CORRIERE DELLA SERA

La 27 Ora
23 04 2015

Esistono valori che non hanno prezzo. La libertà, prima di ogni cosa, per Francesca. Quella vera. Quella che ti allontana dalla rabbia, dalla tristezza. Dall’umiliazione.

Aveva sedici anni Francesca — il nome è di fantasia — quando sui banchi di scuola ha conosciuto Bruno. Un amore che ha oltrepassato l’università ed è finito all’altare dopo undici anni di fidanzamento. «Ero convinta non ci saremmo mai più lasciati, che saremo invecchiati insieme…», racconta adesso Francesca, impiegata con una vita a Roma. E invece, a 52 anni, dopo venticinque di matrimonio, non ha esitato: è corsa dall’avvocato per chiedere la separazione.

«La mia storia è una triste storia», racconta. La storia di un tradimento nascosto per cinque anni e scoperto per una pagina Facebook aperta sul computer di famiglia dalla loro figlia più grande. «Ho pensato che Bruno lo abbia voluto fare apposta, talmente vigliacco che ha preferito lasciar parlare un computer piuttosto che prendermi da parte e dirmi le cose come stavano». Francesca parla ma nella sua voce non c’è rancore e nemmeno livore. «Bruno — dice — è pur sempre il padre delle mie due figlie ed è anche un buon padre, devo ammettere. Io, semplicemente, non lo voglio mai più in mezzo alla mia vita».

Per separarsi dal marito, Francesca ha fatto scelte complicate, soprattutto dal punto di vista economico. Spiega: «Avevo prove a iosa del suo tradimento. E l’avvocato mi ha detto che avrei potuto toglierli tutti i soldi che volevo». Invece: «Mi sono accontentata di fare a metà per le spese, scegliendo la via della separazione consensuale, senza altri traumi per me e per le figlie. Per potermi sbrigare prima possibile».

Francesca si è separata da suo marito nel dicembre dello scorso anno. E adesso grazie alla scelta di separazione consensuale dovrà aspettare solo fino a giugno per poter avere il divorzio definitivo. Delle sue due figlie una è minorenne, ma la legge approvata ieri non mette limiti se la coppia ha figli minori. «Una legge benedetta», sospira Francesca.

Alessandra Arachi

Il Corriere Della Sera
22 04 2015

Il primo boato è improvviso, quasi inaspettato, perché squarcia la quiete delle ultime ore della giornata. È un rumore secco, senza eco, simile a un grosso fuoco d’artificio che non porta luci e colori, ma morte e distruzione. Esplode quando il sole è quasi nascosto dietro i palazzi della città di Sinjar, in Iraq. Gli ultimi raggi colorano di rosso fuoco le montagne da sempre brulle e oggi disabitate:gli oltre 500.000 Yazidi che abitavano la zona sono scappati a inizio agosto 2014. Gli unici rimasti, da questa parte del fronte, sono i soldati curdi, uomini e donne con le armi in pugno per resistere all’avanzata dello Stato Islamico. I curdi sono arroccati nei sobborghi e sulle alture intorno alla città. Le loro sagome si scorgono in lontananza e quando sentono il primo botto si rifugiano nelle trincee scavate proprio davanti alle case da dove i cecchini vestiti di nero prendono la mira. Le due fazioni sono divise da non più di cinque metri e combattono per ogni centimetro di terra.

Sono le 5.45 e la battaglia, l’ennesima per Sinjar, è appena iniziata e durerà per tutta la notte. I jihadisti vogliono spingere i curdi su per la montagna alta 1460 metri, per cercare di riconquistare quella manciata di case nell’unica conca che porta alla città. Gli uomini di Isis sanno che finché quelle postazioni rimangono in mano curda, il loro controllo di Sinjar è in pericolo. Questo significa mettere a repentaglio le linee tra la Siria e l’altro centro jihadista in Iraq, Mosul. Secondo il Pentagono, nell’ultimo mese, gli uomini del Califfato hanno perso «tra il 25 e il 30 per cento delle zone conquistate in Iraq». Così la montagna è diventata centro nevralgico delle operazioni nel nord del Paese. Gli americani, con i partner della coalizione anti-Isis, bombardano quotidianamente le postazioni nemiche. Mentre i Peshmerga, soldati del Kurdistan iracheno, con le milizie legate al Pkk, il partito dei lavoratori turco, cercano di avanzare via terra.

