Milano In Movimento
25.03.2015

Betlemme-Ma’an. Di Alex Shams. I pendolari delle città degli Stati Uniti hanno constatato con sorpresa che il loro viaggio questo mese è stato adornato con poster e striscioni che invitano il governo a porre fine al supporto militare a favore di Israele.
I poster sono stati affissi in sette città degli Stati Uniti per tutto il mese di marzo, e fanno parte di una più ampia campagna di sensibilizzazione lanciata dal Palestine Advocacy Project, un gruppo di attivisti con base in America, conosciuti anche come Ads Against Apartheid, il cui fine è quello di aumentare la consapevolezza riguardo la complicità americana all’occupazione israeliana.

Messaggi che condannano la demolizione da parte di Israele delle case palestinesi, le sue politiche di incarcerazione che prendono di mira i bambini, la costruzione di insediamenti riservati solo ai cittadini ebrei nella Cisgiordana e nella zona di Gerusalemme est, sono tra i temi principali affrontati in questa campagna, il cui lancio coincise con la visita del primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, nel paese.

“Il denaro derivante dalle tasse americane aiuta il governo israeliano a condurre una brutale occupazione militare dei territori palestinesi, che per decenni ha negato ai palestinesi i diritti di base. Queste pubblicità mostrano com’è in realtà l’occupazione e l’apartheid israeliana, ed è importante che gli americani vedano tutto questo”, ha affermato Jake Chase-Lubitz , un membro del consiglio del progetto, in una dichiarazione rilasciata dal gruppo.
La campagna fa parte di una più ampia pressione affinché i palestinesi rimangano nel radar del pubblico americano, in particolare dopo che l’attenzione si è spostata dopo la fine dell’attacco israeliano a Gaza di quest’estate.

Rivolgendosi agli americani con dei messaggi negli spazi pubblici, il gruppo sta cercando di esporre ai cittadini la realtà in merito al supporto americano di Israele e cosa questo comporta per i palestinesi.
“I media negli Stati Uniti generalmente presentano i palestinesi come un problema per Israele piuttosto che il contrario. Ma Israele è un problema onnipresente per i palestinesi, ha un impatto negativo in quasi tutti gli aspetti della loro vita, e noi crediamo sia importante per il dibattito pubblico conoscere questa realtà”, ha dichiarato Chase-Lubitz in un’intervista per email con l’agenzia Ma’an.

Questi poster saranno affissi nelle stazioni delle metropolitane così come nei camion, nei bus, nei manifesti, assicurando che decine di migliaia arriveranno nelle città su cui si è posto l’obiettivo – Los Angeles, New York, San Antonio, San Diego, San Francisco e Washington D.C.
La campagna, comunque, mostra delle controversie, poiché il gruppo è andato incontro, nelle precedenti ondate di affissione di poster, ad atti di vandalismo e querele.
Il gruppo è stato costretto infatti a ritirare i propri striscioni a Boston dopo quella che Chase-Lubitz ritiene “una pressione politica da parte di associazioni sioniste ben finanziate ed organizzate” sull’agenzia di trasporti locale. I manifesti a Los Angeles sono stati invece oggetto di vandalismo.
Questo mese la campagna è stata ancora una volta oggetto di attacchi, e il gruppo ha riferito che, il 9 marzo a Los Angeles, il conducente di un camion che esibiva il poster è stato minacciato da un individuo armato irritato dal messaggio.

“Suggerire che in realtà sono gli israeliani a sbagliare e che i palestinesi sono delle vittime equivale a dire: forse noi abbiamo torto, e che alcune delle persone da cui ci difendiamo sono le nostre stesse vittime. Questo non sta bene a molta gente”, ha dichiarato Chase-Lubitz all’agenzia Ma’an, commentando gli ostacoli che la campagna sta affrontando.
Infatti, in un mondo dove il sentimento pro-palestinesi è ampliamente condiviso e le pressioni contro Israele per mettere fine all’occupazione militare sono rapidamente cresciute negli ultimi anni, gli Stati Uniti si distinguono come uno dei pochi paesi a maggioranza filo-israeliana sulla Terra.

Un sondaggio dell’opinione pubblica americana, condotto lo scorso febbraio, ha mostrato che circa il 62 per cento degli intervistati si è dichiarato favorevole ad Israele, mentre solo il 16 per cento si è dichiarato favorevole alla Palestina. Il supporto pro-Israele tende ad essere molto più elevato tra gli americani bianchi e anziani e gli evangelici, mentre i giovani e le persone di colore mostrano sempre di più la loro inclinazione per la Palestina.
Il Palestine Advocacy Project crede che sia in atto un cambiamento più ampio all’interno dell’opinione pubblica, sostenuto dal lavoro degli attivisti in tutto il paese che si dedicano all’esposizione della realtà del controllo israeliano sulla vita palestinese.

