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Afghanistan, l'acqua, la guerra del futuro

  • Giovedì, 28 Marzo 2013 11:03 ,
  • Pubblicato in Flash news
Osservatorio Iraq
28 03 2013

Di Anna Toro

Con il prossimo ritiro delle truppe Nato, il controllo delle fonti d’acqua e la costruzione delle infrastrutture idriche rischiano di diventare la principale causa di conflitto, sia interno che con i paesi vicini.

L’Afghanistan è in gran parte un paese agricolo, perciò gli investimenti nel settore idrico dovrebbero essere una priorità naturale per uno sviluppo economico sostenibile del paese, specie dopo decenni di conflitto. Tuttavia, questo non è avvenuto.

Nella strategia nazionale di sviluppo e nel quadro di riferimento per l’assegnazione degli aiuti internazionali, l’acqua non figura come un settore di base su cui puntare.
Negli ultimi dieci anni, infatti, solo il 5% degli investimenti in Afghanistan sono stati indirizzati al settore idrico.
Il governo si è impegnato concretamente per un cambiamento in questo senso solo di recente, e ciò ha portato alla nascita di attriti molto forti con i paesi vicini, in particolar modo con l’Iran e il Pakistan.

Il problema dipende dal fatto che tutti e due i paesi a valle dipendono dagli stessi fiumi, ed entrambi hanno paura che qualsiasi riduzione del flusso potrebbe avere effetti economici e geopolitici negativi per tutti.
Per decenni, i paesi vicini non hanno mai dovuto preoccuparsi dell’acqua che scorre dall’Afghanistan, dal momento che l’hanno potuta sfruttare a piacimento sfruttando delle infrastrutture essenzialmente inesistenti.

E’ così che l’Afghanistan ha sempre visto circa i due terzi del proprio oro blu prelevato ogni anno a beneficio di terre straniere, senza che la popolazione abbia mai potuto fare nulla per usufruirne.
“Siamo dotati di molta acqua, e solo noi possiamo gestirla. Attraverso un corretto uso di questa risorsa, saremo in grado di affrontare anche i pericoli legati ai cambiamenti climatici globali in atto”, ha detto finalmente Karzai alla Terza conferenza nazionale per lo sviluppo delle risorse idriche tenutasi a gennaio.
Ecco però che, non appena Kabul ha messo in chiaro che intende andare avanti con i suoi piani per la costruzione delle dighe e dei sistemi di irrigazione interni, le ostilità si sono accese.
Secondo Iran e Pakistan, questi progetti causeranno enormi sconvolgimenti, senza contare che la mancanza di accordi sui corsi d’acqua transfrontalieri ha già portato a episodi di violenza lungo i confini.
Il governo afghano, dal canto suo, accusa i due paesi di orchestrare queste violenze proprio per fermare i suoi progetti idrici.

Progetti e scontri
La settimana scorsa, nel corso di un dibattito televisivo, il presidente afghano Hamid Karzai ha accusato apertamente Iran e Pakistan del sabotaggio delle dighe in costruzione, e in una recente riunione del Consiglio di sicurezza ha ordinato al ministero dell’Interno e alla direzione nazionale per la sicurezza (DNS), l’agenzia di intelligence del paese, di lanciare un’offensiva contro i “gruppi stranieri che stanno disturbando” i vari progetti idrici in corso nel paese.
“L’Iran sta conducendo operazioni militari nella nostra provincia – ha denunciato tra gli altri il deputato del consiglio provinciale di Nimroz, Mohammad Nader Baluch.
“Stanno cercando di fermare i lavori della diga di Kamal Khan e le altre infrastrutture. Vogliono intimidire le aziende che lavorano sui progetti, al fine di impedire loro di lavorare”.

L’Iran, che condivide due fiumi con l’Afghanistan, è l’unico paese con cui Kabul ha stipulato un trattato sull’acqua. Peccato che, firmato nel 1970, l’accordo raramente sia stato applicato e ci sono ancora controversie sui termini.

“E ‘essenziale che gli accordi bilaterali vengano applicati, non solo come un prerequisito per la stabilità geopolitica, ma anche per garantire uno sviluppo ambientale sostenibile e umano della regione” ha commentato Rainer Gonzalez Palau, specialista di infrastrutture sociali e strategiche del Civil-Military Fusion Center in Afghanistan.
A suo avviso, le ricche risorse idriche dell’Afghanistan hanno il potenziale per diventare uno dei principali motori dello sviluppo economico e della riduzione della povertà nel paese.

