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Il Fatto Quotidiano
20 02 2014

Si tratta di una scelta simbolica dell'amministrazione comunale che si rivolge ai ragazzi da 0 a 18 anni col preciso intento di lanciare un segnale politico sulla strada di una piena integrazione

di Alice D'Este 

Che sia chiaro fin da subito, lo Ius soli non c’entra. O meglio c’entra, ma solo simbolicamente. Perché la cittadinanza che i minori stranieri potranno chiedere a Venezia a partire dal prossimo 20 novembre a patto che i loro genitori lo vogliano, non sarà una cittadinanza vera. E non sarà nemmeno quella onoraria, come accade in occasioni di altro tipo. La dicitura scelta è ‘cittadinanza speciale‘. E da lunedì scorso il Consiglio comunale veneziano ne ha approvato il via libera. Potranno richiederla tutti i bambini stranieri nati in città. Tramite i loro genitori ovviamente.

La proposta, lanciata 11 mesi fa con una delibera portata in Consiglio comunale da Sebastiano Bonzio, consigliere di Federazione della Sinistra, è passata con 26 voti a favore (Pd, Federazione della sinistra, Udc, Psi, Movimento cinque stelle e liste civiche) e 5 voti contrari (Forza italia, Fratelli d’Italia, Lega Nord e Prima il Veneto), più due astenuti. Una scelta simbolica che si rivolge ai ragazzi da 0 a 18 anni col preciso intento di lanciare un segnale politico. “Nelle prossime settimane il Comune attraverso l’anagrafe e lo stato civile invierà circa 3mila lettere ai minori interessati e alle loro famiglie – spiega Bonzio – La cittadinanza speciale di Venezia insomma si potrà avere su richiesta dei genitori. Il valore simbolico di questo gesto è importante, non possiamo più far finta di non riconoscere su tutti i piani un gruppo di cittadini che rappresentano una risorsa per il nostro paese. E’ una follia innanzitutto sul piano umano, perché sono i compagni di classe dei nostri figli ma anche sul piano civile. Le risorse che lo stato investe su di loro, a partire dall’istruzione, senza cittadinanza si perdono nel nulla”.

I minori interessati nella Provincia di Venezia potrebbero essere anche il doppio. Per tutti, però, si tratterà di un riconoscimento parziale. Nel caso in cui la richiesta fosse inoltrata e accettata, dovrebbe essere seguita, passati i dieci anni di residenza, da una richiesta di cittadinanza ufficiale. Seguendo insomma le normali procedure della legge italiana. In Italia ad oggi, infatti, lo Ius soli non esiste, ci si basa ancora sullo Ius sanguinis e cioè la cittadinanza italiana si acquisisce per nascita solo se almeno uno dei due genitori è cittadino italiano. In caso contrario è necessario fare richiesta in Prefettura (dopo dieci anni di residenza e seguendo alcuni parametri precisi).

La cittadinanza speciale della città di Venezia non sarà niente di tutto questo. “Si tratta di un atto a costo zero che ha un forte valore simbolico – dice Simone Venturini, consigliere comunale dell’Udc – E’ il primo passo per l’integrazione futura. Stiamo parlando di bambini che sono italiani a tutti gli effetti. Di certo la legge nazionale non può essere decisa con altrettanta facilità ma questo è un segnale forte. Credo che sia arrivato il momento che la politica provveda e cominci ad occuparsi di questa questione”. Un intento, quello della maggioranza del Consiglio comunale, che però non ha convinto tutti. “Credo che la cittadinanza italiana sia un atto d’amore e condivisione di cultura e di lingua – dice Sebastiano Costalonga consigliere di Fratelli d’Italia – Avevo chiesto che il requisito minimo per la richiesta fosse aver frequentato la scuola dell’obbligo in Italia. L’emendamento è stato bocciato, allora ho votato contro”.

