Dopo la guerra, a Gaza si muore di freddo

Tra gli "esodati" e i disperati della Striscia devastata e dimenticata, dopo gli attacchi israeliani. [...] Occorreranno ancora mesi per poter rimettere in funzione l'unica centrale della Striscia colpita dall'esercito israeliano. Al momento la maggior parte della gente di Gaza ha elettricità per non più di 4-5 ore al giorno. E nelle scorse settimane il freddo ha ucciso almeno tre bambini e un adulto.
Michele Giorgio, Il Manifesto ...

Nena News
27 01 2015

È questo l’effetto della “politica di separazione”: Israele nega la libertà di movimento e viola il diritto all’istruzione, spiega Sari Bashi, cofondatrice di Gisha, organizzazione no profit israeliana.

di Giovanni Vigna

Mantova, 27 gennaio 2015 – “Esistono numerose limitazioni all’accesso alle università palestinesi. Alcune sono restrizioni generali per entrare a Gaza e in Cisgiordania che si applicano a tutti, compresi gli studenti e i professori. Altre limitazioni colpiscono specificamente gli studenti palestinesi, che Israele ha collocato nella categoria ‘profili a rischio elevato’, e le università palestinesi, che gli israeliani descrivono come ‘serre dove crescono i terroristi’. Anche se le preoccupazioni di Israele per la propria sicurezza sono legittime, in tutti i casi le restrizioni vanno oltre ciò che è necessario per garantire la sicurezza stessa. Al contrario, Israele promuove obiettivi politici e demografici finalizzati a consolidare il proprio potere sulla Cisgiordania, al fine di separare quest’area dalla Striscia di Gaza”.

L’analisi di Sari Bashi, autrice di un articolo pubblicato il 13 gennaio scorso sul magazine online +972 (http://972mag.com/israels-truthiness-on-palestinian-academic-freedom/101290/), concentra l’attenzione sulla “politica di separazione” applicata da Israele e sulla limitazione della libertà di movimento dei palestinesi che, tra le numerose conseguenze, ha prodotto anche l’impossibilità per la popolazione araba locale di accedere all’istruzione. Lo si evince da queste poche righe tratte dal pezzo firmato da Bashi, cofondatrice di “Gisha – Legal Center for Freedom of Movement”, organizzazione no profit israeliana, fondata nel 2005, alla quale collaborano anche docenti universitari ed esperti di diritto, il cui obiettivo è proteggere la libertà di movimento dei palestinesi, in particolare degli abitanti della Striscia di Gaza.

“In generale – ha dichiarato Bashi – Israele non consente di viaggiare all’estero da Gaza e non permette agli abitanti della Striscia di utilizzare il porto e l’aeroporto. Il valico di Rafah tra l’Egitto e Gaza è stato quasi sempre chiuso da ottobre a oggi. Egitto e Israele hanno deciso di effettuare alcune concessioni per permettere ad alcuni studenti di andare all’estero attraverso i loro valichi di frontiera, ma le restrizioni rimangono e impediscono a tanti altri giovani di dedicarsi ai propri studi. L’istruzione è la chiave in mano ai giovani per accedere al futuro”.


Come si evince dal sito internet dell’organizzazione (http://gisha.org/about/about-gisha), Gisha promuove alcuni diritti garantiti dalle leggi israeliane e internazionali. Fin dal 1967, anno dell’occupazione della Striscia di Gaza e della Cisgiordania, le forze armate israeliane hanno sviluppato un complesso sistema di regole e sanzioni per controllare il movimento dei 4 milioni e 500mila palestinesi che vivono in quelle terre. Appare evidente che le limitazioni violano il diritto fondamentale dei palestinesi di esercitare la libertà di movimento.

