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Flash news

Lipperatura
29 11 2012

Il nuovo che avanza non si può fermare e chi se infischia del resto, è il mercato, è il futuro, è il domani, e il domani appartiene a me. Come in un celebre film.

Va bene, si esagera. Però, sarà l’età, saranno i tempi, sarà la pioggia, ma ogni volta che sento dire “il futuro non si cambia e la via è tracciata” mi vien voglia di risalire in macchina come i protagonisti di Cabaret.

Veniamo al punto. Anzi, veniamo alle macerie (umane) che il nuovo che avanza si lascia indietro. Immagino che conosciate la catena di librerie Fnac. Immagino sappiate che Fnac Italia è stata appena ceduta. Se non lo sapete, ecco il comunicato aziendale:

“Il Gruppo Fnac annuncia la firma di un accordo di cessione di Fnac Italia al fondo di investimento Orlando Italy. Lo scorso gennaio, nell’ambito del piano generale di risparmio e per il rilancio della competitività dell’azienda, Fnac ha annunciato la propria intenzione di uscire dal mercato italiano entro il 2012. Dal suo arrivo in Italia nel 2000, infatti, Fnac non ha mai raggiunto le condizioni operative necessarie per imporsi in questo paese. La crisi economica che l’Italia sta attraversando dal 2009 ha accelerato questo processo. La cessione sarà finalizzata a gennaio 2013, data nella quale Orlando Italy presenterà il suo progetto, attualmente in fase di definizione.”

Forse non conoscete quello che i lavoratori Fnac chiedono, e che si legge nella pagina Facebook “salviamo Fnac” (dove, per fortuna, continuano ad arrivare testimonianze di solidarietà: l’ultima è di Gianni Berengo Gardin).  Estraggo dal loro comunicato:

“Quali sono le intenzioni di Orlando: hanno un progetto di sviluppo di Fnac Italia?
Qual è il loro piano industriale?

Prevedono una ristrutturazione?

In questo caso, quali garanzie ci sono per i lavoratori e cosa si prevede per la gestione dell’impatto sociale?

Saranno chiusi dei negozi?

L’e-commerce?

In alcuni casi di cessione, non è il cessionario a pagare, ma è invece il cedente a effettuare un esborso a beneficio del cessionario che si accolla i debiti dell’azienda. In questo caso Orlando ha comprato Fnac o è PPR che paga Orlando? Il piano industriale di Orlando è rispettoso della Responsabilità Sociale d’Impresa e del Codice Etico del Gruppo PPR?Il mantenimento del marchio può essere considerato garanzia di continuità del business? Mantenere il marchio significherà rispettare anche il concept Fnac? Tutte le merceologie saranno mantenute?

Ma cosa pensavamo, colleghi? Pensavamo forse che avremmo finalmente ottenuto la chiarezza che stiamo chiedendo da gennaio? Ma davvero non avevamo ancora capito con chi abbiamo a che fare?

Come ci è stato detto, e ripetuto, e ripetuto, e ripetuto ancora: le nostre domande le potremo porre a Orlando nel momento in cui si sarà insediato. Orlando presenterà il suo piano una volta insediato. Orlando si insedierà a gennaio e solo dopo sapremo cosa intenda fare di noi.

Come dire, non siete più affare nostro.

Come dire, non ci riguardate più.

Come dire, non siamo più responsabili.

Come dire, noi ce ne laviamo le mani.

E allora, forza ragazzi. Mettiamoci buoni e tranquilli ad aspettare gennaio. E nel frattempo diamo il massimo per far incassare a questi signori il più possibile nel prossimo mese di dicembre. Natale è alle porte, con il suo festoso sciamare di clienti. Prepariamoci ad accoglierli e a sorridergli. Prepariamoci al turbine delle gioiose settimane prenatalizie. E poi cerchiamo anche di passare un buon Natale con le nostre famiglie. Un Natale sereno. Aspettando la befana. E quello che ci porterà.

Colleghi, ma davvero gli renderemo la vita così facile?”

Servirà a poco, ma la mia solidiarietà c’è, e il blog è a disposizione.

28 11 2012

La Regione Puglia dice di no alle quote rosa. Rimane quindi squilibrato il numero di uomini e donne nel consiglio regionale.
Secondo Nichi Vendola, governatore della Regione: «La casta del maschile inibisce qualunque percorso di autoriforma, si intende che la politica debba continuare ad essere un mestiere maschile e che le istituzioni debbano avere soltanto una presenza ornamentale di donne. Il consiglio regionale pugliese, che fotografa la realtà di una democrazia mutilata con i suoi 67 consiglieri maschi e le 3 consigliere donne, avrebbe davvero avuto l’occasione di un gesto forte di riparazione».