Quando gli attacchi si intensificano i colpi di mortaio e l’artiglieria pesante esplodono a ripetizione quasi ritmica. Da una parte e dall’altra, senza tregua. Nei pochi momenti di silenzio si sentono colpi di Kalashnikov sulle alture. Spesso Isis non riesce a colpire le case dei curdi, diventate centri logistici . Nella stanza adibita a ufficio il generale Hashem Sitay, a capo dell’Ottava Brigata dei Peshmerga, coordina le offensive via radio o telefono. Il vano dell’unica finestra è senza vetri ed è stato riempito con sacchi di terra per attutire i colpi. La luce si insinua tra le fessure creando un’atmosfera quasi irreale. Ad ogni esplosione il telo di plastica che sigilla il tutto, si riempie di aria come un palloncino per poi tornare leggero pochi secondi dopo.

Nella stanza c’è un via vai senza sosta. Alcuni soldati sono andati in ricognizione, si sono spinti oltre il fronte per capire dove sono posizionati i jihadisti. «I cecchini cambiano continuamente postazione», spiega Rafat Salim Raykoni, a capo dell’Intelligence militare. La situazione è frenetica. Qualcuno cerca di scherzare, altri stanno in silenzio, seduti in un angolo pronti per uscire con il giubbotto antiproiettile e il fucile in mano.
Mohammed Tarek fissa lo schermo del suo telefonino. C’è la fotografia di una donna che sorride. Ha i capelli lunghi neri e una maglietta blu. «Ogni volta prima di andare in battaglia guardo la foto di mia moglie. Così, se muoio, lei sarà l’ultima cosa che ho visto», spiega abbozzando un sorriso. Pochi minuti dopo esce con la sua squadra è il suo turno per combattere. Solo quando un colpo esplode sul generatore a due metri dalla casa, le conversazioni si fermano. Tutti posano i piccoli bicchieri del tè piattino e corrono a esaminare i danni. Il generatore è distrutto, ma nessuno è stato ferito. «Questo è l’importante», sorride il generale.

«La tattica usata dai terroristi è sempre la stessa», spiega il capitano Kowa Spindari. Ogni due o tre giorni da Raqqa, la capitale dello Stato Islamico in Siria, arriva una ventina di persone, per lo più straniere, pronte a farsi esplodere. Non appena cala la notte, vanno al martirio. I kamikaze cercano di attivare il detonatore il più vicino possibile alle linee curde. Spesso sono così imbottiti di droga, per prevenire ripensamenti all’ultimo minuto, che non si fermano nemmeno se feriti. E subito dopo le esplosioni partono dalle retrovie i bombardamenti con l’artiglieria pesante.

«Questa è una guerra sporca», ripete Beritan, scuotendo la testa dai lunghi capelli ricci corvini in una casa semi distrutta e base per le guerrigliere curde a pochi metri dai Peshmerga. La donna, 30 anni, è il secondo comandante dell’Unità di sole donne Yja Star e Ypj. Sotto di lei una sessantina di soldatesse. Oggi è a Sinjar per sconfiggere quello che lei chiama semplicemente il “male”. Negli ultimi otto mesi Beritan e la sua squadra hanno cercato di liberare tutti i civili rimasti intrappolati nella città. «Siamo riuscite a salvare anche alcune ragazze yazide usate come schiave del sesso» aggiunge. Qualcuno è ancora intrappolato ma lei rassicura. «Non ce ne andremo fino a quando non avremmo messo in salvo tutte le famiglie e liberato tutte le donne. Li sconfiggeremo». 