Uno dei più grandi progetti già avviati è la diga di Salma, costruita dall’India nella provincia di Herat, al confine con l’Iran.
Il progetto da 180 milioni di dollari, che comprende anche una centrale idroelettrica, porterà la quantità di acqua del fiume afghano Harirud in Iran e in Turkmenistan a una riduzione da circa 300 milioni di metri cubi l’anno ad appena 87 milioni.

La diga ha il potenziale per la produzione di circa 40 megawatt di energia elettrica, e per l’irrigazione di circa 80.000 ettari, il doppio della quantità di terra attualmente a disposizione degli agricoltori afghani.

Il progetto, tuttavia, ha anni di ritardo (anche a causa dei problemi di sicurezza) e i suoi costi continuano a moltiplicarsi di mese in mese.
Ma anche sul confine afghano-pakistano, le tensioni sono alte. Gli abitanti dei villaggi locali accusano le forze di sicurezza pakistane di sparare razzi sui villaggi nella parte orientale dell’Afghanistan proprio per interrompere la costruzione delle dighe, tra cui quelle sul fiume Kabul e Kunar, che scorrono a valle verso il Pakistan.

Secondo i funzionari pakistani, una volta terminate ridurranno l’approvvigionamento idrico del paese del 15 per cento, e questo non può che spaventare molto Islamabad, che si trova già ad affrontare una grave crisi energetica.
I conflitti per l’acqua, però, in Afghanistan si fanno sentire anche a livello locale. L’Oxfam ha rilevato che già il 43% dei conflitti nelle comunità hanno proprio questa radice.

“In alcune parti in cui c’è già scarsità di risorse idriche i signori della guerra sono ormai diventati i ‘signori della guerra dell’acqua’, il cui compito fondamentale è mantenere il controllo su una fonte” spiega Brahma Chellaney, docente al Centro di ricerche politiche di Nuova Delhi.
“Si tratta di capi dotati di proprie milizie, e questo utilizzo palese della forza per affermare il controllo di una sorgente di acqua, in Afghanistan si fa sentire più che altrove”.

In realtà, anche il governo ha fatto la sua parte nella cattiva gestione interna degli ultimi anni.
“Il ministero delle risorse idriche ed energetiche dice che la questione è di sua competenza, mentre quello delle Politiche Agricole sostiene che hanno usato il 98% di acqua e quindi è una risorsa che dev’essere di loro gestione. Da parte sua il ministero delle Miniere afferma di averne bisogno ed è la loro risorsa”, ha rivelato un alto funzionario al giornalista Mujib Mashal – Abbiamo sprecato tutto il nostro tempo a cercare di discutere e risolvere queste tensioni”.

Un settore immobile
Secondo un recente rapporto Usaid, solo il 27% di afghani (circa 28 milioni di persone) che vive nelle zone rurali ha accesso all’acqua potabile, e ancora meno godono di servizi igienico-sanitari sicuri.

Un altro studio del Fondo Onu per l’infanzia citato dall’organizzazione Rawa, alza la percentuale generale al 48%, ma aggiunge che solo il 37% utilizza servizi igienici adeguati, con gravi conseguenze per la salute, soprattutto per i bambini.

Anche nei luoghi fisicamente raggiunti da pozzi e corsi d’acqua, la maggioranza delle persone non ha accesso all’acqua a causa dell’inadeguatezza delle infrastrutture e della cattiva gestione delle già insufficienti risorse.

In tutto questo, le guerre continue giocano un ruolo pesante: “Nel corso di tre decenni di conflitto e disordini in Afghanistan, le infrastrutture per l’approvvigionamento di acqua sono state trascurate o distrutte, mentre le istituzioni di riferimento, responsabili della gestione ed erogazione dei servizi, sono crollate” si legge nel rapporto “Rapporto sullo Sviluppo Umano in Afghanistan” del 2011.

Dal 1992 al 1996 i combattimenti tra gruppi diversi di mujahidin portano bombardamenti indiscriminati su Kabul e altre città, con la conseguente distruzione della maggior parte degli impianti, comprese le stazioni di pompaggio utilizzate per ottenere acqua dolce.

Nel 1996, è la volta dei talebani, che giunti al potere fanno ben poco per ricostruire le infrastrutture devastate, concentrandosi invece a imporre la loro versione della legge islamica.