La proposta di legge sostenuta da oltre 30 mila firme raccolte dal comitato promotore è stata bocciata grazie al voto segreto chiesto da sette consiglieri dell’opposizione. Determinanti anche le assenze nella maggioranza di Fabiano Amati, Lorenzo Nicastro e di Arcangelo Sannicandro e i voti contrari di due consiglieri della maggioranza. Bocciati i primi due articoli della legge: il primo articolo obbligava i partiti a creare liste composte per il 50 per cento di uomini e il restante 50 di donne. Il secondo garantiva la doppia preferenza al momento del voto. Le liste elettorali composte in maniera diversa sarebbero state dichiarate inammissibili.
Delusa Magda Terrevoli, portavoce del comitato promotore della legge e componente della Commissione Pari opportunità: «Settanta consiglieri hanno affossato la volontà di 30mila persone. Non hanno neanche avuto il coraggio di esprimere un voto palese, facendo ricorso al voto segreto. Tutto ciò è vergognoso».
Con la mancata approvazione della legge «rosa», – afferma il presidente del Consiglio regionale, Onofrio Introna – «è stata sciupata una bella pagina di politica, ma nulla è perduto, sarà recuperata nella nuova legge elettorale». «Le assenze giustificate, per motivi istituzionali, di diversi consiglieri del centrosinistra – ha spiegato Introna – rendevano difficile raggiungere la maggioranza qualificata richiesta. Servivano 36 voti per far passare il testo di legge in esame oggi».
28 11 2012
 
La storia delle domestiche ecuadoregne costrette a subire abusi

di Valentina Spotti

Da quando aveva cinque anni Victoria Jiménez sa perfettamente sbrigare tutte le faccende di casa, come una piccola donna. Lavare, pulire e cucinare sono diventati gesti quotidiani, come prendersi cura dei suoi nove fratelli. Quando aveva 12 anni la mamma l’ha accompagnata a casa di una sarta, perché potesse lavorare come donna di servizio in cambio di qualche vestito. Invece, Victoria è andata incontro a una realtà fatta di abusi. “Quando l’uomo cominciava a toccarmi, io non potevo più dormire – racconta Victoria tra le lacrime – tenevo gli occhi aperti per fargli capire che sapevo cosa stava succedendo. Stavo sveglia per proteggere la mia sorellina”.

VENT’ANNI DI ABUSI - La storia di Victoria, raccontata dal Guardian, è solo una delle tante storie di abusi di cui sono vittime milioni di donne in tutta l’America Latina, donne che lavorano a servizio di famiglie facoltose, e che sono costrette a subire violenze fisiche e sessuali dai membri della famiglia presso cui abitano. Victoria, che ora ha 39 anni, ha trascorso due decenni stretta nella morsa della violenza, per poi trovare aiuto nella Association of Paid Domestic Workers di Guayaquil (Ecuador) che l’ha strappata al suo destino offrendole sostegno e cure mediche adeguate. “Ho tentato di uccidermi. Mi sentivo depressa e spaventata, come se non valessi niente, come se fosse tutta colpa mia – racconta – Mi sentivo come se non potessi nemmeno far sentire la mia voce”.
 
TABÙ CULTURALI - Sarebbero più di 14 milioni, sparse in tutta l’America Latina, le donne di servizio costrette a subire violenze e abusi: un problema culturale che ha svegliato molte coscienze. “In privato tutti ne parlano, ma portare il problema all’attenzione del pubblico è una specie di tabù. Le collaboratrici domestiche sono donne che nutrono un forte amore verso le famiglie cui prestano servizio – spiega Sofia Sprechmann, direttrice del CARE International program a Quito – Per questo è così complicato: è un lavoro che ti coinvolge anche sul piano emozionale ed è per questo che è più facile finire vittime di abusi”. Abusi che, anche da un punto di vista formale, spesso sono difficili da identificare, perché non vengono denunciati. Secondo le statistiche  sono molti i ragazzini che hanno il loro primo rapporto sessuale proprio con la domestica che vive in casa loro. Ma gli abusi non riguardano solo la sfera sessuale: le domestiche possono essere chiuse a chiave in una stanza, aggredite verbalmente, obbligate a mangiare cibo scadente, essere sottopagate e addirittura essere vendute come schiave a una famiglia di conoscenti. “Sono convinti che non abbiamo bisogno di mangiare – racconta Angela Reasco Cortez, una domestica di 50 anni – Mi imbarazza raccontare la mia storia ma la verità è che sono stata bruciata, picchiata, legata a un albero con tre cani mentre i miei datori di lavoro erano fuori. Mi hanno minacciata con un coltello”.