Ma per il momento i curdi hanno l’ordine di tenere le postazioni. «Secondo le nostre stime in città ci sono al massimo 150 jihadisti», spiega ancora il generale Satay. Il problema, dice, non è entrare a Sinjar ma tenerla. «Noi in totale siamo quasi 3mila. Per tenere tutta l’area ci vogliono almeno 10mila soldati», aggiunge. Nel frattempo non mollano quella manciata di case che controlla l’unico accesso da nord alla città. «Ci attaccano ogni giorno con tutto quello che hanno, ma noi riusciamo sempre a respingerli».
All’alba i suoni dei colpi di mortaio si fanno meno frequenti, la battaglia sta finendo. E inizia la conta dei feriti. Un peshmerga è stato colpito, «non è grave», spiegano. Mentre almeno dieci jihadisti sono stati uccisi. Ora è il momento di riposare, perché nel pomeriggio si ricomincerà a combattere.

Il Corriere Della Sera
22 04 2015

Seicento i reclutati. Lo stipendio: oltre 1.300 euro netti al mese, compresi i sabati e le domeniche.
di Elisabetta Soglio

Sarà che è solo per sei mesi. Sarà che c’è di mezzo l’estate e poi i turni prevedono anche sabati e domeniche di lavoro. Sarà che i più bravi e fortunati nel frattempo trovano qualcosa di meno precario e magari di più vicino alle proprie ambizioni. Fatto sta che per gli uomini di Expo reclutare le seicento persone da mettere al lavoro durante il periodo dell’esposizione non è stata una passeggiata, in particolare se si guarda alla fascia sotto i 29 anni, giovani ai quali veniva proposto un contratto di apprendistato: parliamo di 1.300-1.500 euro al mese suppergiù, comprensivo di festivi e notturni come da contratto nazionale. Dunque, il 46 per cento dei primi selezionati (645 profili su 27 mila domande arrivate alla società Manpower, cui era stato affidato il compito della raccolta dei curricula e della prima selezione) è sparito al momento alla firma. Sparito anche nel senso letterale del termine: qualcuno non ha neppure mandato una mail per dire «Grazie, ci ho ripensato». E quindi via così: con il secondo gruppo di selezionati e poi con il terzo.

Alla fine, si può considerare che circa l’80 per cento delle persone arrivate a un passo dalla firma abbia lasciato spazio ad altri. Adesso le assunzioni sono firmate: ed è la squadra che si occuperà degli 84 quartieri nei quali è stato suddiviso il sito espositivo per la gestione operativa. In sintesi: ognuno diventa responsabile in una zona circoscritta e fa da punto di riferimento per i Paesi o per i visitatori, oppure ancora segnala tutte le problematiche che si possono presentare (la coda fuori da un padiglione, la persona che ha bisogno di assistenza...) alla centrale di controllo che comanda l’intervento conseguente. Un allarme analogo era stato segnalato anche dall’agenzia interinale E-Work: in quel caso si trattava della ricerca di cuochi, camerieri e facchini: «Per avviare 2.500 persone nel settore del turismo ne abbiamo dovute visionare dieci volte tante». Per quanto riguarda Expo, il commissario unico Giuseppe Sala fa la tara: «Il dato ha stupito anche me. Ma forse molti di questi giovani hanno avuto nel frattempo altre offerte e comunque mi rendo conto che il lavoro temporaneo non dia le garanzie che invece vengono cercate».
A fare da contraltare a questa realtà ci sono poi migliaia di giovani che hanno aderito con entusiasmo alla proposta di due settimane di volontariato all’interno del sito di Expo, per fare accoglienza. Una scelta che è stata contestata dai gruppi No Expo, secondo i quali si tratta di lavoro mascherato.

