Reportage dal carcere femminile di Herat

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Giulia Migneco, Osservatorio Afghanistan

17 dicembre 2012

Il carcere femminile di Herat rappresenta un luogo di rifugio per le donne afghane. Difficile da credere, ma dopo aver ascoltato le storie di queste donne tutto diventa più chiaro.

Perché nel paese dove l’annullamento della dignità femminile è l’anima di una tradizione, può succedere che l’unico modo per raggiungere un minimo di libertà e indipendenza, sia quel luogo dove generalmente la si perde del tutto. Ed è proprio così. Chiuse tra quattro mura le donne afghane vivono meglio. Possono non indossare il burqa, lavorano, giocano a pallavolo, trascorrono le loro giornate insieme ai figli, si istruiscono e per la prima volta si sentono autonome.

“Ancora oggi, la maggior dei matrimoni in Afghanistan sono combinati” – mi racconta l’interprete prima del nostro arrivo al carcere – “generalmente è la madre dello sposo a decidere la donna che il figlio dovrà sposare. A quel punto si conclude l’accordo tra le due famiglie e, spesso, viste le scarsissime possibilità economiche della popolazione afghana, i genitori sono costretti a svendere le loro figlie come spose anche contro la propria volontà. Dopo aver prescelto la donna, la famiglia dello sposo paga il mahr, ovvero il prezzo della sposa”.

Sono le dieci del mattino quando i militari ci vengono a prendere nella sala stampa della base di Herat per portarci al penitenziario. Per la prima volta vediamo anche quello che esiste oltre il confine spinato che circonda l’area dove vivono parte dei nostri militari in missione. Una superficie che la maggior parte di loro preferisce non oltrepassare.

Basta transitare il cancello per rendersi conto della povertà assoluta di quel luogo, e parliamo di una delle città più evolute e ricche dell’Afghanistan. Non esiste un codice della strada, si sorpassa dove c’è spazio e in caso di incidente ha sempre ragione il mezzo più piccolo. La maggior parte di loro viaggia su dei motorini di fortuna o con dei piccolissimi tre ruote con cui trasportano di tutto. Le donne naturalmente indossano il burqa, ma in giro ne incrociamo poche.

Il mio primo vero incontro con loro avviene all’interno del carcere femminile di Herat. Sono tantissime e tutte molto belle. Finalmente vedo i loro occhi, i loro volti. Portano comunque il hijab, il velo, per coprire la parte inferiore del viso e nascondono la forma del corpo con i loro abiti larghi, così come imposto dalla loro tradizione. Non mi sembra di essere dentro un carcere, c’è un buon profumo, le celle sono pulite, le donne mi sorridono, i bimbi giocano e alcuni di loro si preparano per l’esibizione che avverrà di lì a poco.

Quel giorno, infatti, c’è un incontro tra le carcerarie e l’unica donna Procuratore capo del paese, il simbolo della lotta al femminile, Maria Bashir. “I casi di violenza sulle donne nella nostra Provincia sono allarmanti” – afferma il Procuratore – “nel 70% dei casi sono commessi da mariti o parenti”. Trovo un riscontro alle sue parole quando comincio a parlare con le quattro detenute che hanno deciso di rilasciarci l’intervista. Le loro storie sono forti, complicate anche solo da immaginare per noi donne occidentali, talune anche difficili da credere. Molte di loro non sanno perché si trovano lì, sono state chiuse in cella senza neanche saperne il motivo. “Mia cugina ha ucciso mio marito – racconta Fatima – e la polizia ha messo in carcere me, perché io ero sua moglie”. Incredibilmente la sua non è una storia di violenza, i rapporti con il marito erano pacifici, lei non ha ancora capito perché la cugina lo ha ucciso eancor di più perché hanno preso lei. “Vorrei sapere perché mi tengono qui, vorrei sapere se e quando affronterò un processo”.

Una storia simile è quella di un’altra ragazza che siede al suo fianco. Ha appena compiuto 18 anni, si chiama Karima, sembra una bimba ma ha uno sguardo fiero. Di chi, per la sua giovane età, ha già visto troppo. “Due uomini volevano sposarmi e uno ha ucciso l’altro. Poi mi hanno portata in cella ed io mi chiedo ancora cosa ho fatto per essere qui.” Le chiedo: “E perché hanno preso te?”. “Non lo so, vorrei saperlo anch’io, ma qui non mi dicono nulla”.

Le altre due invece hanno ucciso i loro mariti, sono accusate di omicidio colposo. “L’ho ucciso perché mi violentava – spiega Zerminah – e sua madre voleva anche costringermi a prostituirmi. Non ce la facevo più, non vivevo più”. La seconda invece, che si chiama Roya, afferma: “A 16 anni sono stata data in sposa a un uomo perché la mia famiglia si era indebitata con lui. Lui mi picchiava ogni giorno, mi pestava e dopo 8 anni ho deciso di ammazzarlo”.

Dopo aver ascoltato questa drammatica storia, il direttore del carcere ci comunica che dobbiamo andar via, è finito il tempo. Le detenute mi salutano con un caloroso abbraccio e mi chiedono in inglese, lingua che studiano all’interno del carcere, di rivederci presto. Perdo di vista i loro volti, ma non i loro occhi. Rientriamo in base, sono scossa. Mi sembra di aver vissuto un incubo, ma purtroppo non è così.
Dal 2009, grazie all’entrata in vigore della legge sull’Eliminazione della violenza contro le donne, l’Afghanistan vieta i matrimoni di adolescenti, i matrimoni forzati, la pratica di dare in regalo una ragazza per risolvere una disputa e altri atti di violenza. Ma la strada per queste povere donne afghane sembra ancora molto, troppo, lunga.

Ultima modifica il Lunedì, 17 Dicembre 2012 16:04
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