Con lui anche la Lega Nord: “Venezia si occupa solo di gay e immigrati” ha sbottato Emanuele Prataviera, deputato del Carroccio. A favore invece anche il Movimento 5 stelle. “L’intento del Consiglio comunale è stato allo stesso tempo simbolico ed espressione di una volontà – dice Gianluigi Placella, consigliere comunale del M5s – Con questa iniziativa Venezia apre le porte ai nati in Italia lasciando l’opportunità, più avanti, di confermare o meno la richiesta. Si tratta di un segnale di apertura importante che spinge al dibattito parlamentare“. Una segnalazione infatti arriverà fino in Parlamento. “La delibera, così approvata, verrà spedita al Parlamento e alla Presidenza della Repubblica e all’Anci – spiega Bonzio – Speriamo sia utile a riaccendere il faro sul tema spingendo Camera e Senato a legiferare finalmente su questa questione”. Prima di Venezia la stessa proposta era già stata affrontata due mesi fa a Treviso, dopo l’insediamento del nuovo sindaco Giovanni Manildo (Pd). 1800 in quel caso le lettere spedite (tra 6 e 19 anni), 21 voti favorevoli e 6 contrari. Un provvedimento che anche in quel caso, nella terra della Lega nord, più che mai, aveva fatto discutere.

Corriere della Sera
17 02 2014

La sfida di sei ragazzi: impariamo un lavoro e realizziamo i nostri sogni

di Michela Proietti

Di sera, quando si tolgono gli abiti da lavoro, sono davvero stanchi. Edoardo, il più giovane del gruppo, ha girato il mondo con i genitori e i due fratelli. «I ricordi sono sempre molto belli quando si viaggia, ma starci dentro è diverso, non mi ero mai reso conto che esistesse un lavoro come quello che sto facendo ora». Edoardo ha 20 anni e la sindrome di Down. Ha appena iniziato un tirocinio nell’Hotel Melià Aurelia Antica di Roma: dovrà occuparsi della manutenzione e dice che ogni cinque minuti è chiamato a risolvere un piccolo problema. «Il primo giorno è stato veramente duro, un impatto troppo forte, ma poi sono migliorato». Ha imparato a togliere e mettere le lampadine, a lavorare con il trapano, «anche se all’inizio non sapevo farlo e ho rischiato di farmi male». Una sfida condivisa con altri ragazzi Down, assunti come lui con un contratto di formazione: Nicolas alla reception, Martina cameriera ai piani, Benedetta e Livia cameriere di sala, Emanuele aiuto cuoco.

Le loro giornate di lavoro sono riprese dalle telecamere, che da lunedì prossimo trasmetteranno nella docu-fiction «Hotel 6 stelle» di Claudio Canepari, in onda su Rai3, come è possibile l’integrazione di un disabile nel mondo del lavoro. Il progetto, sostenuto dall’Aipd, l’Associazione italiana persone down, è stato sostenuto da Palmiro Noschese, area manager dell’hotel romano, con l’idea che nella diversità ci sia un valore aggiunto.

Attualmente in Italia un bambino su 1.200 nasce con la sindrome di Down e grazie allo sviluppo della medicina e alle maggiori cure si può parlare di un’aspettativa di vita di 62 anni. «Il messaggio che vogliamo comunicare è che tutti ce la possono fare. Attraverso la formazione tutti possono arrivare ovunque. La tivù ci aiuterà semplicemente a veicolare questo messaggio, perché speriamo che altre aziende possano seguire la nostra strada. Non temo le critiche, se saranno critiche costruttive ben vengano: stiamo facendo una lavoro di cui siamo orgogliosi».

Timidezza, entusiasmo, qualche volta sopportazione: con un’altalena di sentimenti, i ragazzi hanno imparato a convivere con le telecamere. Per Benedetta è stata una sfida nella sfida. «Mi hanno imbarazzato molto le riprese». Prima di fare la cameriera di sala nell’hotel romano ha lavorato in un supermercato. «Mi occupavo di sistemare la merce negli scaffali, ma questo tirocinio mi piace molto: il momento più bello per me è servire il breakfast, preparare le colazioni e prendere le ordinazioni». Ha 23 anni, è diplomata al liceo scientifico, ama la danza moderna e la ceramica. «Qui ho fatto delle belle amicizie, sono stata e sono molto felice: mi piacerebbe che questo fosse il mio lavoro fisso per il futuro».

