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Amnesty International
30 10 2014

Secondo un rapporto diffuso oggi da Amnesty International, le milizie e i gruppi armati che si stanno scontrando nella Libia occidentale stanno commettendo gravi abusi, compresi crimini di guerra.

Il rapporto, intitolato "La legge delle armi: rapimenti, torture e altri abusi da parte delle milizie nella Libia occidentale", fornisce prove di esecuzioni sommarie, torture e maltrattamenti dei detenuti e attacchi dei gruppi armati contro la popolazione civile sulla base dell'origine e della presunta affiliazione politica.

Le immagini satellitari che accompagnano l'uscita del rapporto di Amnesty International mettono inoltre in evidenza il profondo disprezzo per le vite dei civili da parte di tutte le fazioni coinvolte negli scontri, con razzi indiscriminati e colpi di artiglieria diretti contro aree abitate che hanno danneggiato case, edifici civili e strutture mediche.

"Nella Libia di oggi sono le armi a dettare legge. I gruppi armati e le milizie, ormai fuori controllo, lanciano attacchi indiscriminati contro i centri abitati e si rendono responsabili di gravi abusi, compresi crimini di guerra, nella completa impunità" - ha dichiarato Hassiba Hadj Sahraoui, vicedirettrice del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International.

I capi delle milizie e dei gruppi armati hanno il dovere di porre fine alle violazioni del diritto internazionale umanitario e di dire chiaramente ai loro subordinati che crimini del genere non verranno tollerati. Se non lo faranno, potrebbero essere chiamati a risponderne alla Corte penale internazionale.

Tra i gruppi armati e le milizie ritenute responsabili di gravi abusi dei diritti umani figurano la coalizione Alba libica, composta da gruppi di Misurata, Tripoli e altre città della Libia occidentale e la Zintan-Warshafana di cui fanno parte gruppi provenienti dalle due regioni.

Le immagini satellitari ottenute da Amnesty International mostrano danni ingenti a proprietà civili nella regione di Warshafana, compreso l'ospedale di Al-Zahra. L'unità di terapia intensiva dell'ospedale di Zawiya è stata centrata da un razzo che ha causato il ferimento di 10 persone tra medici, infermieri, pazienti e visitatori.

"Compiere attacchi indiscriminati e prendere di mira strutture mediche sono atti proibiti dal diritto internazionale e possono costituire crimini di guerra. Ciò nonostante, tutte le parti in conflitto hanno lanciato razzi grad e hanno usato l'artiglieria per colpire centri densamente popolati" - ha sottolineato Sahraoui.

Rapimenti, torture e altri maltrattamenti

Decine e decine di civili sono stati rapiti dai gruppi armati a Tripoli, Zawiya, Warshafana e nei centri dei monti Nafusa e tenuti in ostaggio anche per due mesi in un'ondata di azioni di rappresaglia basate sulla residenza o sulla presunta affiliazione politica delle vittime e, in alcuni casi, per effettuare scambi di prigionieri, una prassi diffusa sin dall'inizio del conflitto, che risale al 13 luglio.

Abitanti di Tripoli originari della zona di Zintan hanno riferito ad Amnesty International che i miliziani di Alba libica hanno effettuato vere e proprie cacce all'uomo, porta a porta, sequestrando persone sulla base della loro appartenenza tribale o presunta affiliazione politica. La stessa milizia ha compiuto raid, distruzioni, saccheggi e incendi di case e altre proprietà civili come le fattorie nella zona di Warshafana.

Quando vengono perpetrati nel corso di un conflitto armato, la tortura e i trattamenti crudeli costituiscono crimini di guerra, così come la cattura di ostaggi o la distruzione e l'impossessamento di proprietà di un avversario, a meno che queste ultime azioni non siano imperativamente richieste da una necessità militare."Tre anni di impunità garantita alle milizie hanno rafforzato il potere di queste ultime e la convinzione di essere al di sopra della legge" - ha commentato Sahraoui. "Se i responsabili dei crimini non saranno chiamati a risponderne, la situazione è destinata a precipitare ulteriormente".