PROBLEMA DIMENTICATO - Il compito delle associazioni come la CARE è quello di monitorare la situazione a  Guayaquil, informando le donne sui loro diritti e offrendo loro sostegno in caso di bisogno. Non si tratta di un compito facile perché il problema non viene riconosciuto né dalle istituzioni né tantomeno dalle famiglie che assumono queste donne. “Questo problema tocca corde profonde – continua la Sprechmann – molte famiglie della classe media che si battono per i diritti sociali molto spesso sfruttano la donna che hanno assunto per le faccende domestiche. I politici non affrontano il discorso perché temono che li renderebbe impopolari”. Così tocca alle associazioni come CARE trovare soluzioni alternative, tra cui la concessione di microcrediti che permettono alle donne di lasciare il servizio e mettersi in proprio con una piccola attività.

AGENDA GLOBALE - Eppure, presto L’Ecuador dovrà affrontare il problema perché entro agosto 2013 entrerà in vigore la legge sul lavoro domestico, firmata nel 2011 insieme ad altri 183 paesi del mondo che hanno partecipato alla convention della International Labour Organisation. Per le donne che prestano servizio in una famiglia le cose devono cambiare. Ma il tempo stringe: sempre più bambine corrono il rischio di finire intrappolate nel destino che fu delle loro madri. “Non voglio che mia figlia diventi una domestica – dice Victoria, guardando la sua bimba di due anni – Ma se succederà mi sono promessa che per lei le cose saranno diverse”.
Usb
28 11 2012

AZIENDA COLGA OCCASIONE PER DISCUSSIONE TRASPARENTE
 
“La smentita del gruppo Coop in merito a quanto dichiarato delle lavoratrici nella lettera indirizzata a Luciana Littizzetto, suona paradossalmente a conferma di quanto denunciato dalle dipendenti”, afferma Maria Teresa Pascucci, dell’USB Lavoro Privato.
 
“L’azienda mette in rilievo il numero dei contratti a tempo indeterminato, ma non fa riferimento al diffusissimo uso del lavoro part-time – evidenzia Pascucci - che nella stragrande maggioranza dei casi non certo è una libera scelta della lavoratrice, ma è l’unica opportunità per poter essere assunta. Part time a cui vengono applicate le clausole flessibili ed elastiche, che non consentono una pur minima organizzazione dei tempi di vita e non permettono di cercare un altro lavoro per avere un reddito dignitoso”.
 
“In questo quadro – prosegue la sindacalista - la condizione tipica di una cassiera di ipermercato è quella di 20 ore di lavoro settimanali, con 625/700 Euro di salario mensili, come è dimostrabile dalle buste paga delle lavoratrici”.
Precisa Pascucci: “Relativamente alla sproporzione tra ruoli dirigenziali occupati da personale maschile in una azienda dove è prevalente la presenza delle donne, il problema si avverte man mano che si sale nella gerarchia. Infatti ai vertici le percentuali fornite dalla Coop si assottigliano e le donne spariscono quasi del tutto. Prendiamo due esempi: nelle 9 grandi cooperative del sistema Coop ed in Coop Italia tutti i presidenti sono di sesso maschile. Se prendiamo poi a riferimento il sistema cooperativo della regione Campania, riscontriamo che l’Amministratore Delegato è un uomo e i direttori dei tre Ipermercati e dei due Supermercati sul territorio sono tutti e cinque uomini”.
 “Relativamente al tema delle molestie – continua la rappresentante USB - sono documentabili casi che confermano quanto denunciato nella lettera. Peraltro sappiamo bene che in questo campo i casi denunciati sono la punta dell’iceberg, difficile  da combattere perché in assenza di prove la denunciante rischia il licenziamento.  Inoltre con la parola molestie le lavoratrici non hanno fatto riferimento esclusivamente a quelle di tipo sessuale, ma a comportamenti che generano sensazione di disagio o di fastidio fisico o morale”.
“La fotografia che emerge dunque dalla lettera delle lavoratrici Coop è purtroppo realistica”, conclude Pascucci. Invitiamo pertanto l’azienda a non nascondere la polvere sotto il tappeto, ma a cogliere l’occasione fornita da un gruppo di dipendenti coraggiose per riaprire la discussione, trasparente e democratica, sul futuro della cooperazione nella grande distribuzione nel nostro paese”.
28 11 2012