Con un sogno più forte di tutti gli altri: «Vorrei tanto che le mie aspettative sentimentali si realizzassero». Emanuele, l’aiuto cuoco diplomato all’istituto alberghiero, sta con Moira e sogna di sposarla e fare una famiglia. Come tanti ragazzi della sua età vorrebbe diventare uno chef famoso, puntando sulle sue specialità: la pasta e il risotto ai funghi. E poi un altro sogno: «Vorrei che tutti i ragazzi con la sindrome di Down, non solo in Italia, ma in tutto il mondo, potessero lavorare. Lavorare è possibile».

Durante il tirocinio formativo John Peter Sloan avvicinerà i ragazzi allo studio della lingua straniera, per migliorare il rapporto con i clienti, e ognuno di loro sarà seguito da un tutor per tutta la durata dello stage. Nicolas, il concierge del gruppo, è andato oltre i ruoli: «Il tutor è diventato il mio amico e il mio confidente». Dice che fin da ragazzino sognava di andare in tivù con la giacca e la cravatta: «Questo per me è un traguardo». Il suo racconto è un saliscendi di emozioni. «È molto bello lavorare, dà tanta gioia e mi sento felice. Significa essere indipendente, avere lo stipendio e le mance, vorrei poterlo fare 24 ore su 24 per sposarmi con la mia ragazza, andare via da casa dei miei genitori e vivere con lei tutta la vita». Il futuro però lo preoccupa: «Lo stage sta per finire e io non so cosa farò dopo».

L’obiettivo dell’esperienza è quella di trasformare il tirocinio in una concreta opportunità lavorativa, valorizzando le capacità di ognuno. Livia, cameriera di sala, ha un’attitudine particolare con il pubblico: è estroversa, solare e la sua passione è il nuoto sincronizzato, lo pratica a livello agonistico e ha vinto già delle medaglie. Una disciplina e un entusiasmo che trasferisce anche quando serve ai tavoli. «Se per caso mi scivola un bicchiere? Asciugo e pazienza, la prossima volta farò più attenzione». Calma e rigore. «Non ho mai avuto a che fare con un cliente incontentabile, ma se mi dovesse capitare lo manderei a parlare direttamente con il direttore. In questo lavoro non bisogna entrare in confidenza, bisogna mantenere rispetto e il giusto distacco. Siamo in un hotel 6 stelle!».

Per Martina, cameriera ai piani, questa è la prima occasione seria di lavoro. Ha 31 anni e ogni giorno sistema le stanze secondo le sue regole: bagno pulito a fondo, camera ben ordinata e aspirapolvere passato ovunque. Una delle sue paure è quella di essere criticata e non capita dagli altri: «Vorrei dare voce a tutti quelli che, come noi, cercano lavoro. È vero che in Italia c’è la crisi, ma a tutti serve una possibilità».

La Repubblica
14 02 2014

Pannelli mobili, per creare zone appartate in spogliatoio e consentire alle donne musulmane di cambiarsi in modo discreto, senza dover vedere le altre donne senza abiti. Pannelli che possono anche essere sistemati a bordo piscina, per separare visivamente la vasca più piccola da quella principale.

E' la novità progettuale prevista per la piscina comunale di via Cambini, in zona via Padova, quartiere periferico ad alta presenza di musulmani. ...

