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Afghanistan: 200 minori nelle prigioni Usa di Bagram

  • Venerdì, 14 Dicembre 2012 14:08 ,
  • Pubblicato in Flash news
Il Manifesto
14 12 2012

Gli Stati Uniti hanno ammesso che ci sono oltre 200 bambini afgani detenuti a Bagram e questi sono bambini sono stati arrestati dalle forze degli Stati Uniti” ha detto in una intervista Heather Barr di Human Rights Watch in Afghanistan, “e Human Rights Watch – ha aggiunto – ha sottoposto questo problema specifico alle Nazioni Unite”. Oltre alla preoccupazione per la detenzione dei bambini all’interno del carcere militare, Barr parlato di un trattamento verso i minori che vanno contro le regole internazionali. “Abbiamo visitato Bagram nel marzo dell’anno scorso e siamo stati molto preoccupati per questo problema –ha continuato – perché non solo i bambini ci sono ma sono tenuti nelle stesse cellule insieme agli adulti, un fatto non accettabile secondo gli standard internazionali. I minori nel carcere – ha concluso – non hanno accesso ai servizi specializzati per i servizi educativi per bambini e adolescenti, e ad altri programmi che dovrebbero essere loro forniti secondo il diritto che gli spetta”. Nella prigione della base aerea statunitense di Bagram, a nord di Kabul, almeno 200 ragazzini sono tratenuti quindi in una detenzione che viola tutte le norme internazionali.

Georgette Gagnon, responsabile per i Diritti Umani dell’UNAMA, la Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan ha assicurato che la questione verrà analizzata con attenzione e che la denuncia di Human Rights Watch non cadrà nel vuoto. Durante la conferenza stampa che si è svolta giorni fa a Kabul, Georgette Gagnon ha anche parlato del Rapporto delle Nazioni Unite riguardo le donne afghane che continuano a subire violenza, nonostante le leggi specifiche di tutela varate nel 2009 (Evaw) fatta per contrastare le diverse forme di violenza tra cui i matrimoni forzati, la vendita di donne, la pratica di ba’ad - che richiede il prezzo di una ragazza per risolvere una controversia – e l’auto-immolazione.

Nel nuovo rapporto pubblicato dalla Missione delle Nazioni Unite in Afghanistan (Still a Long Way to Go: Implementation of the Law on Elimination of Violence again Women in Afghanistan), si sottolinea “la mancata denuncia della violenza, nonché la mancanza di indagini anche dopo una segnalazione”. “L’insicurezza che domina e la debolezza dello Stato di diritto hanno ulteriormente ostacolato l’accesso delle donne alle istituzioni della giustizia formale”, ha detto Gagnon. Nelle 42 pagine del rapporto, che ha riguardato 22 di 34 province dell’Afghanistan, è stato riscontrato un aumento del numero di violazioni registrati dalla polizia e dai pubblici ministeri, rispetto ai risultati UNAMA di un anno fa anche se, secondo Gagnon, sono “solo la punta di un iceberg di episodi di violenza contro le donne in tutto il paese”.

Giorni fa è stata uccisa anche Nadia Sidiqi, a capo del dipartimento per le questioni femminili del governo di Laghman, stessa sorte della sua predecessora Hanifa Safi, che guidava prima di lei il dipartimento. Il rappresentante speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite per l’Afghanistan, Nicholas Haysom, ha detto che i funzionari delle donne come la signora Sidiqi sono stati “mirati specificamente per la sua difesa di alto profilo sui temi della violenza contro le donne e promozione dei diritti umani”.

Promesse bugiarde per Najida e le altre

  • Venerdì, 14 Dicembre 2012 09:27 ,
  • Pubblicato in REPUBBLICA
La Repubblica
14 12 2012

Lunedì scorso Najida Sidiqi stava andando al lavoro, quando è stata uccisa. A bordo di un risciò a motore, un mezzo di trasporto molto popolare in Afghanistan, raggiungeva Mehtar Lam, la capitale della provincia di Laghman, dove ricopriva l'incarico di responsabile degli Affari femminili. Secondo il racconto della polizia locale, degli uomini si sono affiancati al risciò e le hanno sparato alla testa.

A luglio, aveva vissuto la stessa sorte colei che aveva preceduto Najida nell'incarico: Hanifa Sani era morta dopo che una bomba piazzata sotto la sua auto era esplosa, ferendo anche sua figlia e il marito, che erano con lei. Da mesi conviveva con minacce costanti, iniziate dopo che aveva difeso la scelta di una giovane, "colpevole" di essersi ribellata alla volontà della famiglia e aver sposato l'uomo che amava invece di quello che volevano imporle. Le foto del funerale di Najida, riprodotte dai giornali di tutto il mondo, mostrano il suo corpo su adagiato su una lettiga e coperto da una coperta verde: intorno a lei, gli uomini del suo villaggio, vecchi e giovani, senza scarpe, ripresi un attimo prima della preghiera.

Najida e Hanifa, come dozzine prima di loro, come dozzine - c'è da scommetterci - nei mesi che verranno. In Italia, dopo anni di silenzio e di assurde definizioni di "delitto d'onore" la strage silenziosa delle donne da qualche mese ha finalmente preso il nome che le spetta, "femminicidio". In Afghanistan un nome non c'è ancora, ma dovremmo preoccuparci di cercarlo, perché nei mesi che verranno, quelli che precederanno il ritiro delle truppe straniere, nel 2014, altre donne moriranno come Najida e Hanifa. E tante altre faranno la stessa fine nei mesi successivi al fatidico ritiro, solo che forse non ci sarà più nessuno a raccontare la loro storia.

