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Le balene avvelenate dai pesticidi

  • Giovedì, 12 Marzo 2015 11:59 ,
  • Pubblicato in Flash news

Giornalettismo
12 03 2015

Il ritiro di carne di balena dal parte del ministero della sanità è notevole per un paese come il Giappone, ancora di più se a motivare la misura è la scoperta che la care di balena è pregna di pesticidi.

UN BLOCCO INCONSUETO - La carne di balena in Giappone è valutatissima, tanto che il paese non rinuncia alla pesca alla balena e negli anni passati si è persino inventato le catture a scopo scientifico per evadere il divieto internazionali. Per questo la notizia del ritiro di carne di balena da parte del ministero della salute.

UN INQUINAMENTO PERICOLOSO - La carne di balena importata dalla Norvegia è risultata contenere pesticidi in quantità doppia a quella permessa dalla normativa giapponese, in particolare Aldrina e Dialdrina, sostanze che rimangono a lungo nell’ambiente e che si accumulano nei tessuti adiposi delle balene e sono considerate pericolosissime per la salute umana.

L’ALLARME DA UNA ONG - A dare l’allarme erano stati gli attivisti dell’ONG Animal Welfare Institute (AWI), che ne hanno approfittato per chiedere la messa al bando della carne di balena, che invece continua ad essere consumata e reperita come possibile dai pochi paesi che ancora praticano questo genere di pesca, Norvegia e Islanda.

PER LA NORVEGIA È TUTTO A POSTO - Secondo le autorità norvegesi, dai loro dati risultano solo «deboli» contaminazioni di pesticidi, sotto i limiti, e la carne non presenta alcun rischio, almento stando a quanto dichiarato da Grethe Bynes, che cura l’import export per l’autorità preposta alla sicurezza alimentare.

Il cane non ha studiato? Kaputt!

  • Martedì, 10 Marzo 2015 12:57 ,
  • Pubblicato in Flash news

Italia Oggi
10 03 2015

Gli amanti degli animali non hanno comprensione per gli umani. Con dei limiti in germania. Se un cane morde un passante, il proprietario è obbligato a seguire un corso insieme con il bulldog o alano. Viene rieducato l'animale, e anche il padrone. Al termine c'è un esame decisivo ...

 

La Stampa
13 02 2015

Oltre 20 esemplari sono già morti nonostante gli sforzi di circa 80 operatori e volontari

Quasi 200 balene globicefale, o balene pilota, si sono arenate su una spiaggia presso Nelson, nell’Isola del Sud della Nuova Zelanda. E 24 erano già morte al calar della sera, nonostante gli sforzi di circa 80 operatori ambientali e volontari, che hanno cercato di riportare in galleggiamento i cetacei col sopraggiungere dell’alta marea.

I cetacei si sono arenati nella località detta Farewell Spit, nota per i frequenti spiaggiamenti di balene. Dato il gran numero di animali spiaggiati, ci vorranno giorni di duro lavoro per tentare i di riportarli in acqua e spingerli verso il largo, ha detto Andrew Lamason del Department of Conservation, secondo cui da domani per le operazioni di salvataggio ci vorranno fino a 500 ranger e volontari.

Gli spiaggiamenti sono comuni durante l’estate neozelandese, ma le cause rimangono un mistero. Gli esperti tuttavia descrivono Farewell Spit come una trappola per balene, data la maniera in cui le acque basse disorientano i cetacei e ne diminuiscono la capacità di navigare.

La lobby del randagismo

  • Venerdì, 30 Gennaio 2015 14:52 ,
  • Pubblicato in L'Inchiesta
RandagismoMargherita D'Amico, Le inchieste di Repubblica
29 gennaio 2015

Uno studio svela che da un cane femmina abbandonata in sette anni si possono ricavare ben 67mila cuccioli. La soluzione per sconfiggere il sovraffollamento di cani ci sarebbe. E' semplice, efficace ed è prevista dalla legge: la sterilizzazione degli animali. Ma né i Comuni né le Asl l'hanno applicata.

Il Fatto Quotidiano
27 01 2015

di Annamaria Pisapia - Direttrice di CIWF Italia

Il premio Pulitzer Michael Moss ha pubblicato nei giorni scorsi sulle pagine del New York Times una sconvolgente inchiesta sugli esperimenti condotti da un centro di ricerca governativo statunitense finalizzati ad aumentare la produttività degli animali da allevamento (pecore, vacche e maiali). Per le “esigenze” dell’industria della carne.

Il luogo degli orrori si chiama Meat Animal Research Center ed è un’istituzione federale finanziata con le tasse dei contribuenti. Tra gli obiettivi principali: fare in modo che gli animali producano una prole più numerosa, più carne e resistano in condizioni climatiche ed ambientali avverse. Gli esperimenti, fino ad ora, non hanno prodotto grandi risultati e in alcuni casi sono stati gli allevatori stessi ad avere dubbi sulla loro utilità.

Il New York Times ha condotto la sua inchiesta dopo avere ricevuto la segnalazione di uno scienziato che vi aveva lavorato. Il quadro che ne è emerso è inquietante.

Nel centro degli orrori si lavora per creare la pecora che sopravvive da sola, senza riparo e in condizioni climatiche avverse (easy care sheep), la mucca che produce vitelli gemelli e la scrofa che produce 14 piccoli invece di 8.

