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Promesse bugiarde per Najida e le altre

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La Repubblica
14 12 2012

Lunedì scorso Najida Sidiqi stava andando al lavoro, quando è stata uccisa. A bordo di un risciò a motore, un mezzo di trasporto molto popolare in Afghanistan, raggiungeva Mehtar Lam, la capitale della provincia di Laghman, dove ricopriva l'incarico di responsabile degli Affari femminili. Secondo il racconto della polizia locale, degli uomini si sono affiancati al risciò e le hanno sparato alla testa.

A luglio, aveva vissuto la stessa sorte colei che aveva preceduto Najida nell'incarico: Hanifa Sani era morta dopo che una bomba piazzata sotto la sua auto era esplosa, ferendo anche sua figlia e il marito, che erano con lei. Da mesi conviveva con minacce costanti, iniziate dopo che aveva difeso la scelta di una giovane, "colpevole" di essersi ribellata alla volontà della famiglia e aver sposato l'uomo che amava invece di quello che volevano imporle. Le foto del funerale di Najida, riprodotte dai giornali di tutto il mondo, mostrano il suo corpo su adagiato su una lettiga e coperto da una coperta verde: intorno a lei, gli uomini del suo villaggio, vecchi e giovani, senza scarpe, ripresi un attimo prima della preghiera.

Najida e Hanifa, come dozzine prima di loro, come dozzine - c'è da scommetterci - nei mesi che verranno. In Italia, dopo anni di silenzio e di assurde definizioni di "delitto d'onore" la strage silenziosa delle donne da qualche mese ha finalmente preso il nome che le spetta, "femminicidio". In Afghanistan un nome non c'è ancora, ma dovremmo preoccuparci di cercarlo, perché nei mesi che verranno, quelli che precederanno il ritiro delle truppe straniere, nel 2014, altre donne moriranno come Najida e Hanifa. E tante altre faranno la stessa fine nei mesi successivi al fatidico ritiro, solo che forse non ci sarà più nessuno a raccontare la loro storia.

È triste come poche la storia delle donne afgane negli ultimi decenni: ostracizzate e umiliate dai Taliban, usate come scusa dall'Occidente al momento dell'inizio della guerra, nel 2001, riempite di promesse negli anni successivi. E poi abbandonate a loro stesse, merce di scambio in un accordo con i Taliban che, da un certo punto in avanti è diventato per le diplomazie occidentali l'unico modo per uscire salvando la faccia dal pantano afgano. Dopo aver promesso loro istruzione, democrazia, pari dignità, dopo averle accecate con improbabili progetti di sviluppo oggi ci prepariamo ad abbandonarle di nuovo, fra la rabbia di quelle che hanno creduto alle nostre promesse, la paura della maggior parte di loro, il silenzio imbarazzato dei diplomatici (e delle diplomatiche: prima fra tutte Hillary Clinton, che per le donne afgane ha speso parole bellissime, pur sapendo che difficilmente riuscirà a mantenere le sue promesse ora che sta per lasciare la segreteria di Stato).

Pensiamoci dunque a una parola che racconti la strage silenziosa delle più coraggiose fra le donne afgane: perché nei prossimi mesi servirà.
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