Sala puntualizza: «La presenza di questi volontari, esattamente come li abbiamo visti alle Olimpiadi e alle altre grandi manifestazioni, è stata definita e inquadrata d’accordo con i sindacati. Avranno un impegno di non più di 5 ore al giorno e per non più di due settimane e non avranno ruoli operativi».
Expo ne voleva reclutare novemila, sono arrivate più di 16 mila domande. E poi ci sono i molti giovani che a Milano e dintorni si stanno inventando attività nuove per approfittare dei sei mesi di evento: chi organizza tour cittadini in bicicletta, chi abbina il cibo alla cultura proponendo cene nei musei, chi ha avviato un’agenzia giornalistica che offre servizi alle testate straniere e così via. Insomma, qualcuno sparisce: ma qualche altro c’è.

 

Amalia De Simone, Corriere TV
20 aprile 2015

Le caprette di Federica Fioretti sono allevate e curate con amore (vedi il video). Il loro latte sarebbe un prodotto pregiato, peccato che sia tossico. Avvelenato, come alcuni formaggi e le uova di tanti altri allevatori di Terni e in particolare in quell'area che si trova in prossimità delle discariche delle acciaierie, del polo di incenerimento, del polo chimico e in generale del Sito d'interesse nazionale.

Bahrein, il circuito della repressione

Le persone e la dignità
20 04 2015

Esplora il significato del termine: Un rapporto sul Bahrein, diffuso da Amnesty International alla vigilia del Gran premio di Formula 1 di domani, descrive le dilaganti violazioni dei diritti umani – tra cui torture, detenzioni arbitrarie e uso eccessivo della forza contro attivisti pacifici e oppositori del governo – che continuano ad avere luogo nel paese quattro anni dopo la rivolta del 2011.

L’attenzione del mondo saranno puntati sul regno della famiglia al-Khalifa, uno dei ricchi stati del Golfo persico premiati dalle risorse del sottosuolo e da una posizione strategica che fanno chiudere tutti e due gli occhi agli Usa, al Regno Unito e agli altri stati dell’Unione europea.

In pochi realizzeranno che il tentativo delle autorità di promuovere l’immagine di un paese riformatore e progressista, impegnato a rispettare i diritti umani, nasconde una verità molto tetra.

Dopo l’intervento delle truppe del Consiglio di cooperazione del Golfo, le autorità del Bahrein hanno continuato a esercitare il potere attraverso una crudele repressione nei confronti del dissenso; attivisti pacifici e oppositori del governo continuano a essere arrestati e condotti nelle prigioni di tutto il paese.

Nella capitale Manama, tutte le proteste in pubblico sono proibite da circa due anni. Quelle organizzate fuori dalla capitale sono regolarmente interrotte dalla polizia con l’uso di gas lacrimogeni e di fucili caricati con pallini da caccia, e terminano con feriti gravi o morti tra i manifestanti.

I detenuti in attesa di processo vengono regolarmente torturati per costringerli a “confessare”. Il rapporto di Amnesty International illustra decine di casi di detenuti picchiati in modo crudele, privati del sonno e di cibo sufficiente, ustionati con sigarette e ferri da stiro, sottoposti a molestie sessuali, e colpiti da scariche elettriche anche sui genitali. Uno è stato stuprato con un tubo di plastica inserito nell’ano.

Nonostante una serie di riforme legislative e la nascita di alcune istituzioni statali sui diritti umani, sulla base delle raccomandazioni della Commissione indipendente d’inchiesta del Bahrein (Bici), un organismo creato per indagare sulla dura repressione delle proteste nel 2011, la maggior parte di queste misure ha avuto un impatto pratico minimo.

Le riforme legislative introdotte per abolire i limiti alla libertà di espressione, associazione e assemblea sono andate di pari passo col mantenimento e il rafforzamento delle leggi repressive. La brutalità continua a rappresentare il marchio di fabbrica delle forze di sicurezza.