La comunità internazionale ha ampiamente chiuso gli occhi di fronte agli anni di caos seguiti alla rivolta del febbraio 2011, nonostante la Corte penale internazionale potesse esercitare sin da allora la sua giurisdizione per indagare su crimini di guerra e crimini contro l'umanità. Sulla base di una risoluzione adottata dal Consiglio di sicurezza ad agosto, nei confronti dei responsabili di violazioni dei diritti umani in Libia possono essere adottate sanzioni come il divieto di viaggio e il congelamento dei beni finanziari.
Molte persone sequestrate hanno detto ad Amnesty International di essere state sottoposte a maltrattamenti e torture con tubi di plastica, bastoni, sbarre o cavi di metallo, scariche elettriche, così come di essere state forzate a stare per ore in posizioni dolorose, bendate e incatenate per giorni, private di cibo e acqua e costrette a sopportare misere condizioni sanitarie.

Un autista di camion rapito da un gruppo armato di Warshafana perché proveniente dalla città di Zawiya ha raccontato di essere stato picchiato con una sbarra di metallo e sottoposto a scariche elettriche. Poi i rapitori hanno versato benzina sul suo corpo minacciando di appiccare il fuoco.

Ahmad Juweida, un miliziano di Warshafana, è stato rapito da una milizia di Nalut mentre si stava recando in Tunisia per ricevere cure mediche. È stato ucciso in modo sommario, a quanto pare con un colpo alla nuca.

Amnesty International ha sollecitato tutti i gruppi armati e le milizie a rilasciare immediatamente e senza condizioni chiunque sia stato rapito unicamente sulla base dell'origine o dell'affiliazione politica. Tutti i detenuti, soprattutto i combattenti che sono particolarmente a rischio di tortura e di uccisione sommaria, devono essere trattati con umanità nel rispetto del diritto internazionale umanitario. I capi delle milizie e dei gruppi armati devono comunicare ai loro sottoposti che la tortura e i maltrattamenti non saranno tollerati ed espellere dalle loro file chiunque sia sospettato di tali azioni.

Secondo l'Alto commissariato Onu per i rifugiati, da luglio almeno 287.000 persone hanno lasciato le loro case a seguito degli attacchi indiscriminati o per il timore di essere presi di mira a causa della loro origine etnica o presunta affiliazione politica. Altre 100.000 persone hanno lasciato la Libia temendo per la loro vita.

Decine di giornalisti, attivisti della società civile e difensori dei diritti umani sono a loro volta fuggiti dal paese o sono entrati in clandestinità a seguito dell'aumento degli attacchi e delle minacce da parte delle milizie. I componenti del Consiglio nazionale per le libertà civili e i diritti umani, l'istituzione nazionale libica per i diritti umani, sono stati minacciati e intimiditi da miliziani affiliati alla coalizione Alba libica. Amnesty International ha intervistato 10 operatori dell'informazione che hanno lasciato la capitale Tripoli o, in alcuni casi, il paese temendo di essere uccisi. Sono stati presi di mira anche gli uffici e i giornalisti di Al-Assema Tv e Libya International Tv.

Secondo Reporter senza frontiere, nei primi nove mesi del 2014 sono stati presi di mira almeno 93 giornalisti.

Stessa sorte per gli sfollati tawargha, a lungo sospettati da molti libici di aver sostenuto l'ex leader Gheddafi, vittime di rapimenti a partire da agosto e di attacchi per rappresaglia contro uno dei loro campi profughi.

Per approfondimenti e interviste:
Amnesty International Italia - Ufficio Stampa
Tel. 06 4490224 - cell. 348 6974361,
e-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.








Offensiva a Bengasi contro gli estremisti islamici

Internazionale
16 10 2014

Le truppe fedeli all’ex generale Khalifa Haftar, sostenute da gruppi di residenti armati, hanno lanciato un’offensiva per cacciare le milizie islamiche dalla città portuale di Bengasi, nell’est della Libia. Negli scontri a fuoco e nei bombardamenti, che proseguono dal 15 ottobre, sono morte almeno 13 persone, tra cui quattro civili.