Sul web sono ormai centinaia le pagine che inneggiano alla forma perfetta grazie a diete assurde e suggerimenti per essere trasparenti
  
di Maghdi Abo Abia
 
L’Indipendent ci parla di un nuovo trend che vede protagoniste giovani ragazze imnpegnate in una specie di lotta competitiva basata sulle diete, incentivata dalla proliferazione di siti a favore dell’anoressia, siti raccolti nella ricerca “Virtually Anorexic – Where’s the harm?” attenzione la gallery contiene anche gli scatti della malattia

DIETE RIDOTTE - Sono ormai tra 400 e 500 i siti che promuovono l’anoressia ed incentivano il disordine alimentare. Questi sono ormai la destinazione di centinaia di ragazze le quali, ogni giorno, cercano modi per essere più magre di quanto già non siano. Su queste pagine vengono promosse diete di massimo 500 calorie al giorno accompagnate da caffé, sigarette e pillole dimagranti. Inutile ricordare che il fabbisogno medio giornaliero sia per uomini sia per donne sia molto più alto.
 
COME DELLE DEE - Questi siti incoraggiano un modello di perfezione innaturale grazie anche alla diffusione di fotografie di attrici come Keira Knightley e Victoria Beckham incoraggiando alla trasparenza dei corpi. La dottoressa Emma Bond dell’University Campus Suffolk di Ipswich, responsabile della ricerca in oggetto, sostiene che le ragazze alle prese con disordini alimentari vengono idolatrate quasi come se fossero delle dee.

L’ENTUSIASMO - Ad esempio una di loro, la quale aveva lamentato un aumento di poche decine di grammi dopo le feste natalizie, aveva specificato sul web che avrebbe passato tre giorni di regime ferreo per riguadagnare il suo peso forma, con il risultato che in poche ore ha ricevuto commenti di persone entusiaste che la vedevano come un’ispirazione. Questo comportamento fa si che le donne ipermagre, sentitesi gratificate da tali attenzioni, pubblichino sul web loro immagini, le quali alimentano in maniera consapevole l’industria del porno di settore.

IL PERICOLO - Questi siti raccontano la storia di ragazze adorabili, carine, belle e vulnerabili le quali, a causa della ricerca spasmodica della perfezione, cadono in un lato oscuro fatto di lassativi, purghe e medicinali che non sono reperibili sul mercato del loro Paese e che vengono quindi ordinati via Internet. Addirittura ci sono pagine che incitano all’autolesionismo ed al suicidio. E non parliamo solo di adolescenti. Come ricorda la dottoressa Bond l’anoressia può colpire ad ogni età e chiunque potrebbe essere influenzato in un momento di debolezza da messaggi tanto dannosi e violenti. Sopratutto se sono reperibili sul web. (Photocredit Lapresse)
Frida
28 11 2012

FRIDA è un’associazione contro la violenza di genere attiva da oltre due anni sul territorio di Cava e della Provincia di Salerno ed in questo lasso di tempo ha assunto un ruolo importante nel contrasto ad ogni forma di violenza e discriminazione. Tante sono state, infatti, le iniziative promosse dall'Associazione per sensibilizzare ai temi della non-violenza e delle uguaglianze, finalizzate a realizzare luoghi e momenti di incontro, di festa come di ascolto e di professionalità che consentissero di aiutare, accompagnare e sostenere decine di donne in difficoltà, minori, anziani, stranieri. Grazie all'aiuto delle volontarie e dei volontari, di un equipe di psicologi e legali che prestano la propria opera gratuitamente, FRIDA è in prima linea contro stalking, violenza sessuale e psicologica, mobbing e ogni altra forma di esclusione e discriminazione. Per soddisfare le numerose richieste d’aiuto si avvale di una sede presso il Consultorio Familiare di Cava de’ Tirreni (martedì e giovedì pomeriggio e sabato mattina) ove è stato allestito un apposito sportello, divenuto negli ultimi tempi  un   punto di riferimento indispensabile per portare avanti attività che necessitano di spazi dedicati e che rispettino le normative vigenti anche in termini di riservatezza e privacy.