Di conseguenza, altri diritti fondamentali sono negati, inclusi il diritto alla vita, il diritto alle cure mediche, il diritto all’istruzione, il diritto al proprio sostentamento, il diritto all’unità della famiglia e il diritto alla libertà di professare la propria religione. Gisha presta assistenza legale e fornisce un servizio di patrocinio gratuito per proteggere i diritti dei palestinesi. “Proprio per il fatto che la libertà di movimento è la precondizione per esercitare altri diritti basilari – si legge sul sito di Gisha – la nostra attività ha un effetto moltiplicatore nel tentativo di aiutare gli abitanti dei Territori Occupati ad accedere all’istruzione, al lavoro, all’assistenza sanitaria e ai ricongiungimenti familiari”.

La catalogazione degli studenti palestinesi come “soggetti ad alto rischio” viene messa in discussione dagli attivisti di Gisha che hanno scritto nella pagina del proprio sito internet http://www.gisha.org/UserFiles/File/publications/students/students-2012-eng.pdf: “I giovani, che costituiscono la maggior parte degli abitanti della Striscia, dovrebbero essere considerati per il loro potenziale come futuri dottori, insegnanti e avvocati di Gaza. Il caso delle quattro donne di Gaza sopra i 35 anni, alle quali nel 2000 l’esercito israeliano non ha rinnovato il permesso per completare gli studi alla Birzeit University, dimostra che il problema non è l’età degli abitanti della Striscia”.

L’organizzazione no profit israeliana sostiene che gli studenti palestinesi abbiano il diritto di studiare nelle università di Gaza e della Cisgiordania. Per Bashi, inoltre, Israele dovrebbe togliere il divieto posto nel 2000 che impedisce i viaggi di studio da Gaza e, al contrario, dovrebbe adottare una politica che tenga conto dei suoi obblighi e dei suoi interessi a lungo termine, oltre che delle sue preoccupazioni per la sicurezza.

“Le pur legittime rivendicazioni di Israele in merito alla propria sicurezza non trovano riscontro nella decisione di impedire agli abitanti della Striscia di Gaza, specialmente ai giovani, di accedere alle opportunità educative e professionali di cui hanno bisogno per costruire un futuro migliore”, affermano gli attivisti di Gisha che, nella stessa pagina del sito indicata in precedenza (http://www.gisha.org/UserFiles/File/publications/students/students-2012-eng.pdf), tentano di smontare le tesi con le quali Israele difende la propria “politica di separazione”.

Tale indirizzo del governo israeliano impone agli abitanti della Striscia di Gaza di non entrare nell’area della Giudea e della Samaria (Cisgiordania, ndr). Gisha riporta che, secondo lo Stato di Israele, “le situazioni in cui è consentito entrare in Cisgiordania sono limitate alle emergenze umanitarie e ai casi eccezionali”. Da parte loro, i volontari dell’organizzazione no profit intendono incoraggiare un dibattito approfondito e trasparente su questa politica che danneggia i diritti dei palestinesi residenti nei Territori Occupati e si pone in contrasto con gli stessi interessi di Israele.

Come si legge nel sito di Gisha, lo Stato di Israele sostiene che “dal mese di settembre del 2000, dopo lo scoppio della seconda Intifada, le organizzazioni terroristiche palestinesi avrebbero finanziato un conflitto armato contro Israele. Perciò le restrizioni di movimento imposte ai palestinesi, fatta eccezione per i casi umanitari ed eccezionali, rappresenterebbero “uno strumento per impedire l’espansione delle strutture terroristiche dalla Striscia di Gaza alla Giudea e alla Samaria”.

Inoltre, secondo Gisha, Israele afferma di avere il diritto di decidere chi far entrare nel proprio territorio. Tale diritto si fonderebbe sulla “piena autorità di Israele di determinare chi può entrare nella propria giurisdizione”. Pertanto i cittadini stranieri non avrebbero il diritto “di entrare nel territorio israeliano. Ancor di più quando l’individuo che vuole entrare è residente in un territorio ostile”. Gli attivisti che difendono i palestinesi ritengono invece che la questione di chi vuole entrare nel territorio di Israele sia irrilevante perché nulla vieta agli studenti di entrare in Cisgiordania dalla frontiera con la Giordania: “È proprio la presenza dei giovani in Cisgiordania ad essere in discussione, non il modo in cui vi arrivano”.

