Matrimoni forzati, un caso sempre più italiano. Dimenticato da media e politica

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Frontiere news
05 12 2012

Contrastare i matrimoni combinati e le violenze ad esse combinate. Sulla carta una battaglia condivisa da destra e sinistra, ma che in realtà finora ha portato solo a immagini stereotipate e visioni semplicistiche della tematica. Del resto in Italia “manca persino un registro statale sulle violenze e sugli omicidi di donne”, come ha sottolineato Vittoria Tola durante “Questo matrimonio non s’ha da fare”, organizzato a Roma dal Coordinamento delle pari opportunità della Uil.
Un evento che ha trovato i suoi punti di forza nella narrazione dell’attrice Barbara Amodio, che raccontato storie vissute ambientate tra Italia e resto del mondo, e le testimonianze personali di Ejaz Ahmad, Zeinab Jezzini e Pilar Saravia. Proprio quest’ultima ha giustamente sottolineato che per evitare di approcciare in maniera sciatta la questione è necessario partire dalle grosse differenze che ci sono tra matrimoni combinati, forzati e precoci.
Del resto, come ha sottolineato il giornalista pakistano Ejaz Ahmad, in Italia c’è un totale vulnus legislativo. Si prenda il caso delle 750 moschee presenti nel nostro Paese: solo due sono riconosciute dallo stato. “In alcune delle altre 748 può succedere che imam celebrino matrimoni poligami o persino tra bambini”. Un vulnus che si interseca con il diritto negato alla cittadinanza per i nati nel suolo italiano e che porta, ad esempio, all’assenza di una legge sullo scioglimento dei matrimoni forzati, per i quali “si deve chiedere autorizzazione all’ambasciata”. Una situazione paradossale, aggravata da accordi bilaterali spesso imbarazzanti. “Sono culture tossiche e le autorità occidentali non intervengono perché hanno troppi interessi economici in ballo. Si prenda l’esempio dell’Arabia Saudita”, ha proseguito Ahmad. Ma non tutto è male: “Una cosa molto positiva è che l’Italia abbia proibito le scuole private per musulmani: la scuola pubblica sta creando una seconda generazione bella e davvero interculturale”.
Ma come vanno le cose nel resto del mondo? “In Egitto Morsi ha stabilito che l’età minima per sposarsi possa essere 9 anni”, ha spiegato con preoccupazione Zeinab Jezzini, mediatrice culturale libanese che ha vissuto sulla propria pelle il dramma di un matrimonio non voluto. “A rimetterci sono i figli. Se mi rivolgo all’ambasciata per l’annullamento del matrimonio vanno a finire dal papà in Libano”. E lì le cause di divorzio vengono accolte dalla casa dell’obbedienza sciita.
Per concludere, le vittime di matrimonio forzate andrebbero assistite e tutelate legalmente. Ma non solo. Secondo Simona Lanzon di Fondazione Pangea “servirebbe una legge che preveda il risarcimento alle donne costrette a sposarsi. Iniziare una nuova vita dopo un matrimonio forzato è difficilissimo”.
 
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