Nel 2001 le forze della coalizione internazionale invadono l’Afghanistan, e da allora la guerra nel paese non si è mai fermata, impedendo quasiasi progressione nella ricostruzione degli impianti necessari.

Se a questo si aggiunge che gli stessi donatori stranieri fanno fatica a investire in progetti di lungo termine, si capisce come questo settore non abbia conosciuto alcun progresso da molti anni.

Effetti nefasti sulla salute
Secondo un lungo articolo pubblicato sull’Hydratalife, a causa della carenza di servizi igienico-sanitari, il 20% degli afghani (per lo più nelle zone rurali) sono costretti a evacuare all’aperto, spesso negli stessi fiumi da cui poi viene prelevata l’acqua da bere.

Il resto della popolazione, per la maggior parte utilizza latrine tradizionali, che sono comunque rischiose in quanto non isolano gli escrementi dal contatto umano e non smaltiscono i rifiuti, il ché ancora causa malattie e infezioni. Inoltre l’Afghanistan è impossibilitato a gestire le acque reflue a causa della mancanza di impianti.

L’alternativa sono le fossa settiche, anch’esse utilizzate, che tuttavia hanno spesso perdite, contaminando le acque sotterranee e quindi i pozzi da cui gli afghani bevono.

In Afghanistan, rivela ancora il rapporto dell’Oxfam, il 25% dei decessi di bambini sotto i 5 anni sono direttamente attribuibili ad acqua contaminata e al cattivo funzionamento dei servizi igienici.

Ancora, il 54% della popolazione compresa tra i 6 mesi e i 5 anni ha uno sviluppo e un’altezza ridotti rispetto all’età a causa dell’acqua contaminata e della scarsa igiene, mentre il 67% pesa meno di quanto dovrebbe.

Altri problemi di salute comprendono disidratazione, tifo e malattie renali, che hanno ucciso migliaia di persone a livello nazionale.
Nonostante i numeri e l’inquinamento sempre più diffuso delle fonti d’acqua, ci sono anche dei dati positivi. A Herat, ad esempio, l’85% delle case ha accesso alla rete di acqua potabile (a Kabul il 35%, e a Kunduz il 50%).

Inoltre, negli ultimi due anni il governo ha avviato una campagna di formazione ed educazione per le istituzioni locali e i cittadini circa la conservazione dell’acqua, l’igiene e l’utilizzo dei servizi igienico-sanitari.

Afghanistan. Se la riconciliazione è un salto nel buio

  • Mercoledì, 20 Marzo 2013 09:46 ,
  • Pubblicato in Flash news
Osservatorio Iraq
19 03 2013

Non tutti vedono di buon occhio il processo di pace in atto nel paese. Per l'attivista politica ed ex ministro, Massouda Jalal, rischia infatti di diventare “il lasciapassare per ulteriori violazioni dei diritti umani”. E lancia un appello alla comunità internazionale.
 
traduzione a cura di Anna Toro*

L'Afghanistan rimane la culla delle violazioni dei diritti umani. Questa situazione è favorita da molti fattori, tra cui un lungo conflitto armato, l'incapacità del governo di imporre uno stato di diritto, l'analfabetismo di massa, la mancanza di rispetto per i diritti umani e delle tradizioni profondamente radicate basate sulla violenza, l'oppressione delle donne e su concetti perversi di moralità e di onore.

Come in molti altri paesi, la questione dei diritti umani in Afghanistan continua ad assumere diverse forme – esecuzioni extragiudiziali, tortura, condizioni carcerarie miserabili, impunità diffusa, indagini governative inefficaci, abusi da parte delle forze di sicurezza locali, arresti e detenzioni arbitrarie.
Ancora: prolungata custodia cautelare, corruzione giudiziaria, violazione del diritto alla privacy, restrizioni alla libertà di stampa, religione, parola e movimento, corruzione dei funzionari governativi, abuso sessuale dei bambini e delle minoranze, negazione dei diritti dei lavoratori, lavoro minorile, e tutti quegli abusi contro le donne – tra cui la violazione sfacciata dei loro diritti e l'uso continuo della forza e della violenza per suscitare sottomissione e docilità.

Purtroppo, a differenza di altri paesi che hanno dei meccanismi efficaci per prevenire e correggere tali violazioni, in Afghanistan le vittime non hanno risorse giudiziarie o politiche a cui appellarsi.

Questo perché il nostro sistema giudiziario è parte del problema, e le persone al governo o sono prive di capacità, o non vogliono affrontare le complicazioni che conseguono all'applicazione della legge.

