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Campo Parwan, gli afghani dimenticati

  • Martedì, 12 Marzo 2013 10:36 ,
  • Pubblicato in Flash news
Agora Vox
12 03 2013

L’abbandono degli ultimi fra gli afghani ha le piaghe di una bimba di quattro anni, una scabbia lacerante e non sappiamo oltre per mancanza di competenze dermatologiche. Né lo sa il padre e neppure Imam, un quarantaduenne dignitoso responsabile del campo profughi di Parwan, impiantato ai margini di Kabul da dodici anni.

Ci vivono in circa cinquecento, appartenenti a cinquantacinque famiglie con un mare di bambini esposti a ogni genere di malattia. Un focolaio di contagio perenne perché in quello spazio di capanne di fango e sterco di vacca, ristretto sempre piu’ dall’assedio di nuove costruzioni, c’è solo una bocca d’acqua che non disseta nessuno dei presenti perché non è potabile.

Il prezioso liquido, primo passo per l’igiene come recita un cartello dell’Unicef affisso su una baracca, viene elemosinata nel quartiere circostante, di porta in porta in casupole povere, ma almeno coi mattoni che sopperiscono all’assenza di fontane nelle strade della capitale. I profughi provengono da nord, Parwan appunto, e nord-est le province di Jalalabad, Kapisa e Laghman.
 
Sono qui perché hanno perso tutto: abitazione, terra, animali per colpa delle guerre infinite che straziano il Paese. L’ultima è la nostra, l’Enduring Freedom bushiana fatta sua dall’intero Parlamento italiano che dal 2004 vota compatto per la “Missione di pace”. Anche di recente i bombardamenti Isaf hanno provocato lutti a Laghman e raso al suolo il tetto di chi ora è ridotto allo stremo in quest’angolo alle porte Kabul.

Zero infrastrutture
I cooperanti veri, che vivono a contatto con casi di discriminazione assoluta, affermano che situazioni del genere sono rare in qualsiasi parte del mondo. Dell’acqua sapete, fogne neanche a parlarne e figurarsi se è presente energia elettrica. Questa comunità è dimenticata da tutti, dagli stessi progetti della Comunità Internazionale che qui s’è fatta viva solo con una Ong tedesca che ha montato due tende per una scuola frequentata in due turni, 8-12 e 12-16, da cento maschietti e sessanta bambine dai sei ai quindici anni.

A seguirli due giovani insegnanti afghani di buona volontà: Faisallah e Nur Apha. Dice Imam “Così almeno i nostri figli potranno imparare a leggere e scrivere. Nella scuola statale non li volevano perché sono malvestiti e puzzano. Il governo non ci fa neppure l’elemosina. L’anno passato ogni famiglia ha ricevuto un sacco di grano e cinque litri d’olio dall’Onu poi nulla più.

Noi uomini cerchiamo lavoro ma è difficile avere continuità. Possiamo fare per qualche giorno i facchini però quel poco che guadagnamo non basta per vivere. Ho parlato coi capi famiglia per aiutare quelle donne che non hanno nessuno accanto, raccogliamo ciò che possiamo per sostenerle”.
 
Prigioniere della povertà
Alcune di queste donne, non più giovani, danno segni di squilibrio mentale, costrette come sono dai costumi a restare lì senza poter uscire dallo spazio maledetto, libertà concessa al genere maschile. Negli ultimi tempi un sostegno arriva da uno psicologo afghano che settimanalmente va a visitarle. Ma si tratta di gesti d’umanità a carattere personale.

Unica nota positiva è la creazione di una sorta d’infermeria che sta sorgendo in un padiglione, messo a disposizione sempre dell’Ong tedesca, ai margini del campo. Nelle mattine del lunedì e giovedì dovrebbero arrivare due infermiere per i malanni di routine che fra i piccini non sono pochi. Qualcuno in quest’inverno, che è stato particolarmente rigido, s’è ammalato di polmonite mentre “l’anno scorso - chiosa Imam - qualche bambino era morto di freddo”.
Un padre mostra il figliolo di tre anni che non cammina più, a suo dire, proprio per le temperature sottozero. Nei casi d’urgenza non possono ricorrere neppure al famoso ospedale di Emergency che sorge nei pressi della zona delle ambasciate, la cittadella blindata comunque oggetto di attentati, l’ultimo tre giorni fa. La struttura di Emergency, frequentata da tanti afghani provenienti da ogni provincia interviene solo nei casi di vittime di guerra, non delle vittime della povertà che ormai suoperano anche la cifra diventata ufficiale dell’80% della popolazione.
 