Gli attivisti e i leader politici arrestati sono spesso accusati di reati contro la sicurezza nazionale, come “istigazione all’odio verso” oppure “minaccia di rovesciare” il governo. Il leader di al-Wefaq, il principale gruppo d’opposizione, è sotto processo per queste accuse.

Altri sono stati imprigionati sulla base di leggi che vietano insulti od oltraggi alle più alte cariche dello stato, ai funzionari pubblici civili e militari o ad altre istituzioni governative, alla bandiera e ai simboli dello stato.

Attivisti di spicco tra cui Nabeel Rajab e Zainab al-Khawaja sono tra le molte persone in attesa di processo o condannate a pene detentive solo per aver postato commenti su Twitter o, in un caso, aver letto una poesia durante una festività religiosa.

Leggi restrittive sulle associazioni politiche sono state introdotte per permettere alle autorità di sospenderne le attività, chiuderle o partecipare ai loro incontri con organizzazioni straniere o rappresentanti del governo. I difensori dei diritti umani sono sottoposti a intimidazioni e molestie e una bozza di legge sulle Ong minaccia di restringere ulteriormente la loro libertà.

Negli ultimi anni, l’ingresso nel paese di organizzazioni per i diritti umani e giornalisti stranieri è stato ristretto in quello che è parso uno sforzo coordinato per limitare il monitoraggio sulla situazione dei diritti umani nel paese.

Il mancato rispetto degli impegni da parte del governo ha dato luogo a una tensione crescente in tutto il paese, con ricorrenti episodi di violenza nelle proteste e l’aumento degli attacchi contro gli agenti di polizia. Di conseguenza, le autorità hanno irrigidito le norme antiterrorismo ed esteso i loro poteri fino a revocare la nazionalità di chi è considerato un oppositore del governo.

 

Corriere della Sera
17 04 2015

Un peschereccio italiano è stato sequestrato intorno alle 3.30 a circa 30 miglia dalla costa libica da una motovedetta di militari di Tripoli. Ne ha dato notizia Giovanni Tumbiolo, presidente del Distretto per la pesca Cosvap. Il motopesca «Airone», di Mazara del Vallo (Trapani) si trovava al largo della costa di Misurata quando è stato dirottato. Sette i marinai a bordo, di cui 3 siciliani e 4 tunisini. A dare l’allarme via radio alla Guardia costiera è stato l’equipaggio di un altro peschereccio siciliano che si trovava nella stessa zona. Anche il sindaco di Mazara, Nicola Cristaldi, conferma il sequestro ma parla di «notizie al momento frammentarie e contraddittorie». Dai tracciati emerge che l’apparecchiatura della nave è stata staccata, quindi è impossibile arrivare alla posizione attuale dell’imbarcazione. Si presume sia stata dirottata verso Bengasi, Misurata o Sirte.

«Grande preoccupazione»
«Siamo molto preoccupati», dice Giovanni Tumbiolo, commentando il sequestro. «Ho subito contattato il ministro libico dell’Agricoltura e della Pesca - aggiunge Tumbiolo - per chiedere un gesto di amicizia, alla luce dei rapporti di cooperazione esistenti tra Italia e Libia che non si sono mai interrotti». «Lo stato di allerta - osserva ancora Tumbiolo - è massimo da quando l’ambasciata italiana è stata chiusa. Siamo preoccupati ma al contempo fiduciosi poiché il popolo libico è stato sempre vicino ai siciliani». Il peschereccio è della Maran snc. Il comandante è Alberto Figuccia. Il natante, sul quale è salito un militare libico, secondo le prime frammentarie notizie sarebbe diretto verso il porto di Misurata.

La Farnesina contatta la Libia
L’unità di crisi della Farnesina sta verificando dove si trova effettivamente il peschereccio di Mazara del Vallo e ha preso contatto con la guardia costiera libica.

