L'autobus che discrimina i rom

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Apartheid sui busNino Lisi, Cittadinanza e Minoranze
29 ottobre 2014

Egregio dr. Gramellini,
mi lasci dire che il suo commento di sabato 25 ottobre alla notizia dello "sdoppiamento" della linea di autobus n. 69 nel Comune di Borgaro mi ha proprio sconcertato. E per più di un motivo.

In primo luogo perché lei  afferma che il provvedimento preso dal sindaco "un po’ricorda l’apartheid". Proprio così ha detto: "ricorda". Ma come ricorda?  Non lo ricorda per nulla: è proprio  apartheid,  bello e buono apartheid! Cioè esattamente l’opposto delle integrazione che lei afferma essere l’unica soluzione possibile del problema. Peccato però che essa richieda tempo,lei lamenta. E quindi,  nelle more,  poiché non ci si può limitare a "pontificare" e "certe situazioni bisogna viverle per capirle", va bene  istituire  una "navetta", che faccia  la spola, senza fermate intermedie,tra il campo nomadi  e il capolinea  e farci viaggiare i Rom e solo i Rom,riservando la linea 69 solo ai non Rom, cioè ai   gagé, abolendo  la fermata del 69 all’altezza del "campo nomadi".

Ma si rende conto che così l’apartheid è completa? I Rom, che già sono segregati nel "campo nomadi", vengono segregati anche sui mezzi pubblici di trasporto! Perché  non è vero, dr. Gramellini, che "non tutti i campi Rom sono eguali".  Invece sono proprio tutti eguali:  sono brutti, malsani, degradati, dei veri e propri luoghi di segregazione etnica dove vengono rinchiuse a forza  le comunità di una minoranza linguistica, a cui, dopo averla ricoperta  con    cumuli di prevenzioni  e pregiudizi,  non vengono riconosciuti nemmeno i diritti elementari, quali il rispetto della dignità personale, il diritto ad abitare civilmente, a procurarsi di che vivere con un lavoro normale. Non vivono di espedienti per scelta, ma per necessità. Nessuno infatti  dà lavoro a un maschio Rom; e ad una donna Rom non si affida nemmeno   la pulizia delle scale di un piccolo condominio.

Non rispettano le leggi? Assai spesso è vero, come per ogni sottoproletariato: è arduo infatti rispettarle se non si può vivere che di espedienti. Ma quante volte  si attribuiscono  ai Rom colpe e comportamenti  che non sono loro  e quante volte si ingigantiscono  fatti senza dubbio riprovevoli  e si trasformano singoli episodi in prassi generalizzate. A riprova, lei stesso cita l’episodio di un padre che a Borgaro smarrisce un bambino ed accusa i Rom di averlo rapito; io gliene potrei citare tanti altri a dimostrazione di quanto  frequente e grave sia la propalazione di notizie false a carico dei Rom; mi limito a due:  il pogrom della Continassa e l’uccisione a Roma nel 2008 della signora Reggiani, che, attribuita ad un Rom, dette la stura a una violenta campagna mediatica antizigana; l’uccisore, però,un tal Mailat, Rom non era.

E veniamo alla vicenda che ha motivato lo “sdoppiamento” della linea 69. In quel che lei ha raccontato senza dubbio c’è del vero, comportamenti   insopportabili ed inaccettabili da parte dei Rom certamente ci sono stati. Ma da come lei l’ha riferita  si potrebbe pensare che tutti i giorni i Rom, saliti sull’autobus 69, sputassero in faccia ai vecchi e bruciassero e tagliassero i capelli alle ragazze. Le sembra verosimile? Lo ha verificato?  E per quanto tempo sarebbe durata questa storia?

Per l’esperienza che ho di un mondo che frequento abbastanza, penso che la contrapposizione tra i due fronti si sia andata costruendo progressivamente e che la tensione tra i due, innescata chissà da quale episodio, sia andata via via crescendo insieme ai gesti di intolleranza e di offesa,  senza che nessuno sia  intervenuto per gestire una situazione sempre più pesante. Fin quando è esplosa  in modo eclatante. Quanto meno ci sono state  inerzia ed incuria da parte di chi ha tra i suoi compiti istituzionali quello di  darsi carico della coesione sociale, specialmente quando e dove ci sono sacche di disagio grave.

Su di un punto però sono d’accordo con lei: per "unificare quell’autobus non vale appellarsi genericamente alla solidarietà". Verissimo.

Infatti,occorrerebbe  anzitutto che fossero le istituzioni per prime a  rientrare nel rispetto delle norme e della legalità, eliminando i campi nomadi (la cui illegittimità è stata solennemente sancita da sentenze del Consiglio di Stato e della Corte di Cassazione) ma non semplicemente abbattendoli e lasciando all’addiaccio chi  in qualche modo vi aveva trovato rifugio. E poi occorrerebbe un’opera intelligente e sistematica  di avvicinamento  tra gagé e Rom, perché si conoscano e si riconoscano reciprocamente, superino diffidenze e sospetti,  scoprano  l’infondatezza di pregiudizi e prevenzioni o per lo meno li ridimensionino.

E’ questo che avrebbero dovuto fare, anche prima, il sindaco e l’ assessore di Borgaro e che lei, in mancanza,  avrebbe dovuto consigliare loro, e non solo a loro,  commentando la vicenda.

Questo   ci si aspetta dai media, in particolare da una trasmissione come Che tempo che fa e da chi, come lei, vi svolge un ruolo di maitre à penser.

Ultima modifica il Mercoledì, 29 Ottobre 2014 08:40
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