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Colmegna: eccellenza rom non è un ossimoro

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Corriere delle Migrazioni
02 02 2014

C’era una volta l’«emergenza nomadi». Nel lontano 2008, il governo Berlusconi varò alcuni decreti che di fatto equiparavano la presenza dei rom e dei sinti a una vera e propria calamità naturale. E che per questo conferivano poteri speciali ai Prefetti e ai Sindaci.
È nell’ambito di questo “stato di emergenza” che sono nati il Piano Maroni a Milano, e il Piano Alemanno a Roma: due programmi che puntavano ad allontanare i rom dalle città, confinando centinaia di persone – uomini, donne e bambini – in aree segregate, sorvegliate a vista da telecamere e guardiani, lontane da qualsiasi centro abitato. Un vero e proprio piano di segregazione urbana, criticato aspramente dalle organizzazioni internazionali attive nella tutela dei diritti umani.

Oggi lo stato di emergenza non c’è più: una sentenza del Consiglio di Stato l’ha seppellito definitivamente, dichiarandolo illegittimo e avviando così una fase nuova nelle politiche pubbliche rivolte a rom e sinti.
È una pagina nuova nella storia italiana, positiva. Ma i risultati non si vedono ancora. Come mai? Secondo Don Virginio Colmegna, fondatore e animatore della milanese “Casa della Carità”, c’è un problema di approccio e di cultura.

Don Colmegna, perché secondo lei la cosiddetta “Strategia Nazionale di Inclusione” non decolla? Ci sono dei ritardi?

«Io non direi che ci sono ritardi: direi piuttosto che ci sono dei veri e propri blocchi. Voglio dire che questa Strategia dovrebbe puntare non tanto su risposte separate al cosiddetto “problema rom”, ma su un approccio più complessivo, che punti al superamento dei campi, delle favelas, degli abbandoni, dell’emarginazione sociale. C’è bisogno di una cultura non di integrazione, ma di interazione. C’è bisogno di un investimento che trasformi la convivenza in convivenza civile, dobbiamo costruire una città che si prenda cura di tutti. È una grande sfida, dunque, che va affrontata da tutti. E su questi terreni siamo bloccati. «Siamo in un periodo di crisi, e in un clima di difficoltà economica i rom e i sinti rischiano di diventare un facile capro espiatorio delle frustrazioni e della rabbia. Viviamo un curioso paradosso: i rom e i sinti sono lo 0,2% della popolazione italiana, eppure nella comunicazione pubblica sembra di avere a che fare con il problema dei problemi. Si ragiona di rom e sinti ancora in termini di sicurezza e di ordine pubblico. Finché non cambiano questi approcci è difficile che si sblocchi qualcosa…».

In questo momento il “blocco” è più a livello nazionale o locale?

«Il blocco è ovunque. E’ anzitutto sul terreno culturale: ha a che fare con il modo in cui si fa informazione, con il modo in cui si descrivono e si raccontano le popolazioni rom e sinte su giornali e mass-media. Ed è anche, evidentemente, un blocco locale, che avviene a livello delle città, dei comuni, delle singole amministrazioni territoriali. È un blocco che ha a che fare con i fondi europei che restano inutilizzati, perché evidentemente si ha paura di toccare i sentimenti di paura delle persone.
Noi invece continuiamo a rilanciare uno sguardo “ottimista”, diciamo così: a breve costruiremo un osservatorio sulle buone prassi, nel quale vogliamo far vedere che ci sono esperienze di inclusione che producono risultati positivi. E stiamo lavorando con la Fondazione Romanì a una grande campagna sulla comunicazione, per cambiare il modo in cui si fa informazione in questo paese…»

Che cosa si può fare per “sbloccare”?

«Noi diciamo spesso che dobbiamo stare “nel mezzo”. Significa che dobbiamo agire non “per” i rom e i sinti, “al posto” dei rom e dei sinti, ma “con” i rom e sinti. Dobbiamo lavorare per favorire il protagonismo e la partecipazione dei diretti interessati.
E dobbiamo puntare sull’eccellenza. Stiamo ancora ragionando di degrado, di topi, di emarginazione abitativa e sociale, ma raramente ci si interroga sulle potenzialità dei rom e dei sinti. E invece dovremmo investire proprio su queste potenzialità, dovremmo investire sulle giovani generazioni…»

Che significa, in concreto, puntare sull’eccellenza?

«Significa che dobbiamo promuovere progetti di qualità. Significa operare per far sì che non ci sia più bisogno di “assistenza”: dobbiamo puntare sul protagonismo e sull’autonomia – economica, sociale, culturale – dei rom e dei sinti.
Noi, nel nostro piccolo, stiamo cercando di lavorare proprio su questo. Abbiamo conosciuto dei ragazzi che hanno grandi capacità musicali, e abbiamo lavorato per mandarli al Conservatorio. È solo un piccolo esempio, per dire che dobbiamo investire sulla formazione, sull’eccellenza, sulle potenzialità, soprattutto delle giovani generazioni».

Casa della Carità è nota alle cronache anche per la vicenda del campo di Via Triboniano, in epoca Moratti. Lei fu protagonista di un’aspra polemica con il Comune di Milano: le famiglie di Triboniano avrebbero dovuto uscire dal campo e cominciare un’esperienza di inserimento abitativo, ma tutto venne bloccato per l’intervento della Lega. Poi, a seguito di un ricorso, la situazione si sbloccò. Che fine ha fatto quel progetto?

«Ecco, questo è un punto importante, perché dimostra che, se si vuole, si possono promuovere azioni efficaci. Difatti i risultati di quell’esperienza – pur con tutti i limiti e le difficoltà – sono stati e sono molto positivi. Le venti famiglie inserite negli alloggi sono quasi tutte autonome: i genitori lavorano, i figli vanno a scuola, e i nuclei non dipendono più dagli aiuti del Comune o della Casa della Carità. Certo, non sempre le cose sono andate bene, ma diciamo che per l’80% delle persone coinvolte la vita è davvero cambiata. E noi dobbiamo guardare a quell’80%, perché è la dimostrazione che si possono promuovere progetti di inserimento sociale dei rom e dei sinti. Ovviamente dobbiamo interrogarci anche sulle esperienze che non sono andate a buon fine, perché ogni progetto è migliorabile e deve essere migliorato: ma oggi, potremmo dire, quel 20% è l’eccezione che conferma la regola…»

In che senso?

«Nel senso che noi non abbiamo un approccio assistenzialista. Nessuna politica sociale è una politica di regali: deve puntare, invece, sull’autonomia delle persone coinvolte, sulla loro responsabilizzazione. Un diffuso assistenzialismo cronicizza le situazioni di marginalità. E questo – si badi bene – non riguarda solo i rom e i sinti, ma è un principio che vale per qualunque tipo di azione sulla marginalità sociale.
Può accadere allora che qualcuno non accetti questo terreno, e continui a pensarsi come “assistito”: noi dobbiamo far di tutto perché questo non accada, ma dobbiamo sapere che può accadere».

Lei parlava poco fa di un Osservatorio sulle buone pratiche. Di cosa si tratta?

«È un’idea su cui stiamo lavorando, e che vorremmo realizzare a breve. Esistono buone prassi da valorizzare, da studiare e da cui prendere esempio. Ed esistono anche cattive prassi che vanno analizzate e denunciate: ad esempio, assistiamo ancora oggi alla politica degli sgomberi. Gli sgomberi senza progetti di inserimento, costano, e non producono risultati: è uno spreco inutile di risorse pubbliche. E non ce lo possiamo permettere, soprattutto in tempi di crisi…»

Sergio Bontempelli

 

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