I giovani della Striscia di Gaza sognano di poter studiare all’estero e di condurre una vita normale. È questo il caso di Awni Farhat, giovane palestinese di Gaza, che ha ricevuto un’offerta per partecipare a un master sul tema “Violenza, conflitto e sviluppo” promosso dalla Scuola di Studi Orientali e Africani (School of Oriental and African Studies, ndr) dell’Università di Londra. “Così – spiega Awni – ho lanciato una campagna di raccolta fondi per intraprendere il master universitario a Londra. Ero riluttante a lanciare un appello per ricevere fondi dopo tutto quello che è successo, dopo gli attacchi e l’aggressione che abbiamo subito nella Striscia di Gaza l’estate scorsa. Pur dovendo affrontare continuamente ostacoli e sfide, dobbiamo continuare a lottare per raggiungere i nostri obiettivi”.

Farhat crede fermamente nella conoscenza intesa come un’arma efficace per resistere all’ingiustizia: “Grazie all’aiuto di chi vorrà sostenere il mio progetto, potrò forse diventare un leader e un modello positivo per le altre persone, specialmente i giovani, al fine di liberare la nostra terra dal giogo dell’oppressione e conquistare la pace e la giustizia in Medio Oriente”. Per ulteriori informazioni sul progetto e sulla raccolta fondi di Awni Farhat è possibile visitare la pagina Facebook https://www.facebook.com/Gazastudent. Nena News


- See more at: http://nena-news.it/gaza-la-battaglia-dei-giovani-per-studiare-fuori-dalla-striscia/#sthash.qOhCCDNz.j8a4wXqu.dpuf

Rete della Pace
23 01 2015

Decine e decine di organizzazioni della società civile hanno deliberato formalmente attraverso i loro gruppi dirigenti e le assemblee dei soci di riconoscere lo stato di Palestina, come condizione indispensabile e quale contributo alla causa della pace e della giustizia in quella regione.

Queste dichiarazioni sostengono e integrano la richiesta che il parlamento italiano riconosca lo stato di Palestina, come hanno già fatto precedentemente 134 stati, e per ultimo il governo svedese, la camera dei Comuni Inglese ed i parlamenti di Francia e Spagna, sottoscritta da oltre 120 associazioni, appartenenti a significative reti pacifiste italiane (Rete della Pace, Rete italiana Disarmo, Sbilanciamoci!), dalle confederazioni sindacali, attraverso una lettera aperta a governo e parlamento, da raccolte firme e da significative prese di posizione del mondo politico e della cultura.

La risposta che dobbiamo dare al terrorismo, alla cultura dell'odio ed all'ideologia dello “scontro di civiltà” è quella del diritto e della legalità internazionale a partire dalla soluzione politica del conflitto israelo-palestinese che determina gli equilibri dell'intera regione. Tutti lo sanno e tutti lo sostengono ma ora è giunto il momento, anche per il Parlamento e per il Governo italiano, di dimostrare la propria volontà e la propria responsabilità riconoscendo simbolicamente lo stato di Palestina ed impegnandosi concretamente per l'immediata riapertura dei negoziati tra le due parti, per la fine dell'occupazione e per il rispetto dei diritti umani.

Parlamento e Governo italiano facciano ora la loro parte.

.

La Repubblica
14 01 2015

A Gaza "la tempesta di Huda" uccide. Cinque le vittime degli ultimi giorni, quattro sono bambini, fra gli sfollati della guerra. Oltre 100 mila sono ancora accampati fra le rovine della propria casa. L'ondata di pioggia, gelo e neve di questi giorni ha reso alcune zone della Striscia un grande pantano di sabbia e detriti. Qualche segno di ricostruzione per le scuole dell'Onu e quelle pubbliche, ma per le case private non è stato ancora fatto nulla. Intanto, i colloqui tra Hamas e Israele, attraverso l'Egitto, sono sospesi.