L’ultima campagna pubblicitaria è stata realizzata grazie all’aiuto di una mezza dozzina di partner locali, tra cui: Northern California Friends of Sabeel, American Muslims for Palestine, Bay Area Jewish Voice for Peace, LA Jews for Peace, Jewish Voice for Peace di San Diego e San Antonio for Justice in Palestine. Le organizzazioni coinvolte riflettono la diversità del crescente movimento pro-palestinese negli Stati Uniti.

“Siamo solo una piccola parte di un movimento che è si focalizza sulla Palestina. Questo movimento è cresciuto significativamente negli ultimi cinque-dieci anni, grazie al lavoro ispiratore di giovani palestinesi-americani che sono stufi che le loro famiglie e i loro amici vengano attaccati, da quegli ebrei che sono disgustati da ciò che è stato fatto in loro nome, e altre persone di coscienza che lottano per ciò che è giusto”, ha riferito Chase-Lubitz.
Traduzione di Domenica Zavaglia

 

Giovanna Branca, Il Manifesto
24 marzo 2015

Al confine tra Israele ed il Libano, in guerra tra loro, un'agiata famiglia palestinese si confronta con la sua eredità: quella di un padre che sta morendo come quella più metaforica della propria cultura, anch'essa al confine tra mondi diversi. ...

«I coloni israeliani ci prendono la casa»

  • Martedì, 24 Marzo 2015 12:38 ,
  • Pubblicato in IL MANIFESTO

Il Manifesto
24 03 2015

Benya­nim Neta­nyahu pres­sato dal capo dello stato Rivlin è stato costretto a scu­sarsi con i cit­ta­dini arabi per il suo appello, nel giorno delle ele­zioni, agli ebrei ad accor­rere alle urne per bilan­ciare il voto mas­sic­cio nelle loca­lità arabe. Com­piuto il sacri­fi­cio, il pre­mier ora si appre­sta a for­mare il suo governo con gli ultra­na­zio­na­li­sti e i reli­giosi. Ha quat­tro set­ti­mane a dispo­si­zione. L’unica vera dif­fi­coltà che deve affron­tare sono gli appe­titi dei suoi part­ner della coa­li­zione che recla­mano mini­steri impor­tanti, a comin­ciare da quello dell’edilizia, “cen­tro di comando” della colo­niz­za­zione. Pro­prio i coloni israe­liani, entu­sia­sti per l’esito del voto e cari­cati dalle pro­messe del primo mini­stro, vanno avanti con i loro pro­getti. Ovun­que, in Cisgior­da­nia e a Geru­sa­lemme Est. Una atti­vità intensa, che non cono­sce soste. Ne sa qual­cosa Mustafa Sob Laban, 65 anni, pen­sio­nato. «Viviamo nella paura, ci aspet­tiamo che da un momento all’altro arri­vino quelli di Ata­ret Coha­nim (una orga­niz­za­zione di coloni israe­liani che opera nella città vec­chia di Geru­sa­lemme, ndr) assieme alla poli­zia e ci but­tino fuori dalla casa dove la nostra fami­glia vive dal 1953», ci dice acco­glien­doci nei pochi metri qua­drati dove vivono in otto. Lui e la moglie Noura, Rafat il figlio più gio­vane, Ahmad il figlio spo­sato con sua moglie e tre bimbi. «Il più pic­colo ha 3 anni, il più grande 9 e si chiama Mustafa, come me. Ora sono fuori casa, chi all’asilo e chi a scuola», ci rac­conta con in volto l’espressione felice di tutti i nonni quando par­lano dei nipo­tini. Il 31 mag­gio l’Alta Corte di Giu­sti­zia israe­liana esa­mi­nerà il ricorso con­tro l’espulsione pre­sen­tato dalla fami­glia pale­sti­nese. Mustafa, moglie e figli non si fanno tante illu­sioni, rischiano di ritro­varsi senza un tetto e di dover lasciare la casa dove pen­sa­vano di rima­nere fino alla fine dei loro giorni. Dome­nica scorsa cen­ti­naia di pale­sti­nesi e atti­vi­sti stra­nieri e alcuni israe­liani, hanno mani­fe­stato davanti alla casa minac­ciata di occu­pa­zione al grido di “Basta discri­mi­na­zioni, no ai coloni”, “Pro­teg­giamo la fami­glia Sob Laban”. Mustafa ha capito di non essere solo.

