Incontro alla casa internazionale delle donne di Roma

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Il Manifesto
30 10 2013

L'Italia è quello strano Paese dove moralismo e perbenismo possono fare la differenza anche in positivo. Qui un senatore come Giovanardi (Pdl), di fronte a uno stupro di gruppo verso una minorenne, può dire apertamente che essendo la sessualità «uno dei tanti beni di consumo», non ci si può scandalizzare «se i ragazzi non si rendono neppure conto dell'inaudita gravità di certi comportamenti». Mentre la senatrice Fattorini (Pd) può ardire, nell'appoggiare il «pacchetto sicurezza» da poco passato in parlamento, che «la donna è una vittima che, paradossalmente, è tale perché diventata troppo forte».

Di certo il cosiddetto decreto femminicidio, convertito in legge 15 giorni fa, ha fatto chiarezza tra chi dice «no», chi accarezza l'idea che così va bene, e chi invece non ne vuole sapere. Spartiacque che tra le femministe di Paestum ha prodotto un forte dibattito e la stesura, da parte di alcune, dell'appello «Non in mio nome» a cui sono arrivate molte adesioni, e che adesso promuove un'assemblea pubblica per domani a Roma (ore 17,30 alla Casa Internazionale delle donne in via della Lungara, 19), per «pensare insieme a prossime azioni politiche, in un quadro di provvedimenti che utilizzano il corpo delle donne per intervenire sulla vita di tutte e di tutti». Un dibattito acceso che, per esempio, all'interno di Snoq ha decretato una scissione pubblica tra le «Libere» e la «Factory», con le prime a favore delle normative del decreto, e l'altra fortemente critica.

Eppure non serve una rassegna stampa per dire che con le nuove normative le donne continuano a morire e a essere massacrate: una legge presentata come una «bacchetta magica» contro il femminicidio, con una storia però che non comincia qui. «È dal 2007 che va avanti il nesso tra politiche securitarie e violenza sulle donne - dice Anna Simone, sociologa del diritto e ricercatrice a Roma Tre - quando ci fu lo sgombero del campo rom a Tor di Quinto voluto dall'allora sindaco Veltroni dopo l'uccisione di Giovanna Reggiani. In quel momento la strumentalizzazione sul corpo delle donne e la costruzione del consenso politico su questo, portò alle misure d'urgenza dell'allora ministro dell'interno Maroni che, a partire dalla violenza sulle donne, puntava all'espulsione degli immigrati, eludendo i dati dell'Istat che proprio in quel momento dicevano che la violenza in Italia era soprattutto agita da italiani e in casa. Un decreto che fu epurato da quella mostruosità, ma che è in stretta relazione con quello che succede adesso, sebbene ora il governo abbia capito che si tratta per lo più di violenza domestica».

Per Anna Simone, che è anche una delle promotrici dell'incontro «Non in mio nome» a Roma, la manifestazione che ci fu nel 2007 portò in piazza 150 mila donne e aveva la stessa motivazione nel contestare il nesso tra violenza sulle donne e intervento securitario: «Quello che si sta facendo oggi - conclude - sui corpi delle donne ma anche su quelli dei gay, delle lesbiche, e sui corpi dei migranti, sono politiche di facciata che prescindono dai diritti reali di queste persone. Ed è per questo che si parla di vittime sia sul femminicidio, che a Lampedusa, o per l'omofobia, perché la messa in tutela non cambia nulla del tessuto culturale che è invece il nodo del problema». Un fattore che in Italia ci si guarda bene dall'affrontare anche perché in tempi di crisi servono soldi e finanziamenti certi, investimenti per un proficuo cambiamento culturale, sbandierato da molti ma solo in teoria.

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