Haftar, 71 anni, a maggio del 2014 ha lanciato l’Operazione dignità contro gli estremisti islamici in Cirenaica. Carri armati e raid aerei hanno preso di mira le brigate 17 febbraio, un gruppo armato appartenente al Consiglio della shura dei rivoluzionari di Bengasi, coalizione militare composta da milizie jihadiste, che controlla gran parte di Bengasi.

Tra i gruppi del Consiglio della shura c’è anche Ansar al Sharia, legato ad Al Qaeda e accusato dagli Stati Uniti di aver guidato l’attacco dell’11 settembre 2012 contro il consolato statunitense durante il quale morirono l’ambasciatore Chris Stevens e altri tre cittadini statunitensi.

A tre anni dalla caduta di Muammar Gheddafi, la Libia è lacerata dal conflitto tra due fazioni rivali. La prima, composta dai sostenitori di Khalifa Haftar, da altri militari vicini al deposto regime, da alcuni gruppi tribali e dalle milizie della città occidentale di Zintan, si pone come un baluardo contro gli estremisti islamici.

La seconda si considera promotrice di una controrivoluzione e ne fanno parte gruppi islamici estremisti e moderati, esponenti della minoranza etnica dei berberi, altri gruppi tribali e le milizie della città costiera di Misurata.

I militanti estremisti hanno preso il controllo della capitale Tripoli a fine agosto e hanno istituito un governo alternativo. L’esecutivo ad interim del primo ministro Abdallah al Thinni, riconosciuto dalla comunità internazionale, è in esilio nella città orientale di Tobruk. L’esercito ha espresso il proprio sostegno all’operazione del generale Haftar contro gli estremisti a Bengasi.

Corriere della Sera
21 09 2014

Un mercantile di Singapore ha salvato 55 persone, altre 30 risultano disperse. La richiesta di soccorso è arrivata tramite un telefono satellitare

Nuovo naufragio di un barcone carico di migranti al largo delle coste libiche: almeno dieci persone sono morte e un’altra trentina risulta dispersa, mentre 55 sono state salvate. Il naufragio è stato segnalato al Comando Generale delle Capitanerie di Porto da un mercantile battente bandiera di Singapore, dirottato in zona dopo una richiesta di soccorso arrivata tramite un telefono satellitare.

Un centinaio a bordo
Arrivato nel punto indicato, l’equipaggio del mercantile ha accertato il naufragio: il barcone era capovolto e molte persone erano in acqua. Quindi è cominciato il recupero dei superstiti: ne sono stati tratti in salvo 55, stremati. La Guardia Costiera ha inviato un avviso circolare a tutti i mercantili che si trovavano nell’area, con ordine di raggiungere il luogo del naufragio. Le persone salvate hanno riferito che sul barcone diretto verso l’Italia c’erano un centinaio di migranti, per cui sono ora in corso le ricerche dei dispersi. Ma le speranze di trovare in vita altre persone sono minime.

Lungo elenco di morti
Le vittime si aggiungono al lungo elenco di morti degli ultimi mesi nel Canale di Sicilia. Dall’inizio dell’anno potrebbero essere scomparse in mare almeno duemila persone, secondo l’agenzia Habeshia, 250 delle quali su un barcone di cui non si hanno notizie da due mesi. Finora l’anno più tragico era stato il 2011 con almeno 1.800 persone scomparse, tra morti e dispersi. E sarebbero almeno ventimila i migranti morti o dispersi nel Mediterraneo negli ultimi venti anni.

Orrore in Libia, sulla spiaggia i cadaveri di donne e bambini

  • Mercoledì, 27 Agosto 2014 07:47 ,
  • Pubblicato in Flash news

Il Messaggero
27 08 2014

I corpi senza vita di uomini, donne e bambini su una spiaggia libica che sembra un girone infernale: non sono stati spazzati via da uno Tsunami ma dalla tragica sventura che lunedì ha fatto affondare il barcone che li doveva portare verso una nuova vita.

