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La sfera pubblica radicale #MaiConSalvini

Dinamo press
05 03 2015

Il 28 febbraio l'operazione politica di Salvini è stata fatta saltare da chi è sceso in piazza mostrando il vero volto di Roma: solidale, meticcia e antirazzista. Migliaia di persone hanno invaso il centro portando con sè un'altra idea di città, da lì bisogna ripartire.

Roma, negli ultimi mesi, è stata dipinta come una città in preda alla reazione, segnata unicamente dallo scontro orizzontale tra i ceti poveri e impoveriti dalla crisi. Una città - ci è stato detto da più parti - nella quale le periferie sono irreversibilmente cadute nelle mani della destra e dove i cittadini, da Corcolle a Tor Sapienza a Tor Pignattara, si organizzano per dare l’assalto ai migranti, ai rom. Dove l’hostis, il nemico, torna a coincidere con la figura dello straniero. Non aver accettato passivamente questa narrazione mediatica, averne colto il suo uso strumentale e performativo, in altre parole, avere sfidato Matteo Salvini sul terreno della società, questo è il più grande risultato della giornata del 28 febbraio. Dopo la manifestazione di sabato torniamo nei luoghi dove ogni giorno tentiamo faticosamente di organizzare solidarietà e mutualismo, con maggiore forza e determinazione, convinti che il reale non corrisponde in maniera granitica a questa raffigurazione. Che c’è ancora spazio per il possibile.

Già il corteo del 13 dicembre per il diritto alla città, nel pieno dello scandalo di Mafia Capitale, aveva provato, nella sua parzialità, a sollevare due questioni: le periferie romane sono i luoghi centrali dello sfruttamento contemporaneo, e compito dei movimenti, tra le macerie della sinistra, è quello di riportare il conflitto su un piano verticale. Nello stesso tempo, assumere che se è vero che la destra prova a riorganizzarsi proprio in questi luoghi, lo fa non perdendo uno dei suoi tratti peculiari: fare affari sulla pelle dei più deboli, sfruttando una politica fondata sulle emergenze. Politica promossa negli ultimi quindici anni dai vari governi cittadini che si sono alternati, e sostenuta dal sistema delle cooperative “rosse”, così caro al ministro Giuliano Poletti.

In questo contesto, Matteo Salvini è stato insignito, dai principali media del paese e da settori non irrilevanti del capitalismo italiota, come il perfetto alter ego di Matteo Renzi. Un personaggio costruito ad arte, per impedire che anche in Italia il rifiuto dell’austerity si possa tramutare nella trasformazione radicale dello stato di cose presenti - e poco importa se sia figlio della peggiore cultura politica della storia repubblicana, quella del trasformismo. Salvini viene utilizzato per affermare che l’unica alternativa a Renzi è il nazionalismo, la rottura dell’Unione Europea ricalcata sui confini degli Stati-nazione, l’odio e l’egoismo proprietario. Dunque, che non c’è alternativa.

Solo con queste premesse si può cogliere fino in fondo l’importanza della vittoria di sabato. L’operazione politica di Salvini, volta a coagulare quel malessere e quella rabbia che pervade i quartieri impoveriti della città di Roma, a dargli rappresentanza e rappresentazione in piazza, si è rivelata per il momento un totale fallimento. In Piazza del Popolo non c’erano le cittadine e i cittadini romani, non c’era il Sud Italia che per anni il leader del Carroccio ha insultato, c’era una presenza molto parziale di quel Nord che fino a qualche tempo fa Salvini voleva annettere alla Svizzera, all’Austria o alla Baviera. In altre parole, non c’era quel popolo - entità del tutto astratta - che fino a ieri la Lega voleva far secedere dall’Italia e oggi dall’Europa, in entrambi i casi rinnovando quello strumento di oppressione che la lotta di classe e l’internazionalismo hanno, da sempre, combattuto: lo Stato.

C’erano invece, e si sono distinti per un’aggressione nei pressi della Stazione Termini nei confronti di un giovane manifestante, i fascisti di CasaPound e Fratelli d’Italia, partito che - a proposito di Roma Ladrona - ha giocato un ruolo non marginale nel sistema di Mafia Capitale. In tutto, poche centinaia.

Il percorso che ha costruito la manifestazione di sabato ha dunque avuto la capacità di sfidare l’operazione politica di Salvini sul terreno più adeguato. In tal senso può costituire un punto di partenza, un patrimonio da non dissipare, forse un laboratorio. Ci si è arrivati grazie ad una larga convergenza, ad un’attivazione capillare, faticosamente raggiunta e - perché non dirlo? - a tratti ostacolata dal solito teatrino politico, volto alla delegittimazione delle posizioni altrui e all’attribuzione del cliché del moderatismo a chi invece faticosamente provava ad attivare una partecipazione larga, un percorso dove in molti potessero sentirsi a proprio agio. Non aver accettato quest’ordine del discorso, considerandolo velleitario, pretestuoso, autoreferenziale, non aver guardato al proprio orticello, è un segno di grande maturità politica, consapevoli che il grado di radicalità da esprimere va di volta in volta misurato sui concreti rapporti di forza, più che sulle parole e sui toni più o meno roboanti che si usano in assemblea.