Così, il cuore di molti afghani si sta rapidamente trasformando in un contenitore di rabbia, risentimento, dolore, e desiderio di vendetta – una miscela mortale, che attende solo il momento giusto per esplodere.

L'attuale situazione politica fornisce un ulteriore impulso al livello già allarmante di violazioni dei diritti umani nel nostro paese. Con l'annuncio da parte della comunità internazionale del ritiro delle sue mansioni di sicurezza, politica e sostegno allo sviluppo, il governo di Kabul sta portando avanti - ciecamente - un processo di pace e riconciliazione che coinvolge i talebani, facendo così numerose concessioni politiche ad alti funzionari ed estendendo l'aiuto economico ai combattenti, in modo che possano tornare al caldo ovile di una vita normale.

Ma tale processo ha già aperto i cancelli al ritorno di criminali di lungo corso, colpevoli di reati come esecuzioni di civili innocenti, assassini di donne con il pretesto dei delitti d'onore, rapimenti e omicidi di attivisti dei diritti umani, e l'uccisione di massa attraverso bombardamenti e aggressioni.
Riammetterli nella comunità, senza che abbiano pagato per i loro reati è come armeggiare con una bomba a orologeria.
Questo processo di pace è in realtà un lasciapassare per violazioni ancora maggiori dei diritti umani, nel prossimo futuro. Purtroppo, l'enorme quantità di aiuti internazionali che vengono incanalati per la pace rendono l'intero iter quasi inebriante.

Eve Curie, uno scrittore franco-americano, non avrebbe potuto essere più corretto quando ha detto: “Abbiamo scoperto che la pace a qualsiasi prezzo non è affatto pace... E abbiamo anche scoperto che c'è qualcosa di più orribile e più atroce della guerra o della morte; ed è vivere nella paura”.
Sono molti a pensare che il ritorno dei talebani segnerà l'inizio di un'ulteriore “stagione aperta” alle forme più estreme di violazioni dei diritti delle donne. Secondo l'ultimo rapporto dell'Afghanistan Independent Human Rights Commission sarebbero 4.010 i casi di violenza ai danni delle donne, commessi tra il 21 marzo e il 21 ottobre del 2012, ovvero il 74.42% in più rispetto ai 2299 casi segnalati per il periodo 21 marzo 2010-21 marzo 2011.

UNAMA ha anche riferito che i pubblici ministeri hanno registrato 1.538 reati, il 34,39% in più rispetto ai dati relativi al periodo precedente.
La cosa peggiore è che i crimini contro le donne non solo sono aumentati, ma hanno assunto forme più sinistre. Il delitto d'onore, che in qualche modo si era attenuato nel corso degli ultimi dieci anni, è tornato, così come le decapitazioni, le lapidazioni, le azioni penali extragiudiziali, le mutilazioni e altri crimini in 'stile talebano'.
In mezzo a tutto questo, abbiamo bisogno della comunità internazionale per rafforzare la vigilanza sui diritti umani e che continuiate a chiedere che vengano adottate azioni più efficaci per fermare le violazioni. (...)

Il nostro processo di transizione è pieno di lacune che devono essere risolte: non ha il sostegno del popolo, lavora contro una pace duratura, e viene perseguito nel totale disprezzo per la giustizia o per la voce della maggioranza.

Abbiamo bisogno che la comunità internazionale riconsideri il suo sostegno al processo di pace e che attui un attento riesame delle proprie strategie. Il rispetto dei diritti umani è un requisito per una pace duratura.

E la pace duratura è un requisito per il godimento a lungo termine dei diritti umani e della giustizia. Nessun paese dovrebbe essere lasciato solo a proteggere il proprio popolo. I diritti umani non sono delimitati dal territorio. Si tratta di un dono che ogni essere umano dovrebbe tenere al sicuro e proteggere, per il bene di tutti.


*Massouda Jalal è un'attivista politica edex ministro per gli Affari delle donne in Afghanistan. E' la presidentessa e fondatrice di 'Jalal Foundation', ong che riunisce le organizzazioni di 50 donne e si occupa di promuovere le questioni di genere e lo sviluppo di progetti femminili.
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Commosse, si abbracciano, condividono una giornata e un impegno per il futuro. Ci sono anche i bambini, nelle prime file, e molti uomini, al loro fianco. Da festeggiare c'è poco. ...
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