Colmegna: eccellenza rom non è un ossimoro

  • Lunedì, 03 Febbraio 2014 12:07 ,
  • Pubblicato in Flash news

Corriere delle Migrazioni
02 02 2014

C’era una volta l’«emergenza nomadi». Nel lontano 2008, il governo Berlusconi varò alcuni decreti che di fatto equiparavano la presenza dei rom e dei sinti a una vera e propria calamità naturale. E che per questo conferivano poteri speciali ai Prefetti e ai Sindaci.
È nell’ambito di questo “stato di emergenza” che sono nati il Piano Maroni a Milano, e il Piano Alemanno a Roma: due programmi che puntavano ad allontanare i rom dalle città, confinando centinaia di persone – uomini, donne e bambini – in aree segregate, sorvegliate a vista da telecamere e guardiani, lontane da qualsiasi centro abitato. Un vero e proprio piano di segregazione urbana, criticato aspramente dalle organizzazioni internazionali attive nella tutela dei diritti umani.

Oggi lo stato di emergenza non c’è più: una sentenza del Consiglio di Stato l’ha seppellito definitivamente, dichiarandolo illegittimo e avviando così una fase nuova nelle politiche pubbliche rivolte a rom e sinti.
È una pagina nuova nella storia italiana, positiva. Ma i risultati non si vedono ancora. Come mai? Secondo Don Virginio Colmegna, fondatore e animatore della milanese “Casa della Carità”, c’è un problema di approccio e di cultura.

Don Colmegna, perché secondo lei la cosiddetta “Strategia Nazionale di Inclusione” non decolla? Ci sono dei ritardi?

«Io non direi che ci sono ritardi: direi piuttosto che ci sono dei veri e propri blocchi. Voglio dire che questa Strategia dovrebbe puntare non tanto su risposte separate al cosiddetto “problema rom”, ma su un approccio più complessivo, che punti al superamento dei campi, delle favelas, degli abbandoni, dell’emarginazione sociale. C’è bisogno di una cultura non di integrazione, ma di interazione. C’è bisogno di un investimento che trasformi la convivenza in convivenza civile, dobbiamo costruire una città che si prenda cura di tutti. È una grande sfida, dunque, che va affrontata da tutti. E su questi terreni siamo bloccati. «Siamo in un periodo di crisi, e in un clima di difficoltà economica i rom e i sinti rischiano di diventare un facile capro espiatorio delle frustrazioni e della rabbia. Viviamo un curioso paradosso: i rom e i sinti sono lo 0,2% della popolazione italiana, eppure nella comunicazione pubblica sembra di avere a che fare con il problema dei problemi. Si ragiona di rom e sinti ancora in termini di sicurezza e di ordine pubblico. Finché non cambiano questi approcci è difficile che si sblocchi qualcosa…».

In questo momento il “blocco” è più a livello nazionale o locale?

«Il blocco è ovunque. E’ anzitutto sul terreno culturale: ha a che fare con il modo in cui si fa informazione, con il modo in cui si descrivono e si raccontano le popolazioni rom e sinte su giornali e mass-media. Ed è anche, evidentemente, un blocco locale, che avviene a livello delle città, dei comuni, delle singole amministrazioni territoriali. È un blocco che ha a che fare con i fondi europei che restano inutilizzati, perché evidentemente si ha paura di toccare i sentimenti di paura delle persone.
Noi invece continuiamo a rilanciare uno sguardo “ottimista”, diciamo così: a breve costruiremo un osservatorio sulle buone prassi, nel quale vogliamo far vedere che ci sono esperienze di inclusione che producono risultati positivi. E stiamo lavorando con la Fondazione Romanì a una grande campagna sulla comunicazione, per cambiare il modo in cui si fa informazione in questo paese…»

Che cosa si può fare per “sbloccare”?

«Noi diciamo spesso che dobbiamo stare “nel mezzo”. Significa che dobbiamo agire non “per” i rom e i sinti, “al posto” dei rom e dei sinti, ma “con” i rom e sinti. Dobbiamo lavorare per favorire il protagonismo e la partecipazione dei diretti interessati.
E dobbiamo puntare sull’eccellenza. Stiamo ancora ragionando di degrado, di topi, di emarginazione abitativa e sociale, ma raramente ci si interroga sulle potenzialità dei rom e dei sinti. E invece dovremmo investire proprio su queste potenzialità, dovremmo investire sulle giovani generazioni…»

Che significa, in concreto, puntare sull’eccellenza?