Corriere della Sera
16 04 2015

Orrore nel nord della Francia: è stato ritrovata morta la bambina di nove anni che mercoledì era stata rapita davanti alla madre a Calais. Il corpo della piccola Chloè è stato ritrovato in bosco: era nuda e sarebbe stata violentata prima di essere strangolata, hanno riferito fonti di polizia al giornale La Voix du Nord. Gli agenti hanno fermato l’uomo, 38 anni, di nazionalità polacca, proprietario dell’auto rossa che era stata vista allontanarsi con la bambina.

L’aggressore
L’uomo era ubriaco ed è risultato avere pesanti precedenti per furti e violenze: nel 2010 era stato condannato a sei anni di carcere e a non rimettere più piede nella zona. La madre della piccola, la 43enne Dorothe, aveva raccontato il dramma di mercoledì pomeriggio quando Chloè stava giocando nel giardino di casa e lei è rientrata pochi minuti per cambiare i pannolini agli altri due figli di quattro e cinque anni. Quando è tornata fuori, ha visto l’auto che fuggiva con Chloè all’interno.

Le persone e la dignità
15 04 2015

Un miliardo di dollari Usa: il valore dei progetti d’investimento realizzati da importanti imprese della Germania in Uzbekistan; 461 milioni di euro: il valore degli scambi commerciali tra Uzbekistan e Germania nel 2014, il 10 per cento in più rispetto al 2013; 348 milioni di dollari Usa: il valore dei veicoli militari forniti dagli Usa all’Uzbekistan nel gennaio 2015; 14: gli anni trascorsi da quando l’Uzbekistan ha concesso alla Germania la base militare di Termez, usata dalle truppe tedesche impegnate nell’ambito della Nato in Afghanistan.

Di fronte a questi numeri, è facile comprendere come il problema della tortura, endemica e impunita, sia assente nelle relazioni degli Usa e dell’Unione europea (di Berlino, in particolare) con l’Uzbekistan. Anni fa, ci ha persino rimesso la carriera l’ambasciatore di Londra.

Un rapporto diffuso oggi da Amnesty International descrive i metodi di tortura più in voga nelle carceri e nelle stazioni di polizia del paese centroasiatico, per estorcere confessioni, intimidire intere famiglie od ottenere tangenti: inserimento di aghi sotto le unghie delle mani e dei piedi; pestaggi con mani e pugni, bastoni, manganelli di gomma, sbarre d’acciaio e bottiglie di plastica riempite d’acqua; pestaggi mentre il detenuto è appeso con le mani a ganci pendenti dal soffitto, spesso con le braccia legate dietro la schiena, oppure ammanettato ai termosifoni o a sbarre d’acciaio fissate alle pareti; asfissia con buste di plastica o maschere antigas; umiliazioni sessuali e stupro; tormenti psicologici; privazione del cibo, dell’acqua e del sonno; esposizione a temperature estreme; scariche elettriche.

A Washington, a Berlino e nelle altre capitali europee tutto questo non interessa. Meglio mantenere buoni rapporti col presidente Islam Karimov, il prezioso partner commerciale e fedele alleato nella “guerra al terrore” che due giorni fa ha giurato per il quarto mandato consecutivo.

Questo cinico comportamento viene chiamato, eufemisticamente, “pazienza strategica”. L’espressione “complicità strategica” sarebbe sicuramente più sincera.

Le sanzioni imposte dall’Europa all’Uzbekistan dopo il massacro del 2005 di Andijan sono state annullate nel 2008 e nel 2009, con la revoca del divieto di viaggio e la ripresa della vendita di armi, nonostante nessuno sia stato punito per quelle uccisioni. L’ultima volta che i ministri degli Affari esteri dell’Ue si sono occupati della situazione dei diritti umani in Uzbekistan risale all’ottobre 2010.

