Giunti Y, i classici e il ritorno dei fustacchioni

  • Mercoledì, 04 Settembre 2013 11:35 ,
  • Pubblicato in Flash news

Lipperatura
04 09 2013

Prendetevi qualche minuto.

“E chi negherà questo, quantunque egli si sia, non molto più alle vaghe donne che agli uomini convenirsi donare? Esse dentro a’ dilicati petti, temendo e vergognando, tengono l’amorose fiamme nascose, le quali quanto più di forza abbian che le palesi coloro il sanno che l’hanno provate: e oltre a ciò, ristrette da’ voleri, da’ piaceri, da’ comandamenti de’ padri, delle madri, de’ fratelli e de’ mariti, il più del tempo nel piccolo circuito delle loro camere racchiuse dimorano e quasi oziose sedendosi, volendo e non volendo in una medesima ora, seco rivolgendo diversi pensieri, li quali non è possibile che sempre sieno allegri. E se per quegli alcuna malinconia, mossa da focoso disio, sopraviene nelle lor menti, in quelle conviene che con grave noia si dimori, se da nuovi ragionamenti non è rimossa: senza che elle sono molto men forti che gli uomini a sostenere; il che degli innamorati uomini non avviene, sì come noi possiamo apertamente vedere. Essi, se alcuna malinconia o gravezza di pensieri gli affligge, hanno molti modi da alleggiare o da passar quello, per ciò che a loro, volendo essi, non manca l’andare a torno, udire e veder molte cose, uccellare, cacciare, pescare, cavalcare, giucare o mercatare: de’ quali modi ciascuno ha forza di trarre, o in tutto o in parte, l’animo a sé e dal noioso pensiero rimuoverlo almeno per alcuno spazio di tempo, appresso il quale, con un modo o con altro, o consolazion sopraviene o diventa la noia minore.
dunque, acciò che in parte per me s’amendi il peccato della fortuna, la quale dove meno era di forza, sì come noi nelle dilicate donne veggiamo, quivi più avara fu di sostegno, in soccorso e rifugio di quelle che amano, per ciò che all’altre è assai l’ago e ’l fuso e l’arcolaio, intendo di raccontare cento novelle, o favole o parabole o istorie che dire le vogliamo, raccontate in diece giorni da una onesta brigata di sette donne e di tre giovani nel pistelenzioso tempo della passata mortalità fatta, e alcune canzonette dalle predette donne cantate al lor diletto. Nelle quali novelle piacevoli e aspri casi d’amore e altri fortunati avvenimenti si vederanno così ne’ moderni tempi avvenuti come negli antichi; delle quali le già dette donne, che queste leggeranno, parimente diletto delle sollazzevoli cose in quelle mostrate e utile consiglio potranno pigliare, in quanto potranno cognoscere quello che sia da fuggire e che sia similmente da seguitare: le quali cose senza passamento di noia non credo che possano intervenire. Il che se avviene, che voglia Idio che così sia, a Amore ne rendano grazie, il quale liberandomi da’ suoi legami m’ha conceduto il potere attendere a’ lor piaceri”.

Sì, era il Decameron di Giovanni Boccaccio, con il suo elogio della lettrice: primo fra innumerevoli venturi.

Prendetevi altri cinque minuti.

“Quella della lettrice è un’icona antica, quanto mai gradita agli scrittori di ogni tempo, che si compiacciono della fedeltà e della passione femminile nei confronti dei libri. Anche i pittori subiscono con regolarità il fascino di una figura di donna immersa nella lettura: che sia seduta in uno dei prati fioriti di Monet, che sorrida appena come la lettrice di Renoir, che si abbandoni insieme alla mollezza del divano e alle seduzioni del volume, come nel famosissimo quadro di Federico Faruffini, quella creatura viene gratificata dall’approvazione dell’artista, come se stesse facendo qualcosa di giusto e di consono. Esiste, insomma, una mistica della lettura femminile che viene esibita orgogliosamente per avvalorare la superiorità morale e intellettuale delle donne sugli uomini. Meraviglioso, è vero. Però qualche cattivo pensiero è inevitabile: specie se si ricorda quella dicotomia fra primato scolastico delle bambine e ragazze e riuscita professionale delle adulte. E se si sospetta che questo compiacimento maschile nei confronti della donna che legge potrebbe essere un ulteriore, carezzevole inganno”.