Un gelo insopportabile nelle case diroccate. Un neonato di quattro mesi era morto congelato tre giorni fa a Khan Yunis, cittadina situata a sud della Striscia di Gaza. Un altro in un rifugio per sfollati a Beit Hannun, nel nord della Striscia, mentre nella stessa giornata, a Khan Yunes, un pescatore e un altro bimbo sono morti nella loro casa, danneggiata severamente dai bombardamenti dell'estate scorsa durante il conflitto con Israele. C'era stato poi ancora un altro neonato, morto venerdì scorso per gli stessi motivi. Le notizie sono apparse anche sul quotidiano "Jerusalem Post", citando fonti palestinesi.

Povertà e disoccupazione. Da giorni, dunque, gli abitanti dell'enclave palestinese - territorio autogovernato dal 2005, popolato da circa 1.700.000 abitanti di etnia araba, attualmente governato dal movimento di Hamas, sul quale grava il blocco severo di Israele su tutte le sue frontiere - mostrano di non farcela più a sopportare l'ondata di freddo pungente che si è abbattuto sulla regione e sulle case provvisorie, costruite per coloro che hanno perso un tetto durante il conflitto nella Striscia della scorsa estate. Gaza è sotto il blocco israeliano dal 2007 e ciò ha causato un peggioramento nelle condizioni di vita, mentre i livelli di disoccupazione hanno raggiunto stadi senza precedenti, con un aumento inesorabile della povertà.

Gli effetti della guerra del luglio scorso. La tempesta invernale ha così già di fatto provocato una crisi umanitaria, dal momento che Gaza è afflitta ancora da parecchi problemi, come la carenza di elettricità, sottolineano spesso i funzionari della municipalità. Va ricordato che Israele ha effettuato attacchi aerei su Gaza nel luglio scorso e successivamente ha ampliato la sua campagna militare con un'invasione di terra nell'enclave costiera palestinese. Oltre 2.140 Palestinesi, compresi 577 bambini, sono stati uccisi durante l'attacco israeliano che, oltre al resto, provoco il ferimento di oltre 11.000 persone, compresi 3.374 bambini, 2.088 donne e 410 anziani, secondo fonti palestinesi. Ma gli effetti più pesanti di quell'attaco si avvertono oggi con questa ondata di gelo, perché migliaia di abitazioni venero distrutte, lasciando circa 170.000 Palestinesi senza casa.

Venti e piogge violentissimi. Decine di abitazioni e roulotte sono state colpite da venti e violenti piogge. Le autorità di Gaza stanno lavorando per favorire lo sgombero dei residenti dalle zone colpite dalle alluvioni. Il maltempo che ha colpito la Cisgiordania dovrebbe continuare, secondo le previsioni, per tutto il fine settimana con temperature in picchiata e neve nel Negev settentrionale (a sud di Israele). La neve, inoltre, è tornata a imbiancare anche Gerusalemme, dove tutte le scuole sono rimaste chiuse. Ancora maggiori le precipitazioni sulle colline intorno alla città, così come nel nord del paese soprattutto in alta Galilea, oltre che sul Golan.

La visita di 16 vescovi. E' iniziata così con un incontro con le sofferenze e le speranze della popolazione di Gaza la visita in Palestina e Israele di 16 vescovi organizzata dall'Holy Land Coordination (Hlc), organismo che riunisce Vescovi e rappresentanti delle Conferenze episcopali di Europa, Nord America e Sudafrica. "Il pomeriggio di domenica, dopo una sosta di 8 ore al valico di Erez", riferisce la Radio Vaticana a proposito dell'arcivescovo italiano Riccardo Fontana, alla guida della diocesi di Arezzo-Cortona-Sansepolcro: "siamo arrivati a Gaza, abbiamo celebrato la Messa e abbiamo subito incontrato alcune famiglie. Abbiamo avuto l'impressione di trovarci in una situazione devastata".

