Progettare comportamenti

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Michela Murgia
17 09 2013


Il giornalista Francesco Giorgioni qualche giorno fa poneva sul suo blog alcune questioni di un certo rilievo sul tema del paesaggio e della sua tutela. Diceva di essere consapevole che le sue domande sono scomode, ma in realtà non è così: sono scomode solo per chi ha posizioni ostili alla tutela del paesaggio e coltiva l’idea passatista secondo la quale lo sviluppo economico necessita della consunzione ingente delle risorse naturali. Per chi sa come coniugare bellezza e ricchezza queste domande sono invece necessarie e ringrazio che ci siano ancora persone che si prendono la responsabilità di porle e di chiedere risposte a chi si sta candidando a domandare ai sardi la loro fiducia.

È possibile assimilare il bene comune “paesaggio” alle risorse del sottosuolo e applicargli lo stesso regime di tutela?

La risposta, in linea di massima, è no. Le risorse del sottosuolo sono fuori dal regime giuridico che norma la proprietà privata: appartengono all’interesse comune e quindi sono sottoposte a regole più restrittive il cui rispetto è in capo alle istituzioni, che in teoria dovrebbero finalizzare il loro utilizzo al benessere della comunità. In Sardegna però questo non è così vero; lo dimostrano i tentativi di sfruttamento a fini privati del gas nei casi di Arborea e del Medio Campidano, dell’acqua calda nel Montiferru e prima ancora dei beni minerari; tuttavia sappiamo che una classe politica consapevole dei suoi doveri avrebbe avuto in mano tutti gli strumenti giuridici per trasformare la teoria in pratica e impedire ai privati di far profitto indebito (che è altra cosa dallo sviluppo) su un bene di interesse pubblico.

La giurisprudenza sulla tutela del paesaggio è invece molto più recente, perchè recente è l’acquisizione del concetto di paesaggio come bene comune. La convenzione europea sul paesaggio è del 2000 e l’Italia l’ha ratificata nel 2006, impegnandosi solo allora a riconoscere il paesaggio come “componente essenziale del contesto di vita delle popolazioni, espressione della diversità del loro comune patrimonio culturale e naturale e fondamento della loro identità”. Questa bellissima frase ha la stessa funzione di molte espressioni che si trovano nei documenti europei: nella sua genericità può voler dire qualunque cosa, lasciando di fatto a chi amministra la libertà di declinarne il senso come crede, nei limiti della legalità o eventualmente creando leggi apposite, come sta cercando di fare la giunta Cappellacci nel colpo di coda della sua dimenticabile amministrazione. Al variare delle sensibilità politiche si possono così tenere immutati per anni migliaia di ettari di terreno non antropizzato oppure permettere che in sei mesi gli stazzi di Gallura possano diventare altrettante ville di lusso per gli emiri; secondo quel principio si possono far impiantare decine di pale eoliche su decine di monti sardi e allo stesso tempo imporre vincoli strettissimi anche per cambiare un infisso.

Il PPR della giunta Soru è stato un tentativo (imperfetto ma importante) di porre dei limiti a questa anarchia di interpretazione, ma il centro sinistra non ha saputo né voluto difendere lo spirito di quella legge dalla pressione degli interessi economici di chi invece senza regole ci stava benissimo. Soru si è dimesso perchè la sua maggioranza lo ha sfiduciato proprio sulle questioni di tutela paesaggistica e sappiamo tutti che i voti per Cappellacci che sono usciti dall’urna non erano certo solo quelli del centrodestra.

In questi anni di impegno civico sul territorio a supporto dei comitati sorti contro progetti totalmente scellerati ho avuto decine di conferme del fatto che l’interesse a stemperare o azzerare i vincoli di tutela del paesaggio è comune a tutto l’arco politico. La trivellazione Saras del paradiso naturalistico di S’Ena Arrubia non è stata forse appoggiata da una mozione del PD? L’ultima prova, casomai ne servissero di ulteriori, è il colpo di spugna sugli usi civici approvato a fine luglio in consiglio regionale con 50 voti a favore, 4 astenuti e 3 contrari, che di fatto permette ai comuni di sclassificare a loro discrezione le terre pubbliche e cederle a privati. Sorvolo su Tentizzos e su quel che si sta cercando di fare alla costa bosana, peraltro già ampiamente cementificata, e non per marginalità, ma perchè in questi anni ho scritto contro decine di esempi come quello, dallo scempio di Santa Lucia di Siniscola alle speculazioni a Capo Malfatano.

La sfida di Sardegna Possibile in questo senso è chiara e lo si capirà molto bene dal programma che pubblicheremo in autunno. Non intendiamo più permettere che siano delegati agli interessi privati i processi, anche necessari, di trasformazione del paesaggio. La scelta della politica – tutta la politica – di farsi complice di quel falso modello di sviluppo ha prodotto in questi anni enormi costi sociali e soprattutto l’impoverimento di quel che avrebbe dovuto arricchire, lasciandoci un degrado che è sotto gli occhi di tutti: dissesto idrogeologico, inquinamento, contesti ambientali naturali compromessi, distruzione delle aree agricole, incontrollato allargamento dei confini urbani, degrado di contesti storico artistici, patrimonio immobiliare inutilizzato o sotto utilizzato e anche, nel caso delle realtà urbane, la nascita di nuovi quartieri privi di servizi e di qualità urbanistica, con perdita di identità sociale e culturale dei centri e delle periferie.

Lo spazio, non solo il paesaggio, è un bene primario della costruzione sociale, perchè chi progetta spazi progetta comportamenti. Non si tratta quindi soltanto di chiedersi quale paesaggio vogliamo proteggere o generare, ma anche quali comportamenti sociali vogliamo contribuire a costruire. Per rispondere a questa domanda ci vuole uno sguardo politico molto più lungimirante di quello a cui ci hanno abituati PD e PdL negli ultimi anni.

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