Le immagini scioccanti della "spiaggia dell'orrore" lasciano senza parole. ...

La Repubblica
26 08 2014

Peggiora il caos politico e militare nella Libia del dopo-Gheddafi. Da ieri il paese è di fatto spaccato in due, con due Parlamenti, due governi, due primi ministri espressione di un guazzabuglio di leader politici e di capi militari armati gli uni contro gli altri. Ma poi: almeno due paesi arabi, Egitto e Emirati arabi uniti, hanno condotto pesanti operazioni militari (attacchi aerei) contro la fazione islamista guidata da Misurata. Questo non potrà non avere conseguenze sul futuro di quella che ormai è definitivamente una guerra civile conclamata alle porte dell'Italia e dell'Europa.

Dopo aver conquistato l'aeroporto internazionale di Tripoli (ormai completamente devastato), da ieri i miliziani di Misurata e i loro alleati islamici di fatto controllano tutta Tripoli. Questo ha permesso di convocare una seduta del vecchio Congresso generale nazionale, il Parlamento scaduto col voto del 25 giugno e completamente rinnovato con la creazione di un nuovo Parlamento che si è già riunito due settimane fa a Tobruk. Nel vecchio Parlamento gli islamisti avevano la maggioranza: e ieri hanno nominato un nuovo premier filo-islamista, Omar al Hassi, immediatamente disconosciuto dal premier in carica per gli affari correnti, Al Thinni.

Nel 2011 le milizie di Zintan e Misurata combatterono insieme per spodestare Gheddafi: da mesi sono diventate i capofila dei due schieramenti che combattono per il controllo del paese: "laici" contro "islamisti", ma è una classificazione imprecisa. Zintan per due anni ha controllato l'aeroporto della capitale, cosa che ha permesso ai suoi uomini di godere di una postazione privilegiata in cui tutelare i loro interessi in termini di commerci, di traffici anche illegali e di gestione politica degli accessi internazionali alla città.

Misurata, città di commercianti storicamente avversa a Gheddafi, si è alleata con le milizie islamiche per contrastare la momentanea supremazia di Zintan e dei suoi alleati laici. Questo ha portato Misurata a lanciare l'"Operazione Alba", con cui gli islamici hanno risposto all'"Operazione Dignità" che in primavera era stata lanciata dal generale "ribelle" Haftar nell'Est del paese, a Bengasi, per liberare la capitale della Cirenaica dagli islamisti e innanzitutto dalla milizia di Ansar al Sharia. Haftar in Cirenaica è stato pesantemente sconfitto, si è dovuto ritirare a Tobruk abbandonando Bengasi dove aveva combattuto avendo a disposizione mezzi pesanti e anche alcuni caccia bombardieri.

La sua sconfitta nell'Est ha dato forza a Misurata e agli islamisti di Tripoli, che in poco più di un mese hanno dato la spallata che ha costretto Zintan a lasciare l'aeroporto. A questo punto però la notizia del coinvolgimento militare di Egitto ed Emirati al fianco di Zintan (provvisoriamente sconfitta) non farà che precipitare il versante militare della crisi. Zintan cercherà vendetta e ritorsione, chiedendo nuovi aiuti a Egitto ed Emirati. Sicuramente gli uomini di Misurata e gli islamisti chiederanno invece un impegno maggiore ai loro sponsor, Qatar e Turchia. E se questo impegno non dovesse arrivare, nel campo islamista avrebbe sempre più spazio la fazione integralista/terrorista, quella capeggiata dalla potente Ansar al Sharia che controlla il 70 per cento di Bengasi. Ansar è un gruppo para-jihadista, principale responsabile dell'attacco al consolato americano di Bengasi in cui nel 2012 morì l'ambasciatore statunitense Chris Stevens.

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