Uscire ogni mattina per andare a lavorare è una scommessa, anche contro la morte. Le sfide che devono affrontare sono quotidiane come le minacce, in ogni momento del loro lavoro, che coinvolgono spesso anche le loro famiglie. Arrivano soprattutto dai mariti delle assistite e dai loro parenti. Pretendono che Hawca (la onlus a a cui fa capo Vite Preziose per il sostegno delle donne afghane) abbandoni la causa e restituisca il mal tolto, ossia la moglie, che hanno massacrato. ...

Carcere femminile di Herat: storie di detenzione e speranza

  • Giovedì, 06 Giugno 2013 13:38 ,
  • Pubblicato in Flash news

Frontiere news
06 06 2013

Il mio secondo giorno ad Herat ha in programma la visita al carcere femminile. Ad accompagnarmi, oltre i ragazzi della scorta, c’è il colonnello Gionti, responsabile del Provincial Reconstruction Team – CIMIC Detachment (PRT) di Herat.

LA STRUTTURA E IL PROGETTO: Il PRT è l’unità militare che gestisce i progetti di sviluppo nella provincia di Herat coordinandosi con il Ministero degli Affari Esteri, le autorità locali e le altre Organizzazioni Internazionali presenti. L’attività del Provincial Reconstruction Team ha una grande valenza dal punto di vista dello sviluppo dell’economia locale e del miglioramento delle condizioni di vita della popolazione. Tutto quello che viene costruito, realizzato e pensato viene fatto al fine di incoraggiare l’economia e lo stato sociale della provincia di Herat, soprattutto ora che si è nella fase critica della transizione. Tutti i lavori condotti dal PRT vengono appaltati alle ditte afghane, che utilizzano a loro volta manodopera locale, incentivando così la crescita dell’economia come vuole il motto che sta alla base di questa nuova fase: “Afghan First”.

Il carcere femminile è uno di questi progetti: inaugurato nel 2009, la struttura è dotata di una piccola biblioteca, una lavanderia, dei laboratori – dove le detenute imparano un mestiere o una lingua, un asilo nido, una cucina spaziosa e 12 camerate. La nuova struttura è andata a sostituirne una vecchia e fatiscente dove era impensabile creare quello che si vede oggi qui.

Appena arriviamo mi accoglie la polizia afghana: sono loro a mantenere l’ordine. Solitamente le guardie carcerarie sono donne, direttrice inclusa. Oggi però, visto che è giorno di visita, hanno chiesto “rinforzi”.

LA VISITA: Appena varco la soglia ad accogliermi c’è un vociare di donne e bambini. Seduti, davanti a me, mille colori di veli e di burqa sollevati: azzurro, arancione, rosa, blu. I colori colpiscono forte la mia vista, le donne sedute a gambe incrociate aspettano il loro turno per poter visitare le sorelle, le madri che sono detenute lì mentre i bambini gattonano sul pavimento freddo.

La direttrice delle guardie mi accoglie, mi ringrazia per essere lì, ringrazia il PRT, tutto quello che il contingente italiano ha fatto per la loro struttura e inizia a camminare veloce per mostrarmi orgogliosa il “suo” carcere. Prima su tutto l’infermeria, dove nascono bambini e vengono fatte tutte le analisi necessarie ad ogni detenuta. Sul muro le scritte di quante sono e quali vaccini hanno fatto. Sono circa 120 le detenute presenti oggi nel carcere, una sola è malta di Hiv. Un dato rincuorante, mi spiega la direttrice tramite l’interprete.

Poco più avanti, in una stanza tutta colorata, c’è l’asilo nido. Nel carcere è permesso alle madri tenere i bambini con loro fino ai sei anni di età: qui possono studiare, giocare, stare con i loro coetanei. Seduti al centro della stanza tre di loro mi guardano incuriositi e, forse, un po’ spaventati. Ne arrivano altri e tutti insieme intonano una canzone per me: parla di mamme, del dono della vita, di speranza.
Tutti i giochi che ci sono nella stanza sono in ordine: macchinine, peluche, bambole… Se non fosse che so perfettamente dove sono, sembrerebbe un asilo in piena regola.

Andando avanti arriviamo alla cucina, spaziosa e organizzata su due turni: qui ognuno può cucinare quello che vuole, per sé e per il suo bambino. Chiedo di visitare i bagni ma mi viene negato. Poco dopo arriviamo a quello che è il fiore all’occhiello del carcere femminile: i laboratori. Qui, infatti, è possibile seguire dei corsi per imparare un mestiere: parrucchiere, sarte e tessitrici di tappeti sono quelli che vanno per la maggiore. Ma ci sono anche corsi di alfabetizzazione, di lingua inglese, di religione. Tutto quello che può diventare utile una volta che faranno ritorno alla vita “reale”, quella fuori dal carcere.

