La Libia 'liberata' è nel caos, fuga da Tripoli

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Contro piano
30 07 2014

“Da due giorni ci sono bombardamenti e combattimenti. Un aereo militare si è schiantato. E’ diventato sempre più pericoloso spostarsi. Si vive nella paura e nel caos totale. Qui le infermiere filippine sono decise ad andarsene e il fatto che tutti gli stranieri si stiano organizzando per lasciare la Libia è un segnale bruttissimo”. E’ uno dei tanti tragici racconti quello raccolto dall’agenzia Misna da padre Amado Baranquel, contattato a Bengasi, principale città dell’est, da settimane teatro di un conflitto armato tra il generale dissidente Khalifa Haftar – sostenuto da una parte delle forze regolari e dall’occidente, oltre che dal regime egiziano – e gruppi radicali islamisti tra cui quelli fondamentalisti di Ansar Al Sharia.

Da sabato scorso a Bengasi è in corso un’offensiva dei gruppi armati contro una base militare dell’unità delle Forze speciali dell’esercito, nei pressi del centro della città. “La gente è rintanata dentro casa e in alcuni quartieri non c’è elettricità” aggiunge l’interlocutore della MISNA, raccontando di una situazione “insostenibile” e “fuori controllo”, una “vera giungla” nella quale a comandare sono “innumerevoli gruppi che dettano legge”.
Nelle ultime ore scontri e raid aerei hanno causato almeno 30 morti nella seconda città della Libia, dove l’aereo militare coinvolto nei bombardamenti si è schiantato dopo aver colpito le posizioni dei miliziani ribelli.
La situazione è altrettanto caotica e complessa a Tripoli, dove continua a divampare l’incendio nei due giganteschi depositi di carburante, nei pressi dell’aeroporto della capitale da parecchie settimane ormai oggetto di duri scontri tra le milizie di Zintan e quelle di Misurata. Da stamattina i due gruppi rivali stanno osservando una ‘tregua’ per consentire ai soccorritori di spegnere il rogo dopo che ieri i pompieri che erano intervenuti per limitare l’incendio si erano trovati in mezzo a un intenso scontro a fuoco. Uno dei due depositi, colpito da un missile domenica scorsa, ha una capienza di oltre 90 milioni di litri. Iei tutti i cittadini residenti in un raggio di tre chilometri dal vastissimo incendio sono stati esortati ad allontanarsi immediatamente per paura che una devastante esplosione possa colpirli, ma finché i miliziani non hanno deciso di sospendere le ostilità anche l’evacuazione degli abitanti è stata assai difficile, mentre si fa sempre più serio il rischio di una gravissima contaminazione causata dalle sostanze tossiche prodotte dal rogo. Il rischio più grave è però per ora quello di una propagazione delle fiamme alle riserve di gas per uso domestico, visto che i depositi sono situati a pochissima distanza da quelli incendiati.

Il governo italiano, che da tempo scalpita inascoltato affinché l’UE si adoperi per riportare l’ordine nel paese (le multinazionali italiane sono state molto penalizzate dalla guerra contro la Libia e dalla distruzione di fatto del paese) ha deciso di inviare a Tripoli sette aerei anti-incendio Canadair e alcuni tecnici dell’Eni in soccorso delle squadre libiche. Il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha telefonato personalmente al segretario delle Nazioni Unite Ban Ki Moon per chiedere una mediazione dell'Onu che metta fine allo scontro tra le fazioni, e poi al presidente statunitense Barack Obama, ma sembra senza alcun risultato.
Tripoli in queste ore viene descritta dai media locali come una “città senza vita”, nella quale è impossibile trovare benzina da giorni né acqua potabile e dove i black-out elettrici sempre più frequenti. Una situazione che ha provocato la chiusura di moltissime attività commerciali ed edifici pubblici. Nel frattempo, uno ad uno, i paesi occidentali e asiatici stanno organizzando l’evacuazione dei propri cittadini, mentre alcune ambasciate – quelle di Stati Uniti e Portogallo – sono già state chiuse.
Nella principale città del paese i morti negli ultimi giorni sono stati alcune decine, comprese alcuni cittadini egiziani che hanno perso la vita nelle proprie case colpite da razzi. Anche un convoglio dell’ambasciata britannica è stato attaccato ma senza che si registrassero vittime. Dopo che ieri 100 italiani tra imprenditori e funzionari avevano lasciato la Libia, e sia Berlino sia Londra avevano invitato i propri concittadini ad andarsene, anche 3.000 tra medici e infermieri filippini stanno ora abbandonando il Paese provocando la reazione del ministero della Salute, preoccupato della già estrema penuria di personale sanitario.

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