Nell’ambito delle incontri dedicati a contrastare qualsivoglia violenza e discriminazione Frida ospiterà il 30 novembre prossimo  alle ore 19,00 la poetessa Maram al Masri, presso il Giardino Segreto del Marchese a Cava de' Tirreni. Nata nel 1962 a Lattakia, in Siria, dal 1982 vive in Francia, patria d’elezione o forse potrebbe dirsi d’esilio, visto che in una recente intervista pubblicata sul giornale di Trieste ha dichiarato che la sua, in Francia, è stata una vita da esiliata: "Se non fossi stata un’esiliata non sarei la donna, la poeta che sono. Quest’esilio mi ha liberata dalla dittatura letteraria della tradizione araba e mi ha permesso di non dover seguire come un cane le orme del proprio padrone". Maram al Mansri è, difatti, anche una donna politicamente impegnata sul fronte dell’attivismo, in difesa dei diritti del popolo siriano e contro i massacri operati dal regime di Al-Assad. Nell’intervista citata prima, afferma: “Quello siriano è un popolo colto, educato, ovunque nel mondo incontriamo medici, ingegneri siriani. Abbiamo tutti i mezzi per poter praticare la democrazia ma, essendo vissuti per secoli sotto imperi stranieri, da quello Ottomano a quello inglese, seguiti da una catena di dittatori, fino ad oggi non abbiamo avuto modo di sviluppare le nostre potenzialità. Importante è che Assad venga mandato via e che il paese trovi la sua via alla democrazia”.
Nell’incontro organizzato da Frida la poetessa siriana presenterà la sua ultima raccolta “Anime scalze”, che è un omaggio ed un tributo alle donne vittime di violenza in Francia, quelle anime scalze che “ [...] si guardano dietro | temendo di essere seguite | dai piedi della tempesta, | ladre di luna | attraversano, | camuffate da donne normali. | Nessuno le può riconoscere | tranne quelle | che sono come loro”.
Maddalena Robustelli
Linkiesta
27 11 2012

Marco Sarti

Nel biennio 2008-2010 in Italia sono stati effettuati quasi 1.500 trattamenti. «Inutili e violenti» secondo alcuni esperti. Ora parte la “battaglia di civiltà” di Psichiatria democratica, contro quella che «non è una terapia, ma un trattamento approssimativo e ascientifico». Nel Paese sono 9 le strutture specializzate.

«Se fossi matto vi parlerei degli elettroshock subiti negli anni addietro, dei terribili momenti dell’attesa prima dell’applicazione degli elettrodi, delle urla, dell’intenso odore di urine, della voce dell’infermiere che ti chiama per nome e del medico che questo nome nemmeno conosce». Il manifesto della campagna “no elettroshock” inizia così. Un impegno di Psichiatria democratica - la società fondata da Franco Basaglia negli anni Settanta - e numerose altre associazioni per fermare la pratica della terapia elettroconvulsivante.

Negli ospedali italiani si ricorre ancora all’elettroshock. Nel triennio 2008-2010 sono stati eseguiti poco più di 1400 trattamenti. Lo confermano i dati consegnati dal ministro della Salute Renato Balduzzi alla commissione di inchiesta sul sistema sanitario nazionale. Anche per questo la scorsa estate le parlamentari Delia Murer, Luisa Bossa e Maria Antonietta Farina Coscioni hanno presentato un’interrogazione al ministro. «Interrogazione cui ancora non abbiamo ricevuto risposta» raccontano in una conferenza stampa a Montecitorio.

Ma l’elettroshock non è una terapia, denunciano le associazioni che hanno aderito alla mobilitazione. «È un trattamento approssimativo, ascientifico, empirico, usato ideologicamente per far credere in una pronta risoluzione dei sintomi. E le sue presunte “indicazioni” trovano oggi ben più adeguati trattamenti riabilitativi, farmacologici, assistenziali, psicoterapeutici». Alla Camera le tre parlamentari, insieme al segretario di Psichiatria democratica Emilio Lupo e al presidente Luigi Attenasio, lanciano l’allarme. Nel nostro Paese pochi sanno che la pratica è ancora così diffusa. «Chiediamo di fare chiarezza sull’uso di questo metodo che a mio parere non rispetta la dignità della persona» spiega Murer. Un’interrogazione, spiega la radicale Farina Coscioni «per capire il valore, o meglio il disvalore, di questo trattamento».