Il governo degli Usa, a sua volta, ha annullato nel gennaio 2012 le limitazioni in tema di aiuti militari all’Uzbekistan originariamente imposte nel 2004 in parte a causa della situazione dei diritti umani nel paese. Quest’anno, le relazioni militari tra i due stati si sono rafforzate in modo significativo con la messa in atto di un nuovo programma quinquennale di cooperazione.

Il rapporto di Amnesty International, basato su più di 60 interviste condotte tra il 2013 e il 2015 e da prove raccolte in 23 anni, rivela l’esistenza di camere di tortura con pareti rivestite di gomma e isolate acusticamente a disposizione dal Servizio di sicurezza nazionale (Snb, la polizia segreta dell’Uzbekistan) e di celle di tortura sotterranee nelle stazioni di polizia.

Tra le vittime della tortura, figurano oppositori politici, membri di gruppi religiosi, lavoratori migranti e imprenditori. A volte le autorità prendono di mira anche le loro famiglie.

Esemplare è la storia dell’imprenditore turco Vahit Gunes, accusato di reati economici, tra cui evasione fiscale, e di essere in rapporti con un movimento islamico fuorilegge, accuse che egli ha respinto. È rimasto 10 mesi in un centro di detenzione dell’Snb, dove ha detto di essere stato torturato fino a firmare una confessione falsa. È stato di nuovo torturato quando la polizia segreta ha cercato di estorcere diversi milioni di dollari statunitensi alla sua famiglia in cambio del suo rilascio.

La risposta ricevuta dopo aver chiesto di avere un avvocato illustra l’ingiusta e arbitraria natura del sistema penale uzbeko:

“Uno dei procuratori mi ha detto: ‘Vahit Gunes, nell’intera storia dell’Snb nessuno è mai stato portato qui, dichiarato innocente e rilasciato. Tutti quelli che vengono portati qui sono colpevoli. Devono dichiararsi colpevoli’”.

Vahit Gunes ha descritto le condizioni inumane, le intimidazioni psicologiche, i pestaggi e l’umiliazione sessuale subiti durante il periodo di detenzione:

“Lì non sei più un essere umano. Ti danno un numero. Il tuo nome non è più valido. Ad esempio, il mio numero era 79. Non ero più Vahit Gunes, ero il 79. Non sei un essere umano. Sei diventato un numero”.
Ma questo numero, il numero 79, a differenza dei numeri che abbiamo elencato all’inizio di questo post, non ha alcuna rilevanza.

Se per voi fermare la tortura in Uzbekistan è rilevante, sul sito di Amnesty International c’è un appello da sottoscrivere.

Le persone e la dignità
14 04 2015

Nel tentativo di incrementare a tutti i costi il tasso di natalità, le autorità iraniane hanno tagliato i finanziamenti per i programmi di pianificazione familiare e stanno cercando di far passare due nuove leggi: la legge 315 e la 446. Ne avevamo parlato in dettaglio qui.

Questi due proposte legislative negano a donne e ragazze un accesso a prezzi accessibili alla pillola anticoncezionale e ad altri contraccettivi e, fondamentalmente, indeboliscono il diritto della donna di decidere se e quando avere figli.

La legge 446 vieta la sterilizzazione volontaria come contraccettivo per uomini e donne.

La legge 315 premia i giudici che si occupano di diritto di famiglia, con bonus, se i loro casi comportano una “riconciliazione” piuttosto che il divorzio. Tale proposta renderebbe ancora più difficile per le donne ottenere il divorzio e fuggire da relazioni violente.

Amnesty International ha promosso un appello per garantire che donne e ragazze in Iran siano libere di decidere sui loro corpi e le loro vite. Potete firmarlo qui.