Il racconto dei bambini. "Ci hanno raccontato dei tre bambini morti per il freddo. La corrente elettrica c'è solo per alcune ore al giorno. Colpisce - ha detto l'arcivescovo - vedere che tutti, a cominciare dai bambini hanno molto chiaro di essere vittime di violenza e di sapere chi sono i responsabili di questa ingiustizia. Una bambina di terza elementare ci ha detto: hanno distrutto le nostre case, ma soprattutto hanno tolto i bimbi alle madri e le madri ai bimbi. Un ragazzo più grande ci ha ammonito: tutti vengono qui a chiederci se abbiamo bisogno di cibo e di altri aiuti materiali. Ma noi abbiamo bisogno dell'unica cosa che nessuno ci promette: essere considerati come uomini, riconosciuti nella loro dignita'".

Le difficoltà per entrare.

Per entrare nella Striscia di Gaza, la delegazione dei vescovi ha dovuto superare molte difficoltà: al valico di Erez, le autorità di Israele hanno negato alla delegazione il permesso per entrare nella Striscia. I presuli hanno allora iniziato una lunga trattativa e alla fine hanno ottenuto il permesso di entrare a gruppi di tre. L'ingesso di tutta la delegazione si è concluso solo alle 16,30. Il programma della visita prevede anche un incontro con la popolazione di Sderot - l'insediamento israeliano raggiunto dal lancio di missili lanciati dalla Striscia di Gaza durante la campagna militare di luglio - e una puntata alla Valle di Cremisan, luogo interessato dal progetto di costruzione del Muro di Separazione voluto da Israele.

Le persone e la dignità
07 01 2015

Dopo una campagna durata tre anni da parte dei residenti di Battir e dell’organizzazione non governativa Amici della Terra Medio Oriente, l’Alta Corte israeliana ha ordinato di fermare la costruzione di mezzo chilometro di barriera di sicurezza (chiamata “muro” dai palestinesi), la struttura difensiva approvata dal governo israeliano nel giugno 2002.

Progettata per regolare gli ingressi in Israele e scongiurare l’infiltrazione di terroristi, la barriera di sicurezza – anziché seguire la Linea verde dell’armistizio del 1949 – penetra per l’85 per cento nei Territori occupati palestinesi.

Dunque il villaggio di Battir, situato nella valle di Nahal Refaim che collega Gerusalemme agli insediamenti di Gush Etzion, per il momento conserva i suoi 750 acri di terrazze (nella foto del Centro per la conservazione dell’eredità culturale), coltivate con le stesse tecniche d’irrigazione degli uliveti usate 4000 anni fa dagli agricoltori di Canaan.

In nome della salvaguardia dell’eredità culturale e ambientale di Battir, il secondo sito palestinese proclamato patrimonio dell’umanità dall’Unesco dopo la Chiesa della Natività di Betlemme, si sono uniti ambientalisti israeliani e palestinesi.

“La Corte suprema ha posto fine agli inganni e all’incompetenza dell’apparato di sicurezza, che voleva costruire la barriera in questo sito unico, che non ha uguali al mondo”.
Così si è espresso Gideon Bromberg, direttore israeliano di Amici della Terra Medio Oriente. Le stesse autorità di Gush Etzion, tra cui il presidente del consiglio regionale David Perl, avevano in passato criticato il progetto. Yaron Rosenthal, dirigente scolastico del blocco di insediamenti, ha commentato che esistono misure di sicurezza alternative per proteggere Israele senza danneggiare le terrazze di Battir.

Il governo israeliano ha reagito alla sentenza dell’Alta corte affermando che il passaggio della barriera di sicurezza per le terrazze di Battir non è una sua priorità e che non erano previsti finanziamenti per il 2015. Ha ribadito comunque il diritto di Israele di costruire la barriera attraverso la valle di Nahal Refaim.

 

facebook