La pratica dell’elettroshock, racconta lo psichiatra Antonio Morlicchio, è nata negli anni Trenta. Dall’osservazione di un macello romano. «Ci si era accorti che dopo la prima scossa elettrica i maiali si intorpidivano». «Ma oggi - continua Lupo - Pensare che il cervello sia malato, come gli scienziati dell’Ottocento, è fuori dal tempo. L’unica strada maestra è la presa in carico globale del paziente». La campagna di comunicazione che presto arriverà nelle principali città italiane è una «battaglia di civiltà» spiegano. Un impegno contro un trattamento inutile e dannoso. Nel 2008 i pazienti over 75 sottoposti alla terapia elettroconvulsivante erano 21. L’anno successivo 39. Nel 2010 sono stati 27. «Sfido chiunque - racconta Lupo - a dire che questi sono interventi che potevano aiutare persone sofferenti». Senza parlare dei gravi danni alla memoria «sempre presenti» durante i trattamenti. Tutto, nonostante «gli ultimi studi - racconta lo psichiatra Cesare Bondioli - dicono che l’elettroshock non ha alcun fondamento scientifico di efficacia»
Intanto le terapie elettroconvulsivanti continuano a essere praticate. In Italia le strutture attrezzate sono nove, come spiegano durante la conferenza stampa: l’ospedale di Montichiari, quello di Oristano, il Santissima Trinità di Cagliari. E ancora gli ospedali di Brunico, Bressanone e la clinica universitaria di Pisa. Più tre cliniche private convenzionate: la casa di cura San Valentino di Roma, Santa Chiara di Verona e Villa Baruzziana di Bologna.
L’elettroshock è una pratica violenta, eppure a volte funziona. Sostiene qualcuno. Davanti a questa frase Franco Basaglia - ricordano i rappresentanti di Psichiatria democratica - rispondeva sempre allo stesso modo. «È vero, l’elettroshock funziona. È come dare una botta a una radio rotta: una volta su dieci la radio riprende a funzionare. Nove volte su dieci si ottengono danni peggiori. Ma anche in quella singola volta che la radio si aggiusta, non sappiamo perché».

Un trattamento discusso. Che già nel 1995 - così si legge nell’interrogazione parlamentare - aveva sollevato le perplessità del Comitato nazionale per la bioetica. «La psichiatria - si legge - attualmente dispone di ben altri mezzi per alleviare la sofferenza mentale». Pochi anni dopo, nel 1999, una circolare dell’allora ministro della Sanità confermava: «Nonostante la grande quantità di ricerche condotte negli ultimi decenni, non è stato ancora chiarito in maniera precisa il meccanismo d’azione della Tec (terapia elettroconvulsivante, ndr)».
Un trattamento spesso accompagnato da altre discusse pratiche. Come la contenzione meccanica (la pratica di legare il paziente al letto o di immobilizzarlo con una camicia di forza). «Nel Lazio - spiegano alla Camera dei deputati - solo nel 2009 sono state eseguite 25.471 ore di contenzione meccanica. Con una durata media di 18 ore ogni volta».
Tredici anni fa, la già citata circolare del ministero prevedeva specifiche linee guida «circa il monitoraggio, la sorveglianza e la valutazione» delle terapie elettroconvulsivanti. Ad esempio il ricorso ad «un’apposita commissione composta da professionisti esterni alla struttura dove si effettua il trattamento». Anche per questo la deputata Pd Delia Murer chiede al ministro Balduzzi se fino a oggi - dato l’alto numero di elettroshock effettuati nel nostro Paese - siano state rispettate tutte le indicazioni contenute nel documento. Ma anche «se non sia arrivato il momento di adottare diverse modalità o addirittura di rivedere la normativa». Nel 1999, anno della direttiva del ministero della Sanità - sostengono i rappresentanti di Psichiatria democratica - le evidenze scientifiche lasciavano ancora qualche margine di dubbio sull’effettiva utilità dell’elettroshock. «Ora non più».

Scelte

Lipperatura
28 11 2012

Eh no, non è questione di mettere le mutande alle statue.  Per il calendario Pirelli 2012 il fotografo di guerra Steve McCurry ha voluto donne normali, bellissime ma normali, di ogni età. Non ha voluto ritrarre donne nude non perché sia un puritano, un moralista, un limitatore delle altrui libertà. Ma perché, ha detto,  il nudo è “inutile e non interessante, si possono fotografare nudi ovunque”. E ancora:  “Si possono scattare foto sexy dappertutto, anche nella lobby di un albergo. La mia speranza era di riuscire a fotografarle come persone vere”. Segretarie e venditrici di frutta, pensose future madri e allegre sessantenni. Nel 2009 il fotografo Peter Beard aveva proposto tutt’altra visione.