L’esperimento easy care sheep ha prodotto alti livelli di mortalità per 10 anni, raggiungendo ben un terzo o un quarto della totalità degli animali coinvolti nell’esperimento, un risultato ben lontano da quel 10% che sarebbe “perdita accettabile” da parte degli allevatori (bisognerebbe riflettere anche su questo). In sostanza gli agnellini, lasciati all’aperto senza riparo e alla portata dei predatori, finiscono per essere abbandonati dalle madri e invece di venire recuperati sono lasciati a morire.

L’esperimento sulle mucche per fare partorire loro gemelli ha avuto maggior “successo”- ma a che prezzo! Se i gemelli erano di sesso diverso, il 95% delle femmine aveva la vagina deformata; molti dei gemelli morivano durante il parto perché le loro otto gambe si erano attorcigliate. Se invece, nonostante gli sforzi- si aveva comunque un parto singolo i vitelli non riuscivano ad uscire perché –per la selezione genetica- gli uteri delle madri erano così grandi che non riuscivano a “dare la spinta”.

Nel caso dei suini, invece, tanto per citare uno dei test dell’orrore compiuti a loro danno, a partire dal 1986 a centinaia di scrofe è stato asportato un ovaio, per verificare l’importanza dell’utero per la fertilità. La loro produttività è alla fine aumentata da 8 a 14 piccoli, ma la stessa l’industria ammette che è altissimo il numero di piccoli più deboli che muoiono schiacciati dalle madri. La rimozione dell’ovaio e la selezione continuano.

L’elenco di questo vero e proprio capitolato di crudeltà è ahimé molto lungo: ma, oltre allo sdegno che suscita (la condanna etica di chi scrive è totale), inquietano anche le ragioni addotte dai difensori del lavoro del centro per giustificarle. Essi sostengono che, dato il previsto aumento della popolazione mondiale da 7 a 10 miliardi entro il 2050, l’incremento della produttività degli animali da allevamento può essere uno strumento per vincere tale sfida.

Che miopia! Pensiamo veramente che produrre più carne possa davvero rappresentare la soluzione per risolvere il problema alimentare globale?

Philip Lymbery, Direttore generale di CIWF (Compassion in World Farming) International e autore di Farmageddon, The true cost of cheap meat, prossimamente disponibili e in italiano presso la casa editrice Nutrimenti, spiega chiaramente che l’allevamento intensivo e l’intensificazione del consumo di carne non possono essere la soluzione al problema dell’approvvigionamento di cibo da parte di una popolazione in aumento.

Gli animali, oltre a vivere una vita indegna negli allevamenti intensivi, diventano, loro malgrado, nostri competitori alimentari: se i cereali che coltiviamo come mangimi fossero utilizzati per nutrire gli esseri umani, si potrebbero sfamare 4 miliardi di persone. Secondo Lymbery, se si eliminassero gli sprechi e si sfruttassero meglio le attuali risorse, il pianeta potrebbe produrre cibo in maniera sostenibile per 14 miliardi di persone.

Complessivamente, l’inchiesta del New York Times solleva tutta una serie di questioni fondamentali inerenti all’attuale modello di zootecnia: l’allevamento intensivo si trova in una tanto disperata quanto folle corsa verso una sempre maggiore produttività ed una continua riduzione dei prezzi, a scapito del benessere degli animali, della salute pubblica e di quella del pianeta. Come non pensare alla clonazione degli animali allevati a scopi alimentari? Alla pecora Dolly e ai suoi compagni di disgrazia. Anche la selezione delle razze per ottenere una maggiore produttività ha già dato i suoi frutti. L’esempio più eclatante è già ben diffuso sul mercato: si chiama pollo o “broiler”- nome questo emblematico, in quanto identifica l’animale con la sua destinazione finale: la griglia.

Questo volatile (già, perché di uccello si tratta) è programmato geneticamente per raggiungere il peso di macellazione in soli 39 giorni, invece dei 3 mesi che la natura vorrebbe. E già ci sono ricerche per creare un pollo da 27 giorni. Anche se non lo si macellasse, questo “pulcino mostro” non sopravvivrebbe comunque a lungo: sviluppando a ritmi forzati la sua parte più pregiata, il petto, morirebbe comunque per problemi cardiocircolatori; è “programmato” per mangiare il più possibile, ma non lo è altrettanto per camminare. Infatti viene definito un animale “letargico”, con tutte le conseguenze del caso in termine di patologie deambulatorie. Questo senza considerare che le condizioni di allevamento sono pessime: animali stipatissimi (fino a 20-23 polli al m2), senza arricchimenti ambientali e luce solare. E poi li chiamano “allevati a terra”: la prima gabbia è il loro corpo, la seconda le condizioni in cui vivono.

Della diffusione di questo tipo di “prodotto” siamo tutti responsabili: perché con la fretta che abbiamo ogni giorno, quasi nessuno di noi ha più voglia di prendersi la briga di cucinare un pollo intero. La fettina di petto di pollo, meglio ancora se impanata o con altri aromi, è ben più allettante. E così si crea quel circolo vizioso per cui il mercato chiede crescentemente parti di pollo, a prezzo sempre più basso, e l’industria avicola intensiva risponde con carne di animali allevati come si diceva. Ma, se si vuole mangiare carne, non sarebbe meglio un bel busto di pollo allevato all’aperto? Che peraltro, anche egoisticamente parlando, a livello nutrizionale contiene fino al 50% dei grassi in meno del suo equivalente intensivo. Tante, davvero le ragioni per cambiare. Cosa aspettiamo-mi chiedo, un po’ tristemente.

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