“Se ci cacciate moriremo qui”
Eppure in quest’Afghanistan dell’abbandono e della disumanizzazione c'è chi s’arricchisce. Sono i businessmen che ruotano attorno al governo Karza e ai Signori della guerra, soggetti divenuti un sinonimo, vista la presenza di alcuni di loro nell’Esecutivo carezzato da Obama. S’arricchisce anche chi calamita i tanti fondi che la cooperazione mondiale elargisce senza controllarne la destinazione in troppi casi a tutto svantaggio della popolazione.

Un ricco signorotto di questi, tal Haji Babrak, è il committente delle costruzioni che sorgono attorno al campo e che vorrebbero allargarsi anche in quell’area. Il progetto prevede la creazione di sale per cerimonie di matrimonio, affittate a coloro che possono permettersi di spendere per ogni portata almeno mille afghani, pari all’incirca a dodici euro, cifra che nei casi frequenti di povertà mantiene un’intera famiglia per un mese. Imam dice che il signorotto ha spedito più volte i suoi uomini a minacciarlo.
Lui si è opposto fermamente perché quel terreno non è privato bensì del governo che li abbandona; si ma finora non li ha mai cacciati “E poi perché non sapremmo proprio dove andare. Ho risposto così: dite al vostro padrone che ci faremo ammazzare. Non abbiamo nient’altro che le nostre misere vite, ora non abbiamo paura di nulla. Se ci cacciate moriremo qui”.

Violenza sulle donne afghane, la legge e la beffa

  • Martedì, 12 Marzo 2013 09:41 ,
  • Pubblicato in Flash news

Osservatorio Afghanistan
10 03 2013

Una delle beffe che le donne afghane ricevono da governo e parlamento del proprio Paese è rappresentata dalla legge sulla violenza contro il genere femnminile voluta da quella “Jirga della pace” che di pacifico conserva il nome.

La norma venne votata nel 2009 e teoricamente appare perfetta. Nei vari articoli prevede condanne per: gli assalti sessuali (art.17), l’induzione alla prostituzione (art.18), le ustioni prodotte con sostanze chimiche (art. 20), le automutilazioni e la spinta al suicidio (art. 21), le disabilita’ provocate (art. 22), le percosse (art. 23), per non parlare della negazione di accesso all’educazione (art. 35) che risulta diffusissima.

Di fatto la legge rimane come un bel soprammobile riposto in una sorta di credenza giuridica nazionale. Un mobile polveroso e abbandonato alle consuetudini. Infatti purtroppo le donne continuano a morire, a subire i soprusi delle pratiche tribali e del pasthunwali anche quando, fuggendo da mariti o da uomini che attentano alla loro vita, trovano riparo nei pochi shelter messi a disposizione delle associazioni che si battono per i diritti al femminile.


Lo denuncia Selay Ghaffar, direttrice dell’Humanitarian Assistance Women and Children of Afghanistan, con la forza di un’appassionata battaglia condotta da anni all’interno del suo Paese e nei rapporti con la comunita’ internazionale che tali diritti dovrebbe sostenere.

La Ghaffar dichiara “Si tratta di una legge di sola facciata che vede proprio i rappresentanti delle istituzioni, i ministeri di Giustizia e Affari sociali e direttamente il premier ben lontani da qualsivoglia intento di reale applicazione che ovviamente dovrebbe offrire consequenzialita’ a possibili denunce con indagini della magistratura e azioni repressive rivolte ai responsabili dei crimini commessi, misure che sono assolutamente assenti. Pesanti intimidazioni vengono lanciate alle associazioni impegnate nella gestione dei luoghi di rifugio per donne che fuggono dalle violenze domestiche.

