo che la battaglia contro l’obiezione abbia fatto il suo tempo, e che sia ora di fare un passo avanti, liberandoci dalle cristallizzazioni ideologiche e dalle guerre di religione.

Certo, l’impegno rimane forte contro l’obiezione di comodo di coloro che non vogliono grane e che per amore di carriera vogliono stare nelle grazie del primario obiettore o del potente di turno. Rimane la condanna dell’obiezione strumentale, fatta per ostacolare l’applicazione della legge 194. Ma io credo che dovremmo dare ascolto alla sofferenza e ai dubbi di coloro che vivono questo aspetto della loro professione con tanto conflitto, e credo sinceramente che costoro farebbero bene ad obiettare, per la loro salute e per quella delle donne.

E penso che il mio impegno, l’impegno di chi sente forte la necessità di battersi per assicurare il diritto delle donne alle scelte riproduttive, debba concentrarsi nella costruzione di una nuova etica, realmente laica, che possa liberare noi tutti, operatori e donne, dallo stigma sociale e professionale. E’ questa  posizione etica, forte e identitaria, che da dignità alla professione e che, per quanto mi riguarda, mi fa essere orgogliosa del mio lavoro.

Il primo passo in questo senso sta nel riconoscere alle donne la piena autonomia delle scelte che attengono al loro corpo e alla loro salute, sta nel  superamento dell’idea della fragilità emotiva delle donne che le farebbe incapaci di prendere decisioni importanti, come quella se portare avanti o no una gravidanza.

Questa nuova etica, questa nuova idea della professione del ginecologo dovrebbe entrare a pieno diritto nella formazione degli studenti di medicina e degli specializzandi di ginecologia e ostetricia, per costruire una figura nuova d medico realmente a fianco delle donne.

Un altro passo fondamentale, rispetto al quale marchiamo un forte ritardo,riguarda l’aborto farmacologico. Io credo che dovremmo impegnarci tutte/i  per facilitare l’accesso a questa procedura, che cambia radicalmente l’idea stessa dell’aborto e il rapporto della donna con l’operatore, perché  rompe l’idea della delega al medico che materialmente deve interrompere la gravidanza. E’ la donna che prende le pillole, tutto avviene nel suo corpo,come un aborto spontaneo, senza intermediari.

E’ quello che temiamo stiano facendo in solitudine e nel chiuso delle mura domestiche, molte donne per le quali l’interruzione di gravidanza rischia di diventare un percorso ad ostacoli. Lo fanno in condizioni non sicure, con farmaci spesso comprati via internet; noi vogliamo che possano farlo in sicurezza, con le corrette informazioni e con uno sguardo alla contraccezione. L’aborto può tornare  nelle loro mani, finalmente possono decidere loro.

Non sarà che è proprio questo che fa paura?

Ultima modifica il Martedì, 29 Novembre 2016 07:02
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