La casa dei Sob Laban è in Aqbat al Khal­diyya, nel cuore del quar­tiere musul­mano della città vec­chia di Geru­sa­lemme. È a pochi metri da Suq al Qat­ta­nin, uno degli ingressi più spet­ta­co­lari sulla Spia­nata della moschea di al Aqsa. E dal ter­raz­zino di casa Sob Laban la cupola dorata della moschea della Roc­cia è incre­di­bil­mente vicina, una illu­sione ottica la fa appa­rire a por­tata di mano. Accanto all’abitazione sven­tola una ban­diera israe­liana, che segna la pre­senza di un isti­tuto reli­gioso nazio­na­li­sta. La dif­fe­renza di ampiezza degli ingressi dei due edi­fici sim­bo­leg­gia i rap­porti di forza. Ampio e restau­rato quello israe­liano, un por­ton­cino di colore verde sbia­dito quello della fami­glia pale­sti­nese. Quelli di Ata­ret Coha­nim dal loro sta­bile, occu­pato tanti anni fa, si sono già spo­stati in quello accanto. Dal por­ti­cino malan­dato si accede subito a due appar­ta­menti dove ora vivono i coloni. I Sob Laban sono qual­che gra­dino più in alto e resi­stono, da decenni. «È una sto­ria lunga – spiega Musfafa –, que­sta casa è affit­tata dal 1953. A quel tempo i nostri geni­tori paga­vano l’affitto alle auto­rità gior­dane (che hanno occu­pato Geru­sa­lemme Est dal 1948 al 1967, ndr), e quando sono arri­vati gli israe­liani hanno con­ti­nuato a ver­sarlo alle nuove auto­rità. Tutti i mesi, rego­lar­mente». Nel 1984 un giu­dice israe­liano ordina ai Sob Laban di lasciare la casa, per­chè peri­co­lante. «I lavori di ristrut­tu­ra­zione sono andati avanti per cin­que anni e quando siamo tor­nati abbiamo tro­vato l’ingresso della nostra casa sbar­rato dai coloni – con­ti­nua Mustafa –, dopo un’altra lunga bat­ta­glia legale, nel 2001 una corte israe­liana ha sen­ten­ziato il nostro diritto ad aprire un nuovo ingresso. Pur­troppo la vicenda non si è fer­mata quell’anno e nel 2010 quelli di Ata­ret Coha­nim ci hanno inti­mato di lasciare la casa. Infine lo scorso 14 set­tem­bre ci è stato con­se­gnato un ordine di sgom­bero del tri­bu­nale di Geru­sa­lemme che, soste­nendo una nostra pre­sunta moro­sità, ha dato ai coloni il diritto di occu­pare casa nostra. Ma noi abbiamo sem­pre ver­sato l’affitto e anche l’arnona (simile all’italiana IMU)». I coloni da parte loro sosten­gono che la casa appar­te­neva, prima del 1948, ad una fami­glia ebrea e che i Sob Laban non avreb­bero ver­sato sem­pre l’affitto. «Sono pre­te­sti – dice Mustafa -, usati dai coloni per toglierci la casa. E la legge israe­liana fa il loro gioco».

Que­sta non è una sto­ria di pro­prietà con­tese, di inqui­lini morosi e di carte bol­late. Que­sta è la bat­ta­glia per Geru­sa­lemme, che ogni giorno oppone i coloni israe­liani, vogliosi di «redi­mere» la zona araba occu­pata nel 1967, e i pale­sti­nesi che si oppon­gono come pos­sono ad una costante azione di pene­tra­zione, non solo nella città vec­chia. Ai piedi della mure anti­che, a Sil­wan, altre cin­que fami­glie pale­sti­nesi hanno rice­vuto nei giorni scorsi un ordine di demo­li­zione. Le loro case sono abu­sive, dicono le auto­rità comu­nali israe­liane. I coloni che agi­scono con­tro le leggi e le riso­lu­zioni inter­na­zio­nali invece sono “in regola” e in attesa del nuovo governo amico sca­vano, costrui­scono, occupano.

Internazionale
24.03.2015

Se non saremo noi a imporre la pace, israeliani e palestinesi andranno a braccetto incontro alla catastrofe. La coalizione di destra eletta in Israele, infatti, si oppone alla nascita di uno stato dei palestinesi, che privi di questa prospettiva non potranno fare altro che ripiombare in un’inutile violenza che a sua volta spingerà Israele verso una logica di repressione altrettanto vana e pericolosa.