«Significa che dobbiamo promuovere progetti di qualità. Significa operare per far sì che non ci sia più bisogno di “assistenza”: dobbiamo puntare sul protagonismo e sull’autonomia – economica, sociale, culturale – dei rom e dei sinti.
Noi, nel nostro piccolo, stiamo cercando di lavorare proprio su questo. Abbiamo conosciuto dei ragazzi che hanno grandi capacità musicali, e abbiamo lavorato per mandarli al Conservatorio. È solo un piccolo esempio, per dire che dobbiamo investire sulla formazione, sull’eccellenza, sulle potenzialità, soprattutto delle giovani generazioni».

Casa della Carità è nota alle cronache anche per la vicenda del campo di Via Triboniano, in epoca Moratti. Lei fu protagonista di un’aspra polemica con il Comune di Milano: le famiglie di Triboniano avrebbero dovuto uscire dal campo e cominciare un’esperienza di inserimento abitativo, ma tutto venne bloccato per l’intervento della Lega. Poi, a seguito di un ricorso, la situazione si sbloccò. Che fine ha fatto quel progetto?

«Ecco, questo è un punto importante, perché dimostra che, se si vuole, si possono promuovere azioni efficaci. Difatti i risultati di quell’esperienza – pur con tutti i limiti e le difficoltà – sono stati e sono molto positivi. Le venti famiglie inserite negli alloggi sono quasi tutte autonome: i genitori lavorano, i figli vanno a scuola, e i nuclei non dipendono più dagli aiuti del Comune o della Casa della Carità. Certo, non sempre le cose sono andate bene, ma diciamo che per l’80% delle persone coinvolte la vita è davvero cambiata. E noi dobbiamo guardare a quell’80%, perché è la dimostrazione che si possono promuovere progetti di inserimento sociale dei rom e dei sinti. Ovviamente dobbiamo interrogarci anche sulle esperienze che non sono andate a buon fine, perché ogni progetto è migliorabile e deve essere migliorato: ma oggi, potremmo dire, quel 20% è l’eccezione che conferma la regola…»

In che senso?

«Nel senso che noi non abbiamo un approccio assistenzialista. Nessuna politica sociale è una politica di regali: deve puntare, invece, sull’autonomia delle persone coinvolte, sulla loro responsabilizzazione. Un diffuso assistenzialismo cronicizza le situazioni di marginalità. E questo – si badi bene – non riguarda solo i rom e i sinti, ma è un principio che vale per qualunque tipo di azione sulla marginalità sociale.
Può accadere allora che qualcuno non accetti questo terreno, e continui a pensarsi come “assistito”: noi dobbiamo far di tutto perché questo non accada, ma dobbiamo sapere che può accadere».

Lei parlava poco fa di un Osservatorio sulle buone pratiche. Di cosa si tratta?

«È un’idea su cui stiamo lavorando, e che vorremmo realizzare a breve. Esistono buone prassi da valorizzare, da studiare e da cui prendere esempio. Ed esistono anche cattive prassi che vanno analizzate e denunciate: ad esempio, assistiamo ancora oggi alla politica degli sgomberi. Gli sgomberi senza progetti di inserimento, costano, e non producono risultati: è uno spreco inutile di risorse pubbliche. E non ce lo possiamo permettere, soprattutto in tempi di crisi…»

Sergio Bontempelli

 

Nonostante la Bossi-Fini…

  • Mercoledì, 22 Gennaio 2014 08:58 ,
  • Pubblicato in L'Intervista
Sergio Bontempelli, Corriere delle migrazioni
20 gennaio 2014

Sergio Briguglio si occupa di immigrazione dalla fine degli anni Ottanta: che – riferendosi all'Italia – è un po' come dire da sempre… È, nel nostro Paese, uno dei maggiori conoscitori della materia, ma non fa capo ad associazioni, movimenti o gruppi organizzati.

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