Se perdonate l’autocitazione, scrivevo queste parole nel 2007, in Ancora dalla parte delle bambine. Oggi proporrei una variante.
Prima, però, prendetevi un minuto solo.

E guardate qui.

Se non è uno scherzo (e pare proprio che non lo sia), Giunti Y (sta per giovani adultE) ci riprova. Dopo la famigerata copertina di Cuore di tenebra con il fustacchione di Lost, inonda di fustacchioni cinematografici i propri classici. Facendo evidentemente propria la considerazione di Boccaccio: i maschi hanno altri divertimenti, la lettura è femmina. Certo, sicuro, lo dimostrano ogni anno dati e statistiche di ogni sorta. Ma siamo sicuri che sia un bene? Siamo sicuri che tagliare fuori, dichiaratamente, il pubblico dei giovani lettori non sia una delle ulteriori gabbie che si riservano a maschi e femmine?
Che noia, dirà qualcuno, è solo marketing. Cosa vorresti, una Milady in bikini per avvicinare i ragazzi a Dumas?
Ps. Vi prego, amici di Giunti Y, non tenete conto delle ultime due righe. Non vorrei avervi dato un’idea, per tutto l’oro del mondo.

Leggere senza stereotipi, sin da piccoli

  • Martedì, 03 Settembre 2013 07:57 ,
  • Pubblicato in INGENERE

Ingenere.it
03 09 2013

Due iniziative editoriali, una neonata casa editrice e una rassegna di libri per i più piccoli, propongono letture impegnate contro le discriminazioni, la violenza e gli stereotipi di genere. La nuova casa editrice si chiama "Settenove edizioni", un nome che fa riferimento all'anno 1979, si legge sul suo sito internet, anno dell'adozione della convenzione Onu sull'eliminazione delle discriminazioni contro le donne, ma anche della messa in onda, in Italia, della trasmissione Processo per stupro.

I primi libri targati Settenove edizioni arrivano in libreria tra pochi giorni, due titoli per bambini - Cosa c’è di più noioso che essere una principessa rosa? e Papà attende un bimbo! - e il saggio Meat Market, della giornalista dell'Independent Laurie Penny, un'analisi del consumo sfrenato di corpi femminili nella società odierna, di cui le donne stesse sono consumatrici e consumate.

Invece l'associazione di promozione sociale Scosse propone una selezione di letture per la prima infanzia senza stereotipi, un archivio bibliografico selezionato per la fascia di età da zero a sei anni, e che si può consultare a questo link.

I manuali ci dicono che nell'anno ottavo l'imperatore Augusto colpì Ovidio con una punizione tremenda: da un giorno all'altro lo spedì in esilio a Tomi, gelida località sul Mar Nero che si trova oggi in Romania, e gli impedì per sempre di tornare a Roma. ...

Non è stato il maggiordomo

  • Martedì, 23 Luglio 2013 09:10 ,
  • Pubblicato in Flash news
Donne e Altri
20 07 2013

Il primo sospettato è il marito, dicono i rituali polizieschi, nella realtà e nei romanzi di genere, quando la vittima è una donna. Gialli, noir, detective novel che siano. Curioso che in letteratura, anche popolare, questa radicata convinzione – che vede il sesso dell’omicida – letto nell’ottica della gelosia, o comunque della passione accecante, tra i principali moventi per un delitto, insieme ai classici denaro e potere, non abbia fatto cortocircuito, non sia diventato un elemento per analizzare, comprendere i fatti. Strano che quello che oggi viene chiamato femminicidio – oltre il delitto la pratica maschile, dentro e fuori il matrimonio, di picchiare, malmenare, violentare le donne – non entri, nelle narrazioni. Proprio dove la violenza, l’assassinio, è l’oggetto del racconto. Che insomma, i gialli, i thriller, che per lo più si alimentano dell’attrazione morbosa di cadaveri di donne, di solito giovani, belle e nude, non solo non riflettano sullo stato dei rapporti tra donne e uomini, ma ravvivino tutti i più consolidati stereotipi della cultura misogina. Non così strano, in effetti, se si pensa che parliamo di cultura, di immaginario. Per questo sono grata – no, non a Stieg Larsson, lui viene dopo. Sono grata a Stephen King.