Sul fronte israeliano, l’estrema destra non intende in alcun modo permettere la nascita dello stato palestinese, che ai suoi occhi diventerebbe automaticamente una base per i razzi come è diventata Gaza dopo il ritiro degli israeliani. Benjamin Netanyahu ha mantenuto un atteggiamento più ambiguo in proposito. Il primo ministro ha accettato in un discorso (uno solo) l’idea di uno stato palestinese, ma non ha mai fatto niente per favorirne la nascita, rifiutando categoricamente questa prospettiva pur di accaparrarsi i voti dell’estrema destra nazionalista e religiosa alla vigilia delle legislative per poi smentirsi nuovamente all’indomani della vittoria.

In sostanza Netanyahu accetta la soluzione dei due stati (solo a parole e di tanto in tanto) unicamente per evitare l’isolamento internazionale di Israele. Rinviandola alle calende greche, comunque, rompe con quello che era diventato l’orizzonte dei due popoli dopo la firma degli accordi di Oslo, più di vent’anni fa.

Oggi quell’orizzonte è più che mai lontano e incerto, anche perché minaccerebbe lo sviluppo delle colonie nei territori occupati e la divisione dei palestinesi tra gli islamisti di Hamas, padroni di Gaza, e i laici di Fatah, che controllano la Cisgiordania e vorrebbero un compromesso territoriale. Da tempo l’idea di una pace attraverso la coesistenza di due stati è diventata un miraggio, ma almeno finora dava una ragione di esistere all’Autorità palestinese, embrione di uno stato in divenire che ha continuato, nonostante tutto, a incarnare una speranza per il suo popolo.

Sotto la presidenza di Abu Mazen l’Autorità palestinese ha saputo assicurare lo sviluppo economico della Cisgiordania e lottare contro Hamas, ma ora che l’orizzonte a cui si appoggiava sembra svanito entrerà inevitabilmente in una dinamica di scontro con Israele. Abu Mazen minaccia di trascinare Israele davanti al Tribunale penale internazionale e intanto fatica sempre di più a opporre la volontà di un compromesso all’intransigenza di Hamas, che in un circolo vizioso nutre quella della destra israeliana.

Di questo passo la cooperazione per la sicurezza tra Israele e l’Autorità palestinese avrà vita breve, e potrebbe lasciare spazio a un braccio di ferro i cui unici vincitori sarebbero l’estrema destra israeliana e gli estremisti islamici palestinesi.

La destra spingerà per l’annessione dei Territori occupati (totale o parziale) invocando imperativi legati alla sicurezza diventati reali, mentre gli estremisti islamici faranno di tutto per arrivare al punto di rottura per giustificare e moltiplicare gli attentati. In questo modo Israele sprofonderebbe rapidamente verso l’apartheid, perderebbe ogni appoggio internazionale e si risveglierebbe un giorno con una popolazione a maggioranza palestinese di fronte a cui non potrebbe più rivendicare la sua identità di stato ebraico.

Sui due popoli incombe insomma una guerra totale e non più solo episodica. È per questo che sottrarsi al dovere di imporre la pace equivarrebbe al rifiuto di assistere due popoli in pericolo, un errore tanto più irresponsabile e criminale se pensiamo che statunitensi ed europei avrebbero tutti i mezzi per evitare di commetterlo.

Israele ha profondamente bisogno del sostengo economico e militare degli Stati Uniti, come dimostra il fatto che Netanyahu ha smentito di aver rinnegato l’idea dei due stati non appena la Casa Bianca ha annunciato l’intenzione di “riconsiderare” l’appoggio accordato a Tel Aviv alle Nazioni Unite. L’Unione europea, dal canto suo, assicura la sopravvivenza dell’Autorità palestinese, che senza l’Europa non avrebbe il denaro per pagare i funzionari.

Insieme l’Unione e gli Stati Uniti hanno tutti i mezzi per fare pressione sui due schieramenti. I dettagli di un accordo sono noti fin dalla stesura del piano di pace proposto da Bill Clinton nel 2001, e se Obama decidesse con il sostegno dell’Europa di intimare a israeliani e palestinesi di accettare un compromesso equo e duraturo avrebbe concrete possibilità di essere ascoltato dalla maggioranza dei due popoli. In ogni caso tentare non nuoce, anche perché il tempo stringe.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

 

La voce cupa e stanca che arriva dal telefono non è dovuta al jet lag ma al vero e proprio shock che lo scrittore e sceneggiatore israeliano Etgar Keret dice di aver subito quando, ieri mattina, è sceso dall'aereo che lo ha portato a New York e ha saputo il risultato del voto. Teme, e non fa nulla per nasconderlo, "questa deriva illiberale e messianica" che è scaturita dalle urne. All'alba di ieri sono svanite tutte le illusioni della sinistra di mandare a casa Netanyahu.
Fabio Scuto, La Repubblica 
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