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L’Ucraina ricopia le leggi repressive di Putin

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Il Corriere della Sera
21 01 2014

Lo spazio per un confronto pacifico sul futuro dell’Ucraina si fa sempre più ridotto e si acuisce la crisi innescata dalla decisione del 21 novembre di rinunciare all’accordo di associazione proposto dall’Unione europea.

Giovedì scorso in tutta fretta, senza dibattito e con un’approssimativa alzata di mano da parte dei membri della maggioranza, il parlamento di Kiev ha approvato una serie di norme in materia di libertà d’associazione e di manifestazione: “il più duro pacchetto di leggi repressive che un parlamento di un paese europeo abbia adottato da decenni a questa parte”, le ha definite il ministro degli Esteri svedese Carl Bildt.

A conferma di quanto Vladimir Putin sia il modello di riferimento per il presidente Viktor Ianukovich, alcune norme sono state letteralmente ricopiate dalla legislazione introdotta nel 2012 in Russia.

Le nuove norme obbligano tutte le Ong che ricevono finanziamenti esteri e che sono impegnate in non meglio definite “attività politiche” a registrarsi come agenti stranieri. In caso contrario, rischieranno la chiusura.

Viene inoltre reintrodotto il reato di diffamazione: i giornalisti che pubblicheranno informazioni contenenti critiche su pubblici ufficiali rischiano un anno di carcere in una colonia di lavoro correttivo. Sono poi previste pene severe per chi riveli informazioni sulle forze di polizia e sui giudici.

La libertà di espressione è ulteriormente minacciata dalle disposizioni che ora obbligano alla registrazione tutti i siti web che pubblicano news e che impongono ai fornitori di servizi Internet di bloccare l’accesso alla rete a gruppi e singoli su richiesta diretta del governo.

Il nuovo reato, vagamente definito, di “attività estremiste”, che comprende attacchi alla “intoccabilità” dello stato e l’interferenza con il lavoro delle agenzie governative, potrebbe essere utilizzato per perseguire i manifestanti che chiedono il cambio di governo o protestano di fronte a edifici pubblici. Il governo ha ottenuto anche maggiori poteri per la chiusura di organizzazioni religiose.

Infine, dal 16 gennaio lo svolgimento delle assemblee pubbliche è fortemente limitato – sono vietati, tra l’altro, i cortei di oltre cinque automobili – e la polizia ha maggiori poteri per sciogliere gli assembramenti irregolari e rimuovere tende, altoparlanti e palchi.

Dopo l’imponente manifestazione di domenica nella capitale Kiev, con oltre 200.000 “europeisti” pacifici a sfidare il gelo e, su un lato di piazza Indipendenza, violenti scontri tra polizia antisommossa e una numerosa frangia di manifestanti muniti di spranghe e bastoni, il presidente Ianukovich ha promesso l’istituzione di una commissione, in cui verrà coinvolta anche l’opposizione, per trovare un modo di uscire dalla crisi.

Una delle condizioni potrebbe essere il ritiro del pacchetto di norme del 16 gennaio che sembrano, purtroppo, aprire la strada non al dialogo ma allo scontro frontale con una parte della popolazione del paese. Il rischio è che le manifestazioni pacifiche vengano sgomberate con la forza e le piazze si riempiano di mazze e bombe molotov. Un rischio, a giudicare da quanto sta accadendo negli ultimi due giorni, sempre più concreto.

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