Una sfera pubblica, questa sì radicale, che solo uno sguardo miope può ridurre alla categoria sbiadita della società civile, è stata attivata, attraverso un uso intelligente e spregiudicato dei social media e grazie al contributo di chi si è generosamente messo a disposizione: artisti, studenti, comitati antirazzisti, sindacati di base, associazioni partigiane, reti lgbtqi.

Per quanto ci riguarda, forti del bagaglio politico accumulato in questi mesi con il metodo e la pratica politica del social strike e della coalizione sociale, fin da subito abbiamo chiarito quale doveva essere, a nostro avviso, l’obiettivo della campagna e della giornata: attivare pratiche e linguaggi molteplici e conflittuali, nelle settimane e nei giorni che precedevano il comizio di Piazza del Popolo e mettere in gioco, in quella giornata, la forza dei numeri e la qualità della partecipazione. Consapevoli di abitare in una città piena di contraddizioni, ma ancora in grado di esprimere dignità, gioia e determinazione, di fronte alle sfide che contano. Il nostro auspicio, condiviso con molti altri, era che Roma città aperta avrebbe potuto rispondere in massa al tentativo messo in campo da Salvini e da CasaPound. Così è stato.

Nell’ultima assemblea tenutasi alla Sapienza, molti interventi avevano individuato l’obiettivo della giornata: essere uno più di loro. Non era un modo per sottostimare le nostre forze ma una valutazione prudente e consapevole della grande esposizione mediatica del personaggio Salvini. Abbiamo più che doppiato, forse triplicato, i numeri di Piazza del Popolo, e in questo caso i numeri contano e non poco. Un corteo cittadino, autorganizzato, in maniera molecolare, senza alcuna rappresentanza, ha sfidato e sconfitto, grazie ad una campagna virale e un lavoro costante nei territori, una piazza promossa in tv da mesi, sostenuta con i fondi di partito e, forse, con una sottoscrizione speciale di Vladimir Putin.

Aver mantenuto ferma la volontà di partire da Piazza Vittorio, rivendicando cioè il diritto a manifestare nel quartiere più meticcio di Roma, è stata una scelta intelligente, che ha messo in forte difficoltà la Questura di Roma e chi si occupava della logistica del comizio di Salvini. La Questura ha risposto blindando via Napoleone III con tanto di grate e di zona rossa, come se fosse una sede istituzionale. I fascisti, che avevano in un primo momento annunciato che avrebbero difeso la loro sede e l’italianità (!) di Piazza Vittorio, si sono accontentati di questo: di essere protetti da un imponente apparato di polizia.

Il comitato #MaiConSalvini ha chiarito, nei giorni precedenti, quali fossero gli obiettivi del corteo, creando così le condizioni affinché la città potesse rispondere in massa. Tutti i passaggi sono stati decisi collettivamente, e pubblicamente dichiarati. I numerosi interventi dal camion hanno rivendicato e difeso tutte le azioni messe in campo nei giorni precedenti, e chiesto la liberazione degli arrestati. Nessuna aspettativa è stata tradita e ogni singolo manifestante è stato tutelato, tornando tutti assieme fino al Colosseo e, poi, a San Lorenzo. Ricordiamo, proprio per rispetto dei percorsi e delle decisioni collettive, che la scelta di tornare a Colosseo, era stata presa collettivamente nell’ultima riunione organizzativa che ha preceduto la manifestazione, per evitare che qualcuno tornasse alla spicciolata in una città militarizzata. Nessuno dei presenti, in quell’occasione, si è opposto a questa decisione. Proprio questo rispetto dei percorsi comuni andrebbe valorizzato da qui in avanti.

Per concludere, ci sentiamo di porre una serie di domande aperte. Il comitato #MaiConSalvini ha salutato la giornata del 28 annunciando che saremo in piazza, nuovamente, nel caso Salvini confermasse la volontà di portare a Roma, in primavera, Marine Le Pen. Ci è sembrato doveroso, fin da subito, segnalare una direzione da percorrere.

Ma, al di là della logica dell’evento, della contro-manifestazione, della campagna volta a bloccare le passerelle e le provocazioni, come tradurre il risultato di sabato in un percorso continuativo di intervento nella città? Il #28F ci consegna l’esistenza di una sfera pubblica radicale e di una forte tensione solidaristica in città. Come far seguire, a questi momenti di concentrazione, l’estensione molecolare della forza accumulata in piazza, attraverso la costruzione di iniziative contro la costituzione mafiosa dell’economia urbana romana? Come proseguire nella costruzione di iniziative in grado di moltiplicare forme autonome di solidarietà e di organizzazione mutualistica nei quartieri? Questo ci sembra un modo per porci all’altezza dell’evento prodotto, della vittoria conseguita, rendendo ancora più attuale e denso di significato il claim diritto alla città.

 

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