Due anni or sono molte di queste case sono state minacciate di chiusura perche’ accusate di promuovere la prostituzione. Avete capito bene: alcuni potentati degli affari e della guerra provavano a intralciare l’importante impegno di recupero umano e sociale di ragazze e madri abusate con l’accusa piu’ infamante”.

Un tentativo che alla lunga e’ stato bloccato, ma che ha fatto perdere tempo prezioso e ha ricreato un clima di terrore soprattutto per le giovani che subiscono la ritualita’ dei matrimoni combinati, pena quei comportamenti che dovrebbero essere perseguiti dai commi citati. La Ghaffar sottolinea ”La carenza e al tempo stesso l’utilita’ di una reale riforma del sistema giudiziario” verso cui nella cosiddetta “Missione di pace” Isaf – sostenuta e finanziata trasversalmente dai governi a guida berlusconiana, prodiana e montiana – l’Italia era impegnata a predisporre appunto la formazione giuridica di taluni procuratori afghani.

Il progetto, avviato nel 2007, da un paio d’anni sembra caduto nel vuoto. E il settore giudiziario locale e’ una delle spine nel fianco della societa’ civile afghana che vede scoperti settori bisognosi d’aiuto, come questo dei diritti delle donne.“Ahnoi, l’impegno in tal senso avra’ tempi lunghi – aggiunge Ghaffar con un sorriso accattivante e motivato – ma siamo caparbie e motivate e proseguiremo a riprorre il tema. Certo la comunita’ internazionale, il vostro Paese e la vostra cooperazione che hanno a Kabul una presenza stanziale potrebbero offrirci un aiuto concreto…”

Domanda girata ai rappresentanti in loco: l’ambasciatore Luciano Pezzotti e il responsabile della cooperazione italiana Maurizio Di Callisto che assicurano d’interessarsi a futuri progetti. Interessate sarebbero anche le donne presenti in Parlamento, 69 in tutto, ma quelle pronte a dar battaglia, come Belquis Roshan, dovranno riconquistarsi con fatica un seggio, visto che nel suo caso Roshan si presentera’ da indipendente, priva dell’appoggio di un partito. Nel 2009 riusci’ nell’impresa nella provincial di Farah, alle elezioni del 2015 bisognera’ vedere.

Le tante donne che la seguono e la votano temono che possa finire come la famosa Malalai Joya, espulsa dal Parlamento per le sue aperte denunce ai Signori della Guerra, due di loro (Fahim, Khalili) ora sono addirittura vicepresidenti al fianco di Karzai. E molti temono che anche Roshan possa diventare oggetto di attentati. Malalai ne ha subiti ben otto, tutti andati a vuoto. Gli stessi Taliban ormai potrebbero aver archiviato la criminale intenzione di decretarne la morte. Ovviamente lei continua a vivere un’esistenza blindata, a Kabul e fuori.

"Basta intervento militare" (Emanuele Giordana, Il Manifesto)

  • Domenica, 17 Febbraio 2013 00:00 ,
  • Pubblicato in primopiano 2
Per la prima volta in maniera chiara e netta Karzai fa una precisa distinzione tra forze nazionali e "alleati" che, in questa nuova chiave, diventano dunque assai più forze di occupazione che amici, responsabili d'ora in poi di ogni azione dall'aria che uccida afghani innocenti. ...

"Abbiamo torturato i detenuti"

  • Martedì, 12 Febbraio 2013 14:54 ,
  • Pubblicato in Flash news
Giornalettismo
12 02 2013

In Afghanistan dopo la denuncia delle Nazioni Unite, le prime ammissioni. Ma non si prevedono cambiamenti reali

