La Stampa
02 07 2015
Proprio nel giorno in cui viene ufficializzata la ripresa dei rapporti diplomatici tra Stati Uniti e Cuba, giunge una notizia che premia la Sanità pubblica dell’isola. Il Paese caraibico è infatti il primo al mondo ad aver eliminato la trasmissione del virus dall’Aids da madre a figlio, secondo quanto certifica un documento dell’Organizzazione mondiale della sanità. «Ci aspettiamo che Cuba diventerà a breve la prima di molte nazioni ad aver eliminato la malattia tra i bambini», spiega Michel Sidibé, direttore esecutivo di Unaids, il programma di lotta a Hiv/Aids delle Nazioni Unite.
«Questo - prosegue - dimostra che eliminare il contagio dell’Aids è un obiettivo possibile». Per avere la certificazione definitiva dell’Oms il Paese guidato da Raul Castro dovrà dimostrare di aver raggiunto alcuni requisiti di riferimento, ad esempio di aver registrato un numero inferiore ai 50 di bimbi nati con il virus dell’Hiv su 100 mila nascite per anno. Rispettando tali parametri, automaticamente l’Oms riconoscerà a Cuba di aver eliminato anche la trasmissione della sifilide tra madri e figli. Il risultato raggiunto dal Paese è di grandi significato per la salute pubblica di tutto il Pianeta, ed è il risultato degli sforzi congiunti tra la sanità nazionale cubana - rinomata per le grandi capacità -, l’Oms e la Pan American Health Organization, che dal 2010 lavorano assieme proprio per raggiungere questo risultato.
«E’ uno dei più grandi successi possibili per la salute pubblica», ha commentato il capo dell’Oms, Margaret Chan. Ogni anno in tutto il mondo un numero stimato di 1,4 milioni di donne con l’Hiv rimangono iniziano una gravidanza e se non ricevono trattamenti medici specifici le possibilità di trasmettere il virus dell’Aids ai loro bambini varia dal 15% al 45 per cento. Se madre e figlio vengono tuttavia sottoposti a trattamenti retrovirali, ovvero vengono somministrate loro medicine che frenano la crescita e la moltiplicazione del virus nel corpo umano, la probabilità di trasmissione scende all’1 per cento.
Francesco Semprini
Huffingtonpost
28 07 2014
Il 25 luglio si è chiusa la ventesima Conferenza internazionale sull'AIDS a Melbourne, Australia, dove attivisti e scienziati di tutto il mondo si sono riuniti per discutere di un tema ormai quasi del tutto escluso dal dibattito pubblico italiano, nonostante le infezioni non siano affatto cessate. La conferenza ha affrontato molte questione importanti, ma io mi vorrei soffermare su quanto hanno affermato vari scienziati in una serie di ricerche pubblicate per l'occasione dalla rivista scientifica di medicina The Lancet: "la prostituzione deve essere decriminalizzata se il mondo vuole tenere sotto controllo la pandemia dell'AIDS".
Lavoratori e lavoratrici sessuali incontrano barriere sostanziali nell'accesso alla prevenzione, al trattamento e alla cura delle malattie a trasmissione sessuale per via dello stigma, della discriminazione e della criminalizzazione del lavoro sessuale. Le ingiustizie sociali, legali ed economiche contribuiscono all'incremento del rischio per loro di contrarre l'HIV.
Studi in Canada e India, dove la prostituzione è legale ma è non regolamentata, mentre le attività organizzate come lo sfruttamento e il favoreggiamento sono illegali, nonché in Kenia, dove la prostituzione è illegale, riportano testimonianze di lavoratrici e lavoratori del sesso che si sono visti confiscare il preservativo dalla polizia, come prova del reato di prostituzione, e poi sottoposte a violenza fisica e sessuale. Questo potente disincentivo all'uso del preservativo fa aumentare il rischio di contrarre l'HIV non solo per lavoratrici e lavoratori del sesso, ma anche per i/le loro clienti.
I governi e le forze dell'ordine dovrebbero invece sostenere i diritti umani di tutti, anche di lavoratrici e lavoratori del sesso, affermano tutti gli autori delle ricerche. Ridurre la violenza sessuale perpetrata dai clienti potrebbe ridurre il tasso di infezioni da HIV di circa un quinto sia nei contesti a basso reddito, sia nei contesti ad alto reddito. Raggiungere lavoratrici e lavoratori del sesso sieropositivi con i trattamenti antiretrovirali potrebbe ridurre, invece, il tasso di infezioni di un terzo, dicono gli scienziati.
Ma la misura preventiva più importante è invece la decriminalizzazione del lavoro sessuale secondo gli autori delle ricerche: le infezioni potrebbero ridursi dal 33% al 46% nei prossimi dieci anni. Lo studio è un appello hai governi per decriminalizzare la prostituzione, hanno dichiarato al Guardian Richard Horton e Pamela Das, rispettivamente direttore e direttore esecutivo di Lancet:
"Non c'è alternativa se vogliamo ridurre il rischio di donne, uomini e transgender in tutto il mondo. Potremmo preferir pensare che il sesso e i soldi siano cose diverse, che il sesso sia immune dalla transazione così comune in altri campi della nostra vita, ma perché dovrebbe? E perché mai dovremmo condannare e criminalizzare lo scambio di soldi in cambio di prestazioni sessuali, specialmente se così facendo creiamo condizioni talmente avverse da mettere a rischio, spesso, la vita stessa di donne e uomini?".
Il pragmatismo scientifico di questo studio aiuta a capire perché ci si deve opporre alla criminalizzazione dei clienti che tanti proseliti sta facendo in Europa. La criminalizzazione delle lavoratrici e dei lavoratori del sesso così come dei clienti ha lo stesso drammatico effetto sulla diffusione dell'HIV, oltre che sul rispetto dei diritti umani di lavoratrici e lavoratori del sesso.
Ma questi studi ci spiegano bene come neanche il modello italiano sia l'ideale. Affinché stigma e discriminazione si riducano, occorre regolamentare il lavoro sessuale, renderlo un capitolo del codice civile e non di quello penale. Questo non significa riaprire le case chiuse, come troppo spesso si vuol far credere, ma vuol dire garantire a tutte e tutti la libertà e il diritto di svolgere in sicurezza il proprio lavoro nelle forme ritenute più adeguate dalle dirette e dai diretti interessati. Solo così si può favorire la conseguente responsabilità e autonomia delle lavoratrici e dei lavoratori del sesso, così come dei clienti. È una questione principalmente di diritti umani, ma anche di salute pubblica.