Gli “Invisibili” del campo profughi di Halba in Libano

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Melting Pot
30 03 2015

 

Venerdì 13 Marzo 2015 mi sono recato in un campo profughi nel nord del Libano insieme ad uno sparuto gruppo di volontari indipendenti con l’intento di distribuire generi di prima necessità.

Una trentina di chilometri ad ovest di Halba e situato a pochi passi dal mare, questo campo è suddiviso in tre parti differenti. La più piccola raccoglie una ventina di famiglie e costituisce una piccola enclave protetta da muri di cinta, al contrario delle altre due, separate soltanto dalla superstrada che corre lungo il mare e ospitanti un numero di famiglie variabile dalle quarantacinque alle settanta famiglie.

E’ bene puntualizzare che, come affermato da Selim Khalil, organizzatore della spedizione, non vi sono informazioni certe riguardanti il campo prima dell’arrivo di Abu ’Ali, figura a capo del campo giunta all’inizio della guerra e come quantificare l’esatto numero di famiglie Siriane sia impossibile a causa del continuo flusso di manodopera da e verso le montagne.

La storia del campo profughi di Halba è singolare, mi racconta May, una delle volontarie che mi accompagna durante il viaggio. Si tratta di famiglie siriane che da anni ormai si recano in questa zona per vivervi da Maggio a Settembre come lavoratori agricoli stagionali, senonché da due anni non possono tornare a casa per colpa della guerra e dei bombardamenti che hanno raggiunto la maggior parte delle loro case.

Inoltre, aggiunge May nel briefing fatto insieme il giorno prima della partenza, queste persone non hanno un visto d’ingresso che rientra in una delle categorie “emergenziali”, ovvero profugo di guerra oppure rifugiato politico, gli adulti della comunità hanno tutti un visto lavorativo per il Libano che viene rinnovato dal padrone delle terre di anno in anno.

Pertanto, questi profughi non vengono schedati da nessuna delle numerose ONG presenti all’interno del paese e come “invisibili” al momento non c’è nessun progetto di riqualifica del campo, nessun progetto educativo, nessun progetto umanitario che li veda coinvolti. La comunità più piccola ha avuto modo di organizzarsi meglio, costruendo case di pietra e collegandosi alla rete elettrica, ma al momento stesso ha rotto i rapporti con gli altri.
Conclude May, te ne renderai conto tu stesso al nostro arrivo domani.

Appena arrivati ai limiti del campo è chiaro e manifesto quanto detto da May il giorno precedente. Tende che sprofondano nel fango, due piccoli generatori per l’energia elettrica, famiglie prive dei generi di prima necessità ormai da anni.
Hanno l’acqua potabile, ma non possiamo portare alimenti complessi perché non hanno mezzi per cucinarli.

Basta entrare nel campo più grande ed essere accolti dalla miriade di bambini ed adolescenti per capire che qui stimiamo che l’età media si aggiri intorno ai dodici forse tredici anni. Ogni famiglia raggruppa almeno cinque membri, ma esistono numerosi casi di famiglie allargate con matrimoni interni alla famiglia.
E’ normale che le ragazze qui a quindici anni abbiano il loro primo figlio. Mi spiega Adelaide, un’altra delle volontarie dell’associazione, in stretto contatto con Abù Alì, la figura capo del campo.

Questo gruppo di volontari si presenta ogni estate nel campo per animarlo con attività organizzate per i più piccoli e laboratori di artigianato e workshop per i più grandi, in modo tale da occuparsi anche dell’educazione dei bambini mentre gli adulti e gli adolescenti lavorano sugli alberi di banano, nei campi di patate sulle colline oppure nelle valli dove si lavora con gli alberi da frutto e la manutenzione dei vigneti.

È solo negli ultimi mesi, dopo due estati di lavoro, che siamo riusciti ad ottenere della collaborazione reciproca e a far fruttare davvero qualche proposta. La prima estate che abbiamo organizzato giochi per i bambini e workshop per gli adulti il lavoro non è andato decisamente a buon in fine poiché ogni utensile ed ogni materiale spariva nell’arco di pochi minuti e persino qualsiasi vivanda portata da noi che non rientrasse appieno nella loro cultura, appena distribuita veniva velocemente rivenduta sulla strada
principale.

Durante la giornata è difficile entrare in contatto con gli adulti, se non nel momento in cui vengono distribuiti gli aiuti (un sacchetto per ogni famiglia contente latte in polvere per i neonati, vestiti e qualche giocattolo per i bambini). Solo dopo svariati tentativi e l’ausilio di Abù Alì siamo riusciti ad organizzare un metodo per la distribuzione più equo e che non preveda la spartizione dei beni con la violenza ed il bullismo. Nei primi tentativi venivamo fisicamente assaliti dagli uomini e dai bambini che poi secondo una legge interna basata su bullismo e violenza si spartivano il contenuto dei pacchi.

Anche nel corso della giornata, parlando con i ragazzi più grandi ho notato come il fatto che gli uomini non lavorino che qualche mese l’anno ed ora non trovino nulla da fare li rende violenti. La violenza qui è all’ordine del giorno, dai soprusi quotidiani agli abusi sui minori, con la violenza dei grandi sui più piccoli che più volte abbiamo visto, aggiunge Selim, un altro volontario che da due anni lavora nel campo insegnando musica e ceramica a ragazzi e adulti.

Vivendo a Beirut ho avuto modo di conoscere numerosi europei ed “occidentali” che lavorano all’interno di Ong estere e/o all’interno di progetti di cooperazione internazionale che operano con rifugiati siriani in Libano.

Tuttavia, il caso del campo di Halba mette a fuoco il problema, sottoposto recentemente anche dal Rapporto “Failing Syria” di Oxfam, dell’inefficiente distribuzione degli aiuti umanitari; della burocratizzazione di questi aiuti che spesso non possono raggiungere effettivamente tutti e si cristallizzano in un “solo il 57% degli aiuti viene distribuito ai siriani”; di come ad essere colpiti maggiormente siano ancora una volta i bambini e le donne.
In più, pone l’accento sull’operatività effettiva delle Ong rispetto ai fondi assegnati dalla comunità internazionale.

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