Disse, dopo il putiferio mondiale seguito alla diffusione dell’immagine,  che gli scatti si riferivano a “un rito boscimano che appartiene alle tradizioni delle popolazioni del deserto del Kalahari”: ma l’impatto, come ognun vede, rimandava a tutt’altro. La scelta di McCurry potrà piacere o meno: mi sembra però che corrisponda a un progetto diverso dal consueto, che sceglie di evitare il nudo perché il medesimo è inflazionato, ed è dunque stato privato, al momento, di ogni valenza trasgressiva.  Semplicemente, insomma,  mostra e dimostra che le persone - le donne, nel caso - sono diverse le une dalle altre e che non esiste un modello unico cui conformarsi. Se poi qualcuno interpreterà il calendario come il trionfo della censura femminista che detesta il nudo e la giovinezza e vuole obbligare l’universo mondo al burka, be’, è un problema suo. Davvero.
28 11 2012

Taranto, niente blocchi in città. L'orgoglio degli operai abbandonati dall'azienda: "Stavolta si va a Roma"

di ADRIANO SOFRI

TARANTO - Ormai le città sono due. La Taranto delle persone, e quella dell'Ilva. E come se non bastasse, proprio ora la Taranto delle persone è stata dichiarata la città più invivibile d'Italia. L'ingresso della Direzione dell'Ilva  -  un luogo tanto meno solenne ma assai più influente del Municipio cittadino  -  era sconsacrato ieri da un lenzuolo con su scritto: "Senza lavoro, nessun futuro". Dentro, la mattina, lo slogan gridato dal grosso corteo di operai che avevano lasciato i loro posti per radunarsi in quello spazio padronale era: "I padroni dell'azienda siamo noi!".

C'era il furgone dei "Liberi e pensanti", c'erano soprattutto gli operai della Movimentazione Ferroviaria. Loro sono i compagni di Claudio Marsella, di Oria, 29 anni, locomotorista, si chiama così, morto lo scorso 30 ottobre col torace schiacciato durante la manovra di aggancio di un carro. Lo avevano trovato agonizzante, perché all'Ilva per quel lavoro pesante e pericoloso si era lasciato solo un operaio per turno.
Quella notte c'erano stati altri due "incidenti" gravi, un operaio ustionato, uno intossicato dal gas. Oggi qualcuno ricorda quella giornata, la protesta dei compagni di lavorazione cui si era unito il sindacato di base, l'assenza di troppi altri, per non dire della città. Bisognava continuare con lo sciopero, dicono anche, come stanno facendo a Genova.

Io sono qui, dice uno, anche se è il mio compleanno, e tira fuori la carta d'identità per provare che è vero. È vero, ha 37 anni, se ne ricorderà di questo compleanno, gli dicono, tanti auguri. Per un momento, le facce serie serie si fanno allegre. Sono serie anche le facce dei carabinieri e dei poliziotti in borghese che stanno anche loro a far capannello sul marciapiede: se non lo dicessero, sembrerebbero piuttosto operai. Polizia da disordine pubblico non ce n'è, se non in qualche blindato parcheggiato distante, ma non ce n'è bisogno. È tutta un'altra aria (...)
Globalist.it
27 11 2012

Betlemme, 27 novembre 2012, Nena News 
- Si è celebrata domenica 25 novembre la giornata internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne. Allarmante è la situazione delle donne palestinesi, le quali non solo vivono nel giogo dell'oppressiva occupazione militare israeliana, ma sono anche vittime della violenza della stessa società palestinese.

Una delle forme più diffuse di violenza che continua ed essere perpetrata nei Territori Palestinesi Occupati è quella che avviene all'interno dell'ambiente familiare. In particolare ancora diffusi sono gli omicidi di donne compiuti per "motivi d'onore" da padri, fratelli e mariti. Uno degli episodi più brutali di quest'anno è stata l'uccisione di Nancy Zaboun, una giovane madre che è stata sgozzata dal marito nel mercato di Betlemme per aver chiesto il divorzio. 

In Palestina non esistono dati reali su questi crimini a causa della mancanza di un'agenzia governativa che raccoglie i dati. Secondo quanto riportato da Al-Haq, un'organizzazione non governativa palestinese per i diritti umani, si stima che in Cisgiordania almeno 18 donne siano state vittima di delitti d'onore tra il 2005 e il 2010. Omicidi che vengono facilitati dal fatto che in Palestina non esistono normative specifiche che riconoscono come reato la violenza domestica e sessuale contro le donne. In particolare la legge penale giordana N.16, in vigore in Cisgiordania dal 1960, definisce la violenza sessuale (stupro ed incesto) come crimine contro "l'etica e la morale pubblica", e non come un crimine contro l'integrità dell'individuo. Inoltre le leggi sugli stupri in vigore nei Territori Palestinesi Occupati distinguono tra vittime vergini e quelle non vergini ponendo pene più severe se le vittime sono vergini. Il codice penale giordano, in vigore in Cisgiordania, e quello egiziano, in vigore a Gaza, non riconoscono come reato la violenza sessuale all'interno del matrimonio. 