«Adesso vedeva chiaro. Era stato troppo malleabile con loro. Mariti e padri avevano precise responsabilità. Papà-sa-sempre-quello-che-deve-fare. Loro non capivano. La cosa in sé non era un delitto, ma loro non volevano capire». È Jack Torrance, il protagonista di Shining, del 1977, poi diventato un film di Stanley Kubrick nel 1980. Prigioniero dell’Overlook Hotel, il mitico albergo vivente in cui sono racchiusi gli orrori, le violenze, le zone oscure della storia americana del Novecento, dà corpo alla più squisita essenza del dominio patriarcale: «Di regola lui non era un uomo rigido, però credeva nell’effetto del castigo. E se suo figlio, o sua moglie si erano opposti seriamente ai suoi voleri, alle cose che lui sapeva essere la soluzione migliore per loro, allora non era forse suo dovere…?» E più oltre, nello scambio con Jack Grady, il custode che incarna lo spirito assassino dell’Hotel (del paese, del patriarcato?) e che gli consegna l’ordine, il compito: «Un uomo che non sappia tenere a freno la sua famiglia, incontra scarsissimo credito presso il nostro direttore. Da un uomo che non sappia mettere le redini al collo di sua moglie e del figlio, non ci si può aspettare che controlli se stesso, e tanto meno che assuma una posizione di responsabilità in un’impresa di questa portata. Lui …».

Shining è il terzo romanzo di King, un autore poi molto prolifico. Lo scrittore ha trent’anni, come il suo personaggio. Il tema, la violenza di un uomo fallito, figlio a sua volta di un uomo violento, contro la moglie e il figlio che si salvano e lo eliminano, è chiaro e esplicito. Che non si tratti di un tema secondario lo mostra quasi per intero la sua opera successiva, costellata di figure di uomini rabbiosi in varie forme, in ogni caso contro le donne, anche se non mancano figure femminili violente, come l’indimenticabile protagonista di Misery non deve morire. E non vorrei qui discutere se King sia o no uno scrittore a pieno titolo, o se il suo horror fantastico ne diminuisca il meraviglioso talento. Non sarà da meno di Edgar Allan Poe, lo “scribacchino” che cita in Shining, dove aleggia la Morte Rossa. Della centralità non casuale delle violenze domestiche nella sua scrittura, testimoniano altri due testi. Il notissimo Dolores Claiborne, del 1993, e Rose Madder, del 1995.

Entrambi sono scritti dal punto di vista di una donna, entrambi mostrano conoscenza e sensibilità particolari. Dolores Claibourne è il monologo, più volte rappresentato a teatro, di un’anziana colf del Maine – nel film è interpretata da Katy Bates – che racconta come e perché, per proteggere la figlia, con l’aiuto dell’eclisse di luna ha ucciso molto tempo prima il marito alcolizzato, inetto e violento. Rose Madder è la storia della liberazione di una donna dalla prigione in cui la rinchiude il marito violento, un poliziotto: «Tutti insieme furono quattordici anni d’inferno, senza che lei lo sapesse. Per la gran parte di quegli anni la sua esistenza trascorse in uno stordimento così profondo che era quasi morte e in più di un’occasione si sentì quasi certa che la sua vita non stesse veramente accadendo, che presto o tardi si sarebbe svegliata, per sbadigliare e sgranchirsi con la grazia di un’eroina di un disegno animato di Walt Disney. Questa idea cominciò ad affiorarle sempre più spesso dopo che lui la picchiava così selvaggiamente da costringerla a letto qualche tempo per riprendersi». King è uno scrittore sapiente, per raccontare del conflitto tra donne e uomini mette in gioco le risorse del mito. E se in Dolores Claibourne l’eclisse del luglio 1963 è sufficiente a evocare la potenza della luna nera, in Rose Madder magie e mito appaiono in modo esplicito. Per liberarsi di un uomo, una donna ha bisogno di tutta la sua forza, prima di tutto quella simbolica, che si gioca nei miti, nei sogni, nelle tradizioni che vanno ridisegnati. Come in un quadro. Un gioco serissimo, perché anche la forza e la rabbia di una donna, di una vittima che non è più tale, necessitano di una misura.