È triste come poche la storia delle donne afgane negli ultimi decenni: ostracizzate e umiliate dai Taliban, usate come scusa dall'Occidente al momento dell'inizio della guerra, nel 2001, riempite di promesse negli anni successivi. E poi abbandonate a loro stesse, merce di scambio in un accordo con i Taliban che, da un certo punto in avanti è diventato per le diplomazie occidentali l'unico modo per uscire salvando la faccia dal pantano afgano. Dopo aver promesso loro istruzione, democrazia, pari dignità, dopo averle accecate con improbabili progetti di sviluppo oggi ci prepariamo ad abbandonarle di nuovo, fra la rabbia di quelle che hanno creduto alle nostre promesse, la paura della maggior parte di loro, il silenzio imbarazzato dei diplomatici (e delle diplomatiche: prima fra tutte Hillary Clinton, che per le donne afgane ha speso parole bellissime, pur sapendo che difficilmente riuscirà a mantenere le sue promesse ora che sta per lasciare la segreteria di Stato).

Pensiamoci dunque a una parola che racconti la strage silenziosa delle più coraggiose fra le donne afgane: perché nei prossimi mesi servirà.
Frontiere news
12 12 2012

Nella mattinata dello scorso 10 dicembre è stata uccisa Nadia Sidiqi, responsabile del dipartimento per le questioni femminili della provincia di Laghman in Afghanistan. La donna è stata assassinata a colpi d’arma da fuoco, mentre si recava a lavoro proprio nella giornata internazionale dedicata ai diritti umani. A dir poco inquietante è che, pressappoco 5 mesi prima, nel luglio 2012 la stessa sorte ebbe la sua predecessora Hanifa Safi, che invece subì un attentato dinamitardo.

Immediate le risposte soprattutto degli enti umanitari, che vedono nell’attentato violati diritti delle donne, oltre che un grave atto d’arresto per la cultura e la società afgana. “Non si è trattato di un atto di violenza isolato. Il fatto che la predecessora di Nadia Sidiqi sia stata assassinata appena pochi mesi fa è indice del fallimento delle autorità afgane, che non hanno saputo fornire adeguata protezione ad Hanifa Safi, a Nadia Sidiqi e ad altre donne impegnate in favore dei diritti umani” – afferma Horia Mosadiq, ricercatrice di Amnesty International sull’Afghanistan- “l’impunità nei confronti della violenza contro le donne è un fatto endemico in Afghanistan. Il governo afgano deve avviare immediatamente un’inchiesta indipendente sull’uccisione di Nadia Sidiqi e aumentare il livello di protezione per le funzionarie del ministero delle questioni femminili. Il governo dell’Afghanistan deve inoltre dare uniforme attuazione alla Legge sull’eliminazione della violenza contro le donne. Entrata in vigore nell’agosto 2009, criminalizza i matrimoni forzati, lo stupro e altri atti di violenza contro le donne ma viene applicata sporadicamente”.

Sulla stessa linea è anche Irina Bokova, direttore generale dell’UNESCO, che trova “l’assassinio inaccettabile”- dice – “L’Afghanistan sta lottando per diventare una società pacifica e giusta. Non possiamo lasciare che la violenza faccia deragliare questo compito vitale”.

Afghanistan, spose bambine: il progetto per salvarle

  • Venerdì, 30 Novembre 2012 13:09 ,
  • Pubblicato in Flash news
Repubblica.it
30 11 2012

Una ragazzina afgana è stata decapitata con un coltello perché aveva rifiutato di sposare, d'accordo con suo padre, un suo parente stretto che pretendeva di sposarla. La polizia ha arrestato due uomini accusati di questo delitto agghiacciante. E' accaduto nella provincia di Kunduz, a poco più di 50 km dal confine con il Tajikistan e a 355 km nord di Kabul.  La storia di questa adolescente afghana riaccende i riflettori su un tema di drammatica importanza.

Ogni anno, 10 milioni di bambine sono costrette a sposarsi: una ogni tre secondi, qualcuno ha calcolato. Una su sette si sposa prima dei 15 anni, alcune addirittura ad appena 5 anni. 150 milioni di bambine, insomma, sotto i 18 anni sono vittime di stupro o altre forme di violenza sessuale.  

Per milioni di ragazze, anche solo raggiungere la pubertà può rappresentare il primo passo verso un matrimonio forzato. Troppo spesso, sono allontanate dalla scuola, isolate dai loro amici e costrette a sposarsi. Il matrimonio precoce nega la possibilità di realizzare le loro aspirazioni ma anche bisogni e diritti. Anche se il matrimonio precoce colpisce sia i ragazzi sia le ragazze, queste ultime subiscono maggiori pressioni, legalmente e socialmente, e arrivano al matrimonio in età inferiore rispetto ai maschi.

Il contributo delle donne per lo sviluppo delle comunità è fondamentale ma affinché abbiano la possibilità di mettersi in gioco è importante che vengano garantite loro un'infanzia e un'istruzione  -  spiega Tiziana Fattori, Direttore Nazionale di Plan Italia, autore del video che mostra l'impatto di questo evento sulle giovani ragazze
Gisa, a 15 anni appena compiuti, era convinta di avere il diritto di scegliere il suo destino. Di rifiutare un matrimonio combinato. Nell'Afghanistan rurale, però, molti considerano la libertà di scelta da parte delle donne un crimine. Una colpa grave da punire senza pietà.
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