La legge penale egiziana impone pene più severe per le donne che commettono adulterio (due anni per le donne e sei mesi per gli uomini). L'uccisione della moglie (ma non del marito) nell'atto dell'adulterio è considerato una circostanza attenuante.

Fino a poco più di un anno fa, l'articolo 40 del codice penale giordano N.16, dava pene ridotte per i crimini d'onore (chi uccideva per motivi di onore veniva punito con un massimo di sei mesi di carcere). Tuttavia, la brutale uccisione di una giovane donna di Hebron, Ayah Baradiya, per mano dello zio, avvenuta a maggio 2011, ha scioccato l'intera Cisgiordania e ha spinto molte associazioni di donne ed attivisti palestinesi a chiedere una modifica dell'articolo. Il 15 maggio 2011 il presidente dell'Autorità Palestinese Mahmoud Abbas ha emendato l'articolo 340 del codice giordano N.16 aggiungendo che "non include l'uccisione di donne per questioni di onore familiare".

Un primo passo, che però non basta. Le donne in Palestina continuano ad essere discriminate dalla legge e spesso la violenza perpetrata contro di loro rimane impunita. Nena News
Rassegna.it
27 11 2012

La Flai Cgil stima una presenza di 2.500 migranti nella piana, ma molti riescono a essere occupati solamente 1-2 giorni a settimana. La paga giornaliera è di 25 euro e le condizioni di accoglienza sono drammatiche
 
Sempre più drammatica la situazione dei lavoratori immigrati nella piana di Gioia Tauro. A denunciare il peggioramento della situazione è ancora una volta la Flai Cgil: “Il lavoro scarseggia e i numerosi migranti presenti riescono ad essere occupati solamente 1-2 giorni a settimana”, spiega il segretario della Flai-Cgil della piana di Gioia Tauro, Renato Fida. La Cgil stima una presenza, in tutta la piana di Gioia Tauro, di 2.500 immigrati di cui 1.700 vivono nelle strutture di accoglienza mentre gli altri hanno trovato posto in casolari abbandonati dove le condizioni igienico-sanitarie sono molto precarie.

“C'è pochissimo lavoro - afferma Fida - e quindi gli immigrati trovano poca occupazione. Il prezzo degli agrumi, che si aggira sui 6 centesimi al chilo, ha fatto praticamente crollare il mercato e gli agricoltori scelgono, in molti casi, di non raccogliere il prodotto perché non è conveniente. Gli immigrati vengono pagati all'incirca 25 euro al giorno rispetto alla tariffa che dovrebbe essere di 45 euro. Questo sta determinando una situazione drammatica. Tutto scaturisce dalla forte crisi in cui versa l'intero comparto agricolo”.

Anche per il sindaco di Rosarno, Elisabetta Tripodi, la situazione è gravissima e "deve essere affrontata subito". "A Rosarno - spiega il sindaco - abbiamo un campo con dei container dove tutti i posti sono occupati e la situazione appare tranquilla. Nella vicina San Ferdinando, invece, c'è una situazione più incerta perché nella tendopoli ci sono il doppio di immigrati rispetto alla capienza che è di 280 posti. Domani è previsto un incontro presso la Prefettura di Reggio Calabria, con la Regione e la Provincia, e ci auguriamo che arrivino risposte concrete per far fronte a questa situazione".
Agi
27 11 2012

Sono 842mila le donne che hanno denunciato di aver subito ricatti sessuali sul luogo di lavoro. E' quanto emerge da una ricerca dell'Istat presentata a un convegno sulla violenza alle donne nei luoghi di lavoro organizzato da Cgil, Cisl e Uil. Secondo l'analisi presentata dalla direttrice del dipartimento statistiche sociali e ambientali dell'Istituto, Linda Laura Sabbadini, a 488mila donne e' stata chiesta una disponbilita' a rapporti sessuali, 247mila hanno ricevuto una richiesta in cambio dell'assunzione e altre 234mila hanno ricevuto una proposta in cambio di mantenere il posto di lavoro o di fare carriera. Altre 125mila lavoratrici hanno subito varie forme di ricatto. Secondo l'indagine, infine, sono un milione 224mila le donne a rischio molestia sul posto di lavoro .

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