I MOTIVI DELLA DETENZIONE: Chiedo alla direttrice il motivo per cui queste donne sono qui. “Omicidio e adulterio: nella parte sinistra dei dormitori stanno le adultere, nella destra le assassine”. Pena massima? “Vent’anni. Ma i condoni vengono fatti spesso… E’ facile che si passi da dieci a cinque anni”.
Rifletto sulle motivazioni: adulterio e omicidio. Le donne che sono incarcerate qui molto spesso hanno solo deciso di ribellarsi alle botte di mariti violenti e storditi dall’oppio. Oppure hanno avuto il coraggio di dire no al matrimonio combinato, imposto dalla famiglia, scegliendo di stare insieme a qualcun altro, diventato così “prostitute” per la legge.

I LABORATORI: Quando entriamo nella sartoria, una signora più anziana sta insegnando a una giovane detenuta come cucire gli abiti che poi verranno venduti nei mercatini che si tengono un paio di volte all’anno alla base di Camp Arena. Mani esperte e veloci si muovono su una macchina da cucire Singer che definire antica è un complimento. Eppure la velocità e la bravura della sarta mi restano impresse: sotto ai miei occhi viene confezionata una maglietta bellissima. Poco dopo, la direttrice mi regala una pashmina e un abito tradizionale cucito da loro: colori e perline che sembrano quasi suggerire speranza.
Parte del ricavato delle vendite resta direttamente alle detenute: in questo modo possono continuare ad aiutare la famiglia a casa, mantenere i propri bambini e riuscire a mettere qualcosa da parte per il dopo, per quando la detenzione sarà finita e la libertà sarà di nuovo parte della loro vita. Le camerate ordinate, pulite. Le lenzuola tese e i letti abbastanza grandi per far spazio ai bambini che dormono con le madri. La televisione, i ventilatori accesi.

Non si fa fatica a credere che il carcere diventi un luogo di salvezza per queste donne spesso costrette a vivere in condizioni pessime, a sopportare umiliazioni e mariti violenti in una società che non prevede alcun diritto per loro.
Certo, non sarà tutto perfetto. Sicuramente qualcosa non mi è stato mostrato, non so se le donne sono davvero così contente del loro “rifugio” e se il pasto caldo che hanno qui e qualcosa che le rincuora davvero. Eppure, la possibilità di un’educazione che fuori da quelle mura viene spesso a loro negata mi lascia ben sperare.
In fondo, anche noi, abbiamo qualcosa da imparare da loro.
GIORNO 3: intervista alla direttrice del Dowa

Appena due ore è durato il dibattito nel parlamento afgano sulla legge contro la violenza sulle donne, prima che il Presidente decidesse di interromperlo a fronte della richiesta degli ultraconservatori di abrogare la norma. ...

Afghanistan. Il 'mistero' delle studentesse avvelenate

  • Venerdì, 03 Maggio 2013 14:12 ,
  • Pubblicato in Flash news

Osservatorio Iraq
03 05 2013

"Siamo entrate in classe e all'improvviso abbiamo sentito un cattivo odore. La nostra insegnante ci ha consigliato di aprire le finestre, ma poi qualcuna ha cominciato a gridare e a perdere conoscenza. Infine siamo state portate in ospedale".

 


di Anna Toro


A parlare è una delle studentesse della scuola di Sultan Razia, a Kabul, dove la mattina del primo maggio 150 ragazze hanno mostrato sintomi di avvelenamento: mal di testa, nausea, vertigini e svenimenti.

Venti di loro sono state ricoverate, tra cui, secondo i medici, una decina in condizioni critiche. Si cercano prove e colpevoli, mentre le istituzioni già puntano il dito sui talebani, da sempre contrari all'istruzione delle donne.

Anche perchè, nonostante oggi le scuole femminili non siano più una rarità nel paese, la paura continua a essere una costante e di recente questo tipo di allarmi si sono moltiplicati, soprattutto sulla scia delle decine di attacchi perpetrati contro gli istituti negli ultimi due anni.

Ad aprile del 2012, erano state 150 le ragazze avvelenate dall'acqua contaminata della scuola di Bibi Maryam in Taliqan, nella provincia settentrionale di Takhar.

