×

Attenzione

JUser: :_load: non è stato possibile caricare l'utente con ID: 407

"Nuotare non può essere un privilegio maschile". Parole rivoluzionarie in un Paese dove le donne, possono utilizzare le piscine pubbliche solo in giorni e orari particolari e sono obbligate a frequentare spiagge "femminili" dove comunque devono stare completamente coperte: e soprattutto non possono avventurarsi in mare aperto. ...
Caroselli di auto in festa hanno attraversato per tutta la serata di ieri Valy e-Asr, il lungo boulevard di Tehran che collega piazza Tochal a via della Rivoluzione: l'uomo del compromesso Hassan Rohani ha preso il posto del controverso Ahmadinejad. ...
Secondo uno studio del 2008 del ministero della Gioventù la maggior parte degli iraniani ammette d'aver avuto rapporti sessuali prima del matrimonio e aggiunge che, nel 13% dei casi, si sono rivolti con una gravidanza indesiderata o con l'aborto. ...
La candidata virtuale, quella creata dalla matita del disegnatore Amir Soltani, che corre su una piattaforma fatta di tre parole d'ordine: diritti, democrazia, giustizia. Tutte le altre donne che avevano presentato la propria candidatura, una trentina circa, come previsto restano fuori. ...
Corriere della Sera
23 04 2013

L'indignazione contro i giudici, in Iran, che puniscono un uomo a vestirsi da donna. E per protesta uomini e donne scambiano i vestiti    
 
di Cecilia Zecchinelli

C’è certo di peggio in Iran, dove la pena di morte è prevista (e largamente applicata) anche per adulterio e offesa a Dio. Ma l’inedita punizione decisa alcuni giorni fa da un giudice di Marivan, al confine iracheno e in piena zona curda, sta sollevando una protesta potente che coinvolge, al di là di Internet come ormai è scontato, perfino il parlamento di Teheran. Un giovane colpevole di rissa, detenzione di armi e disturbo dell’ordine pubblico, tale T. Daabaashi, è stato condannato a sfilare per le vie della città su un pickup, sotto gli occhi di tutti, in abiti femminili. Non solo: indossando vestiti tradizionali curdi, compresi gli ampi pantaloni sotto la tunica e un foulard in testa.

“E’ un doppio insulto, essere una donna non è qualcosa di cui vergognarsi e il fatto che quelle siano vesti tipiche curde offende la nostra comunità, già stigmatizzata in Iran”, ha scritto Hajir Sharif, curdo-iraniano esule in Europa, nella pagina della campagna su Facebook che ha già raccolto migliaia di adesioni.
Accanto ai commenti, molte foto di uomini vestiti da donna, qualcuna di donne vestite da uomo. Una reazione che ricorda quella suscitata mesi fa dalla siriana Dana Bakdounis, apparsa su Facebook senza il velo per aderire alla campagna dell’”Intifada delle donne arabe” Dopo le censure e le minacce che l’avevano colpita, centinaia di musulmane avevano pubblicato le loro immagini in una protesta pacifica nella sostanza, quanto agguerrita nelle intenzioni.
Questa volta la vittima sembrerebbe l’uomo costretto al travestimento, ma di lui nessuno è in realtà preoccupato.

Anzi, rispetto alla severità delle punizioni inflitte nella Repubblica Islamica l’idea generale è che se la sia cavata con poco. Negli ultimi tempi la criminalità per le strade dell’Iran è aumentata e le autorità hanno applicato misure drastiche: in gennaio a Shiraz un borseggiatore era stato amputato delle dita in pubblico, poco dopo due ragazzi erano stati impiccati per rapina a mano armata, il video dell’impresa era circolato su YouTube. E quindi a T. Daabaashi non è andata male.

Ma quella sanzione ha invece rivelato ancora una volta come le donne iraniane siano cittadine di serie B per il loro Paese. E le donne curde di serie C o forse ancora meno. E’ quello che hanno gridato per le vie di Marivan le attiviste della città, sfilate con gli stessi abiti rossi e il foulard bianco imposti al condannato. Il loro corteo è stato attaccato dalla polizia con gas lacrimogeni e manganelli, molte sono rimaste ferite. Ma l’eco della protesta è arrivata lontano. Fino a Teheran e oltre.

Al parlamento riunito nella capitale il caso ha fatto discutere e 17 deputati hanno firmato una lettera diretta ai ministri della Giustizia e degli Interni condannando quella sentenza che è “un’umiliazione inflitta alle donne musulmane e alla religione”. E se i ministri non hanno risposto, né probabilmente lo faranno, è comunque importante che l’indignazione non si sia spenta, che il caso del teppista travestito da curda stia catalizzando il malumore e la rabbia creati da ingiustizie ancora più gravi.

facebook