"Herself", nude per raccontare se stesse

La 27 Ora
10 04 2015

I loro corpi sono tutti diversi. Così come le loro storie. Milena, Esther, Demi e Aniela, non sono pin-up, ma donne normali che hanno deciso di raccontarsi sul web. Lo fanno senza pudori e con generosità, rispondendo a un questionario fiume di 73 domande sui temi cruciali della condizione femminile. Ritratti di signora in cui raccontano il loro rapporto con il sesso e con la maternità, l’educazione ricevuta, le paure e le gioie di essere donna, la relazione con il mondo maschile, le discriminazioni subite (o evitate) sul posto di lavoro.

Ma, soprattutto, lo fanno mettendosi a nudo. Letteralmente. Milena, Esther e le altre hanno posato nude e le loro fotografie compaiono accanto alle interviste sul sito.

«È un nudo libero, dove le donne sono soggetti e non oggetti filtrati da un obiettivo», spiega l’attrice australiana 24enne Caitlin Stasey.

È stata lei a lanciare il progetto Herself, definendolo in questo modo:
«Herself è un atto delle donne, fatto dalle donne e per le donne; è un’occasione per testimoniare il corpo femminile nella sua integrità, senza il peso dello sguardo maschile, senza l’obbligo di dover attrarre l’attenzione di qualcuno. Queste donne, semplicemente e coraggiosamente, esistono e sono immortalate in queste foto. Attraverso le loro parole, le loro esperienze e le loro storie, sono proposte su Herself, nella speranza di incoraggiare la solidarietà. In questo modo, forse, noi donne potremmo sentirci confortate dal trionfo delle altre, piuttosto che gioire delle loro sconfitte. Riprendiamoci i nostri corpi. Strappiamoli a chi cerca di approfittare delle nostre insicurezze».

Stasey si definisce femminista, perché si batte «per il raggiungimento di un’uguaglianza totale e indiscutibile». Descrive il mondo come un «posto per uomini» in cui le donne si trovano ad essere semplicemente di passaggio.

Certo, in quest’ottica, l’idea del nudo non seduttivo, non ammiccante, come arma di liberazione dallo sguardo maschile e da quello (spesso ancora più crudele) delle altre donne, in effetti, ha una carica dirompente. Su herself.com c’è la storia di una giovane donna malata di cancro, ma anche quella di una ragazza sovrappeso, di una pornostar, di una ragazza che racconta la scoperta della sua omosessualità, di un’altra che ha appena saputo di essere incinta.

Senza trucchi e senza inganni. E senza photoshop, tanto per essere chiari. I corpi sono veri e vulnerabili, come la vita di ognuna. Con le ferite della malattia, segnati da rughe, grasso e smagliature o nello stato di grazia della gioventù e della bellezza. Poco importa, ognuno ha lo stesso diritto di esistere. E di essere raccontato.

Il tema che fa da leitmotiv è il rapporto tra i media e l’immagine femminile. Che deve essere quasi sempre addomesticata («pettinata» come direbbe Carlo Freccero) per risultare gradevole e quindi commestibile al vorace palato dell’opinione pubblica. Per una volta, il tentativo è di rovesciare questa dittatura.

Il progetto della Stasey ha ricevuto numerose critiche sui social network. Molti l’hanno accusata di avere fatto leva sul nudo, continuando quindi a puntare sul corpo delle donne piuttosto che sulle loro opinioni. Le critiche arrivano soprattutto da quanti considerano «disturbante e distraente» la presenza di tante foto senza veli. E in evidente contraddizione con il manifesto femminista dell’attrice. Altri, hanno apprezzato il suo tributo senza censura alle donne di qualsiasi colore, taglia, forma e orientamento sessuale.

E voi, che cosa ne pensate? Nell’epoca dei selfie, delle condivisioni compulsive di immagini sui social, del boom della pornografia online, che significato assume la rappresentazione del corpo femminile? E, soprattutto, il nudo può diventare uno strumento slegato dal sesso e usato in prima persona dalle donne per raccontare le proprie battaglie, senza malizia e idealizzazioni? Insomma, senza sconti? È possibile o è soltanto un’illusione?

Olivia Manola

facebook