Il governo afghano e la polizia attribuiscono la colpa di questi 'frequenti incidenti' ai conservatori radicali, dato che spesso riguardano zone in cui l'insurrezione talebana è ancora molto forte.

"Siamo sicuri che l'acqua che le ha fatte star male sia stata intenzionalmente avvelenata", aveva dichiarato Jan Mohammad Nabizada, portavoce del dipartimento dell'Istruzione della provincia di Takhar, mostrandosi convinto che l'attacco fosse stato condotto "da coloro che sono contro l'istruzione femminile".

Perché nel serbatoio utilizzato per riempire le brocche da cui avevano bevuto le ragazze non v'era traccia di veleno.

Un episodio che getta più di un dubbio sulle affermazioni del governo afghano dello scorso anno, quando le autorità di Kabul assicuravano che i talebani non si sarebbero più opposti all'istruzione femminile, condizione fondamentale per partecipare ai negoziati di pace.

Il fatto però che nessun gruppo o individuo abbia mai rivendicato la responsabilità di questi attacchi ha portato un giornalista del New York Times, Matthew Aikins, a sostenere che molti di questi episodi sarebbero il risultato di un "attacco di isteria di massa", citando un rapporto delle Nazioni Unite e dell'Organizzazione mondiale della Sanità (OMS), secondo cui quelle ragazze non presentavano nessuno dei sintomi associabili all'avvelenamento, tra cui "emorragie interne e convulsioni".

Da parte sua l'OMS avrebbe raccontato al Newsweek che in più di 200 campioni raccolti, tra sangue, urine, e acqua di sorgente, "non era stata trovata alcuna prova di avvelenamento deliberato".

"Questo non significa che le ragazze abbiano fingendo – continua Aikins – La loro malattia era reale, tanto reale quanto la depressione clinica o il disturbo da stress post-traumatico. Il punto è che hanno bisogno di aiuto, sotto forma di consulenza e di formazione, nonché di interventi a lungo termine per migliorare le condizioni della scuola e l'accesso alle risorse per la salute mentale".

La colpa, secondo lui, è anche dei media che alimentano la psicosi.

"Le ragazze in età scolare sono tra i gruppi più vulnerabili – scrive –. Soffrono di insicurezza, spesso sono povere e malnutrite, ma anche soggette alle pressioni della pubertà e ai grossi problemi di disuguaglianza di genere del paese. Non possono certo restare insensibili al clima di paura creato dalle notizie della stampa sugli 'avvelenamenti' dei talebani".

Poi, lo scorso giugno, la NDS (National Directorate of Security), l'agenzia di intelligence afghana, annuncia l'arresto di 15 sospetti, tra cui anche due studentesse diciassettenni, Shukria e Seema Gul.

Secondo la NDS, le ragazze erano state pagate l'equivalente di mille dollari ciascuna per introdurre il veleno nelle loro scuole. Nel corso della conferenza stampa, gli ufficiali hanno anche mostrato i video delle loro confessioni: in uno di essi compariva Seema seduta in una stanza scarsamente illuminata, che raccontava di come un presunto agente talebano l'avesse costretta ad avvelenare i suoi compagni di classe.

Tuttavia, successivamente le ragazze hanno ritratto le loro dichiarazioni, sostenendo di essere state forzate a confessare tramite percosse e abusi.

"E' anche molto preoccupante – aveva commentato James Rodehaver, capo dell'organizzazione delle Nazioni Unite per i diritti umani in Afghanistan – il fatto che la NDS abbia pubblicizzato così le confessioni dei sospetti, comprese quelle delle due studentesse. Questo viola i diritti del giusto processo, tra cui la presunzione di innocenza degli imputati".

Nonostante questa controversa vicenda, la realtà è che le ragazze afghane restano le vittime prescelte della violenza che ancora attraversa il paese, anche se oggi sono quasi tre milioni quelle che frequentano le scuole, il 38% contro lo 0 assoluto del periodo talebano, con le insegnanti di sesso femminile che hanno raggiunto il 30% .

Lanci di razzi e di mortaio, incendi dolosi, attentati contro le insegnanti e acido sul volto sono quasi all'ordine del giorno, come conferma un rapporto delle Nazioni Unite, che nel 2011 registra 185 attacchi contro gli istituti scolastici, numeri che contraddicono gli altri report citati dal giornalista americano.

I Talebani rivendicano la vittoria definitiva e annunciano l'inizio dell'offensiva di primavera. Lo fanno, come di consueto, con un comunicato pubblicato ieri su Voice of Jihad, il sito dell'Emirato islamico di Afghanistan. ...

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