di Alberto Sofia

Una commissione del governo afgano ha ammesso le torture subite da centinaia di detenuti, due settimane dopo l’inizio delle indagini seguite alla pubblicazione del rapporto delle Nazioni Unite. Un documento che svelava abusi dilaganti e sistematici.
TORTURE E AMMISSIONE – In una conferenza stampa a Kabul, la capitale dell’Afghanistan, è stato spiegato come l’inchiesta abbia confermato le accuse dell’Onu, così come spiega il New York Times. Quasi la metà dei 284 prigionieri – intervistati in tre  province del paese – erano stati torturati durante l’arresto o interrogatorio. Grazie all’inchiesta è stato possibile scoprire anche come diversi detenuti non abbiano avuto nemmeno accesso alla difesa legale. Eppure il governo ha cercato di minimizzare il caso:  Abdul Qadir Adalatkhwa ha osservato come, nonostante siano emerse verità imbarazzanti, non ci fosse alcuna prova sull’applicazione dell “tortura in modo sistematico”.
ABUSI E VIOLENZE – I risultati dell’inchiesta sono stati comunque il primo riconoscimento formale, da parte dei funzionari afgani,delle violazioni dei diritti umani, Una scolta dopo le smentite iniziali, in occasione della pubblicazione del rapporto delle Nazioni Unite, rilasciato il 20 gennaio. In un comunicato, l’ufficio del presidente Hamid Karzai si è limitato a spiegare di aver ricevuto la relazione. Ma non ci sono state dichiarazioni ufficiali.
IL RAPPORTO DELL’ONU – Altro che esportazione della democrazia e dei diritti umani. Nel rapporto pubblicato dalle Nazioni Uniti venivano denunciate molestie sistematiche contro chi si trovava nelle carceri afghane. Su 635 prigionieri ascoltati dai responsabili dell’Onu (in 89 centri di polizia, esercito e servizi segreti) ben 326 avevano denunciato di aver subito violenze nel corso della prigionia. Numeri impressionati se si prendono in considerazione quelle commesse sui minori: la proporzione si innalza fino al 76%, con 80 adolescenti su 105 che hanno svelato ai funzionari delle Nazioni Unite di essere stati torturati. Quattordici i tipi differenti di molestie denunciati: dalla frusta agli elettroshock, senza dimenticare quelle di natura sessuale, praticate sui genitali. Nel rapporto si parlava anche della “presunta scomparsa” di 81 individui imprigionati a Kandahar, tra settembre 2011 e ottobre 2012. Fatti inquietanti, come aveva sottolineato Jan Kubis, il rappresentante speciale dell’Onu in Afghanistan, che aveva richiesto un immediato intervento del governo afghano per fermare le violenze. Le preoccupazioni sui casi di tortura hanno scatenato non poche proteste sulla consegna dei detenuti, da parte delle forze militari della Nato, alle autorità afghane. Un punto rivendicato dal governo Karzai. Eppure la Convenzione internazionale contro la tortura, che gli Stati Uniti hanno firmato, vieta il trasferimento di un detenuto “in un altro Stato, qualora vi siano serie ragioni per credere che ci sia il pericolo che possa essere sottoposto a tortura”. Nonostante l’ammissione della commissione afghana, in pochi credono inoltre che gli abusi nelle carceri afghane diminuiranno. Heather Barr, ricercatore in Afghanistan per Human Rights Watch. ha spiegato come il problema sia alla base: “Il sistema giudiziario afghano è impostato sulle confessioni: così è per ora improbabile che avvengano dei seri cambiamenti nel modo di operare”, ha concluso.

Salviamo Manhiza e la sua "vita preziosa"

  • Lunedì, 04 Febbraio 2013 08:46 ,
  • Pubblicato in Flash news
03 02 2013

Di Cristiana Cella

Manizha, 20 anni. Racconta:
‘Ci sono entrata spontaneamente in casa loro, due anni fa. Mio padre mi vuole bene, non mi aveva costretto. Ho accettato io di sposare quell’uomo. E’ il figlio maggiore di mio zio, ripara motociclette. Lo fa con cura, con delicatezza, è bravo. La sorpresa era dietro quella porta. Sono arrivata nella sua famiglia con le migliori intenzioni. Volevo essere una brava moglie e fare del mio meglio perché tutti stessero bene. Mi sono sforzata di renderli felici. Non me lo hanno permesso. Ho capito subito che non ero una moglie, né una nuora, nemmeno una donna, solo una schiava. Mi facevano fare i lavori più pesanti, fuori, al freddo, sotto la neve. Ma il peggio doveva ancora arrivare. La mia condanna è cominciata presto. La stanza, dedicata a me, era la cantina. Buia, fredda. Ci ho passato settimane intere con le mani e i piedi legati. Non c’è nemmeno una piccola parte del mio corpo che sia sana. Mio marito usava bastoni, catene, fruste. Pugni e calci sul viso che non posso più guardare. Ho perso le unghie delle mani e i miei piedi non sono più in grado di muoversi. Sua madre era d’accordo. Erano tutti d’accordo.’