Sono grata a Stephen King, dicevo. Per avere considerato che la rabbia, il furore degli uomini contro le donne in quanto tali – è degno di essere narrato. Fa parte della scena, non è un ingrediente inutile, da eliminare dalla scena del delitto. La stessa mossa di Stieg Larsson, che l’ha inserito nel celebre titolo: Uomini che odiano le donne. Una chiave che ha aperto molte porte, ha illuminato molte zone oscure, ha capovolto tante interpretazioni. Eccolo, il movente nascosto. Anche Lisbeth Salander, la protagonista della serie Millenium, si muove in questa luce. E se Larsson non ha le capacità, gli strumenti narrativi di Stephen King, Lisbeth non è solo una figura funzionale, necessaria a un racconto che mette in scena la vendetta femminile. Lisbeth è una personaggia che ha qualcosa del mito, qualcosa che la rende viva, potente. Minuta, fragile, quasi disabile, eppure incredibilmente resistente più che forte, acuta, mai arresa.

Ma la vendicatrice, come si sa, è ormai una figura della cultura pop. Dal cinema ai fumetti. Figure rovesciate, nella maggior parte dei casi. Spesso eleganti, e stranianti: come Uma Thurman in Kill Bill di Quentin Tarantino. Ora anche il noir italiano si adegua. È appena uscito il primo di una serie di quattro volumi, Le Vendicatrici, che Massimo Carlotto, uno degli autori più noti del genere, ha scritto con Massimo Videtti: Quattro donne, a Roma, ognuna con torti subiti da uomini da vendicare. Giovanna Covi, in LetterateMagazine n.53, esprime una forte perplessità «di fronte all’entusiasmo con cui Fabrizio Ravelli annuncia (La Repubblica 8/5) l’uscita del ciclo Le Vendicatrici di Carlotto e Videtta, quale sfida agli uomini che odiano le donne. La tragedia dei femminicidi in quotidiana ascesa richiede sicuramente interventi culturali insieme a quelli sociali e giuridici, ma temo che la “sfida” delle donne immaginata dagli autori porti una mera rappresentazione sensazionale di questa piaga sociale più che indicare come uscirne».

A me sembra  un’operazione editoriale. Nel libro non c’è nulla che metta in discussione la violenza, né degli uomini né delle donne. Il racconto è gelido, le descrizioni puntigliosamente sadiche, le amiche per nulla convincenti né tantomeno simpatiche, la descrizione del sistema dello strozzinaggio romano appena decorosa. Ma forse valgono le intenzioni. Forse l’editoria italiana ha capito che c’è un mercato. Peccato che non ci sia altro.

Bia Sarasini
da Leggendaria n.100
 
Stepehen King:
Shining, Traduzione Adriana Dell’Orto, Bompiani Milano 2001, 429 pagine 9,90 euro
Dolores Claiborne, Traduzione di Tullio Doibner, Sperling&Kupfer, Milano 2010
Rose Madder,Traduzione di Tullio Doibner, Sperling&Kupfer, Milano 1996
Massimo Carlotto, Marco Videtta, Le Vendicatrici. Ksenia, Einaudi Stile Libero Torino 2013-05-31 320 pagine 15 euro
Gaio Valerio Catullo, poeta, da Verona, fu, al pari del suo concittadino Romeo, come tutti sanno, un amante infelice. Ma l'infelicità di Catullo fu, noi crediamo, assai più amara di quella di Romeo. ...

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