Humayoun, padre di Manizha. Racconta:
‘Spingo un carretto di legno per la città, trasporto qualsiasi cosa, è questo il mio lavoro. Non ho soldi per ottenere giustizia in qualche tribunale. Non posso correre di qua e di là, tanto lo so, se non puoi pagare, non hai giustizia. Ma difenderò mia figlia a qualsiasi costo. Seguirò il suo caso a mani vuote e la terrò lontana da quel criminale di suo marito. Quando ho saputo che Manizha in quella famiglia veniva torturata, sono corso a Moqor, (Ghazni) dove abitano e l’ho portata via, con la scusa di una visita a sua madre. L’ho portata a Kabul, in salvo. Potrà vivere al sicuro, nella casa protetta di Hawca, per ora è in ospedale. Ho contattato la famiglia di suo marito, ho chiesto che venissero a Kabul a testimoniare, perché quell’uomo sia punito, deve pagare per quello che ha fatto.’

Un giornalista della BBC afghana, Wahid Paykan, ha incontrato Manizha nella casa di un parente, a Kabul. Lei non poteva vederlo, non vedeva più niente, gli occhi spariti, tumefatti. Paykan racconta la sua sofferenza, la disperazione incredula della madre, la determinazione del padre. E’ stata affidata ad Hawca che, prima di tutto, la sta facendo curare. I medici dell’ospedale di Aliabad, dove è ricoverata, fanno il possibile per restituirle un corpo e una vita normale. Sta meglio, dicono, ma le torture subite hanno sconvolto profondamente la sua mente. Intanto le avvocate si preparano a ottenere giustizia per lei in tribunale. Il marito è stato denunciato e Hawca seguirà il suo caso, con il permesso della famiglia. Vogliono ottenere il divorzio e la condanna del suo aguzzino. Sei mesi fa Manizha era riuscita a scappare e a raggiungere Kabul. Aveva raccontato il suo caso al Ministero degli Affari Femminili, ma nessuno aveva fatto niente per lei. La famiglia accusa pubblicamente i funzionari che non se ne sono occupati. Fawzia Amini, capo del Dipartimento Legale del Ministero, respinge le accuse. ‘Penso che il caso di questa ragazza non abbia mai raggiunto il Ministero. Se lo avessimo saputo avremmo fatto un’indagine e avrebbe avuto giustizia.’ Comunque siano andate le cose, Manihza ha dovuto subire altri sei mesi d’inferno. Non è facile guardare la fotografia del suo giovane viso devastato. Non sembra nemmeno giusto. Ma sicuramente è giusto che il suo caso sia stato raccolto dai media, come altri in questi mesi.

E’ importante per lei e per le altre donne che, in Afghanistan, subiscono le stesse brutalità nel buio e nel silenzio. L’orrore denunciato, mette in moto delle reazioni, anche all’interno del suo paese. Nei mesi scorsi, su iniziativa della ‘Afghan Women and Children Development and Protection Institution’, sui marciapiedi e sui muri di Kabul, sono comparsi grandi lenzuoli di carta per raccogliere 3000 firme a sostegno dell’applicazione della legge EVAW, per l’eliminazione della violenza contro le donne. Legge che viene, quasi sempre, ignorata. I giudici preferiscono applicare la sharìa o la legge delle mazzette. L’appello ha avuto successo. Studentesse, studenti, gente comune, tra cui anche molti uomini, hanno firmato la petizione per le strade della città, testimoniando il bisogno di giustizia della società civile e la loro opposizione al fondamentalismo dominante.
Possiamo fare subito qualcosa per questa giovane donna. Manizha ancora non lo sa, ma la sua voce, soffocata in quella cantina, è arrivata lontano.

Chi vuole aiutare Manizha, sostenendola mensilmente con 50 euro, o 25, oppure con una donazione ‘una tantum’, per costituire un fondo per le urgenti spese mediche necessarie per curarla, scriva una mail a: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..

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